Il 1° Maggio garganico (amarcord di Antonio Monte)

Dall’antica civiltà contadina del Gargano   1° Maggio -Anni Cinquanta –

 

      primomaggio                                                

 

Gli effetti devastanti dell’ultima guerra mondiale misero a dura prova la maggior parte della popolazione Garganica. Le famiglie provate  da lutti e da malattie diventarono ancor più povere e la classe operaia ancora più segnata dalla miseria. Molti genitori furono costretti  ad affidare i propri figli a gestori artigianali ed agricoli per garantire loro un pezzo di pane.

I ragazzi venivano messi a disposizione delle maestranze per l’intera giornata, impediti di fatto a frequentare la scuola dell’obbligo. Gli scapaccioni erano consentiti ai superiori anche per qualche errore banale e talvolta utilizzati per placare i loro cattivi umori. Apprendere un mestiere era un obbligo. L’apprendistato, per chi intraprendeva  l’arte della campagna, consisteva nel pascolare le bestie ricevendo come retribuzione: il pane quotidiano, un litro di olio e un chilo di sale al mese, una forma di cacio a Natale ( la grandezza a discrezione del  padrone)  e una piccola paghetta.

I ragazzi erano maturi e consapevoli della situazione economica familiare tanto da risparmiare l’olio e il sale e riportare la quantità residua alle proprie case.

I genitori pattuivano con i datori di lavoro: il salario e due giorni di riposo bimensile e la garanzia della festività del 1° Maggio.

I giovani lavoratori, oltre alla fatica del lavoro quotidiano,  dovevano sottostare agli ordini degli anziani garzoni:  prelevare l’acqua dai pozzi e dalle cisterne, raccogliere la legna per il fuoco serale,  lavare la pentola e il piatto (unico per tutti), attendere che gli anziani iniziassero l’assaggio dei pasti.

Il rispetto e l’obbedienza verso l’anziano e il padrone erano doveri indiscutibili.

Il Segno della Croce era l’unica preghiera che conoscevano per ringraziare il Signore dopo aver portato la mandria nella stalla ogniqualvolta le intemperie  incombevano in aperta campagna e quando le bestie spaventate  da vento, tuoni e fulmini, non erano più controllabili  e prendevano direzioni diverse.

La festa del 1° Maggio, in tale contesto,  diventava il mezzo per onorare le prestazioni di tutti i lavoratori, per mostrare il coraggio represso che si sprigionava attraverso lo sfogo collettivo, ed era rivalsa di tutte le ingiustizie accumulate durante l’anno.

I preparativi iniziavano alcuni giorni prima della festa. I ragazzi e le donne raccoglievano nei campi fiori rossi e bianchi per poterne poi utilizzare i petali .

La mattina del primo Maggio la popolazione  si radunava nella piazza davanti alla camera del lavoro per formare il corteo. I più piccoli in prima fila,  vestiti di camice rosse e in mano le bandierine con lo stemma della falce e del martello; seguivano  le donne con il capo ornato di ghirlande rosse. Alcune di esse sostenevano grossi  cesti pieni  di petali di rose e papaveri lanciati per terra al passaggio di  rappresentanti sindacali e di partito.

Gli esponenti di spicco portavano all’occhiello il garofano rosso e con il megafono pronunciavano frasi di rivendicazioni oppure davano inizio all’inno del partito: “Avanti popolo alla riscossa, bandiera rossa, trionferà”  mentre tutte le bandiere sventolavano.

Gli uomini si accodavano con i propri mezzi di lavoro: biciclette ornate di fiori rossi; asini e muli ricoperti di mantelli rossi, tutti allineati, che non mancavano di ragliare per lo spavento, non appena la banda attaccava.

Il corteo, in prossimità dell’abitazione di qualche benestante aumentava la tonalità degli inni provocatori ; e chiaramente si udivano versi come: “ mangiatillo e sugatillo il limone , lo sappiamo che non ti piace ma oggi devi farti capace che il limone devi mangiare,” , proprio perchè il primo maggio era l’unico giorno in cui i padroni si sostituivano ai loro garzoni per i fabbisogni della campagna.

L’altro corteo più contenuto, quello della democrazia cristiana, partiva dalla parte opposta  ed era composto da impiegati, professionisti e praticanti religiosi con le bandiere bianche marchiate dallo stemma dello scudo crociato.  Meno numeroso dell’altro si presentava però più ricco di mezzi. Al seguito, infatti, i primi trattori della storia trainavano rimorchi da cui donne  lanciavano petali di rose bianche e di margherite; i cavalli con criniere intrecciate e ricoperti da mantelli bianchi, sembravano essere stati preparati come a partecipare ad antichi rodei medioevali. Scalpitavano storditi dal canto di “ oh bianco fiore simbolo d’amore” o dagli applausi ricevuti dall’esponente del partito in risposta alle battute pronunciate al megafono.

I due cortei si svolgevano nel pieno rispetto reciproco, per ordine e per compostezza.

Si scioglievano dopo i comizi tenuti dai rispettivi rappresentanti politici e sindacali e dopo aver  fissato l’appuntamento nel pomeriggio per la scampagnata organizzata in località diverse.

Nei luoghi prefissati, in aperta campagna, era un vero assalto: frittate, formaggi, lampascioni al forno, salsicce, taralli e ciambelle erano letteralmente divorati mentre il vinello aspro nostrano, nei fiaschi, passava di  mano in mano, liberando risate ma anche frasi e battute di  provocazione verso maestranze e padroni.

Per l’occasione si organizzavano diverse attività agonistiche: il tiro alla fune, la corsa nei sacchi e il noto palo della cuccagna: l’uno sormontato da prodotti alimentari legati dallo stendardo rosso per il partito comunista e l’altro dallo stendardo bianco per il partito della democrazia cristiana.

La corsa degli asini era lo spettacolo più divertente. Gli animali non sempre ubbidivano al proprio fantino, si fermavano di colpo disarcionandolo oppure prendevano direzioni diverse.

 

Si organizzava anche una gara ciclistica con la partecipazione di corridori provenienti da regioni limitrofi e la strada faceva da  vera trincea ai manifestanti dei due partiti.

Prima dell’arrivo dei corridori era il direttore di gara, affacciato allo sportello della balilla, unica macchina al seguito, che dettagliava a megafono l’andamento della corsa.

Quando annunciava la fuga di qualche corridore nostrano, il boato di gioia s’innalzava nei pressi dell’arrivo, la folla si ammucchiava velocemente lasciando pochissimo spazio al passaggio dell’autovettura.

I nostri atleti si allenavano dopo aver zappato  l’orto, unica loro palestra, sostenuti da un’alimentazione fatta di “pane, scorza e mollica”.

Spesso per partecipare alle gare in altri paesi, si partiva in bici al mattino presto, qualche volta si vinceva e poi si faceva ritorno sempre in bici.

Questi “atleti” erano amati da tutti, non tanto per il valore delle vittorie ma per come si allenavano, senza trascurare il duro lavoro quotidiano.

La vittoria dei paesani sprigionava la gioia di tutti i presenti. Ma  abbracci e  brindisi annientavano completamente le rivalità, tanto che “ bianco e rosso”, colori che nel dopoguerra avevano annientato il nero, si fondevano in un unico colore ,.

La vittoria esaltava il valore umano accampato in ogni cittadino Garganico, rappresentava il riscatto della situazione sociale e un forte stimolo a credere nelle proprie capacità , giacché molti,  consapevoli che avrebbero abbandonato la propria terra natia, erano ugualmente consapevoli di dover confrontarsi con ostacoli e rivali di sicuro presenti lungo le strade del mondo.

Attualmente il 1° Maggio si svolge in modo  diverso. La piazza della Capitale è l’unico luogo dove i lavoratori arrivano da ogni parte d’Italia stremati dai lunghi viaggi  effettuati in pulman o in treno messi a disposizione dai rappresentanti politici e sindacali per  ascoltare i loro comizi confezionati con belle parole, con frasi e verbi ben coniugati  e tantissime promesse e che si concludono con il suono assordante di concerti rock.

Una volta, la giornata del primo maggio aveva altra valenza. Nel Gargano era una sorta di embrione della Libertà che sbocciava con la Partecipazione.

In primo luogo, quella degli organizzatori, che coinvolgendo i cittadini  a mettere a disposizione il proprio tempo libero, seppero preparare manifestazioni senza incidenti;

quella delle donne che, nonostante la riservatezza, nota caratteristica di quei tempi, accompagnarono, senza vergogna, i propri mariti, i propri figli al grido: “ 1° Maggio Festa dei Lavoratori “;

quella dei ragazzi temperati dallo spirito di sacrificio che si sono riscattati raggiungendo poi traguardi ambiti in Italia e nel mondo, nonostante l’analfabetismo e la povertà;

quella dei tanti protagonisti sportivi nostrani passati nel dimenticatoio;

quella di coloro i quali hanno sfilato per le strade  con entusiasmo pacifico e che hanno onorato e arricchito “quel dì di festa”.

A costoro va il merito di aver segnato una pagina della Storia.

Antonio Monte

 

                                                                                                                                                                                   

 

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 Berardino Sassano, nonno del Gargano

 

Degno rappresentante dell’antica civiltà contadina si è spento Domenica 17 Luglio dopo 104 Primavere

 

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Lungo il viale della vita, oltre alla fatica ha assaporato ingiustizie e dissapori ricevendo pochi onori.

Sua vera amica è stata la fatica sin dall’acerba gioventù e lo spirito di sacrificio Sua costante virtù.

Ogni cosa ha un fine, tutto si lascia al confine tranne i valori veritieri che illuminano vecchi sentieri.

Altruismo, pazienza e fedeltà sono alleati eterni della Spiritualità.

Così come un giusto ideale anch’esso resta immortale è il valore assunto dal nostro Caro Defunto.

Lo sconforto è palese per il Gargano, Suo unico Paese che resta sempre meno arredato senza un bel pezzo d’antiquariato.

 

Antonio Monte da Milano

 

Il dono per San Valentino consigliato dal contadino by Antonio Monte

 

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Un giovane professionista affermato, elegante, profumato, abbronzato con i raggi ultra-violetti e molto ambito dalle donne, incontra suo padre, anziano contadino, e gli rivolge oltre al saluto una battuta provocatoria:

“Beato te che hai vissuto in campagna senza pensieri per la testa, io invece per questa festa mi arrovello  per acquistare il dono alla mia compagna.

Due anni fa ho donato gli stivali da sballo provocandole un callo.

L’anno scorso le ho regalato il telefonino con internet incorporato e mega-byte maggiorato, non tanto apprezzato per il consumo esagerato.

Quest’anno per San Valentino, per dimostrarle quanto ne sia innamorato l’accontenterò con un ricco dono inaspettato.

Perché non fai altrettanto con tua moglie?”

Più che un consiglio, è stata una battuta sfottente per spiazzare l’incompetente;

invece il padre così gli rispose:

“Quello che regalo a tua madre è il solito dono che soddisfa a pieno i suoi desideri.”

Riprese il figlio: “Di quale dono parli tu, incallito risparmiatore,  io, non ti ho mai visto  portarle un fiore?  Comunque sono curioso di sapere dove l’acquisti e quanto costa.”

Il contadino con tono pacato ma convincente, rispose:

“ In un piccolo emporio di nome Onestà. Davanti all’ingresso è posto un cestino di rifiuti per buttare: sospetti, egoismo, stupido orgoglio e vanità. All’interno  dei diversi reparti  regalano: entusiasmo, pazienza, allegria e sincerità. Di solito prendo un po’ di tutto e consegno alla cassa dove la signorina, di nome Felicità, confeziona il pacchettino allegandomi un bigliettino su cui scrivo:

<<   Il  cuore  amico dona la sua chiara coscienza

simile all’acqua di una sorgente

limpida e trasparente

dove puoi  serenamente specchiare

e spegnere ogni Tua arsura d’Amore. >>

Il figlio frastornato disse: ”Bellissima dedica, però non ho individuato il nome del dono contenuto nel pacchetto”.

Il padre rispose con penetrante tranquillità: “Il nome del dono che ogni persona  amata  gradirebbe ricevere sempre, però è sconosciuto alla modernità, si chiama Fedeltà “.

Il cuore del contadino innamorato

brama col pensiero garbato

il contatto dell’unica amante

anche se ella è distante.

Il lavoro soltanto

l’allontana dal suo fianco

per procurare i bisogni primari

utili a tutti i familiari.

Il regalo del paesano

è l’esempio quotidiano

donato con semplicità infinita

per gustare Amore, essenza della vita.

 

                                                    Antonio Monte

 

13 Dicembre Santa Lucia – Il brodetto delle fave rummunnate

13 Dicembre Santa Lucia – Il brodetto delle fave rummunnate

di

Antonio Monte da Milano

 

Una sera, Santa Lucia, passando dalla piana di Carpino avvertì un profumo delicato proveniente da un camino.

All’interno c’era una sposina impaurita, perché un suo vitello si era smarrito, venne dalla Santa assicurata che il marito lo aveva ritrovato grazie al chiarore delle stelle e che lo stava riconducendo nella stalla.

Il contadino ritrovò l’animale nel campo delle fave appena nate, mentre sdraiato ruminava le piante recentemente spuntate.

La contadinella rasserenata Le offrì la pietanza appena cucinata. Piatto che in seguito fu chiamata “fava rummunnata” dalla leggenda appena raccontata, (fave e brodetto, condite con sale, olio e semi di finocchietto).

Così la pietanza divenne tradizione e si consumava per cena e colazione.

Il perché il nostro legume risulta eccellente il motivo è il seguente:

Sotto la piana del Gargano vi è un pantano, il vapore delle sue acque incontra l’aria salmastra proveniente dal mare, facendo da concime naturale al terreno argilloso è così che la fava è dolce e più gustosa.

Questi processi chimici e naturali rendono la fava ricca di sali minerali e di sostanze antiossidanti, anche abbrustolita la mangiavano i viandanti.

Oltre ad essere un alimento nutriente, leggero, digestivo è adatto alla terapia antidepressiva.

Anch’io il 13 Dicembre mangio sempre le fave lesse nostrane messe in ammollo la sera prima nelle acque piovane.

Ho cura di eliminare l’estremità di nero segnato, pare fosse un pezzo di codino del dannato.

Tra magre verità, credenze popolari e magiche leggende, io a Santa Lucia sono riconoscente e, lo confermo di sicuro, ha illuminato il mio futuro.

Antonio Monte da Milano

 

N A T A L E – by Antonio Monte da Milano

DALL’ANTICA CIVILTÀ CONTADINA DEL GARGANO

 

Il Santo Natale per l’antica civiltà contadina garganica rappresentava un evento importante.

La devozione (devo donare l’azione), per la nascita di GESU’, veniva preparata e sentita da tutti spontaneamente. Il digiuno natalizio, veniva osservato dal giorno dopo la festa di San Martino, allo scopo di accogliere l’evento con l’animo devoto e purificato privando il corpo dalle grandi abbuffate.

La verdura di stagione che cresceva spontanea nei prati, veniva raccolta e cucinata per l’occasione.

La borragine, ricca di ferro, veniva pulita accuratamente, poi bollita e condita con sale, limone e olio. Ottimo alimento capace di sostituire le proteine e con la stessa acqua si ammorbidiva il pane.

La sera prima del 13 dicembre si mettevano a bagno, per 12 ore, possibilmente utilizzando l’ acqua piovana, le fave (rinomate quelle coltivate nelle località di Carpino perché  più dolci e saporite).

Il mattino successivo si cuocevano nella pignatta (recipiente di terracotta) ricoperte di acqua e si circondava il recipiente con una ricca brace del camino. Una volta cotte venivano condite con semi di finocchietto selvatico, sale e olio. Una parte della pietanza veniva offerta ai vicini e parenti.

Il sedici Dicembre iniziava la novena di Natale.

Il tocco delle campane richiamava i fedeli alla  S. Messa, le funzioni venivano svolte al mattino presto per consentire di svolgere le solite mansioni lavorative. Da ogni parte del paese e dalle campagne vicine, ricoperti con pastrani e cappelli accorrevano pastori e contadini.

Prima di entrare in chiesa avevano scambiato tra di loro gli argomenti… a come meglio svernare, .. a come predisporre le cunette nel terreno  in presenza di copiose piogge…. dove e come procurare il fogliame per le bestie. Si accordavano per barattare la paglia con la biada e così per gli acquisti o vendite degli animali; bastava la parola, e tutto andava a buon fine.

Le donne anche esse, prima di entrare in chiesa, coperte di sciarpe di lana, da loro stesse confezionate, chiacchieravano tra di loro della cucina, e a quello che avrebbero preparato per il 25  dicembre consigliandosi per la buona riuscita e accordandosi di scambiarsi i prodotti in eccesso con quelli mancanti.

I giovanotti terminata la Messa uscivano un attimo prima dalla chiesa per incrociare gli sguardi femminili, che coperte dalla testa ai piedi correvano a casa per il freddo, naturalmente scosse da quegli sguardi così comprensibili…..

Il garganico non è molto eloquente nell’esprimersi a parole perché è pratico e poco dispersivo, invece il suo sguardo ha un linguaggio universale con diverse sfumature di chiare interpretazioni per chi le riceve.

Per l’occasione alla ragazza in questione, sapeva trasmettere il timido desiderio con rispettoso pudore che penetrava nel suo cuore e  se il mattino seguente si ripeteva di incrociare ancora quello sguardo, per il giovane , nonostante il duro lavoro, il freddo e il digiuno, diventava  una bellissima giornata. Per molte coppie, grazie alle Novene Natalizie è avvenuta la nascita dell’amore e hanno poi coltivato e sviluppato il germe della famiglia.

Le massaie si privavano di alcune ore di sonno per filare la lana e confezionare con i ferri: sciarpe, guanti, calze e cappelli da donare ai parenti, e sempre di notte preparavano i dolci e le pietanze tipiche.

Nei grossi secchi colmi d’acqua, ricoperti con sopra un grosso peso, si depositavano le anguille

(rinomate quelle pescate nei laghi di Lesina e di Varano), esse venivano cucinate la sera della Vigilia. Le donne si sporcavano le mani di farina o di sale per poter prendere le bestiole vive e viscide dal secchio. Le bestiole anche dopo averle tagliate e ripulite, si dimenavano ancora, e poi

venivano cucinate con le verdure (senape, catalogna, cima di rape).

Un ‘altra quantità veniva fatta alla brace e condita  con il sale e il limone  (preferiti  i limoni di Rodi). Un’altra quantità veniva ricoperta di farina e fatta  friggere nell’olio.

Il baccalà sostituiva le anguille, veniva messo per diversi giorni sotto l’acqua corrente, cucinato con le patate (preferite le patate di San Marco in Lamis). Un antico episodio avvenuto in un Natale narra che il marito di nome Marco per aver la certezza della pietanza tradizionale, disse alla propria moglie: li patanne lamis.

In diversi modi si cucinava il baccalà:

– lessato, scolato e condito con poco aglio, limone, prezzemolo tritato e olio.

– infarinato, impanato e cucinato nell’olio.

L’insalata riccia con le arance sbucciate tagliate a quadretti, era il contorno per tutte le pietanze, all’insalata e alle arance si aggiungevano, alici sotto olio e il tutto condito con aceto di vino e olio nostrano. Questo contorno è tornato di moda, viene utilizzato per le diete dimagranti.

I dolci natalizi erano i crostoli fatti con:

l’uovo mescolato alla farina, la pasta veniva tirata col mattarello da ricavare una sfoglia sottilissima, veniva poi sezionata,  intrecciata, ricoperta di farina (importante che quando si lavora la farina prima di essere impastata deve essere setacciata al momento per meglio ossigenarsi; regola confermata da una donna non più giovane di Peschici). Le trecce sottilissime della pasta venivano fatte friggere fino a diventare dorate e condite con il miele di fichi. Il miele fatto d’estate veniva consumato in mille modi: per curare le bronchite, per sostituire lo zucchero, versato in un bicchiere di neve granulosa si otteneva una gustosa granita, si spalmava sul pane a fette e si aggiungeva all’acqua fredda per dissetare (preferito il miele di Sannicandro).

In estate, grosse caldaie venivano riempite di fichi e ricoperti con metà acqua, fatti bollire prestando attenzione a utilizzare la legna secca per non fare sviluppare il fumo. Tutto il contenuto dei fichi trasformato in marmellata veniva messo ancora caldo in un sacco di stoffa pulito con sopra grossi pesi per una migliore spremitura, il succo ricavato si faceva bollire in un’altra pentola e quando diventava denso si metteva in un piatto, si passava il dito, se il segno lasciato non si univa, il miele era pronto, si conservava dentro ai  recipienti di argilla in ambienti freschi.

Spesso le pietanze natalizie venivano offerte a parenti, ad amici bisognosi, ai proprietari dei terreni,

al dottore, all’avvocato, al prete. Quest’ultimo viveva soltanto di offerte, anche per lui l’inverno  era triste, doveva sottostare alla clemenza e all’avarizia del proprio Parroco che amministrava da solo i beni della chiesa e i relativi lasciti.

L’antica civiltà contadina garganica era rispettosa verso i disegni Divini, conosceva a perfezione le leggi e i comandamenti: nata per morire, percorreva rassegnata le strade della vita assegnata, siano esse larghe, strette, lunghe o brevi, affrontava le insidie della vita con pazienza, aiutava a superare la salita a chi si trovava in difficoltà, era disinvolta, si privava delle cose utili per donarli a chi senza chiedere ne aveva bisogno, superava le avversità e le disgrazie con i silenzi devoti, con i digiuni che però rafforzavano l’animo e lo arricchivano.

A mezzanotte della Vigilia di Natale, si prendevano le campane per suonarle, le persone  si affacciavano sull’uscio delle proprie case, chi possedeva l’arma da fuoco sparava colpi in aria a vuoto con le cartucce confezionate artigianalmente. I credenti rivolgevano lo sguardo al cielo per  scrutare il passaggio della Cometa.

Quella notte s’avvistava una Stella/ la stessa sì sempre quella/ che accompagnò l’antico pastore/

nella grotta dove nacque il Signore/ Il suo alone di luce addita/ e par che dica/ vai Garganico anche tu/ a visitare il bambino Gesù/ Lui è là in qualunque ospedale/ tra chi soffre e sente male/ tra i senza casa e i disoccupati/ tra il terzo mondo e i menomati/ Con i vecchi soli negli ospizi/ poveri umili e senza vizi/ a costoro porgi il saluto augurale/ Gesù sarà contento e Santo sarà il Natale.

Il benessere moderno è costruito di esse: “ soldi, successo, sesso “. Simboli satanici appiccicati

ai macchinari d’avanguardia, veri frantoi che tritano i valori umani e producono egoismo e illusione.

Il messaggio è facile intuirlo, ottenere tutto e subito, lo spirito di sacrificio non risulta più attuale, è fuori moda. Le lotterie, i gratta e vinci, le  slot-machine, le illusioni, sono a portata di mano e capaci di risolvere tutti i problemi.

L’inverno si può evitare, si va dove fa caldo, in poche ore si attraversano i continenti squarciando il cielo con aerei veloci e confortevoli. I massaggi, le creme e le palestre sono utili a mantenere sempre giovane il proprio corpo, accorgimenti indispensabili per l’eterna vita.

Crescere liberi senza osservare alcuna legge, alcun comandamento, senza ideale ne politico ne spirituale .

La cosa più assennata è desiderare di ottenere tutto quello che hanno gli altri e tentare di superarli.

Il benessere moderno lo consente, è molto realista. Trascorrere le vacanze di Natale  lontano dai parenti serpenti, in compagnia di un nuovo amico, consumare i prodotti del posto e passeggiare senza pensieri a 40 gradi bevendo bibite ghiacciate.

Un paio di occhiali tengono lontano gli sguardi maligni anzi il distacco totale da tutti.

Il benessere moderno premia… me, io e basta, tiene lontano la depressione, la solitudine,

l’illusione, l’egoismo, le sciagure, i malanni, la morte, l’infelicità e la povertà.

Questa è la vera  rinascita che desidera la modernità…?

Meditate genti, però al naturale…. meditiamo  tutti  a  Natale.

 

Convulsi acquisti inutili regali

volano i prezzi a Natale

divenuto evento commerciale

l’avvento Spirituale

un vero scompiglio

per ogni padre di famiglia

Perché non ritornare a fare da te

biscotti in casa e tazza di caffè

sorrisi sinceri una stretta di mano

 questi doni sono veri

per l’autentico Natale. 

 Antonio Monte da Milano