IL LUOGO DELLA MEMORIA RITROVATO: ISCHITELLA, PATRIA DI GIANNONE

Nella cittadina garganica, Giannone visse per 18 anni (dal 1676 al 1694), ma le dedicò solo una pagina della sua opera “Vita scritta da lui medesimo”

giannone

In un ideale percorso giannoniano, il luogo della memoria ritrovato è la piccola Ischitella.

Trent’anni prima della nascita di Pietro Giannone, il piccolo borgo dell’entroterra garganico, abitato da 1235 anime,  era stato quasi cancellato dal distruttivo terremoto del 31 maggio 1646. In quel drammatico evento si registrarono 96 vittime. Solo 26 case rimasero in piedi.

I Principi Pinto y Mendoza Capece Bozzuto, presero possesso del feudo di Ischitella il 19 novembre del 1674, due anni prima della nascita di Giannone. Le immense ricchezze derivanti dalla mercatura permisero alla famiglia, di origine portoghese, di acquistare un intero feudo sul Gargano, con il relativo blasone principesco.

Nel 1680, Ischitella viene descritta dall’erudito Pompeo Sarnelli come “terra baronale”, murata. Situata «su un colle eminente, gode di buon’aria», conta 258 famiglie, 1219 anime, di cui 894 in età di comunione. Vi sono 29 sacerdoti, 30 chierici, 7 romiti. Il borgo ha due chiese intra moenia: la parrocchiale di Santa Maria Maggiore e quella di Sant’Eustachio. Fuori le mura vi sono ben otto chiese: la chiesa ed il Convento dei Padri Francescani dell’Osservanza, le chiese di sant’Antonio Abate, di san Rocco, di San Michele, di san Pietro in Cuppis, di san Martino, della ss.ma Annunziata di Varano e di santa Maria dell’Oliveto. La chiesa di santa Maria del Pantano è stata sconsacrata da Orsini nel 1678. Vi sono tre Confraternite (Santissimo Corpo di Cristo, SS.mo Rosario, e SS.ma Concezione), la Congregazione di sant’Eustachio, un Ospedale e il sacro Monte della Pietà, tutti soggetti alla giurisdizione dell’Arcidiocesi di Siponto.

A Ischitella, Pietro Giannone visse per ben diciotto anni dal 1676 al 1694, ma gli dedicò soltanto una pagina della “Vita, scritta da lui medesimo”. Non sappiamo il perché dell’omissione. Questo “poco attaccamento” alla sua terra d’origine gli verrà rimproverato da Michelangelo Manicone che all’amato Gargano dedicò due libri: La Fisica Appula e La Fisica Daunica.

Effettivamente, Giannone dedica solo l’incipit della sua autobiografia agli anni trascorsi ad Ischitella. «Io nacqui da onesti parenti a’ sette di maggio dell’anno 1676, in una terra del monte Gargano, nella Puglia de’ Dauni chiamata Ischitella, prossima a’ lidi del mare Adriatico, dirimpetto all’isole Diomedee, ora dette di Tremiti».

Allevato nell’infanzia dalla pia e savia madre Lucrezia Micaglia, ed «erudito negli esercizi di pietà con somma accuratezza e religione», Pietro Giannone fu mandato «ad apprender grammatica» dall’arciprete della parrocchia di Santa Maria Maggiore di Ischitella, «uomo versato nella lingua latina per quanto comportava la condizione del luogo, ma molto più commendabile per la sua probità e per l’esemplari ed incorrotti suoi costumi».

Durante l’adolescenza, Giannone rischiò di morire: fu colpito da una febbre altissima ed il medico di famiglia, non tenendo conto sulla  sua gracilità, gli somministrò una eccessiva dose di antimonio, che gli provocò gravi effetti collaterali: «Mancò poco che non esalassi l’anima fra le braccia della mia cara madre – scrive Giannone –  Ma, sicome il pericolo fu grave, così, quelli cessati, in breve tempo tornai al pristino stato di perfetta salute».

Lo stato sanitario del Gargano, in quegli anni, era molto precario. Il Pisani attesta che nell’anno 1679 si verificarono “diverse sorte d’infirmità”, fra cui una grave epidemia malarica, che fece strage di bambini. La febbre del Giannone, per fortuna, non ebbe questa causa letale.

All’età di quindici anni, Giannone fu indirizzato dal padre Scipione agli studi di filosofia presso un frate francescano, valente professore e teologo rinomato nel suo ordine, il quale era stato nominato “lettore giubilato”.  Chi aveva avuto questo onorificenza poteva scegliere come dimora il convento più gradito.  Giannone ricorda che il suo maestro, «naturale del luogo, s’elesse il convento de’ suoi frati, costrutto da antichissimi tempi in Ischitella sua patria, e quivi venne a dimorare». Grazie a costui, che gli insegnò la filosofia con grande amore e diligenza, in pochi anni il giovane Giannone, applicandosi con somma attenzione, dopo aver seguito il corso di logica, fisica e metafisica, divenne un “piccolo filosofo” scolastico-scotista. Terminato il corso sulla filosofia d’Aristotele, i genitori, per fargli studiare giurisprudenza, decisero di mandarlo a Napoli. Avrebbe potuto contare sull’aiuto economico di uno zio di sua madre, che gli era molto affezionato: essendo questi un sacerdote «agiato di beni di fortuna», avrebbe potuto ospitarlo e sostenerlo negli studi.

Qui si chiude il sipario sugli anni vissuti ad Ischitella. Giannone partì per Napoli e non farà alcun cenno della sua “patria” nelle sue opere, se non in questa pagina autobiografica.

Il nostro intento, in questo saggio, sarà  di ricostruire il contesto socio-culturale di Ischitella e del Gargano tra Seicento e Settecento, ricorrendo ai pochi documenti coevi.

Tra la fine del 1675 e l’inizio del 1676, anno di nascita di Giannone, Ischitella fu visitata per diciotto giorni, dal 23 dicembre all’8 gennaio 1676, dal ventiseienne arcivescovo di Siponto Vincenzo Maria Orsini. Orsini ritornò ad Ischitella nel novembre del 1678, per una seconda ricognizione di quattro giorni. Le due visite pastorali furono preparate accuratamente, secondo i dettami tridentini e l’esempio dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo. Nel Diario delle pontificali funzioni, Orsini annotò minuziosamente gli eventi delle giornate pastorali trascorse ad Ischitella. Un arido elenco di cerimonie sacre da lui presenziate con cambio di vari abiti e paramenti sacri a seconda delle circostanze. Orsini diventerà papa con il nome di Benedetto XIII. Innocenzo XIII nel 1723 aveva messo all’indice l’Istoria civile del Regno di Napoli e la persecuzione contro Giannone fu proseguita dal 1724 al 1730 da Benedetto XIII.

Il giudizio di Giannone sul suo pontificato sarà crudo: “Così faceva in Roma, essendo papa, come essendo arcivescovo, non comprendendo, finché visse, che si fosse l’essere papa: e, per ciò, niente curando delle cose grandi di Stato, né della papal monarchia, era tutto inteso alle cerimonie e funzioni ecclesiastiche, a battesimi, a consacrar templi e altari, a benedir campane, alla mondizia e polizia degli abiti ed ornamenti di sacristia, e cose simili”.

IL CONTESTO SOCIO-CULTURALE GARGANICO DEL SETTECENTO

Il Settecento è caratterizzato  da un notevole incremento demografico. Dal riscontro del numero degli abitanti dei paesi del Gargano effettuato sugli “Stati delle Anime”, i paesi rispecchiano fedelmente la crescita demografica che si verificò in tutta l’Europa. Il territorio, ricco di agrumeti,oliveti e vigneti, assicurava il benessere degli abitanti, soprattutto per l’esportazione dei prodotti  tipici in direzione di Venezia e della Dalmazia. Estrazione e lavorazione della pece, raccolta della manna, rappresentano altri elementi caratterizzanti l’economia garganica.

Dal punto di vista culturale, il Gargano sa aprirsi a stimoli provenienti da Napoli  e da più lontane realtà culturali elaborando idee originali rispetto alla cultura dei lumi francese. Qui gli illuministi si riuniscono a Vico del Gargano nell’Accademia degli Eccitati viciensi, fondata il 3 maggio 1759 nella Chiesa extra-moenia di Santa Maria del Refugio (oggi detta del Purgatorio). E’ l’unico sodalizio illuminista di Capitanata di cui oggi si abbiano fonti documentarie, pubblicate dallo storico Filippo Fiorentino.

Dell’Accademia fece parte don Pietro De Finis, che aveva trentasei anni nel 1759. Già nel 1751 aveva aperto a sue spese, per tre anni, una scuola per tutti. Suo discepolo fu Michelangelo Manicone (che lo ricorderà come «il maestro (suo) di grammatica»).  Manicone non sarà  tra i soci fondatori dell’Accademia degli eccitati (aveva allora  soltanto 14 anni) ma respirò l’aria illuministica diffusasi nel 1759-60 a Vico del Gargano. Nella “Dottrina Pacifica” già dal 1790 grida contro gli abusi dei tiranni, invoca la riforma della Chiesa. Questo suo atteggiamento lo renderà inviso alle gerarchie ecclesiastiche conservatrici che lo relegheranno nel convento di San Francesco di Ischitella, un luogo-simbolo della vicenda familiare di Pietro Giannone, per la presenza delle spoglie materne ivi sepolte.

Descrivendo il territorio di Ischitella, Manicone mette in evidenza i precari equilibri ambientali, che rendono critica la salubrità di tutta l’area gravitante intorno al lago: l’acqua stagnante vizia l’aria, e decima la popolazione, nonostante il territorio sia ricchissimo di boschi, con alberi di faggi, cerri, carpini, e nonostante la sua valle sia sempre verde, «per l’amenità de’giardini d’agrumi e circondata da deliziose e fruttifere colline». Manicone individua un’altra causa di insalubrità ambientale nelle infime condizioni igieniche dell’abitato e lancia uno strale polemico verso i principi Pinto, «illustri Possessori dei luoghi cennati». La speranza di cambiamento, di un futuro diverso, é vivissima in Manicone, che lancia il seguente proclama: «Abitanti d’Ischitella, fate festa. Il Regno dello Spirito pubblico è già venuto; dunque l’Egoismo finirà!».

Teresa Maria Rauzino

Relazione al convegno su Pietro Giannone, tenutosi ad Ischitella il 17 marzo 2017 per commemorare il 279° anniversario della sua morte.

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