Per non morire di inedia, vieni sul Gargano!

Nel reportage “Gargano Magico” (1964) Francesco Rosso raccontava così la quiete di Peschici e le nenie di Carpino

 

Un selvaggio, bellissimo Gargano emerge dalle note di viaggio di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento: giornalisti, letterati, storici dell’arte. Il gusto della scoperta antropologica si unisce alla descrizione delle bellezze naturali che stupiscono anche i più “scafati” osservatori. Come Francesco Rosso, una «firma» di prima grandezza de «La Stampa». I suoi reportage sono vere e proprie inchieste sociali: raccontano i fermenti delle popolazioni africane avviate alla difficile indipendenza o ancora afflitte dal colonialismo; parlano di Cuba e della rivoluzione castrista, del Centro e Sud America scossi da sanguinose rivolte e da fermenti populisti; indagano l’Asia afflitta dalla fame, il Medio Oriente agitato dai tumulti di Bagdad, Damasco, Gerusalemme e Ankara.

Nel volume “Gargano magico” (Torino, Teca, 1964), Rosso descrive la realtà complessa dello Sperone d’Italia. Un Gargano dalla bellezza ancora intatta, in cui Peschici rappresenta il “porto sepolto” dove egli desidera rigenerarsi prima di chiudere una vita tumultuosa:  «Un mattino – scrive nello struggente incipit –  lo so per certo, mi sveglierò nell’inquietante stato d’animo della predisposizione all’ultimo consuntivo, pronto a riconoscere che, forse, ho sbagliato tutto. Il foglio bianco, la macchina per scrivere, gli aerei, i transatlantici, i viaggi nei paesi lontani non potrebbero essere soltanto una finzione in cui  soltanto io e quelli che mi sono intorno ci siamo ostinati a credere? Quel mattino, non molto lontano se giudico dal malessere che monta, se fossi saggio accatasterei nella valigia un abito e scarsi indumenti, un solo libro per le ore disperate, e salirei su un vagone di seconda classe diretto a San Severo di Puglia.

Col trenino Garganico raggiungerei la pastorale quiete di Calenella. Da qui, solcando il soave silenzio della baia, la cigolante corriera mi porterebbe a Peschici nel viaggio delle rinunce definitive, verso l’ambiente che mi è congeniale. Trascorrerei le ore al bar di Rocco, seduto in cerchio con gli altri uomini, in lunghi silenzi. A completare il silenzio, giungerebbe talvolta Manlio (Guberti), scontroso pittore ravennate chiuso in libera solitudine nella casina immersa fra i pini verso la baia di Calenella. Verrebbe (Romano) Conversano, fortunato fra gli uomini per la trasfiguratrice pittura e per il castello proiettato con l’arduo sperone di Peschici nella luminosità senza orizzonti, nel quale mi invita spesso ad un tuffo nell’infinito dalla finestra del suo studio, un largo oblò spalancato su cielo e mare senza riferimenti con la terra. Forse verrebbe anche Libero (Montesi), lo scrittore; si è costruita la casa a Procinisco, oltre Peschici, sul versante deserto affacciato alla pineta di Manacore».

Ma Francesco Rosso, in questo suo ultimo viaggio, non vuole ricostituire questo facile sodalizio intellettuale. Stavolta vuole mescolarsi alla gente del Gargano, immergersi in un’esistenza sensuale, fatta solo di elementari necessità che mettano a tacere le sue inquietudini. Vuole conoscere il Gargano vero: senza veli né ipocrisie, povero ma civile. Un continente umano contraddittorio e bellissimo, elementare e complesso. Per scoprirlo bisogna “violentarlo” dolcemente, accostarsi ad esso senza destare sospetti, penetrandone le pieghe intime come e meglio di tanti garganici, inconsci del loro selvaggio Eden. Una scoperta ricca di sorprese: «I contatti col mondo slavo e arabo – osserva Rosso – sono evidenti, gli scambi con la vicina Balcania, la Grecia e quelli meno desiderati con i corsari saraceni si riscontrano nell’aspetto fisico e nel temperamento della gente che, alle antiche influenze islamiche di costumi rigidissimi, alterna improvvisi abbandoni dionisiaci di sapore ellenico».

Da attento analista del presente,  Rosso osserva che “Il Gargano sembra popolato da donne, vecchi e bambini”. I giovani, gli uomini validi vanno a cercar lavoro in Svizzera e Germania, Francia e Belgio, Milano e Torino. Tornano a casa per la festa patronale, lasciando alle mogli il ricordo del loro passaggio con l’attesa di una nuova maternità. Ripartono pochi giorni dopo, tornando a consolare le compagne lasciate a Lione, Amburgo, Berna, Charleroy.

Il paese più povero del Gargano è Carpino. Mezzo nascosto nella stretta valle tagliata nelle pietrose profondità garganiche, è il risultato di una gara anarchica, un gioco urbanistico che alla fine ha trovato una perfetta, compiutissima unità». Un miracolo di cui sono stati artefici contadini e muratori analfabeti. Una civiltà del gusto imparata dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, fra montagna, pianura, lago e mare.

Rosso sfata un dannoso stereotipo che grava sullo “scenografico” villaggio: esso gode l’immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l’intero Gargano. Il riferimento è al romanzo di Roger Vailland “La Loi”, vincitore di un premio Goncourt. Il regista Jules Dassin ne aveva tratto un film, ma neppure interpreti come Yves Montand, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, erano riusciti a riscattarlo dalla desolante mediocrità narrativa. «Nel romanzo dello scrittore francese – scrive Rosso – non c’è un personaggio pulito: prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto “La legge”. E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici, nella sua storia non ci sono tradizioni fosche». I carpinesi sono sì uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d’india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini all’abigeato di capre, giumente, muli, sorpresi liberi nel pascolo, ma basta conoscerli per capire che sarebbero generosi, ospitali, se soltanto lo potessero.

La chiusa di Francesco Rosso racchiude tutto il “senso della vita” di un paese del Sud condannato ad un triste destino precarietà: «Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell’ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L’esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole. Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo».

Riflessioni profonde, che disvelano il senso esistenziale delle suggestive ninne-nanne del vetusto cantore Antonio Piccininno. Scoprono alle radici l’identità e la vera essenza del ricco patrimonio musicale del Gargano, portato all’attenzione nazionale dal Carpino Folk Festival.

Teresa Maria Rauzino

Alla scoperta dei tesori di Rodi Garganico

Santuario della Madonna della Libera

Nel ricordo della popolazione di Rodi Garganico, la leggenda dell’arrivo della Sacra Icona della Libera è tuttora viva. Si racconta che una nave veneziana, giunta da Costantinopoli, non riuscisse a proseguire il viaggio, perché frenata da una forza contraria a quella di navigazione. Il capitano decise di scendere a terra. Durante questa “pausa di navigazione”, i Rodiani gridarono al miracolo: il quadro raffigurante la Madonna, appartenente alla suddetta imbarcazione, si ergeva su di una roccia, senza alcun sostegno. Il capitano, scettico, fece riporre la tela al suo posto. Il giorno seguente l’evento si ripeté; egli capì che “la Madre di Dio” voleva restare a Rodi, così riuscì a ripartire, più veloce del vento, alla volta di Venezia. I Rodiani chiamarono quell’immagine “ Maria SS.ma della Colomba”. A lei eressero un tempio, l’attuale Santuario, meta di pellegrinaggi il 2 luglio.

Segni vibranti del culto mariano sono le tavolette offerte dai fedeli per “grazia ricevuta”. Vi affiora un drammatico spaccato di vita quotidiana: i frequenti naufragi dei trabaccoli che, tra Ottocento e primo Novecento, solcavano arditamente l’Adriatico, impegnati nel redditizio commercio degli agrumi.

La Porta bronzea del santuario, opera del Lamagna, in 4 stilizzati quadri, ha per tema la Vita: alla maternità della Madonna e alla Resurrezione del Cristo, corrispondono, in uno schema a chiasmo, lo scoglio e l’ancora (la Fede) e una barca a vela (La Chiesa).

Chiesa Matrice “San Nicola di Mira” con campanile

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S. Nicola di Mira è documentato dal Sarnelli nel 1680. La gigante­sca statua di San Cristofaro, opera di prezioso scalpello, fu donata nel 1681 dal principe di Tarsia Giu­seppe Spinelli. La chiesa fu consacrata nel 1827, dal vescovo Eustachio Dentice, che pose nell’altare mag­giore le reliquie dei SS. martiri Teodoro e Cristofaro.

L’impianto della torre campanaria è emerso dopo i lavori di risanamento del 1977. Si innalza su tre piani; una singolare cupola, su tamburo ottagonale, richiama, per i suoi colori accesi, un minareto. Nel 1931 il Regio Soprintendente alle Antichità, Quintino Quagliati, riconobbe nel monumento delle strutture duecentesche. Ma il campanile fu costruito in due fasi differenti. Il corpo di fabbrica può essere fatto risalire al periodo normanno; il tamburo ottagonale, con la cupola rossastra, in laterizio o in cocciopesto, di stile gotico, che richiama lo schema di Castel del Monte e del Campanile di Monte sant’Angelo, fu costruito nel periodo svevo-angioino. 

Quale fu l’originaria destinazione d’uso? Più che da zelo religioso, la sua costruzione fu motivata da ragioni militari. Probabile torre di avvistamento in età sveva, fece parte del sistema difensivo garganico alla metà del XVI secolo quando, per prevenire le frequenti incursioni saracene, furono edificate ben 21 torri costiere. La Chiesa di San Nicola fu costruita solo allora, al posto di un tempietto cristiano o di un edificio che ospitava un corpo di guardia.

Chiesa dei SS.mi Apostoli Pietro e Paolo, ex convento francescano

Secondo lo storico rodiano Michelangelo De Grazia, i Francescani, subito dopo l’approvazione della loro regola da parte di Onorio III (1220), fondarono anche a Rodi Garganico un convento extra moenia, cioè fuori le mura, a distanza di un giorno di cammino dalle vicine sedi  di Peschici, di Ischitella, di Cagnano. Ciò avvenne presumibilmente al tempo della visita di San Francesco al santuario micaelico del Monte Gargano. Detto convento fu ben presto inglobato nella cerchia muraria. Era sito dove attualmente è ubicata la Chiesa dei SS.mi Pietro e Paolo, tra il palazzo De Angelis e quello Contursi: ancora a fine ottocento erano visibili i resti di un’antica cisterna dell’atrio. Le prime fonti ce lo documentano come esistente nel  1400: è inserito nell’elenco dei conventi della Terza Custodia dei Minori Osservanti. Fu soppresso, come tutti i conventini francescani, in seguito alla bolla “Instaurandae”, emanata dal papa Innocenzo X il 15 ottobre 1652, ma restò aperto al culto la Chiesa di san Francesco. Dal 1723 diventò la sede della congrega dei SS.mi  Apostoli Pietro e Paolo, che conserva ancora il suo statuto di associazione laicale di mutuo soccorso, riconosciuto dall’arcivescovo della Diocesi di Manfredonia.

Convento dei Cappuccini

Nel 1538 i frati Cappuccini fondarono a Rodi il primo convento del Gargano, il quarto della provincia monastica, dopo quelli di Larino, Serracapriola e San Giovanni Rotondo. Come tutti i conventi del Gargano, esso distava circa un miglio dal paese.

Il terreno fu donato dalla famiglia Stinelli d’Ischitella. L’Università contribuì alle spese per la costruzione, con i proventi del dazio sul pesce; la cittadinanza elargì congrue elemosine. Sotto il titolo dello Spirito Santo, fu consacrato l’8 settembre 1678 dall’arcivescovo di Siponto Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII. La biblioteca era piccola, ma pregevole, era diventata purtroppo “pascolo dei topi” fin dalla fine dell’Ottocento.

Un tempo luogo di sepoltura, il convento custodisce le spoglie di 39 frati, 31 laici, 8 chierici e 5 terziari. Fra i monaci degni di nota che vi svolsero il loro magistero, il De Grazia ricorda Padre Mariano da Rodi, di singolare ingegno: ai suoi tempi  il miglior oratore e filosofo di tutta la provincia. Chiuso nel 1811, durante il Decennio francese, il convento venne riaperto nel 1818, per essere soppresso definitivamente dopo l’Unità d’Italia, nel 1867.

Oggi, l’ultimo sabato di aprile, è meta di un anomalo pellegrinaggio: ragazzi e giovani “si regalano” un picnic all’aria aperta. Ciò in ricordo della Festa della Madonna Incoronata, protettrice del luogo, solennizzata un tempo oltre che dai Rodiani anche dagli Ischitellani, che solevano recarvisi a consumare la tradizionale “frittata”.  

Chiesa del SS.mo Crocifisso

La Chiesa è documentata nel 1678.  L’arciprete Paolozzi, nello Stato delle anime di quell’anno, scrive che “dal mezzo della Piazza, una strada conduceva a basso nella chiesa parrocchiale”. A quell’epoca aveva ben 10 altari dotati Nell’Appendix Synodi del 1678 di Orsini: “L’altare maggiore si mantiene in parte coll’entrate della cappella del Santissimo ed in parte dall’Università. L’altare di  San Nicola di Mira dalla famiglia Buco. Quello della Natività di Gesù ha di dote 4 scudi annui. L’altare di Santa Maria delle Grazie ha di dote scudi annui 8. L’altare di S. Tommaso apostolo si mantiene dalla famiglia Buco. La cappella del Santissimo si mantiene coll’entrata di pii legati. L’altare della SS. Trinità si man­tiene dalla famiglia Veneziana. L’altare di Santa Maria della Mise­ricordia con Pie disposizioni. Quella di San Domenico dalla famiglia Magni, e l’altra di Santa Maria del Carmine ha dote annua di uno scudo e nel di più si mantiene dalla famiglia d’Argento”.  La chiesa del Crocifisso si diroccò l’anno dopo, e ce lo attesta lo Stato delle Anime del 1679: in quel censimento è scritto che “dalla strada della piaz­za si discende nella chiesa vecchia parrocchiale demolita”. Nel 1695 Michele Paolozzi la ricostruì a sue spese e la donò alla Congrega della Mor­te, la quale, nata in quel periodo, celebrò ogni terzo sabato di ciascun mese una messa in suffragio. Aggregata nel 1731 al­l’Arciconfraternita della Morte ed Orazione di Roma, nel 1777 ebbe il Regio Assenso di Ferdinando IV.

Teresa Maria Rauzino

L’UNITA’ ITALIANA, IL TRABACCOLO E LE “ARANCIE” DI RODI GARGANICO

Riccardo Bacchelli raccontò su “La Stampa”  una singolare storia vissuta a Rodi Garganico, durante la sua sosta al Santuario della Madonna della Libera.

Riccardo Bacchelli fu uno dei maggiori scrittori italiani di questo secolo. Visse in pieno la cultura del primo Novecento, temprando alla «Voce» e alla «Ronda» la tensione morale e la passione per la prosa. Sensibile ai moti profondi della gente comune, si misurò con i grandi affreschi storici, con il lento o concitato fluire delle generazioni. Dal «Il diavolo al Pontelungo» (1925), alle duemila pagine del «Mulino del Po» (1938-40), al ciclo sul mito cristiano, al lungo tramonto, nell’opera smisurata di Bacchelli è possibile distinguere diversi tempi, con una cerniera ideale intorno alle due guerre mondiali. Da giovane, si cimentò con il giornalismo. Nella primavera del 1929, sulle pagine della “Stampa” vedono la luce alcuni interessanti articoli che Bacchelli scrive dal Gargano, raccolti poi nel libro “Italia per terra e per mare” (1952). A San Marco in Lamis è ospite di Giustiniano Serrilli, amico fin dai tempi dell’Università a Bologna. Partendo da qui, va alla scoperta del Promontorio. A Rodi Garganico, durante la sua sosta al Santuario della Madonna della Libera, lo incuriosisce un ex voto marinaro. Apprende una storia singolare, che ispira il bel racconto “Le “arancie”  dell’Unità Italiana”, pubblicato sul quotidiano torinese il 25 aprile 1929.

LE “ARANCIE”  DELL’UNITA’ ITALIANA

Si dice che sia tanto soave l’odor degli aranceti sul lido di Rodi Garganico, da far venir le lacrime agli occhi quando è il tempo della fioritura. Gli aranceti e i limoneti riempiono tutte le vallette e vestono ogni dosso di quella costiera, dove affiorano, a nutrirli, molte polle d’acqua gaia. A difendere dagli strapazzi di vento boreale le fioriture delicate e  il frutto greve, i coltivatori han tirato su, con scienza accorta e paziente, spalliere e filari e siepi di leccio e di alloro. Così, coi densi fogliami, onore della virtù militare e poetica, i coltivatori sviano le infilate, rompono i mulinelli e golfi, disfano insomma i perniciosi giuochi del vento.

Colla pesca, l’agrumeto è il primo guadagno del paese.

Poco prima della guerra, sarà, mentre racconto, un quindici anni, un trabaccolo chiamato «Unità Italiana» era il più nuovo di quanti n’aveva la spiaggia. Anzi il padrone non l’aveva ancor pagato. Navigava così per mare col pensiero dei debiti a bordo.

Veramente il trabaccolo, dipinto di nero con una fascia bianca, era un battello da stimarsene, calafato e padrone; e già nelle burrasche dell’inverno aveva fatto due volte buona prova di qualità nautiche. In quanto a qualità veliere, era dei più veloci e dei più miti e maneggevoli. Per questo costava anche il suo prezzo, diceva il calafato quando dava una capata sulla spiaggia per covarsi il credito, come non fossero bastate le cambiali!

Ai primi di aprile, il padrone caricò aranci per la Dalmazia, e stivò l’«Unità Italia» fin che ce ne poté uno. Poi fece in coperta una fila di cassette e di cesti, e, non contento, imbarcò pure non so quanti sacchi di buccia d’arancio.

Occorre infatti sapere che la buccia d’arancio serve per cavarne essenza; e le distillerie di Dalmazia ne comprano. Guadagno piccolo, ma il guadagno si misura sul bisogno dei bisognosi e non sulle sazietà degli abbondanti.

Insomma, il padrone aveva fatto un carico tale, che sul ponte dell’ «Unità» sparivano gli uomini dell’equipaggio: un fratello del padrone, giovine, un vecchio marinaio, un figlio mozzo. Non è da credere, perché la barca si chiamasse «Unità Italiana», che il padrone fosse liberale, cosa di cui aveva un’idea vaghissima, o libero pensatore, cosa di cui non aveva nemmeno l’idea. Insomma, col nome di «Unità Italiana» egli era del tutto alieno ed ignaro di toccar la questione del potere temporale e del patrimonio di San Pietro. Queste erano questioni che riguardavano il Papa di Roma e il parroco di Rodi: quanto a lui, era devoto della Madonna della Libera, e aveva battezzata la sua barca patriotticamente, per un riflesso dei giornali del tempo di Tripoli. Anzi per quella guerra era stato richiamato, e non è escluso che il concetto dell’unità italiana gli fosse nato ascoltando qualche regolamentare «scuola morale» tenuta dagli ufficiali all’equipaggio, durante le lunghe crociere e gli ancoraggi nelle rade di Derna o di Tobruc.

La Madonna della Libera arrivò a Rodi sulle onde, e si posò sopra un sasso, il quale si conserva sotto l’altare, scampando ai turchi, dice il latino dell’iscrizione. E’ una bella immagine bizantina e, forse, invece di turchi, si trattò, come per il solito fu di queste immagini recate in Italia dal mare, della greca persecuzione degli iconoclasti, quando l’imperatore Leone Isaurico volle dare il suo esempio anche lui di ciò che producono principi temporali in vena di teologare.

Turchi o greci, la Madonna ha la sua chiesa sull’entrata di Rodi dalla parte di ponente, venendo dal lago Varano; chiesa « a divozione dei navigatori », dove gli ex-voto appesi dietro l’altare a decine, dipingono grazie ricevute in mare, e che s’ingrandisce e si adorna per offerte e lasciti di rodiotti paesani o fortunati in America e non immemori.

L’«Unità Italiana» recava a bordo, fissata sulla ruota di prua e protetta da un vetro, un’immagine benedetta della Madonna, e padrone ed equipaggio la rispettavano più che potevano, anche col tempo buono. Con quello cattivo, poi, l’invocavano con gran fede.

E bisogno ne ebbe, quella volta che salpò col carico d’aranci, il padrone, quando fu sotto Lissa. Avevan fatto ottima traversata, e la notte, quando cadde il vento, era cosi calma, che si addormentò anche il timoniere sul trabaccolo colmo, odoroso di catrame fresco e di buccia d’arancio. La luna in cielo terso e cristallino, illuminava la groppa dell’isola a proravia. Le vele pendevano.

Dormivano da un paio d’ore, perché, quando il vento li destò, la luna s’avviava al tramonto; un turbine boreale si scagliò sull’«Unità Italiana». Le vele fecero uno schianto solo, e sparirono; il mare bolliva e fremeva tenuto giù dal vento, e le due furie dell’aria e dell’acqua ogni tanto levavano una schiuma volante di polvere d’acqua. Il trabaccolo, spinto a! largo, camminava fra una nube di tal polvere: pareva che non toccasse acqua, o che fosse nel ribollio di una cascata. Il timoniere aveva preso un colpo di barra nel costato, quando il vento aveva girato la barca al largo con quelle maniere che sono soltanto sue, e piangeva le sue costole. La luna al tramonto guardava la perdita di quegli uomini.

Il colpo di vento smise com’era venuto. Il trabaccolo si fermò, come se avesse ritrovato acqua sotto la chiglia, si rivide Lissa fatta piccola e lontana e il resto dell’equipaggio uscì a guardare i danni, dolorosi sopra tutti il padrone e il fratello.

E non sapevano ancora quel che l’attendeva, perché si combinarono due tempeste di vento contrastanti, e per tutto il giorno, senza vele, rotto alla fine anche il timone, furono spinti e ricacciati dal largo alle isole e dalle isole al largo, aggirati, sconquassati sbalzati sopra un mare rabbioso e accanito. Il vento vorticoso, pieno di rèmoli, aveva sgombrato e spogliato la coperta, pulita. E primi naturalmente eran partiti i sacchi delle buccie d’arancio, volatili.

L’equipaggio, ricordando gli ex-voto, non aveva altro aiuto che quello d’invocare la Madonna della Libera, quando a notte il vento si decise, e si buttò in una gran tempesta spiegata di bora. Persero di vista la terra, e il mare ingrossato, dopo d’aver tentato di smantellare il fasciame coi colpi brevi, cominciò a lavorare coi colpi lunghi ed alti per vedere di rovesciare l’«Unità Italiana». Ma il trabaccolo aveva mostrato quanto era saldo, e ora faceva vedere come era ben equilibrato.

Sull’alba li accostò un vapore, che poté mandare una scialuppa e gettare un cavo. Ma quando si trattò d’imbarcarsi nella scialuppa, il padrone volle dall’ufficiale l’assicurazione che il vapore avrebbe preso a rimorchio l’«Unità Italiana». Altrimenti non si sarebbe mosso dal bordo; e il fratello, che era suo socio e vedeva la rovina comune nella perdita del trabaccolo nuovo e da pagare, fece l’atto di ributtarsi a bordo dell’ «Unità» anche lui. Il capitano del vapore (un postale abbastanza grosso e lussuoso) non capiva quel che stessero a perder tempo in discorsi, e bestemmiava dietro i vetri del binoccolo, mentre scialuppa e trabaccolo ballavano a contrattempo sulle onde. Pareva che il tempo volesse migliorare.

L’ufficiale finalmente non credette di far male promettendo e giurando, con grandi urli a quel testardo, che l’«Unità» sarebbe stata rimorchiata fino a Bari, prossimo scalo. Allora il padrone, traballando nei colpi di mare, andò a prua, si volse alla Madonna, e le disse: «Lascio la barca e il carico a Voi e al vostro aiuto».

E  a bordo, incurante totalmente della stizza del comandante, lui e il suo sparuto e bagnato e affamato equipaggio volevano la guardia al cavo. Quei pochi passeggeri che non soffrivano mal di mare, li vennero a vedere, e volevano farsi raccontare la traversia, ma cavarono poche parole. Allora si levarono la voglia di fotografare il gruppo dei salvati. L’impaccio e la noia erano accresciuti dal fatto di non aver indosso nemmeno gli abiti loro proprii, che erano ad asciugare. Intanto il padrone fu chiamato dal comandante per le notizie da mettere sul giornale di bordo, e il mare si mise a infuriare. La rotta del vapore si trovava ad essere proprio nel filo del vento, e ogni tanto un colpo di mare buttava l’«Unità Italiana» a sbattere contro la poppa del vapore.

Bisognò che si rassegnasse anche il padrone; fu tagliato il cavo dei rimorchio, e il trabaccolo fu visto ancora per dieci minuti beccheggiante in balìa delle onde, levando su la prua come se avesse cercato l’aria prima d’inabissarsi.

I due fratelli non dissero una parola. Fin allora non avevan voluto mangiare, ora che il sacrificio era fatto e che almeno da mangiare avevan gratis, ne approfittarono per il giorno di digiuno passato, e per quelli venturi. Poi dormirono fino a Bari sulla loro miseria.

A Bari presero il treno, e avevan pure scherzato con certi conoscenti incontrali alla capitaneria del porto, che li fece fornir di biglietti dalla questura per il rimpatrio. In treno poi c’era un piacevole suonatore di mandolino, e le ore passarono veloci. Soltanto arrivando colla diligenza in vista delle case bianche di Rodi, risentirono la loro disgrazia; peggio quando ogni cosa e il calafato li condussero a ripensare d’aver perduta la barca e di doverla pagare.

La mattina dopo per tempo -fra tutto eran passati tre giorni – il padrone sente bussare all’uscio, e un vocio per la strada. Chiamavan lui a gran voce; rimpiangeva che non l’avesser lasciato dormire, perché il dispiacere faceva come le botte e cresceva maturando; ecco, ad apertura d’uscio, gli invasero la casa. Allora credette di sognare e di non essersi svegliato. L’«Unità Italiana» aveva navigato verso Rodi da sola, e s’era venuta ad arenare quella stessa notte sul greto dalla parte di ponente. Due pescatori l’avevan scoperta, a poche centinaia di metri dal paese.

Rodi è sulla rupe, tutto fatto a scale, ma il padrone non toccò un gradino, e volò più che non scendesse.

Oggi un ex voto nella chiesa della Madonna della Libera mostra «L’Unità» azzuccata sul greto, e quando il trabaccolo, ormai vecchio d’onorata età, non è in navigazione, si può ancor vedere, nero con fascia bianca, ancorato in rada o al secco sulla spiaggia di Rodi Garganico.

Fu potuta ricuperar sana, per quanto maltrattata, anche buona parte del carico, che fu messo in vendita sulla spiaggia, dove tutti convennero a mangiar delle arancie del miracolo.

Riccardo Bacchelli Pag. 3 (25.04.1929) LaStampa – numero 99

(pubblicato sul quotidiano “L’Attacco” del 4 febbraio 2011, a cura di Teresa Rauzino)

Lezioni di chirurgia by Lidia Croce

Oltre alla presentazione di Lidia Croce, autrice del quadro, le critiche di Maria M. Maggiano e di un medico amante dell’arte

Presentazione dell’Autore

LEZIONI DI CHIRURGIA-SIENA 31-12-2019

Chi conosce già i miei lavori artistici, potrebbe meravigliarsi molto di questo mio recente dipinto, così intimo, così privato, così privo di quella forte carica di universalità che ha caratterizzato le mie opere precedenti soprattutto le sculture, basta elencare alcuni titoli: ADAMO ED EVA- ovvero “LA CREAZIONE DELL’UMANITA’”, o LA MATERNITA'”, o “STUDIO DEL PARTO”,”EQUAZIONE”, “L’ETERNO NAVIGATORE”, “l’ecologo, il nuovo messia” e tante ancora.

Ma è chiaro che nella vita di un artista ci sono zone privatissime, di cui è difficile parlare e che, cionondimeno esistono e ,talvolta emergono prepotentemente a seguito di profonde emozioni.

Un intervento chirurgico può essere a volte fatale… e presentarsi, nei tre minuti precedenti al suo realizzarsi, alla mente terrorizzata del pittore, in forma conclusa, sé stessi sul tavolo operatorio, rosei come neonati,  soli davanti all’ineluttabile, mentre il chirurgo e i suoi collaboratori stanno per metter mano ad un pezzetto della creazione…

Tutto è fermo, forse per sempre?

Lontani, i cavalli scalpitano, uniche creature  dinamiche nella quiete irreale che sembra precedere la fine…

Pesante come piombo, l’atmosfera del quadro -tale era- in quei terribili momenti.

Ci vorrebbe ora un secondo dipinto, con l’artista che corre felice in riva al mare, chiedendosi intanto: quale potente sapienza possieda il chirurgo ,tanto da poter contestare lo stato dell’ARTE di un corpo umano che la natura  ha stabilito di distruggere!!

Questo dipinto non è destinato alle folle transitanti nelle piazze, dove grandi sculture possano eccitare alla guerra o all’amore, alle battaglie politiche, o  a più o meno dispotici dominatori, ma andrà in un luogo semi-privato dove , in un silenzio meditativo qualcuno dovrà rendersi conto che l’uomo, oltre alle grandi innovazioni e scoperte scientifiche, è riuscito a sostituirsi effettivamente a chi aveva assoluto potere di vita o di morte sull’essere umano.

Si sente , il medico un semidio??Ha coscienza di ciò, e per infinita modestia cerca di dimenticarlo?

Ho voluto presentare anche io la mia opera pittorica non per lodarla, ma  per delineare i suoi limiti di mancata universalità, giustificati dalle condizioni ambientali ed emozionali, che però non costituiscono errore in quanto, ad esempio, già in altre epoche e stili, gli artisti stessi davano valore a momenti privati… ricordiamo i bellissimi: “DONNA CHE SI PETTINA” o si fa il bagnetto per dar modo all’artista impressionista di ritrarre una incolpevole nudità nei pressi di una catinella di ceramica o ferro smaltato.

Al tempo in cui mancava la macchina fotografica e occorrevano testimonianze della realtà, ecco meravigliose visioni di “lezione di anatomia” di REMBRANDHT e “mangiatori di patate” di VAN GOGH, di una commovente e non agiata quotidianità.

Tra l’altro ,i miei dipinti sono sovente progetti per sculture, e conservano, in nuce, la forza di quelle.

questo dipinto rimarrà tale, anche per la sua natura estesa nello spazio, non concentrata nella sua sintesi, che invece è ciò che caratterizza le sculture.

SIENA-maggio 2020

Lidia Croce

Lezione di chirurgia, 31/12/2019 – Siena, di Lidia Croce

Sull’altare operatorio si attua il sacrificio che restituisce alla vita un corpo piegato a morte da dolori invalidanti. Sacralità della cura che guarisce, balsamo del corpo ma ancor più dell’ anima che si è arresa alla sapienza medica e che tende verso la beatitudine della pienezza vitale, in gravitazione sulla scena chirurgica senese il vorticante groviglio dei cavalli del palio, motori dell’energia di sollevamento dalle nostre paure, dove più ci siamo pensati feriti.

Il dipinto intitolato Lezione di chirurgia, 31/12/2019 – Siena, è solo in apparenza autoreferenziale. Vi è in esso il tableau-vivant di un’operazione chirurgica attuata sul corpo – esposto in tutta la sua fragilità, dell’autrice dell’opera, la pittrice Lidia Croce. La messa in analogia della scena operatoria con la celeberrima Ultima Cena leonardesca ha il fulcro nel raggio salvifico, discendente dalla città gravitante sul gruppo raffigurato, fino alle mani del chirurgo. Il corpo femminile offerto al sacrificio è la vita stessa che attende di essere vivificata dall’energia guaritrice.

                                                                   Maria M. Maggiano

Lezioni di chirurgia  31-12-2019

Una atmosfera misteriosa e rarefatta pervade con delicatezza il dipinto che il pittore mi ha mostrato purtroppo solo in foto, perché viviamo in città distanti tra loro.

Tre fasce orizzontali di colore si alternano, due rosa e una verdazzurra nel centro: una monotonia cercata apposta, sembrerebbe, per evitare qualsiasi sovrabbondanza inutile, dove tutto è ridotto all’essenziale, nessun orpello ad appesantire la realtà.

Ecco in primissimo piano il corpo nudo anestetizzato, inerte, incosciente, indifeso, in attesa. Subito dietro, in secondo piano, l’equipe medica, con al centro il chirurgo che, concentratissimo, attende che gli attrezzi da lavoro gli vengano poggiati sulle mani aperte, palmi rivolti verso l’alto, in un atteggiamento che ci è noto soprattutto come sacro.

In terzo piano scenografico, c’è SIENA tutta rosea e pulsante di cavalli che originalmente e inaspettatamente prendono il posto delle case.

Una sala operatoria en plein air, come surrealisticamente ci piacerebbe avere ,come luogo di lavoro, immersa nel verde contado senese.

Dall’ universo scende, obliqua, una sorta di raggio denso di formule, come un apporto tecnico-informativo superiore.

E’ l’unica semiretta non orizzontale, dinamica, nella immota attesa degli eventi.

Quale il significato, la significanza di quest’opera, oltre l’evento chirurgico dichiarato nel titolo?

Perché noi non ci accontentiamo mai della pura bellezza di un’opera d’ARTE, ma dovremmo, e cerchiamo il primo movens, oppure il fine…..

Si vuole forse l’autore riferire alla stupenda missione umanitaria di noi medici, di ri-creazione di un corpo altrimenti destinato al dolore o alla nostra aperta battaglia per impedire la distruzione continua, incessante dell’umanità da parte di chi l’ha creata?

Mi correggo, il tentativo, non ancora riuscito?

Lasciamo da parte le domande senza risposte e torniamo a questo dipinto, lasciamoci sopraffare da questa preziosa tavolozza, da questa atmosfera di attesa, e notiamo intanto il regalo fatto a SIENA, sulla sinistra ,un poco invadente mare azzurro, certamente il TIRRENO, con un’isola dalle cime nevose, da cui arriva una piccola nave….

Sì, il chirurgo è un giovane bruno venuto dal mare!

Un medico amante dell’ARTE, quella vera!

Mario Todesco, martire mite by Adolfo Zamboni

La storia del prof. Mario Todesco, trucidato il 29 giugno 1944, va ad arricchire la galleria dedicata ai professori e studenti dell’Ateneo patavino che nel 1943-44 lottarono e sacrificarono la vita per la libertà
https://ilbolive.unipd.it/it/news/mario-todesco-martire-mite



Adolfo Zamboni

su ilBoLive, giornale online dell’Università di Padova

TUTTE LE DONNE DI EDUARDO

In un libro di Barbara de Miro d’Ajeta l’universo femminile del teatro di De Filippo

Eduardo De Filippo è un autore che non ha bisogno di essere presentato. Le sue commedie, grazie anche alle riprese televisive e ai film, sono note anche a chi non ha avuto la fortuna di assistere agli spettacoli dal vivo. Ma proprio perché Eduardo è troppo noto per il suo carisma di attore, non sempre ha avuto, da parte dei critici letterari, il giusto riconoscimento come grande autore del teatro mondiale. Fondamentale, per la valutazione critica, è la recente attenzione di Anna Barsotti, che ha aperto ‘nuove strade’ per la conoscenza del teatro di Eduardo.

Tra gli studiosi che si stanno cimentando nel lavoro di analisi testuale delle opere, spicca Barbara de Miro d’Ajeta. Foggiana, è stata docente di storia del teatro e dello spettacolo presso l’Università ‘l’Orientale’ di Napoli. Il suo amore per il teatro di Eduardo non è cattedratico, ma vivo e sentito. Nasce da un recupero memoriale, risalente al tempo in cui il padre Vittorio, di origini partenopee, professore e preside del Liceo Lanza nonché sindaco di Foggia, recitava a memoria le più belle piéce di Eduardo. La famiglia de Miro d’Ajeta al completo assisteva ‘incantata’ alla declamazione dei ‘pezzi forti’ del suo repertorio.

Autrice di sillogi poetiche, Barbara de Miro ha approfondito il teatro eduardiano. Fondamentale il suo primo libro: ‘Eduardo De Filippo. Nu teatro antico, sempre apierto’ (Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 430, ill. 1993). Nel secondo volume ‘La figura della donna nel teatro di Eduardo de Filippo‘, sonda ed approfondisce un tema inedito e intrigante: l’universo femminile, protagonista dell’opera del grande erede di Scarpetta e del teatro ‘popolare’ partenopeo.

La de Miro focalizza l’attenzione del lettore sull’evoluzione che porta Eduardo prima ad osservare, e poi ad evidenziare nei suoi personaggi, le nuove dinamiche psicologiche, che muovono l’agire e l’essere delle donne nel mondo contemporaneo. Eduardo, nelle opere d’esordio, aveva assunto un punto di vista maschilista, rispecchiando, in un certo senso, quello che era il sentire comune nel Ventennio fascista: la donna era ‘fissata’ nello spazio limitante delle quattro mura domestiche, nel suo ruolo di sposa e madre esemplare, angelo del focolare, cui erano preclusi ‘altri varchi’, altre uscite nel mondo.

Nel secondo dopoguerra, de Filippo, attento sensore delle dinamiche in atto, registra i cambiamenti della società italiana: le sue donne diventano le protagoniste di una microstoria che non è solo personale, ma testimone del tempo. Concetta Cupiello, Amalia Jovine e Filumena Marturano, per citare le più note ‘eroine’ di Eduardo, incarnano una figura di donna consapevole del proprio ruolo nel mondo. Sono donne forti, che ‘appaiono deboli’ agli occhi del partner soltanto perché, a differenza del maschio, si mettono continuamente in gioco: non vogliono rinunciare a quei turbamenti, a quelle incertezze, alle sensibilità, a tutte quelle peculiarità che marcano la loro profonda differenza. Donne mature che sanno rinunciare, se necessario per l’equilibrio del loro microcosmo familiare, oltre che all’amore, all’assunzione di un ‘punto di vista’ meramente femminista, al loro pieno potere.

Le donne di Eduardo sono tantissime, tutte diverse tra loro, la De Miro d’Ajeta le analizza nel vivo delle azioni sceniche. La casistica psicologica è oltremodo variegata: molte sono ribelli alle grette convenzioni piccolo borghesi, reagiscono anche violentemente per affermare il proprio punto di vista contro il mondo circostante. Queste donne talvolta anticipano idee ancora oggi non ancora pienamente interiorizzate dai più. Rivendicano pari dignità, infrangendo una consolidata ottica maschilista, per affermare ad esempio che il tradimento della moglie non è affatto più immorale di quello del marito. Rivendicano la libertà di agire autonomamente, di avere un proprio spazio sociale ed un posto di lavoro.

Tutti ricordiamo la personalità di Concetta che in “Natale in casa Cupiello” assume un ruolo prevaricante sul protagonista maschile. Luca è un sognatore, un eterno fanciullo alle prese con il suo presepe mentre il mondo gli sta crollando addosso, degno rappresentante di quell’uomo inetto tipico di tanta letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Solo di fronte alle difficoltà, si sveglierà dal letargo per riprendere il ruolo da troppo tempo demandato alla responsabilità della sua donna che, proprio perché ha agito, ha sbagliato, ma ha anche avuto l’umiltà di riconoscere i propri errori. La donna “porta sì ‘o cazone’ (i pantaloni)”, ma il suo è stato quasi un ruolo obbligato, assunto per supplire alla plateale irresponsabilità del suo partner.

In fondo, Concetta è ancora radicata al regime patriarcale: è buona amministratrice dell’economia domestica, si sacrifica per la famiglia, è depositaria della privacy dei suoi figli che le confidano i loro segreti e le loro aspirazioni, e saprà uscire dal suo ruolo egemonico appena il marito, finalmente conscio dei suoi doveri familiari, gliene darà la possibilità. Dopo che sarà passata “a ‘nuttata”, Concetta rientrerà in un ruolo compartecipato: Luca abbandonerà la virtualità del presepe per rientrare nel vivo della sua famiglia reale, fino ad allora rimossa.

A Napoli la guerra è finita da appena sei mesi, ma i tedeschi non hanno ancora lasciato l’Italia. Quasi tutte le sale sono requisite. Eduardo ottiene il teatro lirico per una sola rappresentazione a beneficio dei bambini poveri della città. Il 25 marzo 1945, alle ore sedici e trenta, in un silenzio teso, si alza il maestoso sipario del San Carlo per la rappresentazione di “Napoli milionaria!”.

Amalia Jovine, protagonista della commedia, esce dall’ambito della casa-presepe, che aveva limitato l’orizzonte del Natale in casa Cupiello: la storia della sua famiglia diventa drammatico emblema, e spaccato, di una società postbellica che sembra aver smarrito i suoi punti di riferimento ideali. È una storia che apre una finestra sulla vita ‘spericolata’ dei bassi napoletani, come di tutti i bassi delle città appena uscite da una guerra ‘totale’ lunga e alienante. L’avidità di Amalia, la sua spietatezza sono elementi del tutto nuovi nella tipologia femminile cui ci aveva abituato il teatro di Eduardo.

L’evento della guerra ha rivoluzionato il costume, i connotati delle figure femminili sono cambiati profondamente. Eduardo registra fedelmente ciò che è accaduto: la profonda crisi della cellula familiare, scossa nelle fondamenta, è aderente alla realtà storica. Anche le altre donne di “Napoli milionaria!”, insieme ad Amalia, raccontano modi di vivere e di pensare di una società che non è soltanto partenopea: in tempo di guerra hanno dovuto affrontare, per vari motivi, emergenze economiche per loro inusuali. Lo hanno fatto consapevolmente, prendendo in carico i rischi e le responsabilità di devianze dalla morale del tempo.

Il sogno delle ragazze che hanno ceduto alle avances dei soldati anglo-americani era di accedere ad un mondo diverso, affrancandosi dalla povertà dell’Italia. Sognavano che i seduttori le sposassero e le portassero con sé in America. Sogno americano, spesso infranto dal cinismo dei soldati che, dopo lo sbarco in Italia, si comportarono con le donne italiane come si comportano, nei territori occupati, i soldati di tutti i tempi in ogni luogo del mondo: alla seduzione seguiva l’abbandono.

C’è un altro anticipo rispetto ai tempi: la rivendicazione dei diritti umani delle prostitute, un tema che diverrà eclatante in Filumena Maturano, con un concetto ‘moderno’ non ancora accettato dalla società contemporanea: la compartecipazione dei clienti nella responsabilità morale della prostituzione. Un’azione che invece, in passato come oggi, è pesata e pesa soltanto sulle spalle delle donne.

Nella più lunga, meticolosa e bella didascalia mai scritta da Eduardo, Filumena, la più celebre e consapevole eroina del suo teatro, appare in scena mentre le ultime luci del giorno dileguano. È in piedi sulla soglia della camera da letto, le braccia conserte in atto di sfida; in camicia da notte, piedi nudi nelle pantofole scendiletto, capelli in disordine, con qualche filo grigio che denuncia tutti i suoi quarantotto anni e un atteggiamento da belva ferita, pronta a spiccare il salto sull’avversario.

Lo spazio scenico riservato a questa donna, valutata stizzosamente da Domenico Soriano soltanto ‘tre sorde (tre soldi)’, assurge ad emblema del nuovo spazio riservato alla donna nel mondo contemporaneo. In un mondo di donne-oggetto, Filumena si pone come soggetto volitivo, e soprattutto pensante. È in questo la vera portata rivoluzionaria del personaggio. Singolare è il fatto che questa ex prostituta avanzi dei diritti come il rifiuto di abortire i figli della colpa, la volontà di crescerli e di presentarli a testa alta nella società. Diritti fino allora negletti non solo alla sua marchiata categoria sociale, ma alla donna in genere. Il dramma della Maturano culmina in un celebre monologo, quello della ‘Madonna d’ ‘e rrose’, che Titina de Filippo ebbe l’onore di recitare davanti a papa Pio XII, in un’udienza speciale. In esso Filumena narra di quando, incinta del primo figlio, e incerta se abortire, affrontò a tu per tu l’immagine di una Madonna posta su un altarino eretto nel bordello, come in tanti vicoli di Napoli, e le parve di sentirsi rispondere: ”E figlie so’ figlie!’ Questo leit-motiv accompagnerà le decisioni più importanti della sua vita, l’incoraggerà a non abortire, a rifiutarsi di svelare a Domenico Soriano quale dei tre giovani sia effettivamente suo figlio.

È interessante sapere che “Filumena Marturano” nacque da una precisa rivendicazione di Titina de Filippo, conscia del nuovo ruolo delle donne in un teatro non più maschilista: stanca di fare da spalla al più celebre fratello, reclamò un ruolo da protagonista. Chiese ad Eduardo di delineare un personaggio apposta per lei, così come faceva solitamente quando si ritagliava dei perfetti ruoli maschili per le sue ‘prove’ di prim’attore.

L’interpretazione di questo personaggio segnò il trionfo non solo per Titina, ma per tutte le grandi attrici che si sono cimentate, nel corso degli anni, nel difficile ruolo, sia in teatro che al cinema. Chi non ricorda in “Matrimonio all’italiana” la esaltante prova d’attrice di Sofia Loren primeggiante su uno slavato Marcello Mastroianni, schiacciato nel ruolo di Domenico Soriano?

Teresa Maria Rauzino

Correva l’anno 1957 … quando scoppiò l’Asiatica

Le cronache del “Foglietto” e della stampa pugliese

Pochi ricordano che l’influenza Asiatica fu una pandemia influenzale di origine aviaria, che negli anni 1957-60 provocò circa due milioni di morti nel mondo.

“Correva l’anno 1957 – ricorda Paolo Guzzanti, in un articolo del 6 marzo 2020 sul Riformista – Si crepava parecchio con l’Asiatica, un’influenza feroce che arrivò nel 1957 e che poi si ritirò, tornò a ondate e dopo una lunga immersione ebbe un sobbalzo nel 1969, ribattezzata col nome di Spaziale, ma anche influenza di Hong Kong, per dire da dove veniva. Allora i viaggiatori per la Cina si contavano sulla punta delle dita. In Italia più di ventimila ci lasciarono la pelle con la prima ondata e in otto milioni si misero a letto con febbri altissime”. Guzzanti non ricorda ospedali presi d’assalto nel 1957: “Allora esistevano i medici di famiglia che suonavano alla porta con una curiosa valigetta panciuta e ottocentesca, contenente un grande stetoscopio, il macchinario per prendere la pressione e un bollitore di alluminio in cui sterilizzare siringhe di vetro opaco e aghi d’acciaio che venivano usati più volte e che ti sfondavano la pelle del sedere”.

A me è venuta la curiosità di indagare su cosa accadde in Puglia . Grazie alle risorse digitali del portale www.internetculturale.it, in questi giorni in cui le biblioteche e gli archivi sono chiusi, ho potuto effettuare una ricerca sui giornali pugliesi dell’epoca.

“La voce del Popolo” di Taranto del 28 settembre 1957 ci informa che l’ Asiatica dilagava: “L’epidemia si fa più fortemente sentire nelle zone sovraffollate e dove la gente è meno nutrita (il solito mezzogiorno e le solite isole). I casi mortali sono stati fortunatamente pochissimi, da 20 a 25 su centinaia di migliaia di ammalati. Per il resto si va a tentoni. Quanti casi si sono veramente avuti in tutta Italia? Chi dice 100 – 200.000, chi parla di un milione. I Comuni o minimizzano le cose (a Taranto si è parlato di appena 1500 casi contro i 30mila riconosciuti ufficialmente a Bari) o non sono in grado di dare notizie precise, perché la gente si cura da sé senza dichiarare la malattia (e d’altronde, quando anche la dichiarasse, che cosa ne otterrebbe?) E’ in fase decrescente o crescente l’epidemia? Chi dice di sì, chi dice di no. E questo famoso vaccino c’è o non c’è? E’ possibile immunizzarsi o non c’è niente da fare? Tot capita tot sententiae (Tante teste, tanti pareri). Sovrasta l’interrogativo: e se l’Asiatica fosse stata pericolosa, che fine avrebbero fatto le centinaia di migliaia di cittadini contagiati?”.

Il vaccino per l’Asiatica, effettivamente, esisteva. Il virus A/Singapore/1/57 H2N2 (influenza di tipo A), era stato isolato per la prima volta in Cina nel 1954; nello stesso anno fu preparato un vaccino che riuscì a contenere la malattia.

Ma vediamo cosa successe in Capitanata.

Sul periodico Il Foglietto del 5 settembre1957, si sottolinea che, dalle informazioni reperite da fonti vicine all’ufficio sanitario, l’influenza Asiatica non ha ancora raggiunto la città di Foggia. Tuttavia, perché alcune zone italiane non ne sono rimaste immuni, a scopo cautelativo su proposta dell’assessore all’igiene dott. Cortellessa, si sta eseguendo una disinfezione su larga scala in tutta la città nel contempo, il sindaco, professor Vittorio De Miro d’Ajeta ha emanato la seguente ordinanza: 1) I proprietari dei locali di pubblici spettacoli, caffè, alberghi, locande, opifici industriali e mezzi di trasporto collettivi sono obbligati a fare seguire disinfezioni nei propri esercizi; 2) i proprietari dei locali di pubblico spettacolo, oltre ad osservare le norme igienico- sanitarie vigenti, sono obbligati a fare effettuare, giornalmente, il lavaggio dei pavimenti con acqua e soda, altresì, tenere i locali stessi costantemente arieggiati, evitando anche il sovraffollamento; le disinfezioni saranno effettuate sotto il controllo del personale dell’ufficio sanitario del Comune. Gli inadempienti saranno denunciati alle autorità competenti.

“Il Foglietto” del 19 settembre 1957 illustra il decorso dell’Asiatica: “In questi ultimi giorni c’è stato uno improvviso sviluppo, fortunatamente in forma benigna, dell’epidemia influenzale di moda. L’Autorità sanitaria comunale ha potuto controllare poco meno di 200 casi, nessuno dei quali allarmante. La sintomatologia è molto varia tanto da lasciare perplessi se trattasi o meno dell’Asiatica, anche se casi specifici del genere sono stati rilevati su ammalati giunti nella nostra città, uno dei quali proveniente da Moncalieri, due da Castellammare ed uno da Bari. Il Comune ha disposto per una vasta e accurata disinfezione di tutto l’abitato, con particolare riguardo alle bocche fognanti ed ai punti di maggiore concentramento, quali mercati e simili, ed è da registrare che quest’anno, con la perfetta organizzazione del servizio di nettezza urbana, la disinfestazione delle mosche ha dato ottimi risultati. C’è’ da augurarsi che la situazione si normalizzi prima dell’apertura delle scuole”.

“Il Foglietto” del 26 settembre 1957 ci informa che 150 casi di Asiatica sono stati segnalati nel Comune di Volturino. Da oltre 10 giorni la malattia è andata rapidamente diffondendosi, per fortuna in modo benigno e col decorso di pochi giorni, tanto che molti non richiedono neanche l’assistenza medica.

“Il Foglietto” del 3 ottobre 1957 rende noto che la Segreteria dell’UDI (Unione donne italiane), nella riunione del 27 settembre, visto l’aggravarsi della situazione di disagio esistente in provincia per il dilagare della epidemia asiatica, constatato che migliaia e migliaia di famiglie sono nell’ impossibilità di poter acquistare i medicinali occorrenti, ha chiesto alle autorità di governo di intervenire con stanziamenti straordinari perché i Comuni possano distribuire i medicinali gratuiti e generi alimentari come latte, zucchero, carne etc, alle famiglie bisognose.

Sullo stesso numero, “Il Foglietto” ci informa che l’Asiatica ha colpito il 30% della popolazione dauna, per cui in Capitanata i contagi ammontano a circa 200.000. Il decorso della malattia si rivela sempre benigno. Quindi niente allarmismo. Per misure precauzionali, dopo una conferenza stampa indetta e presieduta dal prefetto Cuonzo e le ampie relazioni del medico provinciale Raheli, dell’ufficiale sanitario Spina, del Provveditore agli studi Cassano, si è deciso all’unanimità di rinviare al 14 ottobre l’apertura di tutte le scuole della Provincia.

“Il Foglietto” del 10 ottobre1957 riporta il primo necrologio. La 22enne Fernanda Graziano, figlia del maresciallo Luigi, attivo dirigente della locale sezione del Partito Monarchico Popolare, è deceduta in seguito a sopravvenute complicazioni dell’Asiatica. La sua morte ha suscitato nella cittadinanza viva impressione e commozione.

Il 24 ottobre 1957, il giornale annuncia che in Trinitapoli, vittima dell’ Asiatica, si è spento il dottor Urbano Giuseppe, consigliere e tesoriere da oltre un decennio dell’Ordine dei Farmacisti di Capitanata, nonché presidente della locale sezione dei combattenti e vicepresidente del circolo cittadino. La popolazione, costernata, ha seguito la salma durante i funerali “riusciti imponenti”.

Il medico (nonché grande intellettuale foggiano) Arturo Oreste Bucci, sul “Foglietto” del 14 novembre 1957, informa i lettori sulle norme igieniche da seguire per contrastare l’Asiatica. Premette che, durante l’epidemia colerica del 1911-12, la Direzione generale della Sanità destinò, nelle zone colpite dal morbo, molti giovani medici con il compito di divulgare le principali norme di prevenzione. Tennero moltissime conferenze per spiegare al popolo i principi generali della igiene ed i relativi precetti. “Qui, da noi– ricorda Bucci – furono destinati quattro o cinque di tali propagandisti; parlavano nelle strade dei vari Comuni della Provincia, preferibilmente nei rioni popolari e più affollati, ove imperava e, purtroppo impera la promiscuità dei sessi e prevale la sporcizia personale e della casa. Ebbe, così, il piacere di conoscere uno dei detti medici, il più alacre della troupe, il dottor (Carlo Alberto) Ragazzi, che -poi- per lunghissimi anni diresse l’Ufficio centrale di Igiene di Milano. Un giorno mi disse: “Lei sa qual è il motivo principale per cui tutti questi mali infettivi, come vaiolo, tifo, colera, peste, lue, etc., che ogni tanto deliziano l’Europa, provengono sempre dall’Oriente? E’ la mancata conoscenza, da parte di quei popoli, del sapone”.

La rievocazione del brevissimo colloquio, per associazione di pensieri, fa calare il dottor Bucci nella realtà locale, sulla scarsa igiene di alcune categorie di esercenti. Vecchie, deplorevoli abitudini che sfuggono all’occhio dell’acquirente disattento, e anche di chi ha il compito di vigilare: “Chi è pratico dell’acquisto di generi alimentari avrà notato -salvo le eccezioni- che i salumieri e i loro dipendenti, per prendere più facilmente due fogli di carta, nei quali pesano e involgono la merce richiesta, portano il dito indice della mano destra alle labbra per umettarlo. Tale operazione si ripete, durante la giornata, centinaia di volte, in modo che quel dito passa, continuamente, tra il contatto dei vari generi che si vendono (formaggio, latticini, salami, etc.) e le labbra del venditore. Anche la pasticceria non sfugge al contatto delle mani quando deve essere consegnata al cliente, malgrado nelle lucenti vetrine di quasi tutti i negozi del genere e nei bar facciano bella mostra le speciali grosse pinze. A loro volta i tabaccai non sono tutti forniti di spugnetta per umettare i valori bollati, motivo per cui, spesso, pressati dalla urgenza di imbucare una lettera si è costretti ad inumidire, con la propria lingua, il francobollo che, a sua volta, è passato per le mani non troppo nette del venditore che continuamente manipola generi diversi e moneta. Da questa scheletrica e non completa elencazione non sfuggono i farmacisti, qualcuno dei quali preleva dai barattoli e tubetti, con le mani, pasticche e pillole”.

Il dottor Bucci non teme di essere etichettato come pignolo, purtroppo l’amara realtà è questa. Certo sono abitudini radicate, ma l’Ufficio comunale sanitario, vigile sentinella della salute pubblica, dovrà prenderle in esame per adottare gli opportuni necessari provvedimenti. Con sollecitudine e soprattutto con perseveranza. E’ in ballo la salute e il buon nome di una città come Foggia, incamminata ormai sulla via del progresso!

Teresa Rauzino

su “L’Attacco” del 19 maggio 2020

Angela Campanile sui “sammechelari” di Peschici

Oggi è il 29 settembre, festa di san Michele.
La Grotta di Monte Sant’Angelo è stata sempre una meta di fede.
Quando non c’erano le macchine e i bus, molti ci andavano a piedi o sui carretti. Come i sammichelari di Peschici. Le modalità del pellegrinaggio sono descritte in questo interessante saggio di Angela Campanile (Centro Studi Martella)                               

STORIA DELL’ANTICA COMPAGNIA DI PELLEGRINI DEVOTI DI SAN MICHELE ARCANGELO

Da sempre la gente del Gargano è stata devota di San Michele Arcangelo ed anche i peschiciani hanno praticato e praticano questo culto al Santo della grotta. La devozione nei tempi passati, comunque, era tale che almeno una volta all’anno, e anche due volte (a maggio e a settembre), molte persone benestanti e non, si recavano presso la santa grotta per adorare e venerare il Santo.

A Peschici c’era una vera e propria “compagnia” di devoti che raggiungevano la meta a piedi, per un voto fatto al Santo o per una tradizione di famiglia; questi partivano prima e, attraverso scorciatoie, raggiungevano i pellegrini che viaggiavamo sui carretti (dai quindici ai trenta a seconda dell’annata), che erano gli unici mezzi di trasporto di quel periodo. I devoti prenotavano il posto sui carretti, a volte, da un anno all’altro, per paura di. restare appiedati e non poter magari assolvere al voto fatto a S. Michele.

I carretti, una volta ripuliti e riverniciati, venivano resi il più accoglienti possibile: quattro tavole di legno, disposte in senso orizzontale, fungevano da sedili, resi un po’comodi da cuscini che ogni passeggero portava con sé. Venivano sistemati, da una fiancata all’altra dei carri tre cerchioni per reggere l’incerata che serviva a proteggere i passeggeri dalla eventuale pioggia, ma soprattutto dal freddo: non bisogna dimenticare che per raggiungere Monte bisognava passare per la Foresta Umbra! I bambini piuttosto piccoli venivano sistemati nei sacchi di paglia per meglio proteggerli dal freddo. Sotto al carretto pendeva un lume che, acceso, serviva ad illuminare le buie strade (infatti il viaggio si svolgeva di notte). I muli da traino erano due, il più forte veniva sistemate tra le due sbarre del carretto, l’altro di lato, “a valanzein”. La capienza di ogni carretto era di dieci o al massimo dodici passeggeri, sistemati con tutte quello che serviva al pellegrinaggio: le cose più delicate, tuttavia, (come le uova sode) venivano messe al sicuro in un lungo cassetto. Quando tutto era pronto, i carri si allineavano uno dietro l’altro e, il primo carrettiere, con sonore schioccate di frusta (u scriat), dava il segnale di partenza.

La “compagnia” più numerosa era quella del pellegrinaggio nel mese di maggio. Si partiva la sera del giorno sei quando il pellegrinaggio era organizzato solo per Monte; quando invece il pellegrinaggio comprendeva anche le visite al convento di San Matteo e la visita alla Madonna dell’Incoronata, la partenza veniva anticipata o al cinque o al tre di maggio. La strada era lunga e dissestata, ma si cantava e si pregava senza tregua; i canti erano quelli sacri ed immancabile cm la recita del rosario ed il canto delle litanie che coinvolgeva i pellegrini di tuffi i carretti. Chi c’è stato racconta: “quando si arrivava alla Foresta Umbra cominciava ad albeggiare ed i canti degli uccelli erano bellissimi; gli alberi della foresta erano quasi tutti intrecciati tra di loro e si passava quasi sotto una lunga capanna verde: era uno spettacolo indescrivibile”.

Il viaggio continuava con passo più deciso, visto che la luce del giorno rendeva più agevole la strada. Verso le dieci circa, finalmente, si giungeva alla località chiamata “Parchetto”: da qui si cominciavano a vedere le case di Monte ed allora i canti sacri, dedicati a San Michele, aumentavano d’intensità ed ardore. Poco dopo c’era la sosta. Sull’immenso prato si cominciava ad apparecchiare; pagnotte di pane e l’immancabile frittata facevano da protagonisti e non mancava la damigiana di vino: bisognava riscaldare lo spirito e la carne, dopo una lunga nottata di viaggio all’aria aperta.

Rifocillati e con in vista ormai la meta, ci si rimetteva in viaggio più volentieri. Verso mezzogiorno si arrivava alle ultime salite che erano veramente impossibili da fare con i carretti carichi ed allora bisognava scendere e si proseguiva a piedi.

Prima di arrivare in paese, la “compagnia” peschiciana si univa alle compagnie di altri paesi e tutti in fila, cantando le litanie, si faceva ingresso prima nel paese e subito dopo nella Santa grotta.

La prima visita al santo a volte era drammatica: c’era chi scendeva le scale del santuario in ginocchio o addirittura strisciando con la lingua strepitava per terra, chi gridava al miracolo, chi piangeva. Si cercava subito un rifugio per riposarsi e per pernottare.

Siccome i pellegrini erano tanti e le taverne disponibili non di numero sufficiente, di solito ci si rivolgeva a privati che affittavano sia la stalla per gli animali, che uno stanzone, arredato solo di sacconi di paglia, per le persone. Dopo aver fitto questo, c’era chi si ricava di nuovo dal santo, chi girava il paese, chi si riposava; la sera però ci si ritrovava, anche insieme a pellegrini che si erano conosciuti gli aiuti precedenti, per farsi delle sane mangiate di carne e “turcinell” arrostiti e grande bevute di vino: chi non poteva permetterselo, consumava ciò che aveva portato da casa.

La mattina tutti pronti per partecipare ai festeggiamenti in onore del santo; la sera, stanchi e stremati, si ritornava sui pagliericci. La mattina dei giorno nove, dopo l’ultima visita al santo e l’acquisto di qualche ricordino (medaglie, cavallucci fatti di pasta di scamorza (i cavallott’), pennacchi variopinti, che servivano ad adornare la “capezza” del mulo, zoccoli di legno con il sopra di cuoio e con un tacco molto ampio, ostia ripiene, sportine) da portare a parenti e conoscenti, si ripartiva; ora la strada era in discesa e si camminava speditamente!

A pochi chilometri da Peschici iniziava una vera e propria gara di velocità tra i carrettieri più giovani e, come si diceva “cap a vent”: il mulo che per primo entrava a Peschici era il migliore in assoluto, con somma soddisfazione dei proprietario che si sarebbe vantato fino al prossimo anno.

Il pellegrinaggio comunque non era ancora finito e i pellegrini, dopo essersi ripuliti, scendevano nei pressi della spiaggia e qui si formava una fila su due colonne, al centro della quale c’era il suonatore di campanello, che serviva a scandire le lodi della Madonna durante le litanie: due o tre donne, le più brave si mettevano a cantare e intonavano canti e litanie. La processione raggiungeva infine la chiesetta di San Michele al Castello: la celebrazione di una messa concludeva il pellegrinaggio.

Nei ricordi di chi c’era è rimasto un episodio che ha caratterizzato un pellegrinaggio negli anni della seconda guerra mondiale, quando, soldati inglesi nel vedere venticinque o trenta carretti in fila, di notte e con i lumi accesi, si insospettirono e non solo bloccarono il pellegrinaggio, ma fecero prigionieri i ragazzi che indossavano dei vestiti militari inglesi comprati al mercato, scambiandoli per disertori. L’eco delle urla di disperazione delle mamme che si vedevano portar via dal carretto i propri figli, è ancora rimasto vivo nel ricordo di chi ce lo racconta. Diversi furono i ragazzi che rimasero in mutande, nonostante il freddo, pur di non essere sorpresi con quei vestiti. Per fortuna tutto si risolse quando arrivarono i carabinieri da Vico e spiegarono il perché di quell’insolita carovana.

ANGELA CAMPANILE

Il presente saggio è tratto da “Peschici nei ricordi” di Angela Campanile, II volume della collana “I luoghi della memoria” del Centro Studi Martella, edizioni Claudio Grenzi, Foggia 2000.

Anno 2000. La ricostituita “Compagnia dei Sammichelari” di Peschici sale il tornante di Monte Sant’Angelo nei pressi dell’olmo di San Michele.

 

SPRAR DI RODI GARGANICO, UN PROGETTO VINCENTE

Un convegno del Rotary club Gargano accende i riflettori sulla tutela dei migranti non accompagnati
Il Rotary Gargano, su iniziativa della sua presidente Angela Masi, sabato 19 maggio ha organizzato, presso l’Auditorium Filippo Fiorentino dell’IISS “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico, un convegno sulla tutela giuridica dei minori migranti non accompagnati.
Sono intervenute l’avv .Gerarda Carbone, che ha illustrato l’attuale legislazione, i regolamenti e le direttive in materia di immigrazione che tutelano i minori migranti, e l’avv. Daniela Tafanelli che ha descritto la funzione del “tutore” del minore non accompagnato.
Carmine d’Anelli , Sindaco di Rodi Garganico, ha portato i suoi saluti e quelli della cittadinanza.
Durante il convegno sono stati illustrati gli interventi dello Sprar Villa San Michele, una struttura ubicata in località “Piano” tra Rodi e Lido del Sole, gestita operativamente dalla LIA srl, un’agenzia bergamasca individuata quale ente attuatore, rappresentata dalla dottoressa Elisabetta Scabrosetti. La LIA garantisce assistenza sociale, sanitaria ed educativa specifica, volte alla integrazione ed inclusione sociale dei migranti minorenni, in collaborazione con il Comune di Rodi Garganico e l’IISS “Mauro del Giudice” che ha attivato un corso di prima alfabetizzazione in L2 e di potenziamento culturale in diritto.
Maria Voto, assessore ai Servizi Sociali, che sta seguendo personalmente, sin dall’inizio, l’iniziativa dello Sprar, ha affermato che si tratta di un importante progetto triennale che favorirà, attraverso percorsi seri e mirati di integrazione, il dovere di accogliere e dare una mano a questi giovani migranti minori e non accompagnati. Al contempo, sul piano sociale, la presenza dello Sprar contribuisce ogni giorno a rafforzare la cultura dell’accoglienza a Rodi Garganico, che include questi ragazzi, con altruismo e rispetto, quotidianamente.

Si è parlato ancora di integrazione, prima attraverso un video realizzato dallo Sprar e poi con una relazione della vice coordinatrice della struttura rodiana, dott.ssa Luigia Bocale, che ha illustrato le procedure per l’accoglienza dei 15 minori e le varie attività svolte nel corso di quest’anno, in collaborazione con due scuole (IISS “Mauro del Giudice” di Rodi e IPPSAR di Vieste), Associazioni come “Euro Form Lavoro”, “I bambini di Antonio”, “Il Gruppo Enigma”, Pro Loco, con partecipazione attiva in manifestazioni come “Il Carnevale rodiano” e la “Sagra delle Arance”.

Ma cos’è lo SPRAR?

E’ l’acronimo con cui viene denominato il “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati in Italia” che garantisce interventi di “accoglienza integrata” attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. E’ costituito dalla rete degli Enti locali che, con il concorso delle realtà del terzo settore, accedono al Fondo nazionale per la realizzazione dei progetti di accoglienza. La nascita del Sistema ha segnato una svolta nella storia dell’asilo in Italia. In primo luogo perché, per la prima volta, si è iniziato a pensare e a programmare in termini di “sistema”, in secondo luogo perché l’accoglienza è uscita dalla dimensione privata per entrare in quella pubblica. Mentre, fino al 2001 gli interventi in favore di richiedenti asilo e rifugiati erano esclusivo appannaggio delle realtà del terzo settore, che gestivano l’accoglienza in totale autonomia e al di fuori di una cornice istituzionale definita e omogenea, con l’avvio del PNA si è concretizzata l’assunzione di responsabilità da parte degli Enti locali e dello Stato centrale.
Tante le figure professionali impegnate nelle attività quotidiane dei progetti: operatori di accoglienza, mediatori culturali, persone occupate in attività amministrative, operatori legali, personale ausiliario, insegnanti di italiano, coordinatori di équipe.
Durante il periodo di accoglienza si interviene perché le persone ospiti acquisiscano strumenti che possano consentire loro di agire autonomamente dopo l’uscita dai programmi di assistenza. Gli interventi si incentrano soprattutto sull’apprendimento dell’italiano (obiettivo prioritario), sulla conoscenza e sull’accesso ai servizi, sull’individuazione di reti sociali di riferimento. Il processo di autonomia socio-economica della persona prende avvio e si consolida attraverso la conoscenza del territorio e il recupero dei propri background (personali, formativi, lavorativi), associati all’acquisizione di nuove competenze. Sul fronte dell’inserimento occupazionale, nella quasi totalità dei casi, si procede a una mappatura del fabbisogno lavorativo del territorio, attivando tirocini o borse lavoro e promuovendo inserimenti lavorativi nei settori in cui è avvenuta la formazione.
Aprire un centro Sprar, che accoglie un numero limitato di minori (max 15), oltre ad essere un gesto di profonda umanità, scongiura l’apertura dei CAS  “Centri di accoglienza straordinaria”, dove vengono trasferiti tantissimi rifugiati (fino a un massimo di 150) senza distinzione di età e genere. Infatti, nei Comuni in cui è prevista l’apertura degli Sprar, il Ministero non può, per legge, disporre l’apertura di CAS, in caso di arrivi consistenti di migranti.  Tali strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata. Ad oggi I CAS costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza e generalmente provocano una diffusa ostilità da parte delle popolazioni residenti.

161 anni fa a Rodi garganico nasceva Mauro Del Giudice, il magistrato che fece tremare il Duce

 Fu il giudice istruttore del Processo Matteotti

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«Quella corruzione si è ancora più aggravata
sotto questo regime che si dice repubblicano, 
ma non è né repubblicano, 
né monarchico, né socialista, né comunista; 
è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro
allo scopo di sfruttare il potere, 
come né più né meno faceva il fascismo».


(Mauro Del Giudice, da Cronistoria 1954)

L’editorialista del foglio lucerino “Il Foglietto” informa i lettori che la grave e delicata istruttoria del processo Matteotti è stata avocata dalla sezione di accusa di Roma, presieduta da Mauro Del Giudice, un magistrato di “altissimo valore morale e giuridico”. L’insigne magistrato, autore di numerose, apprezzate pubblicazioni, è un comprovinciale, pubblicista del settimanale.
Del Giudice era nato il 20 maggio 1857 a Rodi Garganico, in provincia di Foggia, da un’agiata famiglia borghese che aveva basato la sua ascesa sociale sul fiorente commercio agrumario. Il padre Luigi gestiva un magazzino in prossimità della Galleria ferroviaria e possedeva un veliero di 400 quintali di stazza – denominato “Il Gargano” – che gli serviva per il traffico sugli abituali mercati di Trieste, Fiume, Pola e Spalato (Jugoslavia). La famiglia era imparentata con i Ciampa, noti armatori ed esportatori campani, proprietari, in quel periodo, di due piroscafi, di cui uno di 5.000 tonnellate.

Mauro Del Giudice, come i coetanei appartenenti a ceti sociali emergenti, seguì gli studi classici presso il seminario di Molfetta (Bari) e quelli universitari a Napoli, dove nel novembre del 1880 si laureò in Giurisprudenza. Dirittura morale e lucida analisi politico-sociologica già connotano le sue pubblicazioni giovanili. Nel primo decennio del Novecento scrisse “Il Fenomeno Giuridico nella Scienza Sociale”, vero e proprio trattato di sociologia basato su una rigorosa analisi dei sistemi di Comte, Spencer e Marx. E’ però l’opera successiva “La scuola storica italiana del Diritto”, che induce il Consiglio Superiore della Magistratura Italiana, nello scrutinio del 1920, a promuovere per “merito eccezionale” il magistrato rodiano alla Corte di Cassazione.
Dopo 14 mesi lo troviamo alla Corte di Appello, come Presidente della IV sezione Penale e della Sezione di Accusa del Tribunale di Roma. Fu questo il periodo più drammatico della sua vita di magistrato. Del Giudice, sessantottenne, assunse personalmente il grave peso e la terribile responsabilità dell’istruttoria del processo Matteotti; la portò avanti con coraggio, resistendo a ogni pressione esterna, finché fu rimosso dall’incarico su diretta pressione del Duce, che temeva di essere inquisito per la sua contiguità con gli assassini. Il magistrato fu promosso (promoveatur ut amoveatur) e costretto a lasciare il suo ufficio romano per quello di Catania. Mussolini, tramite il segretario del PNF Roberto Farinacci, avvocato difensore di Amerigo Dumini, principale sicario di Giacomo Matteotti, ottenne che il processo fosse trasferito a Chieti «per ragioni di ordine pubblico». Con sentenza del 24 marzo 1926, la Corted’Assise teatina, addomesticata dal regime fascista, mise fine alla vicenda processuale dell’assassinio Matteotti: condannò Dumini, Volpi e Poveruomo a pene lievi che un provvido decreto di amnistia e indulto, preventivamente emanato, cancellò del tutto. La tragedia del delitto Matteotti finì in una farsa.
Le vicende del 1924-1926 toccarono profondamente Mauro Del Giudice. Gaetano Salvemini lo comprova negli “Scritti sul Fascismo”: «Non solo furono messe le camicie nere invece dei soldati a far la guardia a Regina Coeli, affinché chi andava e veniva capisse chi era il padrone del vapore; ma due agenti furono messi alle costole di Del Giudice e altri due in borghese alla portineria di casa. I fascisti cominciarono a far dimostrazioni sotto le sue finestre: “Viva Dumini!” “Viva Volpi!” “Morte ai nemici di Mussolini!”. Poi vennero le scritte sui muri del Palazzo di Giustizia. Anche i giornali fascisti, tra i quali il più facinoroso era “L’Impero”, moltiplicarono le minacce: «E’ inutile alludere più o meno velatamente a Mussolini per il Delitto Matteotti; il Duce salvatore della patria non si tocca; il fascismo non lo permetterà mai a nessun costo. Chi tocca il Duce sarà polverizzato. Sarebbe la notte di San Bartolomeo!». Conclude Salvemini: «I fascisti riprendevano le spedizioni punitive e la polizia stava a guardare. Del Giudice e Tancredi erano avvertiti!».
«Ignobili tentativi – scrive l’insigne giurista Alberto Scabelloni – furono messi in opera, per ottenere la deviazione del processo e il salvataggio dei mandanti; gli si propose il laticlavio, la nomina a Presidente di Sezione alla Cassazione, altri onori e utilità materiali, ma la sua retta e indomita coscienza resistette eroicamente. Per punire cosiffatta irriducibile intransigenza, il fascismo, togliendogli la garanzia dell’inamovibilità, lo sbalzò in Sicilia, assegnandogli le funzioni di Procuratore Generale a Catania, trasferendolo così dalla giudicante alla requirente, con palese e prepotente arbitrio. Da quel momento la carriera di Mauro Del Giudice fu troncata e contro di lui cominciò il periodo delle persecuzioni, durato fino al crollo del fascismo».
Il magistrato che, tornato dapprima nel suo paese d’origine si era poi stabilito a Vieste, alcuni anni prima di morire, volle documentare la triste vicenda dell’istruttoria Matteotti. Il 9 febbraio 1947 scriveva ad Alberto Scabelloni, suo fedele allievo:

«Carissimo Alberto, a novant’anni di età e torturato da un esasperante esaurimento nervoso, lavorando nei due mesi di gennaio e febbraio, ho completato la “Cronistoria del processo Matteotti” da me istruito nel biennio 1924-25, con questo titolo: “Note e ricordi di Mauro Del Giudice”. Vi premetto le parole di Francesco Domenico Guerrazzi, apposte al suo lavoro storico su Beatrice Cenci: “La storia non si seppellisce coi cadaveri dei traditi; essa imbraccia le sue tavole di bronzo, quasi scudo che salva dall’oblio i traditi e i traditori”».
Fu proprio Scabelloni a curare la prima edizione del volume. Il suo compito non fu affatto agevole, incontrò molti ostacoli per coprire le spese editoriali. Alcune personalità, cui si rivolse per ottenere le sottoscrizioni, pur definendosi avverse al regime fascista, negarono il loro contributo.

In una lettera indirizzata nel 1950 «all’adorato maestro», Scabelloni denunciò il pesante clima di trasformismo: «La informo che ho spedito in tutta Italia ben 240 schede di sottoscrizione e ha gentilmente aderito soltanto l’onorevole Mario Berlinguer. Che nazione di eroi e di coraggiosi!».

E in un’altra missiva, datata 24 marzo 1950, scrive ancora a Del Giudice: « Un turpe speculatore mi offriva due milioni di lire per acquistare il manoscritto con il pretesto di pubblicarlo in francese e in spagnolo, ma con il malcelato disegno di impadronirsi e togliere l’incomoda e tremenda testimonianza da qualsiasi circolazione. Risposi che nessuno avrebbe potuto piegarmi. Cronistoria si pubblicherà quando potrò coprire le spese di stampa». Siamo nel 1950. Erano trascorsi sette anni dalla caduta del fascismo. Dopo le elezioni del 1948 vi era stata la piena riaffermazione dei principi di libertà, ma dovettero passare ancora quattro anni prima che Scabelloni potesse finalmente pubblicare lo scottante manoscritto. Il libro uscì, postumo, soltanto nel 1954, per i tipi dell’editore Lo Monaco di Palermo.

Mauro del Giudice, ahimè, non ebbe la soddisfazione di vederlo: aveva già raggiunto le celesti dimore nel 1951.

Cosa aveva scritto di tanto eversivo nella sua “Cronistoria”, da intimorire non solo gli epigoni e i simpatizzanti del disciolto Partito Nazionale Fascista, ma anche gli “homines novi” della prima Repubblica?

«Rileggendo la cronaca di quel processo scritta dal magistrato inquirente – osservò Matteo Matteotti quando ripubblicò il volume nel 1985 – le responsabilità dei capi del regime fascista ne escono rigorosamente illustrate in una requisitoria che parla con la crudezza della verità fin nei dettagli. E’ utile e avvincente leggerla a sessanta anni di distanza, come espressione del pensiero di un magistrato imparziale e coraggioso che ha fatto fino in fondo il suo dovere. Egli conclude la cronistoria con un giudizio molto severo sulla classe politica e sul popolo italiano che solo un uomo integerrimo può permettersi di scrivere».
Del Giudice non perdonò mai agli intellettuali e agli uomini della sua generazione di aver avallato il fascismo con la connivenza e la passività, e continuavano a farlo nella nascente “Repubblica Italiana”. La chiusa della “Cronistoria” è lapidaria: «Quella corruzione si è ancora più aggravata sotto questo regime che si dice repubblicano, ma non è né repubblicano, né monarchico, né socialista, né comunista; è soltanto un’accozzaglia di egoisti uniti fra loro allo scopo di sfruttare il potere, come né più né meno faceva il fascismo».
Teresa Maria Rauzino (*)

(*) L’articolo è tratto dal saggio di TERESA MARIA RAUZINO, “Mauro Del Giudice, un magistrato scomodo”, in “Figure egemoni del Novecento”, Ori del Gargano a cura di Giuseppe Cassieri, Schena, Fasano 2006.

http://www.mondimedievali.net/microstorie/DEL%20GIUDICE.pdf