Angela Campanile sui “sammechelari” di Peschici

Oggi è il 29 settembre, festa di san Michele.
La Grotta di Monte Sant’Angelo è stata sempre una meta di fede.
Quando non c’erano le macchine e i bus, molti ci andavano a piedi o sui carretti. Come i sammichelari di Peschici. Le modalità del pellegrinaggio sono descritte in questo interessante saggio di Angela Campanile (Centro Studi Martella)                               

STORIA DELL’ANTICA COMPAGNIA DI PELLEGRINI DEVOTI DI SAN MICHELE ARCANGELO

Da sempre la gente del Gargano è stata devota di San Michele Arcangelo ed anche i peschiciani hanno praticato e praticano questo culto al Santo della grotta. La devozione nei tempi passati, comunque, era tale che almeno una volta all’anno, e anche due volte (a maggio e a settembre), molte persone benestanti e non, si recavano presso la santa grotta per adorare e venerare il Santo.

A Peschici c’era una vera e propria “compagnia” di devoti che raggiungevano la meta a piedi, per un voto fatto al Santo o per una tradizione di famiglia; questi partivano prima e, attraverso scorciatoie, raggiungevano i pellegrini che viaggiavamo sui carretti (dai quindici ai trenta a seconda dell’annata), che erano gli unici mezzi di trasporto di quel periodo. I devoti prenotavano il posto sui carretti, a volte, da un anno all’altro, per paura di. restare appiedati e non poter magari assolvere al voto fatto a S. Michele.

I carretti, una volta ripuliti e riverniciati, venivano resi il più accoglienti possibile: quattro tavole di legno, disposte in senso orizzontale, fungevano da sedili, resi un po’comodi da cuscini che ogni passeggero portava con sé. Venivano sistemati, da una fiancata all’altra dei carri tre cerchioni per reggere l’incerata che serviva a proteggere i passeggeri dalla eventuale pioggia, ma soprattutto dal freddo: non bisogna dimenticare che per raggiungere Monte bisognava passare per la Foresta Umbra! I bambini piuttosto piccoli venivano sistemati nei sacchi di paglia per meglio proteggerli dal freddo. Sotto al carretto pendeva un lume che, acceso, serviva ad illuminare le buie strade (infatti il viaggio si svolgeva di notte). I muli da traino erano due, il più forte veniva sistemate tra le due sbarre del carretto, l’altro di lato, “a valanzein”. La capienza di ogni carretto era di dieci o al massimo dodici passeggeri, sistemati con tutte quello che serviva al pellegrinaggio: le cose più delicate, tuttavia, (come le uova sode) venivano messe al sicuro in un lungo cassetto. Quando tutto era pronto, i carri si allineavano uno dietro l’altro e, il primo carrettiere, con sonore schioccate di frusta (u scriat), dava il segnale di partenza.

La “compagnia” più numerosa era quella del pellegrinaggio nel mese di maggio. Si partiva la sera del giorno sei quando il pellegrinaggio era organizzato solo per Monte; quando invece il pellegrinaggio comprendeva anche le visite al convento di San Matteo e la visita alla Madonna dell’Incoronata, la partenza veniva anticipata o al cinque o al tre di maggio. La strada era lunga e dissestata, ma si cantava e si pregava senza tregua; i canti erano quelli sacri ed immancabile cm la recita del rosario ed il canto delle litanie che coinvolgeva i pellegrini di tuffi i carretti. Chi c’è stato racconta: “quando si arrivava alla Foresta Umbra cominciava ad albeggiare ed i canti degli uccelli erano bellissimi; gli alberi della foresta erano quasi tutti intrecciati tra di loro e si passava quasi sotto una lunga capanna verde: era uno spettacolo indescrivibile”.

Il viaggio continuava con passo più deciso, visto che la luce del giorno rendeva più agevole la strada. Verso le dieci circa, finalmente, si giungeva alla località chiamata “Parchetto”: da qui si cominciavano a vedere le case di Monte ed allora i canti sacri, dedicati a San Michele, aumentavano d’intensità ed ardore. Poco dopo c’era la sosta. Sull’immenso prato si cominciava ad apparecchiare; pagnotte di pane e l’immancabile frittata facevano da protagonisti e non mancava la damigiana di vino: bisognava riscaldare lo spirito e la carne, dopo una lunga nottata di viaggio all’aria aperta.

Rifocillati e con in vista ormai la meta, ci si rimetteva in viaggio più volentieri. Verso mezzogiorno si arrivava alle ultime salite che erano veramente impossibili da fare con i carretti carichi ed allora bisognava scendere e si proseguiva a piedi.

Prima di arrivare in paese, la “compagnia” peschiciana si univa alle compagnie di altri paesi e tutti in fila, cantando le litanie, si faceva ingresso prima nel paese e subito dopo nella Santa grotta.

La prima visita al santo a volte era drammatica: c’era chi scendeva le scale del santuario in ginocchio o addirittura strisciando con la lingua strepitava per terra, chi gridava al miracolo, chi piangeva. Si cercava subito un rifugio per riposarsi e per pernottare.

Siccome i pellegrini erano tanti e le taverne disponibili non di numero sufficiente, di solito ci si rivolgeva a privati che affittavano sia la stalla per gli animali, che uno stanzone, arredato solo di sacconi di paglia, per le persone. Dopo aver fitto questo, c’era chi si ricava di nuovo dal santo, chi girava il paese, chi si riposava; la sera però ci si ritrovava, anche insieme a pellegrini che si erano conosciuti gli aiuti precedenti, per farsi delle sane mangiate di carne e “turcinell” arrostiti e grande bevute di vino: chi non poteva permetterselo, consumava ciò che aveva portato da casa.

La mattina tutti pronti per partecipare ai festeggiamenti in onore del santo; la sera, stanchi e stremati, si ritornava sui pagliericci. La mattina dei giorno nove, dopo l’ultima visita al santo e l’acquisto di qualche ricordino (medaglie, cavallucci fatti di pasta di scamorza (i cavallott’), pennacchi variopinti, che servivano ad adornare la “capezza” del mulo, zoccoli di legno con il sopra di cuoio e con un tacco molto ampio, ostia ripiene, sportine) da portare a parenti e conoscenti, si ripartiva; ora la strada era in discesa e si camminava speditamente!

A pochi chilometri da Peschici iniziava una vera e propria gara di velocità tra i carrettieri più giovani e, come si diceva “cap a vent”: il mulo che per primo entrava a Peschici era il migliore in assoluto, con somma soddisfazione dei proprietario che si sarebbe vantato fino al prossimo anno.

Il pellegrinaggio comunque non era ancora finito e i pellegrini, dopo essersi ripuliti, scendevano nei pressi della spiaggia e qui si formava una fila su due colonne, al centro della quale c’era il suonatore di campanello, che serviva a scandire le lodi della Madonna durante le litanie: due o tre donne, le più brave si mettevano a cantare e intonavano canti e litanie. La processione raggiungeva infine la chiesetta di San Michele al Castello: la celebrazione di una messa concludeva il pellegrinaggio.

Nei ricordi di chi c’era è rimasto un episodio che ha caratterizzato un pellegrinaggio negli anni della seconda guerra mondiale, quando, soldati inglesi nel vedere venticinque o trenta carretti in fila, di notte e con i lumi accesi, si insospettirono e non solo bloccarono il pellegrinaggio, ma fecero prigionieri i ragazzi che indossavano dei vestiti militari inglesi comprati al mercato, scambiandoli per disertori. L’eco delle urla di disperazione delle mamme che si vedevano portar via dal carretto i propri figli, è ancora rimasto vivo nel ricordo di chi ce lo racconta. Diversi furono i ragazzi che rimasero in mutande, nonostante il freddo, pur di non essere sorpresi con quei vestiti. Per fortuna tutto si risolse quando arrivarono i carabinieri da Vico e spiegarono il perché di quell’insolita carovana.

ANGELA CAMPANILE

Il presente saggio è tratto da “Peschici nei ricordi” di Angela Campanile, II volume della collana “I luoghi della memoria” del Centro Studi Martella, edizioni Claudio Grenzi, Foggia 2000.

Anno 2000. La ricostituita “Compagnia dei Sammichelari” di Peschici sale il tornante di Monte Sant’Angelo nei pressi dell’olmo di San Michele.

 

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SPRAR DI RODI GARGANICO, UN PROGETTO VINCENTE

Un convegno del Rotary club Gargano accende i riflettori sulla tutela dei migranti non accompagnati
Il Rotary Gargano, su iniziativa della sua presidente Angela Masi, sabato 19 maggio ha organizzato, presso l’Auditorium Filippo Fiorentino dell’IISS “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico, un convegno sulla tutela giuridica dei minori migranti non accompagnati.
Sono intervenute l’avv .Gerarda Carbone, che ha illustrato l’attuale legislazione, i regolamenti e le direttive in materia di immigrazione che tutelano i minori migranti, e l’avv. Daniela Tafanelli che ha descritto la funzione del “tutore” del minore non accompagnato.
Carmine d’Anelli , Sindaco di Rodi Garganico, ha portato i suoi saluti e quelli della cittadinanza.
Durante il convegno sono stati illustrati gli interventi dello Sprar Villa San Michele, una struttura ubicata in località “Piano” tra Rodi e Lido del Sole, gestita operativamente dalla LIA srl, un’agenzia bergamasca individuata quale ente attuatore, rappresentata dalla dottoressa Elisabetta Scabrosetti. La LIA garantisce assistenza sociale, sanitaria ed educativa specifica, volte alla integrazione ed inclusione sociale dei migranti minorenni, in collaborazione con il Comune di Rodi Garganico e l’IISS “Mauro del Giudice” che ha attivato un corso di prima alfabetizzazione in L2 e di potenziamento culturale in diritto.
Maria Voto, assessore ai Servizi Sociali, che sta seguendo personalmente, sin dall’inizio, l’iniziativa dello Sprar, ha affermato che si tratta di un importante progetto triennale che favorirà, attraverso percorsi seri e mirati di integrazione, il dovere di accogliere e dare una mano a questi giovani migranti minori e non accompagnati. Al contempo, sul piano sociale, la presenza dello Sprar contribuisce ogni giorno a rafforzare la cultura dell’accoglienza a Rodi Garganico, che include questi ragazzi, con altruismo e rispetto, quotidianamente.

Si è parlato ancora di integrazione, prima attraverso un video realizzato dallo Sprar e poi con una relazione della vice coordinatrice della struttura rodiana, dott.ssa Luigia Bocale, che ha illustrato le procedure per l’accoglienza dei 15 minori e le varie attività svolte nel corso di quest’anno, in collaborazione con due scuole (IISS “Mauro del Giudice” di Rodi e IPPSAR di Vieste), Associazioni come “Euro Form Lavoro”, “I bambini di Antonio”, “Il Gruppo Enigma”, Pro Loco, con partecipazione attiva in manifestazioni come “Il Carnevale rodiano” e la “Sagra delle Arance”.

Ma cos’è lo SPRAR?

E’ l’acronimo con cui viene denominato il “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati in Italia” che garantisce interventi di “accoglienza integrata” attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. E’ costituito dalla rete degli Enti locali che, con il concorso delle realtà del terzo settore, accedono al Fondo nazionale per la realizzazione dei progetti di accoglienza. La nascita del Sistema ha segnato una svolta nella storia dell’asilo in Italia. In primo luogo perché, per la prima volta, si è iniziato a pensare e a programmare in termini di “sistema”, in secondo luogo perché l’accoglienza è uscita dalla dimensione privata per entrare in quella pubblica. Mentre, fino al 2001 gli interventi in favore di richiedenti asilo e rifugiati erano esclusivo appannaggio delle realtà del terzo settore, che gestivano l’accoglienza in totale autonomia e al di fuori di una cornice istituzionale definita e omogenea, con l’avvio del PNA si è concretizzata l’assunzione di responsabilità da parte degli Enti locali e dello Stato centrale.
Tante le figure professionali impegnate nelle attività quotidiane dei progetti: operatori di accoglienza, mediatori culturali, persone occupate in attività amministrative, operatori legali, personale ausiliario, insegnanti di italiano, coordinatori di équipe.
Durante il periodo di accoglienza si interviene perché le persone ospiti acquisiscano strumenti che possano consentire loro di agire autonomamente dopo l’uscita dai programmi di assistenza. Gli interventi si incentrano soprattutto sull’apprendimento dell’italiano (obiettivo prioritario), sulla conoscenza e sull’accesso ai servizi, sull’individuazione di reti sociali di riferimento. Il processo di autonomia socio-economica della persona prende avvio e si consolida attraverso la conoscenza del territorio e il recupero dei propri background (personali, formativi, lavorativi), associati all’acquisizione di nuove competenze. Sul fronte dell’inserimento occupazionale, nella quasi totalità dei casi, si procede a una mappatura del fabbisogno lavorativo del territorio, attivando tirocini o borse lavoro e promuovendo inserimenti lavorativi nei settori in cui è avvenuta la formazione.
Aprire un centro Sprar, che accoglie un numero limitato di minori (max 15), oltre ad essere un gesto di profonda umanità, scongiura l’apertura dei CAS  “Centri di accoglienza straordinaria”, dove vengono trasferiti tantissimi rifugiati (fino a un massimo di 150) senza distinzione di età e genere. Infatti, nei Comuni in cui è prevista l’apertura degli Sprar, il Ministero non può, per legge, disporre l’apertura di CAS, in caso di arrivi consistenti di migranti.  Tali strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata. Ad oggi I CAS costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza e generalmente provocano una diffusa ostilità da parte delle popolazioni residenti.

161 anni fa a Rodi garganico nasceva Mauro Del Giudice, il magistrato che fece tremare il Duce

 Fu il giudice istruttore del Processo Matteotti

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«Quella corruzione si è ancora più aggravata
sotto questo regime che si dice repubblicano, 
ma non è né repubblicano, 
né monarchico, né socialista, né comunista; 
è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro
allo scopo di sfruttare il potere, 
come né più né meno faceva il fascismo».


(Mauro Del Giudice, da Cronistoria 1954)

L’editorialista del foglio lucerino “Il Foglietto” informa i lettori che la grave e delicata istruttoria del processo Matteotti è stata avocata dalla sezione di accusa di Roma, presieduta da Mauro Del Giudice, un magistrato di “altissimo valore morale e giuridico”. L’insigne magistrato, autore di numerose, apprezzate pubblicazioni, è un comprovinciale, pubblicista del settimanale.
Del Giudice era nato il 20 maggio 1857 a Rodi Garganico, in provincia di Foggia, da un’agiata famiglia borghese che aveva basato la sua ascesa sociale sul fiorente commercio agrumario. Il padre Luigi gestiva un magazzino in prossimità della Galleria ferroviaria e possedeva un veliero di 400 quintali di stazza – denominato “Il Gargano” – che gli serviva per il traffico sugli abituali mercati di Trieste, Fiume, Pola e Spalato (Jugoslavia). La famiglia era imparentata con i Ciampa, noti armatori ed esportatori campani, proprietari, in quel periodo, di due piroscafi, di cui uno di 5.000 tonnellate.

Mauro Del Giudice, come i coetanei appartenenti a ceti sociali emergenti, seguì gli studi classici presso il seminario di Molfetta (Bari) e quelli universitari a Napoli, dove nel novembre del 1880 si laureò in Giurisprudenza. Dirittura morale e lucida analisi politico-sociologica già connotano le sue pubblicazioni giovanili. Nel primo decennio del Novecento scrisse “Il Fenomeno Giuridico nella Scienza Sociale”, vero e proprio trattato di sociologia basato su una rigorosa analisi dei sistemi di Comte, Spencer e Marx. E’ però l’opera successiva “La scuola storica italiana del Diritto”, che induce il Consiglio Superiore della Magistratura Italiana, nello scrutinio del 1920, a promuovere per “merito eccezionale” il magistrato rodiano alla Corte di Cassazione.
Dopo 14 mesi lo troviamo alla Corte di Appello, come Presidente della IV sezione Penale e della Sezione di Accusa del Tribunale di Roma. Fu questo il periodo più drammatico della sua vita di magistrato. Del Giudice, sessantottenne, assunse personalmente il grave peso e la terribile responsabilità dell’istruttoria del processo Matteotti; la portò avanti con coraggio, resistendo a ogni pressione esterna, finché fu rimosso dall’incarico su diretta pressione del Duce, che temeva di essere inquisito per la sua contiguità con gli assassini. Il magistrato fu promosso (promoveatur ut amoveatur) e costretto a lasciare il suo ufficio romano per quello di Catania. Mussolini, tramite il segretario del PNF Roberto Farinacci, avvocato difensore di Amerigo Dumini, principale sicario di Giacomo Matteotti, ottenne che il processo fosse trasferito a Chieti «per ragioni di ordine pubblico». Con sentenza del 24 marzo 1926, la Corted’Assise teatina, addomesticata dal regime fascista, mise fine alla vicenda processuale dell’assassinio Matteotti: condannò Dumini, Volpi e Poveruomo a pene lievi che un provvido decreto di amnistia e indulto, preventivamente emanato, cancellò del tutto. La tragedia del delitto Matteotti finì in una farsa.
Le vicende del 1924-1926 toccarono profondamente Mauro Del Giudice. Gaetano Salvemini lo comprova negli “Scritti sul Fascismo”: «Non solo furono messe le camicie nere invece dei soldati a far la guardia a Regina Coeli, affinché chi andava e veniva capisse chi era il padrone del vapore; ma due agenti furono messi alle costole di Del Giudice e altri due in borghese alla portineria di casa. I fascisti cominciarono a far dimostrazioni sotto le sue finestre: “Viva Dumini!” “Viva Volpi!” “Morte ai nemici di Mussolini!”. Poi vennero le scritte sui muri del Palazzo di Giustizia. Anche i giornali fascisti, tra i quali il più facinoroso era “L’Impero”, moltiplicarono le minacce: «E’ inutile alludere più o meno velatamente a Mussolini per il Delitto Matteotti; il Duce salvatore della patria non si tocca; il fascismo non lo permetterà mai a nessun costo. Chi tocca il Duce sarà polverizzato. Sarebbe la notte di San Bartolomeo!». Conclude Salvemini: «I fascisti riprendevano le spedizioni punitive e la polizia stava a guardare. Del Giudice e Tancredi erano avvertiti!».
«Ignobili tentativi – scrive l’insigne giurista Alberto Scabelloni – furono messi in opera, per ottenere la deviazione del processo e il salvataggio dei mandanti; gli si propose il laticlavio, la nomina a Presidente di Sezione alla Cassazione, altri onori e utilità materiali, ma la sua retta e indomita coscienza resistette eroicamente. Per punire cosiffatta irriducibile intransigenza, il fascismo, togliendogli la garanzia dell’inamovibilità, lo sbalzò in Sicilia, assegnandogli le funzioni di Procuratore Generale a Catania, trasferendolo così dalla giudicante alla requirente, con palese e prepotente arbitrio. Da quel momento la carriera di Mauro Del Giudice fu troncata e contro di lui cominciò il periodo delle persecuzioni, durato fino al crollo del fascismo».
Il magistrato che, tornato dapprima nel suo paese d’origine si era poi stabilito a Vieste, alcuni anni prima di morire, volle documentare la triste vicenda dell’istruttoria Matteotti. Il 9 febbraio 1947 scriveva ad Alberto Scabelloni, suo fedele allievo:

«Carissimo Alberto, a novant’anni di età e torturato da un esasperante esaurimento nervoso, lavorando nei due mesi di gennaio e febbraio, ho completato la “Cronistoria del processo Matteotti” da me istruito nel biennio 1924-25, con questo titolo: “Note e ricordi di Mauro Del Giudice”. Vi premetto le parole di Francesco Domenico Guerrazzi, apposte al suo lavoro storico su Beatrice Cenci: “La storia non si seppellisce coi cadaveri dei traditi; essa imbraccia le sue tavole di bronzo, quasi scudo che salva dall’oblio i traditi e i traditori”».
Fu proprio Scabelloni a curare la prima edizione del volume. Il suo compito non fu affatto agevole, incontrò molti ostacoli per coprire le spese editoriali. Alcune personalità, cui si rivolse per ottenere le sottoscrizioni, pur definendosi avverse al regime fascista, negarono il loro contributo.

In una lettera indirizzata nel 1950 «all’adorato maestro», Scabelloni denunciò il pesante clima di trasformismo: «La informo che ho spedito in tutta Italia ben 240 schede di sottoscrizione e ha gentilmente aderito soltanto l’onorevole Mario Berlinguer. Che nazione di eroi e di coraggiosi!».

E in un’altra missiva, datata 24 marzo 1950, scrive ancora a Del Giudice: « Un turpe speculatore mi offriva due milioni di lire per acquistare il manoscritto con il pretesto di pubblicarlo in francese e in spagnolo, ma con il malcelato disegno di impadronirsi e togliere l’incomoda e tremenda testimonianza da qualsiasi circolazione. Risposi che nessuno avrebbe potuto piegarmi. Cronistoria si pubblicherà quando potrò coprire le spese di stampa». Siamo nel 1950. Erano trascorsi sette anni dalla caduta del fascismo. Dopo le elezioni del 1948 vi era stata la piena riaffermazione dei principi di libertà, ma dovettero passare ancora quattro anni prima che Scabelloni potesse finalmente pubblicare lo scottante manoscritto. Il libro uscì, postumo, soltanto nel 1954, per i tipi dell’editore Lo Monaco di Palermo.

Mauro del Giudice, ahimè, non ebbe la soddisfazione di vederlo: aveva già raggiunto le celesti dimore nel 1951.

Cosa aveva scritto di tanto eversivo nella sua “Cronistoria”, da intimorire non solo gli epigoni e i simpatizzanti del disciolto Partito Nazionale Fascista, ma anche gli “homines novi” della prima Repubblica?

«Rileggendo la cronaca di quel processo scritta dal magistrato inquirente – osservò Matteo Matteotti quando ripubblicò il volume nel 1985 – le responsabilità dei capi del regime fascista ne escono rigorosamente illustrate in una requisitoria che parla con la crudezza della verità fin nei dettagli. E’ utile e avvincente leggerla a sessanta anni di distanza, come espressione del pensiero di un magistrato imparziale e coraggioso che ha fatto fino in fondo il suo dovere. Egli conclude la cronistoria con un giudizio molto severo sulla classe politica e sul popolo italiano che solo un uomo integerrimo può permettersi di scrivere».
Del Giudice non perdonò mai agli intellettuali e agli uomini della sua generazione di aver avallato il fascismo con la connivenza e la passività, e continuavano a farlo nella nascente “Repubblica Italiana”. La chiusa della “Cronistoria” è lapidaria: «Quella corruzione si è ancora più aggravata sotto questo regime che si dice repubblicano, ma non è né repubblicano, né monarchico, né socialista, né comunista; è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro allo scopo di sfruttare il potere, come né più né meno faceva il fascismo».
Teresa Maria Rauzino (*)

(*) L’articolo è tratto dal saggio di TERESA MARIA RAUZINO, “Mauro Del Giudice, un magistrato scomodo”, in “Figure egemoni del Novecento”, Ori del Gargano a cura di Giuseppe Cassieri, Schena, Fasano 2006.

http://www.mondimedievali.net/microstorie/DEL%20GIUDICE.pdf

Il 1° Maggio garganico (amarcord di Antonio Monte)

Dall’antica civiltà contadina del Gargano   1° Maggio -Anni Cinquanta –

 

      primomaggio                                                

 

Gli effetti devastanti dell’ultima guerra mondiale misero a dura prova la maggior parte della popolazione Garganica. Le famiglie provate  da lutti e da malattie diventarono ancor più povere e la classe operaia ancora più segnata dalla miseria. Molti genitori furono costretti  ad affidare i propri figli a gestori artigianali ed agricoli per garantire loro un pezzo di pane.

I ragazzi venivano messi a disposizione delle maestranze per l’intera giornata, impediti di fatto a frequentare la scuola dell’obbligo. Gli scapaccioni erano consentiti ai superiori anche per qualche errore banale e talvolta utilizzati per placare i loro cattivi umori. Apprendere un mestiere era un obbligo. L’apprendistato, per chi intraprendeva  l’arte della campagna, consisteva nel pascolare le bestie ricevendo come retribuzione: il pane quotidiano, un litro di olio e un chilo di sale al mese, una forma di cacio a Natale ( la grandezza a discrezione del  padrone)  e una piccola paghetta.

I ragazzi erano maturi e consapevoli della situazione economica familiare tanto da risparmiare l’olio e il sale e riportare la quantità residua alle proprie case.

I genitori pattuivano con i datori di lavoro: il salario e due giorni di riposo bimensile e la garanzia della festività del 1° Maggio.

I giovani lavoratori, oltre alla fatica del lavoro quotidiano,  dovevano sottostare agli ordini degli anziani garzoni:  prelevare l’acqua dai pozzi e dalle cisterne, raccogliere la legna per il fuoco serale,  lavare la pentola e il piatto (unico per tutti), attendere che gli anziani iniziassero l’assaggio dei pasti.

Il rispetto e l’obbedienza verso l’anziano e il padrone erano doveri indiscutibili.

Il Segno della Croce era l’unica preghiera che conoscevano per ringraziare il Signore dopo aver portato la mandria nella stalla ogniqualvolta le intemperie  incombevano in aperta campagna e quando le bestie spaventate  da vento, tuoni e fulmini, non erano più controllabili  e prendevano direzioni diverse.

La festa del 1° Maggio, in tale contesto,  diventava il mezzo per onorare le prestazioni di tutti i lavoratori, per mostrare il coraggio represso che si sprigionava attraverso lo sfogo collettivo, ed era rivalsa di tutte le ingiustizie accumulate durante l’anno.

I preparativi iniziavano alcuni giorni prima della festa. I ragazzi e le donne raccoglievano nei campi fiori rossi e bianchi per poterne poi utilizzare i petali .

La mattina del primo Maggio la popolazione  si radunava nella piazza davanti alla camera del lavoro per formare il corteo. I più piccoli in prima fila,  vestiti di camice rosse e in mano le bandierine con lo stemma della falce e del martello; seguivano  le donne con il capo ornato di ghirlande rosse. Alcune di esse sostenevano grossi  cesti pieni  di petali di rose e papaveri lanciati per terra al passaggio di  rappresentanti sindacali e di partito.

Gli esponenti di spicco portavano all’occhiello il garofano rosso e con il megafono pronunciavano frasi di rivendicazioni oppure davano inizio all’inno del partito: “Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa, trionferà”  mentre tutte le bandiere sventolavano.

Gli uomini si accodavano con i propri mezzi di lavoro: biciclette ornate di fiori rossi; asini e muli ricoperti di mantelli rossi, tutti allineati, che non mancavano di ragliare per lo spavento, non appena la banda attaccava.

Il corteo, in prossimità dell’abitazione di qualche benestante aumentava la tonalità degli inni provocatori ; e chiaramente si udivano versi come: “ mangiatillo e sugatillo il limone , lo sappiamo che non ti piace ma oggi devi farti capace che il limone devi mangiare,” , proprio perchè il primo maggio era l’unico giorno in cui i padroni si sostituivano ai loro garzoni per i fabbisogni della campagna.

L’altro corteo più contenuto, quello della democrazia cristiana, partiva dalla parte opposta  ed era composto da impiegati, professionisti e praticanti religiosi con le bandiere bianche marchiate dallo stemma dello scudo crociato.  Meno numeroso dell’altro si presentava però più ricco di mezzi. Al seguito, infatti, i primi trattori della storia trainavano rimorchi da cui donne  lanciavano petali di rose bianche e di margherite; i cavalli con criniere intrecciate e ricoperti da mantelli bianchi, sembravano essere stati preparati come a partecipare ad antichi rodei medioevali. Scalpitavano storditi dal canto di “ oh bianco fiore simbolo d’amore” o dagli applausi ricevuti dall’esponente del partito in risposta alle battute pronunciate al megafono.

I due cortei si svolgevano nel pieno rispetto reciproco, per ordine e per compostezza.

Si scioglievano dopo i comizi tenuti dai rispettivi rappresentanti politici e sindacali e dopo aver  fissato l’appuntamento nel pomeriggio per la scampagnata organizzata in località diverse.

Nei luoghi prefissati, in aperta campagna, era un vero assalto: frittate, formaggi, lampascioni al forno, salsicce, taralli e ciambelle erano letteralmente divorati mentre il vinello aspro nostrano, nei fiaschi, passava di  mano in mano, liberando risate ma anche frasi e battute di  provocazione verso maestranze e padroni.

Per l’occasione si organizzavano diverse attività agonistiche: il tiro alla fune, la corsa nei sacchi e il noto palo della cuccagna: l’uno sormontato da prodotti alimentari legati dallo stendardo rosso per il partito comunista e l’altro dallo stendardo bianco per il partito della democrazia cristiana.

La corsa degli asini era lo spettacolo più divertente. Gli animali non sempre ubbidivano al proprio fantino, si fermavano di colpo disarcionandolo oppure prendevano direzioni diverse.

 

Si organizzava anche una gara ciclistica con la partecipazione di corridori provenienti da regioni limitrofi e la strada faceva da  vera trincea ai manifestanti dei due partiti.

Prima dell’arrivo dei corridori era il direttore di gara, affacciato allo sportello della balilla, unica macchina al seguito, che dettagliava a megafono l’andamento della corsa.

Quando annunciava la fuga di qualche corridore nostrano, il boato di gioia s’innalzava nei pressi dell’arrivo, la folla si ammucchiava velocemente lasciando pochissimo spazio al passaggio dell’autovettura.

I nostri atleti si allenavano dopo aver zappato  l’orto, unica loro palestra, sostenuti da un’alimentazione fatta di “pane, scorza e mollica”.

Spesso per partecipare alle gare in altri paesi, si partiva in bici al mattino presto, qualche volta si vinceva e poi si faceva ritorno sempre in bici.

Questi “atleti” erano amati da tutti, non tanto per il valore delle vittorie ma per come si allenavano, senza trascurare il duro lavoro quotidiano.

La vittoria dei paesani sprigionava la gioia di tutti i presenti. Ma  abbracci e  brindisi annientavano completamente le rivalità, tanto che “ bianco e rosso”, colori che nel dopoguerra avevano annientato il nero, si fondevano in un unico colore ,.

La vittoria esaltava il valore umano accampato in ogni cittadino Garganico, rappresentava il riscatto della situazione sociale e un forte stimolo a credere nelle proprie capacità , giacché molti,  consapevoli che avrebbero abbandonato la propria terra natia, erano ugualmente consapevoli di dover confrontarsi con ostacoli e rivali di sicuro presenti lungo le strade del mondo.

Attualmente il 1° Maggio si svolge in modo  diverso. La piazza della Capitale è l’unico luogo dove i lavoratori arrivano da ogni parte d’Italia stremati dai lunghi viaggi  effettuati in pulman o in treno messi a disposizione dai rappresentanti politici e sindacali per  ascoltare i loro comizi confezionati con belle parole, con frasi e verbi ben coniugati  e tantissime promesse e che si concludono con il suono assordante di concerti rock.

Una volta, la giornata del primo maggio aveva altra valenza. Nel Gargano era una sorta di embrione della Libertà che sbocciava con la Partecipazione.

In primo luogo, quella degli organizzatori, che coinvolgendo i cittadini  a mettere a disposizione il proprio tempo libero, seppero preparare manifestazioni senza incidenti;

quella delle donne che, nonostante la riservatezza, nota caratteristica di quei tempi, accompagnarono, senza vergogna, i propri mariti, i propri figli al grido: “ 1° Maggio Festa dei Lavoratori “;

quella dei ragazzi temperati dallo spirito di sacrificio che si sono riscattati raggiungendo poi traguardi ambiti in Italia e nel mondo, nonostante l’analfabetismo e la povertà;

quella dei tanti protagonisti sportivi nostrani passati nel dimenticatoio;

quella di coloro i quali hanno sfilato per le strade  con entusiasmo pacifico e che hanno onorato e arricchito “quel dì di festa”.

A costoro va il merito di aver segnato una pagina della Storia.

Antonio Monte

 

                                                                                                                                                                                   

 

La festa della Madonna di Loreto a Peschici

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La festa in onore della Madonna di Loreto è una festa di primavera. I fedeli raggiungono in processione il piccolo santuario , dedicato alla Madonna di Loreto, che dista due chilometri da Peschici.
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Il tempio ospita diversi ex voto a forma di barche, remi e aerei, donati da pescatori e numerosi emigranti, trasvolati sani e salvi nelle lontane Americhe.
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Tonino Notarangelo alla festa della “Madonn u Reit” (Madonna di Loreto). Sullo sfondo un ex voto marinaro.

Nell’immaginario collettivo, in questa chiesa “si venivano a prendere i bambini”, dono della Madonna.

Una suggestiva leggenda, tramandata da Michelantonio Fini, è ancora viva nel ricordo popolare. Nel cuore della notte, in vicinanza del “nodo” roccioso di Peschici, un veliero proveniente dalle coste della Dalmazia fu sorpreso da un fortunale. L’acqua, implacabile, sferzava i marinai e i pennoni. Il vento fischiava impetuoso. Ogni speranza di salvezza sembrava perduta. A un tratto, sulla cima del monte, sospeso fra terra e cielo, ecco un guizzo come di stella, una luce sperduta nella pineta.

I naufraghi sapevano che in quella direzione vi era una chiesetta solitaria: vi dimorava una Madonnina bella e pietosa, padrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte. Piangendo, si prostrarono in ginocchio: ”Salvaci Tu, Stella del mare, salvaci, per pietà!”

La preghiera fu prontamente esaudita. Tutti furono salvi, barca e marinai. Per ex voto, la chiesetta fu ricostruita, bella e grande come la barca salvata…

La festa della “Vergine di Loreto” si celebra (tempo permettendo…) il lunedì successivo alla Pasquetta. E’ tradizione preparare graziosi dolci come i “can’strillë”, a forma di cestelli con un uovo in mezzo, e altre specialità come i “panettelle” e i “culace“.

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La Madonna di Loreto e il Bambinello furono incoronati alcuni anni fa da mons. Domenico D’Ambrosio (ex arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, e di Lecce) con due nuove corone donate dalla popolazione di Peschici.
A montare le corone fu Giovanna Iervolino, stilista e maestra orafa, che ce ne ha raccontato la storia: “Circa sei anni fa, ci fu a Peschici una raccolta di oro (pezzi nuovi, vecchi e rotti). Venne nel mio negozio la signora Pupillo – “Graziellë ’u pustìnë” – per propormi la realizzazione della corona del Bambino della statua che si trova nella chiesa della Madonna di Loreto. La testa del Bambino era piccolina e fu per me un lavoro relativamente veloce e facile da realizzare. Infatti, il Bambino fu incoronato subito, ma all’insaputa di tutti (per evitare furti). Era rimasto ancora parecchio oro e mi fu proposto di realizzare anche la corona della Madonna. Da precisare che non ho fatto questo lavoro per scopo di lucro, la mia opera più le pietre sono donazione mia e della mia famiglia. In più anche mia suocera che vive in Calabria, entusiasta, mi ha consegnato dell’oro. Proprio in virtù di questa gratuità, non è stato posto un termine di consegna. Dopo quattro anni ho completato la corona della Vergine. L’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, vedendola, fu subito preso da un’indescrivibile euforia: ‘Dobbiamo incoronare la Madonna nel giorno della sua festa!’ E così è stato.”
Giò Iervolino ci svela anche il significato simbolico del materiale utilizzato per confezionare la corona della Madonna: “E’ ora di spiegarlo, forse è passato un po’ di tempo, ma meglio tardi che mai! Un giorno venne una signora nel mio laboratorio chiedendo spiegazioni sui colori e materiali usati nella realizzazione della corona della Madonna di Loreto. In una visione d’insieme, i colori della corona sono l’azzurro il blu e il bianco, tipici della Vergine.
Ma la sola prospettiva frontale non ci permette di percepire il resto.
Spostandoci sui due lati, ci sono due coralli rossi, che rappresentano le fiamme dell’incendio di Peschici del 24 luglio 2007, che hanno lambito il Santuario. L’ho interpretato col corallo poiché è un elemento marino, Peschici è circondata dal mare. Il corallo é posto su una lamina a forma di cuore, che si ripete su tutta la corona.
Sulla lamina successiva c’è un albero verde in giada, che raffigura il verde degli alberi del Gargano, nello specifico la Foresta umbra.
Guardando la corona dall’alto, si vede una stella di perle (altro elemento marino), la Madonna infatti è anche detta stella maris (stella del mare ), quell’astro che illuminò i marinai durante la tempesta. Sopra c’è una croce, è lei la Madre di Cristo! Se la corona fosse stata tutta bianca e azzurra sarebbe stato un semplice monile, ma questa è una corona speciale: la corona della Madonna di Loreto!”.
Teresa Maria Rauzino

IL “PLANCTUS MARIÆ” A PESCHICI

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Soffermarsi davanti alle immagini che raffigurano la passione di Cristo è una devozione molto antica della Chiesa. I cristiani si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme proprio per pregare nei luoghi in cui il Signore aveva vissuto le ultime ore della sua vita terrena e dove il suo corpo era stato deposto dopo la morte. Tornati dal lungo viaggio, volevano tenerne vivo il ricordo: ecco perché commissionavano a un pittore o a un ceramista di raffigurare gli eventi della Passione del Signore, la cosiddetta “Via Crucis”.

In tal modo anche coloro che non potevano recarsi in Terra Santa erano in grado, guardando queste scene, di “rivivere” la passione di Gesù. Fermandosi a pregare davanti a ogni stazione, il fedele si sentiva un suo discepolo, uno di quella schiera che lo seguiva a distanza, fedelmente, e talvolta anche infedelmente. La pratica della Via Crucis si affermò nel primo trentennio del Settecento. Il merito va ai grandi predicatori missionari: Sant’Alfonso de’ Liguori, San Paolo della Croce e San Leonardo da Porto Maurizio.

La “missione” fu, senza dubbio, uno dei più importanti eventi religiosi della storia della Chiesa. Vi ricorrevano gli stessi vescovi per portare una parola di fede in mezzo alle rudi popolazioni contadine, vissute per secoli nella superstizione. Le “missioni” erano un fatto popolare, coinvolgevano emotivamente paesi interi per alcune settimane, e l’evento era ricordato a lungo dai fedeli. Il ritmo della vita ordinaria era rotto dall’arrivo dei “Padri”, che si impegnavano in un duro lavoro pastorale per farsi capire, suscitare un’emozione religiosa, introdurre un clima di fede spontanea e immediata. La chiesa diventava il luogo delle pubbliche confessioni e del perdono: lì accadeva qualcosa di nuovo che si sarebbe ricordato per generazioni.

I cristiani del mondo occidentale sono rimasti, attraverso i secoli, molto legati al rito della Via Crucis divulgato dai missionari. Le confraternite peschiciane del SS. Sacramento e del Purgatorio ripetono, nelle domeniche di Quaresima antecedenti la Pasqua, la versione di Sant’Alfonso de Liguori (1696-1797). Tramandata per generazioni e generazioni, la Via Crucis di Peschici ha conservato in gran parte ritmi e cadenze antiche e presenta sfumature originali che è bello cogliere e gustare.

Il contenuto fa riferimento alle singole raffigurazioni della Passione di Gesù. Riassume l’idea del pellegrinaggio e della sacra rappresentazione: le meditazioni davanti alle singole Stazioni, officiate dai confratelli, sono intervallate da “quadri cantati”. Voce narrante è un pellegrino, il quale segue la passione di Gesù: “Signore, con te vorrei oggi portare la Croce, nel tuo atroce dolore, vorrei seguirti. Ma sono malato e stanco, dammi tu il coraggio per non smarrirmi nel grande Viaggio”. I “quadri” più significativi sono quelli che focalizzano il ruolo della Madonna durante la Passione del Figlio. Nella IV Stazione avviene il primo incontro con Gesù. Ricca di pathos è l’immagine del pianto della madre, che “gira tra la gente” in cerca del suo “perduto ben”.

La VII Stazione rappresenta Gesù che cade per la seconda volta. La voce narrante commenta: “Sotto i pesanti colpi della scellerata scorta, un nuovo ostacolo fa inciampare e cadere a terra il mio Signore” ed esorta i sassi, che ostacolano il cammino di Gesù, a essere più pietosi degli uomini: “Più teneri dei cuori degli uomini siate voi, o duri sassi, non ingombrate più i passi al vostro Creatore!”.

 

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La IX Stazione ci fa rivivere il drammatico momento della terza caduta, provocata a Gesù dal pensiero che la sua salita sul monte del dolore, il suo sacrificio, saranno forse inutili. Originale è la personificazione dell’ispido Monte Calvario che, profondamente commosso, osserva la scena: “L’aspro Monte guarda il Redentore sofferente, sa che per molti la sua salita sarà inutile, il suo sacrificio vano. Quest’orribile pensiero così al vivo gli tocca il cuore, che languido gli trabocca e si sente morire”.

La XI Stazione – Gesù inchiodato in croce – è senz’altro la sequenza più drammatica di tutta la Passione. La “voce narrante” ci descrive i particolari: “Vedo il mio Diletto disteso sul duro tronco della Croce; e aspetto il primo colpo della sacrilega crudeltà. Quelle mani divine, tanto perfette che sembrano levigate al tornio, ahimé il martello le inchioda, senza pietà”.

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La scena è visualizzata (come tutte le altre d’altronde; ndr) nella relativa stazione della Via Crucis realizzata in stile Bauhaus da Alfredo Bortoluzzi per la Chiesa Madre di Peschici. Fu l’ultima tela a essere eseguita dall’artista e senz’altro la scena più difficile da realizzare. Quando don Giuseppe Clemente, arciprete del tempo, nel contare le tele si accorse che mancava proprio la Crocifissione, lo fece notare al pittore. Bortoluzzi rispose: “Non è che manca, ma ci vuole molto tempo per convincere me stesso a eseguirla, perché mettere dei chiodi alle mani del Cristo non è poca cosa”. Gli sembrava di uccidere Gesù per la seconda volta, di commettere un’azione empia nei confronti dell’«uomo Dio».

Nella XII Stazione, il Sole, la Terra, il Cielo, perfino i marmi si personalizzano per poter piangere la morte di Gesù: il Sole non vuole assistere a questo orrendo spettacolo, si oscura in segno di dolore. La Terra, commossa, trema, il Cielo è spezzato dai fulmini; piangono persino “i marmi più duri”.

Nella XIII Stazione c’è la sequenza più drammatica, che dà vita al “Planctus Mariae”, col personaggio-chiave della Via Crucis: la Madonna Addolorata che tende le braccia verso il Figlio appena deposto dalla Croce. Afflitta prende in grembo il suo “morto ben”, attraverso gli occhi “riversa il suo cuore ormai sciolto in lacrime”, bacia quel freddo Volto e se lo stringe al seno. Un’immagine toccante: nella metafora del cuore che si scioglie in lacrime e quindi sgorga attraverso gli occhi, in questo bacio sul freddo volto del suo amato bene, in questo prendere in grembo e stringere al seno il figlio morto, la Madre divina si umanizza e diventa simbolo della sofferenza di tutte le mamme quando perdono un figlio.

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Nei riti funebri di Peschici e dell’area garganica è presente questa figura di madre che, sul letto della morte, piange il proprio figlio, descrivendolo come una persona ideale. E continua a parlare con lui, di quello che ha fatto, magnifica la bellezza del suo corpo perfetto, in un disperato tentativo di negare la realtà della perdita irreparabile, di accettare la realtà della morte.

La sera del Venerdì santo, due cortei processionali, uno con la statua del Cristo morto, accompagnato da tutti gli uomini del paese e l’altro con la statua dell’Addolorata seguita dalle donne velate a lutto, percorrono nei due sensi, senza incontrarsi, le vie del centro storico e del paese. Si incontreranno alla fine, sotto la Torre del Ponte, all’ingresso del borgo antico. Il sacerdote reciterà un’accorata omelia che ha per tema il dolore della Vergine Addolorata che ha finalmente ritrovato il figlio morto dopo una lunga e affannosa ricerca. E’ questo il punto culminante del dramma della Settimana Santa: il sacerdote svolge in tal modo una parte importante del “lavoro del dolore”, la cosiddetta “elaborazione del lutto”.

L’omelia del sacerdote ha una funzione di rinforzo del “Planctus Mariae”, cioè del pianto della Madonna Addolorata per il figlio morto, cantato dalle donne alla fine della Via Crucis e durante la processione. “Stava Maria dolente”, libera versione italiana dello “Stabat Mater” di Sant’Alfonso De Liguori, ha l’andamento di una nenia: la melodia si snoda nella forma caratteristica del lamento, con tutti i suoi aspetti terapeutici. Le donne, eseguendo il ‘planctus’, sanno trovare parole, suoni e gesti per svolgere il loro personale “lavoro del dolore”. Lamentano la perdita del Cristo che rappresenta simbolicamente le proprie perdite.

Trovare i modi per “dire” il dolore attraverso parole, gesti e suoni, è il primo passo verso la sua trasformazione, il suo superamento e la reintegrazione nella realtà delle persone colpite dal lutto. Ed è l’esperienza del dolore che rende l’Addolorata una figura così umana, così vicina a tutte le donne del Mediterraneo cristiano che si trovano alle prese con la sofferenza nella loro vita quotidiana. Non possiamo dimenticare la massiccia incidenza del fenomeno dell’emigrazione in questa regione che ha rinforzano la grande sensibilità femminile di fronte ai temi del distacco e della perdita. Una bella raccolta di “pianti di Maria” effettuata da Tullia Magrini, musicologa dell’Università di Bologna, la quale ha studiato testi e canti dell’area calabra e sarda, conferma questo dato.

Chiudiamo con una piccola nota etnografica: le donne di Peschici, come quelle pugliesi e dell’intero Sud, per ornare i sepolcri, mettono alcune piante di grano in una camera senza luce in modo che perdano il colore naturale e diventino il simbolo del corpo morto di Cristo. Queste piante, poste in piccoli vasi, sono collocate nei sepolcri o sugli altari assieme alle statue di Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Rappresentano il grano che non è potuto crescere, le vite precocemente spezzate da secoli di fame e povertà.

Teresa Maria Rauzino

 

Contro le trivelle Spectrum

 

Il Centro Studi Martella si oppose nel 2011 alle prospezioni petrolifere della Spectrum autorizzate in questi giorni dal Governo in carica

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e lo fece anche il Comitato di tutela del mare del Gargano

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Anche Domenico Sergio Antonacci inviò le sue osservazioni al Ministero

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