Un giorno di morte (editoriale Francesco AP Saggese)

A proposito degli incendi di questo scorcio di estate garganica

IMG_2390Ricevo una foto sul cellulare.
La guardo e rimango in silenzio.
Siamo all’apice di un giorno e di una notte di fiamme.
Un amico al telefono mi racconta che è un giorno di lutto sul Gargano e penso che sia proprio così.
La voce del vento, che scompone e ricompone le nuvole del cielo giocando a colorare il mare, sì è fatta cupa, pesante. Soffoca.
Hanno ucciso gli alberi, creature viventi – come li definisce anche il poeta.
Oggi anche gli altri Aleppi hanno smesso d’inebriare l’aria con le loro resine.
Nessun pittore potrà fissare sulla propria tela l’azzurro garganico che si fa velo di zucchero all’orizzonte.
Nei nostri occhi si dimenano fiamme impazzite, si contorcono, si piegano e si rialzano senza senso, un mostro con mille lingue di fuoco fameliche pronte a divorare ogni cosa.
E’ un giorno di morte.
Sono morti gli alberi.
Li hanno uccisi.
Vorrei abbracciarli uno a uno.
Erano lì solo per prendersi cura di noi.
Con loro hanno ucciso la civiltà, la possibilità di non raccontare più di disastri già vissuti e di voltare pagina, la possibilità di diventare migliori.
Siamo stati incapaci di difenderli dagli assassini.
Dovevamo tenere tutti gli occhi aperti, spalancati, invece li abbiamo chiusi ancora una volta.
Abbiamo dimenticato in fretta, troppo in fretta.
Avrà riso chi ha appiccato il fuoco?
Avrà scelto con cura il luogo in cui farlo?
E ora cosa pensa? Ora che sente i canadair volare sulla propria coscienza.
E io cosa farò di fronte a questa morte?
Chiederò giustizia? Scenderò in piazza?
Le domande bussano alla mia porta.
Vorrei abbracciare ogni albero, farlo sedere accanto a me, curargli le ferite, rinvigorire le sue radici, provare a chiedergli scusa per la nostra miseria, per l’assenza di riconoscenza per l’aria che ci permettono di respirare.
Mi farei raccontare le storie di mille e mille anni delle pinete e poi delle foreste, perché gli alberi raccontano il tempo; mi farei raccontare degli uccelli che trovano dimora sui loro rami e degli altri animali che gli girano intorno.
Chiederei il permesso di salire su, ramo dopo ramo, fino alla cima, e da lì guardare l’immensa distesa verde, che all’orizzonte cede il passo alle creste bianche delle onde del mare, che una dietro l’altra si rincorrono, ed è tutto come se leggessi i versi di un poema, il più bello che sia stato mai scritto.

Francesco AP Saggese.                    ***

La foto è di Pasquale D’Apolito (28 mm Studio)
Gs

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