Pietro Giannone e il primato della Scuola giuridica italiana in un volume di Mauro Del Giudice

Dopo il recente convegno del 17 marzo, Ischitella ha tenuto ancora vivo il ricordo di Pietro Giannone, il grande storico e giurista illuminista cui diede i natali nel 1676, celebrando il 341° anniversario della sua nascita con un evento che si è tenuto il 7 maggio 2017 nella Sala Convegni dell’ex Cinema. Sono intervenuti, in rappresentanza della Società di Storia Patria della Puglia sez. Gargano, Mario Giuseppe d’Errico e Teresa Rauzino. L’organizzatore della serata Giuseppe Laganella ha analizzato alcuni stralci di una pubblicazione settecentesca su Pietro Giannone. Don Francesco Agricola ha sollecitato il dibattito, invitando il pubblico presente in sala a proporre delle iniziative da intraprendere per ricordare e rivalutare la figura e le opere di Giannone. Pubblichiamo l’intervento di  Teresa Rauzino che ha recensito un volume di  Mauro del Giudice su Giannone considerato, dal grande magistrato rodiano, il più importante fondatore della Scuola storica italiana del diritto.

giannone

 

 

Nel 1918, il grande magistrato rodiano Mauro Del Giudice pubblicò con la casa editrice Colitti un libro dal titolo “La Scuola Storica Italiana del Diritto e i suoi fondatori”, che fu accolto favorevolmente da autorevoli quotidiani e riviste. L’autore traccia un quadro storico delle condizioni politiche e sociali del Mezzogiorno d’Italia fra Seicento e Settecento. Il clero numeroso, ricchissimo, carico di privilegi e immunità, di pingui feudi e dì rendite intangibili, aveva esteso la sua potenza e la sua autorità nella Corte, nelle magistrature, nei consigli pubblici e persino all’interno delle famiglie; i diritti del potere laico o civile erano stremati; le regalie usurpate dalla Chiesa crescevano a dismisura. Una sequenza nefasta che trovò negli illuministi napoletani dei polemisti radicali e irriducibili.

Nella prefazione, il noto giurista Donato Faggella evidenzia come le argomentazioni di Mauro Del Giudice siano tutta una rivendicazione dell’ingegno italiano in campo storico- giuridico: «Il lettore vi troverà tracciato un quadro completo della scuola meridionale dei giureconsulti-filosofi e dei giureconsulti-politici, che trasse le sue origini luminose dal Vico, dal Gravina, dal Giannone. Congiungendo gli ardimenti del pensiero al metodo scientifico, questa scuola sorse e prosperò in tempi assai difficili, ma mantenne sempre vivi nel Mezzogiorno d’Italia gli ideali di libertà e di giustizia. Fu merito di questa scuola, che ha ora nell’Autore il suo ultimo e lontano rappresentante, l’avere non solo migliorato il metodo degli studi, ma elevato la concezione stessa del diritto».

Del Giudice rivendica per questi tre intellettuali il ruolo di precursori: nessuno potrà oggi negare l’impulso dato allo sviluppo della storiografia, della filosofia del diritto e delle scienze politiche. Purtroppo i loro scritti, ad eccezione di quelli di Giambattista Vico, sono quasi negletti «essendo brutto e antico costume degli Italiani sottovalutare le glorie della patria per correre dietro alle novità forestiere, anche quando non meritano di essere accolte e seguite ». E ancora: i giureconsulti testimoniano, con le tristi vicende della loro vita, una dolorosa verità: «Ove nella storia apparisce un genio, si eleva accanto a lui immantinenti un Golgota. Ma il genio – e qui Del Giudice cita Chateaubriand – è un Cristo: sconosciuto, perseguitato, battuto con le verghe, coronato di spine, posto in croce dagli uomini e per gli uomini, muore lasciando in eredità ad essi la luce, e risuscita adorato».

Il magistrato si sofferma sulle origini di Pietro Giannone, descrivendo nei particolari Ischitella «piccola terra del Monte Gargano in Capitanata poco lungi dalle coste dell’Adriatico rimpetto alle isole di Tremiti e specchiantesi nelle azzurre acque del bel lago di Varano, che dal Montedelio si estende fin quasi ai piedi della deliziosa collina, su cui a guisa di castello medioevale si erge il paese, tutto contornato di vigneti, uliveti e aranceti».

Del Giudice ci restituisce particolari inediti della biografia di Giannone, soffermandosi su un percorso di vita simile a quello di tanti studenti d’ingegno, privi di cospicui mezzi finanziari, che dai vari paesi del Sud confluivano a Napoli, capitale del Regno. Qui si impegnavano con notevoli sacrifici nelle materie giuridiche e, dopo aver conseguito la laurea, nell’affermazione professionale: «Giannone restò sul Gargano fino all’età di 18 anni. Suo padre Scipione nel marzo 1694 lo mandò a Napoli a completare gli studi. Studiò legge sotto la disciplina del celebre giureconsulto D. Domenico Aulisio, il quale, scorto l’ingegno vivace del giovanotto, prese a ben volergli e gli inculcò lo studio della storia romana. Postosi con ardore a studiare, il Giannone non avendo mezzi per comperarsi i cinque libri de Feudis del Cujacio, si pose a copiarli e durò in questa improba fatica mesi e mesi. E nel mentre attendeva allo studio della giuresprudenza positiva, dava assidua opera ad approfondirsi negli studj filosofici, e così divorò i libri del Cartesio, del Gassendi e di altri filosofi in quel tempo in voga. Nel 1701, essendosi addottorato in utroque jure, intraprese il duro tirocinio dell’avvocheria civile, nelle strettezze in cui gli scarsi guadagni della professione lo costringevano a vivere».

La vita e l’opera di Giannone furono una continua battaglia contro gli abusi e le invadenze della Chiesa sul potere dello Stato. Del Giudice sottolinea come, per le idee espresse nella Storia civile del regno di Napoli, Giannone fu arrestato, imprigionato e finì la sua vita travagliata nella cittadella di Torino: «Agli occhi del Papato, Giannone aveva commesso un delitto inespiabile: aveva cioè, con franca parola e senza veli, narrata la storia lunga e dolorosa degli abusi del clero nel Napoletano, e ciò facendo, aveva gravemente offeso e danneggiato gli interessi materiali degli eredi del santuario, interessi materiali e mondani che si è poi cercato ad arte confondere con gli interessi spirituali della Chiesa. Come Arnaldo, come Dante, come Savonarola, come Sarpi, Giannone amava la religione dei suoi avi; ed è per questo appunto che, contemplandone il decadimento ai tempi suoi, vagheggiava il ritorno della Chiesa alla semplicità e alla santa purezza di costumi dei primi secoli, quando i sacerdoti erano per i fedeli specchio di moralità e di carità e, per usare la frase di S. Clemente d’Alessandria, bevevano nei calici di legno, perché i loro cuori erano d’oro».

Perché – si chiede Del Giudice, parafrasando Luigi Settembrini – il Re di Sardegna fece arrestare il Giannone? Non si dice, ma si intuisce. I Gesuiti, sempre potenti in quella Corte, dovettero far intendere al Re che Giannone a Ginevra avrebbe prodotto gran danno alla Chiesa pubblicando altre opere scandalose; e che per impedirlo bisognava arre starlo. Il Re diede l’ordine: i Gesuiti trovarono l’uomo e il modo. «Per dodici lunghi anni – osserva Del Giudice – l’infelice languì in carcere. Invano replicatamente supplicò per riavere la libertà, non avendo offeso in alcuna guisa le leggi punitive, né avendo mai fatto male a chicchessia: le sue supplicazioni rimasero inascoltate». Fu durante questa lunga prigionia che egli scrisse le Memorie autobiografiche, Delle dottrine morali, teologiche e sociali dei Padri della Chiesa, I Discorsi su Tito Livio e La Chiesa durante il Pontificato di Gregorio il Grande.

La figura di Giannone, attraverso le sue opere e la sua biografia, è così posta in piena luce: è questo uno dei pregi notevoli del libro di Mauro Del Giudice, che dimostra come lo storico di Ischitella fu il primo a concepire e a trattare la storia come scienza sociale, storia della civiltà. Nella Storia civile del Regno di Napoli, la narrazione degli avvenimenti esteriori serve di base e si congiunge allo studio della politica, dell’economia e soprattutto della legislazione.

Secondo Del Giudice è priva di fondamento l’accusa di plagio, che pregiudizialmente critici illustri rivolsero a Giannone, ignorando la summa della sua storiografia:

« Come confutazione al decreto che poneva all’Indice la sua Storia Civile, (Giannone) compose la famosa Apologia, che venne alla luce tra il 1725 e il 1726. In questo scritto, confutando tutti gli addebiti che gli venivano mossi, dà prova di quanta copiosa erudizione e dottrina sia fornito in materia di Diritto Canonico, di Storia della Chiesa, di Diritto Pubblico e anche di teologia morale e dommatica. Coloro, che ancora oggi accusano Giannone di plagio, dovrebbero leggere e meditare quest’opera pregevolissima per conoscere chi è l’uomo, al quale si fa rimprovero di avere nella propria Storia trascritti dei brani narrativi di storici oscuri, quali il Summonte, il Parvino, il Nani».

Dal Vico e dal Giannone derivò una schiera di illustri pensatori e scrittori nel campo della scienza giuridica, nell’economia e nella storia. Questi intellettuali prepararono lo spirito di riforma che ispirò l’opera politica del ministro Bernardo Tanucci nelle province del Regno di Napoli, inaugurando in Italia una rivoluzione intellettuale che sorse indipendentemente dalle masse popolari.

Il volume di Mauro Del Giudice – secondo il giurista Donato Faggella – si chiude con un monito agli studiosi italiani, che è anche un augurio: «Invece di andar raccattando formule e distinzioni dalle opere dei giuristi stranieri, per offrir l’apparenza d’una profondità d’idee, o di seguirne servilmente i metodi, occorre ritornare allo studio dei nostri grandi pensatori e riprendere un posto degno nella cultura e nella scienza! ».

Teresa Rauzino

su L’ATTACCO del 10 maggio 2017

Relazione tenuta al Convegno di Ischitella del 7 maggio 2017, per ricordare il 341° anniversario della nascita di Pietro Giannone

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