IL “PLANCTUS MARIÆ” A PESCHICI

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Soffermarsi davanti alle immagini che raffigurano la passione di Cristo è una devozione molto antica della Chiesa. I cristiani si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme proprio per pregare nei luoghi in cui il Signore aveva vissuto le ultime ore della sua vita terrena e dove il suo corpo era stato deposto dopo la morte. Tornati dal lungo viaggio, volevano tenerne vivo il ricordo: ecco perché commissionavano a un pittore o a un ceramista di raffigurare gli eventi della Passione del Signore, la cosiddetta “Via Crucis”.

In tal modo anche coloro che non potevano recarsi in Terra Santa erano in grado, guardando queste scene, di “rivivere” la passione di Gesù. Fermandosi a pregare davanti a ogni stazione, il fedele si sentiva un suo discepolo, uno di quella schiera che lo seguiva a distanza, fedelmente, e talvolta anche infedelmente. La pratica della Via Crucis si affermò nel primo trentennio del Settecento. Il merito va ai grandi predicatori missionari: Sant’Alfonso de’ Liguori, San Paolo della Croce e San Leonardo da Porto Maurizio.

La “missione” fu, senza dubbio, uno dei più importanti eventi religiosi della storia della Chiesa. Vi ricorrevano gli stessi vescovi per portare una parola di fede in mezzo alle rudi popolazioni contadine, vissute per secoli nella superstizione. Le “missioni” erano un fatto popolare, coinvolgevano emotivamente paesi interi per alcune settimane, e l’evento era ricordato a lungo dai fedeli. Il ritmo della vita ordinaria era rotto dall’arrivo dei “Padri”, che si impegnavano in un duro lavoro pastorale per farsi capire, suscitare un’emozione religiosa, introdurre un clima di fede spontanea e immediata. La chiesa diventava il luogo delle pubbliche confessioni e del perdono: lì accadeva qualcosa di nuovo che si sarebbe ricordato per generazioni.

I cristiani del mondo occidentale sono rimasti, attraverso i secoli, molto legati al rito della Via Crucis divulgato dai missionari. Le confraternite peschiciane del SS. Sacramento e del Purgatorio ripetono, nelle domeniche di Quaresima antecedenti la Pasqua, la versione di Sant’Alfonso de Liguori (1696-1797). Tramandata per generazioni e generazioni, la Via Crucis di Peschici ha conservato in gran parte ritmi e cadenze antiche e presenta sfumature originali che è bello cogliere e gustare.

Il contenuto fa riferimento alle singole raffigurazioni della Passione di Gesù. Riassume l’idea del pellegrinaggio e della sacra rappresentazione: le meditazioni davanti alle singole Stazioni, officiate dai confratelli, sono intervallate da “quadri cantati”. Voce narrante è un pellegrino, il quale segue la passione di Gesù: “Signore, con te vorrei oggi portare la Croce, nel tuo atroce dolore, vorrei seguirti. Ma sono malato e stanco, dammi tu il coraggio per non smarrirmi nel grande Viaggio”. I “quadri” più significativi sono quelli che focalizzano il ruolo della Madonna durante la Passione del Figlio. Nella IV Stazione avviene il primo incontro con Gesù. Ricca di pathos è l’immagine del pianto della madre, che “gira tra la gente” in cerca del suo “perduto ben”.

La VII Stazione rappresenta Gesù che cade per la seconda volta. La voce narrante commenta: “Sotto i pesanti colpi della scellerata scorta, un nuovo ostacolo fa inciampare e cadere a terra il mio Signore” ed esorta i sassi, che ostacolano il cammino di Gesù, a essere più pietosi degli uomini: “Più teneri dei cuori degli uomini siate voi, o duri sassi, non ingombrate più i passi al vostro Creatore!”.

 

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La IX Stazione ci fa rivivere il drammatico momento della terza caduta, provocata a Gesù dal pensiero che la sua salita sul monte del dolore, il suo sacrificio, saranno forse inutili. Originale è la personificazione dell’ispido Monte Calvario che, profondamente commosso, osserva la scena: “L’aspro Monte guarda il Redentore sofferente, sa che per molti la sua salita sarà inutile, il suo sacrificio vano. Quest’orribile pensiero così al vivo gli tocca il cuore, che languido gli trabocca e si sente morire”.

La XI Stazione – Gesù inchiodato in croce – è senz’altro la sequenza più drammatica di tutta la Passione. La “voce narrante” ci descrive i particolari: “Vedo il mio Diletto disteso sul duro tronco della Croce; e aspetto il primo colpo della sacrilega crudeltà. Quelle mani divine, tanto perfette che sembrano levigate al tornio, ahimé il martello le inchioda, senza pietà”.

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La scena è visualizzata (come tutte le altre d’altronde; ndr) nella relativa stazione della Via Crucis realizzata in stile Bauhaus da Alfredo Bortoluzzi per la Chiesa Madre di Peschici. Fu l’ultima tela a essere eseguita dall’artista e senz’altro la scena più difficile da realizzare. Quando don Giuseppe Clemente, arciprete del tempo, nel contare le tele si accorse che mancava proprio la Crocifissione, lo fece notare al pittore. Bortoluzzi rispose: “Non è che manca, ma ci vuole molto tempo per convincere me stesso a eseguirla, perché mettere dei chiodi alle mani del Cristo non è poca cosa”. Gli sembrava di uccidere Gesù per la seconda volta, di commettere un’azione empia nei confronti dell’«uomo Dio».

Nella XII Stazione, il Sole, la Terra, il Cielo, perfino i marmi si personalizzano per poter piangere la morte di Gesù: il Sole non vuole assistere a questo orrendo spettacolo, si oscura in segno di dolore. La Terra, commossa, trema, il Cielo è spezzato dai fulmini; piangono persino “i marmi più duri”.

Nella XIII Stazione c’è la sequenza più drammatica, che dà vita al “Planctus Mariae”, col personaggio-chiave della Via Crucis: la Madonna Addolorata che tende le braccia verso il Figlio appena deposto dalla Croce. Afflitta prende in grembo il suo “morto ben”, attraverso gli occhi “riversa il suo cuore ormai sciolto in lacrime”, bacia quel freddo Volto e se lo stringe al seno. Un’immagine toccante: nella metafora del cuore che si scioglie in lacrime e quindi sgorga attraverso gli occhi, in questo bacio sul freddo volto del suo amato bene, in questo prendere in grembo e stringere al seno il figlio morto, la Madre divina si umanizza e diventa simbolo della sofferenza di tutte le mamme quando perdono un figlio.

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Nei riti funebri di Peschici e dell’area garganica è presente questa figura di madre che, sul letto della morte, piange il proprio figlio, descrivendolo come una persona ideale. E continua a parlare con lui, di quello che ha fatto, magnifica la bellezza del suo corpo perfetto, in un disperato tentativo di negare la realtà della perdita irreparabile, di accettare la realtà della morte.

La sera del Venerdì santo, due cortei processionali, uno con la statua del Cristo morto, accompagnato da tutti gli uomini del paese e l’altro con la statua dell’Addolorata seguita dalle donne velate a lutto, percorrono nei due sensi, senza incontrarsi, le vie del centro storico e del paese. Si incontreranno alla fine, sotto la Torre del Ponte, all’ingresso del borgo antico. Il sacerdote reciterà un’accorata omelia che ha per tema il dolore della Vergine Addolorata che ha finalmente ritrovato il figlio morto dopo una lunga e affannosa ricerca. E’ questo il punto culminante del dramma della Settimana Santa: il sacerdote svolge in tal modo una parte importante del “lavoro del dolore”, la cosiddetta “elaborazione del lutto”.

L’omelia del sacerdote ha una funzione di rinforzo del “Planctus Mariae”, cioè del pianto della Madonna Addolorata per il figlio morto, cantato dalle donne alla fine della Via Crucis e durante la processione. “Stava Maria dolente”, libera versione italiana dello “Stabat Mater” di Sant’Alfonso De Liguori, ha l’andamento di una nenia: la melodia si snoda nella forma caratteristica del lamento, con tutti i suoi aspetti terapeutici. Le donne, eseguendo il ‘planctus’, sanno trovare parole, suoni e gesti per svolgere il loro personale “lavoro del dolore”. Lamentano la perdita del Cristo che rappresenta simbolicamente le proprie perdite.

Trovare i modi per “dire” il dolore attraverso parole, gesti e suoni, è il primo passo verso la sua trasformazione, il suo superamento e la reintegrazione nella realtà delle persone colpite dal lutto. Ed è l’esperienza del dolore che rende l’Addolorata una figura così umana, così vicina a tutte le donne del Mediterraneo cristiano che si trovano alle prese con la sofferenza nella loro vita quotidiana. Non possiamo dimenticare la massiccia incidenza del fenomeno dell’emigrazione in questa regione che ha rinforzano la grande sensibilità femminile di fronte ai temi del distacco e della perdita. Una bella raccolta di “pianti di Maria” effettuata da Tullia Magrini, musicologa dell’Università di Bologna, la quale ha studiato testi e canti dell’area calabra e sarda, conferma questo dato.

Chiudiamo con una piccola nota etnografica: le donne di Peschici, come quelle pugliesi e dell’intero Sud, per ornare i sepolcri, mettono alcune piante di grano in una camera senza luce in modo che perdano il colore naturale e diventino il simbolo del corpo morto di Cristo. Queste piante, poste in piccoli vasi, sono collocate nei sepolcri o sugli altari assieme alle statue di Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Rappresentano il grano che non è potuto crescere, le vite precocemente spezzate da secoli di fame e povertà.

Teresa Maria Rauzino

 

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Ricordando … Romano Conversano

UN TUFFO TRA I COLORI DELL’ARTISTA CHE AMO’ PESCHICI 

 

Chi è Romano Conversano? Lo ricordiamo ai nostri lettori che non l’hanno conosciuto.

L’artista nacque il 30 settembre 1920 a Rovigno d’Istria da padre pugliese e madre istriana, figlia del pittore Giuseppe Bino. Compiuti gli studi all’Accademia di Belle Arti a Venezia, insegnò per alcuni anni a Pola. Durante la guerra, si impegnò nella Resistenza, ed organizzò a Belluno un cenacolo di giovani artisti fra i quali Tancredi e Romano Parmeggiani. Si legò d’amicizia con Emilio Vedova e Rodolfo Sonego. Dal 1946 al ’54 visse a Rovereto, animando l’ambiente artistico e culturale della vivace città trentina. Dopo numerosi viaggi di studio in Francia, Spagna e Fiandre, che rappresentano nella sua pittura altrettanti “periodi”, si stabilì nel 1954 definitivamente a Milano, dove partecipò da protagonista alle maggiori manifestazioni artistiche. Il suo luminoso studio in via Rossini divenne il ritrovo di tanti intellettuali italiani, tra cui Eugenio Montale, il cui profilo l’artista schizzò in una delle sue inconfondibili grafiche.

Nel 1957 Conversano restaurò un piccolo castello a picco sul mare a Peschici, nel Gargano, dove si ritirò a contatto con una natura solare e primitiva: fu il periodo dedicato alla “Puglia antica” contrapposto a quello delle “Donne d’oggi” del Nord con i loro problemi esistenziali. Nel 1974 gli venne conferito l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano. Nel 1980 fu nominato membro dell’Accademia degli Agiati di Rovereto. Peschici gli conferì, nel 2002, la cittadinanza onoraria. Romano Conversano ci ha lasciato il 22 luglio 2010. E’ sepolto a Rovereto. Chi l’ha conosciuto ha un bellissimo ricordo della sua grande umanità, oltre che del suo genio artistico.

E’ quello che è emerso nel corso del Memorial a lui dedicato.

“L’Attacco” del 27 settembre 2011 pubblicò la testimonianza della “prima venuta” a Peschici, nel 1957, raccolta  da chi scrive nel 2002 dalla viva voce di Romano Conversano, nella serata del conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Consiglio Comunale di Peschici e  la relazione dello scrittore Piero Giannini tenuta al Memorial.

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L’incontro di Romano Conversano con il comune garganico e il suo racconto durante la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria

 “C’E’ PESCHICI. SONO RIMASTO INCANTATO, MI SONO SENTITO CHIAMATO”

 

“Sono un pittore di origini pugliesi, papà mio era di una bella cittadina ricca, pulita e anche benestante che si chiama Conversano. Anch’io, nel mio piccolo, ho avuto un “periodo spagnolo” come i grandi pittori, in un paese incantato che si chiama  Gaudix, in Sierra Nevada. Aveva delle case a cupola tagliate nel tufo, con dei comignoli altissimi. La gente sapiente di questo paese aveva conservato i comignoli, come a Tartu in Russia (Estonia), sembravano paracarri fantomatici.

Alcuni anni, dopo, ormai vivevo a Milano, in un angolo tra Brera e la Scala, mi fermo al banchetto di un venditore di libri usati e, per caso (la cercavo da tempo), trovo una di quelle bellissime pubblicazioni dell’Ente Turismo (Touring Club Italiano 1937). La  compro per pochi soldi, vado a casa, mi metto in ginocchio, apro a caso, si aprono le due facciate, in calce all’unica pagina doppia del grosso volume che occupa la base, c’è Peschici. Sono rimasto incantato… mi sono sentito veramente chiamato. Quando abbiamo potuto, mia moglie insegnava economia domestica, avevamo un’adolescente a casa, Margherita (che è sempre nel mio cuore, anche allora pallida, elegante), siamo venuti. Con un piroscafo, da Manfredonia fino a Peschici. Una donnetta allegra, simpatica, con un occhio un po’ indipendente, ci domanda: “Dove andate con questo bagaglio?”. “Andiamo a Peschici!”. Stavamo arrivando sotto al gettatoio… “No, no qua, no, no! Andate a Rodi o a Tremiti!”. Le  ho    detto: “Peschici!”. Era agosto, sarà stata l’una e mezza di pomeriggio, il piroscafo si fermò.

Trasbordammo su una barca. Sul molo arriva un ragazzotto con le gambe storte, di poche parole. Senza tanti preamboli si accolla i bagagli, impietosito e forse esperto dice: “Facite subte!”. Ci fa incamminare in mezzo … a non vi dico quante deiezioni umane, tra i fichidindia…

Arriviamo  su stravolti, ci porta a casa… lui chiama i finanzieri, il portone non si apriva, era sbarrato, murato. Con delle martellate cominciano a schiodare queste due travi. Vediamo spiripinguli, vuschere  sgardavizze, tutti  impazziti che corrono di qua e di là.

Finalmente aprono il portone. Appena entriamo… I signori, quelli che hanno inventato la sindrome di Sthendal, avevano visto giusto… Quando l’anima non regge la bellezza, c’è una specie di mancamento… io mi sono innamorato del Castello a picco sul mare e della sua splendida   visuale…

Dissi a Margheritina e a mia moglie: “Me lo prenderei, ma sono solo un pittore…”.

Il giorno dopo arriva un signore in tenuta, con il berretto d’ordinanza, una bella parrucca nera. Disse: “ La signora Della Bella e don Nicola Damiani  la invitano con la famiglia a cenare da loro, a Capotondo”. Il nome Della Bella mi fece tornare alla mente reminiscenze dantesche…

Viene l’autista, andiamo a Capotondo, una casa gentilizia… c’è una vasca di marmo levigata, il principe Umberto II di Savoia era stato ospite loro. In un giardino pieno di fiori, sontuoso,  c’era una signora incintissima, biondo ramata, con delle belle braccia color miele, bellissima donna, mi dà una mano affusolata, mi dice: “Senta, ieri, quando il maresciallo dei carabinieri mi è venuto a parlare di voi, io avevo in grembo, oltre al mio bambino, una rivista, “Epoca”, che parlava di lei, con i quadri a colori e di tutta la sua vita. Il castello lo deve prendere lei… “.

E’ seguita una di quelle cene per cui io dico sempre: “Viva l’Italia”, una cena che non finiva mai, mezzanotte, l’una. “Del castello non si parla”, dico… “Ma no, mi dice, il castello deve essere suo. Abbracci, commozione, orgoglio. Mia moglie è coraggiosa a dire sì…

Il mio grandissimo amico Ottavio Rauzino, di poche parole, ma di molti fatti, 10 anni ha lavorato con me … Adesso i signori Afferrante mi hanno afferrato, come hanno afferrato le loro belle signore, la vita e il Castello…  e  mi invitano a queste piccola apoteosi. Perché, povero me, dico, perché? Forse perché ho tempestato il mondo di Peschici: Peschici la mattina, Peschici la sera, venite a Peschici! In Inghilterra, in America, a Parigi, Ginevra. Peschici! Peschici non esisteva. Peschici pensate che è un nome sdrucciolo. Peschici, come loro dicono: “Iavzte! (Alzati!)…”.

Romano Conversano 

(Testimonianza raccolta da Teresa  Rauzino dalla viva voce dell’artista, durante la cerimonia  per il conferimento della cittadinanza onoraria di Peschici, nell’estate 2002)

 

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IL RITORNO AD ITACA DI ROMANO CONVERSANO OVVERO “FRA COLORE”. LA SUA VITA … OLTRE LA PITTURA

 

 Autore: Piero Giannini

 

Quando il 2002 ebbi sentore di qualche incombente acciacco di un certo Romano Conversano ormai 82enne, a me noto solo dai racconti di mia moglie (sua estemporanea modella in tempo adolescenziale) mossi mari e monti per averlo – riaverlo! – qui a Peschici con una sua personale. Erano già due anni che allestivo e curavo mostre nelle segrete del castello per conto dei proprietari. La location quindi c’era. Mancavano solo una chicca e l’approvazione del protagonista. LA CHICCA = Perché non approfittare dell’occasione e conferirgli la cittadinanza onoraria per i tanti motivi legati alla sua figura, di artista testimonial di Peschici nel mondo nonché di pioniere di un turismo locale che di lì a qualche anno sarebbe esploso? Non fu difficile coinvolgere nell’impresa l’Amministrazione comunale e il sindaco dell’epoca, Franco Tavaglione. Molto più, invece, ottenere… L’APPROVAZIONE DEL PROTAGONISTA = Al telefono mi presentai come marito di una Lisetta da lui conosciuta negli anni 60, amica della figlia Margherita e bla-bla … bla-bla … bla-bla. Non fu l’unico contatto. Al primo ne seguirono diversi altri e parecchie rassicurazioni – tecniche logistiche di-trasporto ambientali – per scardinarne diffidenza e timori, preoccupazioni e retoriche… malinconie e nostalgie, soprattutto. Riuscii a scalfire la corazza del dissenso e nel varco mi ci precipitai a capofitto. “Sarà il tuo Ritorno a Itaca” lo blandii. E Ritorno a Itaca fu il titolo della personale. Olii e acquerelli ne anticiparono la venuta e quando arrivò… beh, quando arrivò fu come se due persone, amiche da sempre, si fossero lasciate solo la sera prima.  Ritengo che basti questa unica affermazione per comprendere cosa si scatenò fra di noi. Un ciclone di emozioni che portarono me a addolcirgli un soggiorno che aveva previsto difficoltoso e doloroso, e lui ad aprirsi raccontandomi passo passo ogni giorno della sua ottuagenaria esistenza. La famiglia d’origine, la quotidianità istriana, le foibe, la fuga dal paese natale, Rovigno, la guerra, la Resistenza, la militanza partigiana. Col nome di battaglia “Fra Colore”, giovane poco più che ventenne, cadde in una imboscata, insieme ad altri compagni, durante la seconda guerra mondiale. Ferito, catturato, interrogato. “Sei una spia!” “No, sono un artista.” “Sei un traditore!” “No, sono un pittore.” La rivelazione stimola l’anima artistica della SS al punto che quando si stila l’elenco dei prigionieri da fucilare, il suo nome non c’è. Questo, uno dei tanti episodi che mi svelava stando a mollo nell’acqua bassa della Baia di Manacore giocando con le onde come un bambino che non vuole uscire dal mare. E poi gli amori, le donne, le separazioni, i figli, le ristrettezze, i viaggi (Francia, Spagna, Fiandre), la meritata agiatezza, il successo, le mostre, le biennali, i riconoscimenti, i premi, la Collezione Tayar di New York, la nascita del mito del “poeta dal segno lungo”. E l’acquisto del castello di Peschici (una delle “patrie dell’anima” come definiva il paese), il suo restauro, il terrore che gli procurava il capomastro – Ottavio, oggi proprietario dell’Albergo Coppa di Cielo – passeggiando sul muretto a picco sul mare (84 metri) dell’antica fortezza ridimensionata già dal tempo di Francesco Emanuele Pinto quando il 1735 ereditò il feudo come principe di Ischitella.  Volle visitarla, la sua antica dimora, fucina di ispirazioni e “periodi” artistici (qui nacque il ciclo di “Puglia Antica”), ripercorrere solo per brevi momenti le stanze ristrutturate dall’ultimo proprietario e tornare, un solo, unico, dolente, penoso, lacerante istante, alla finestra sull’abisso in una cui fessura esterna aveva fissato un’asta dalla quale pendevano corde di chitarra. Così, quando il grecale si abbatteva violento e feroce sulla falesia e sulle mura della costruzione, la sua “arpa eolia” produceva sibili pronti a diventare suoni rabbrividenti in grado di trasformarsi ben presto in armonie e composizioni ultraterrene eseguendo le più belle armonie dell’universo.

“Mamma mia, cosa è diventato il mio Castello!” Era stato il suo commento quando al telefono gli avevo descritto gli ambienti in cui avrei sistemato i suoi lavori. “Mamma mia, cosa è diventato il mio Castello!” tornò a ripetere quando ne uscimmo e fatti pochi passi si fermò, assorto, gli occhi puntati sul gradino della porta della chiesa di San Michele nel Recinto Baronale.

“Lì sedeva la Saracena.”

“Saracena!?”

“Una bambina, coperta da uno straccetto, sempre scarmigliata e sporca, il volto rabbuiato, lo sguardo fisso su ogni mio movimento… Una selvaggia. Una… saracena.”

“Perché selvaggia.”

“Era l’unica che non mi si avvicinava … mai … quando uscivo o rientravo, a differenza di tutti gli altri scugnizzi che mi attorniavano e mi facevano festa. Sapevano che avevo sempre qualcosa per loro nelle tasche.”

“Mai?”

“Mai! Per quanti inviti le inviassi. Mai. E mai una parola, neanche da lontano.”

“Tentasti di avvicinarla?”

“Fuggiva, come una scheggia. Ogni volta … Meno una, quando si accorse che stavo per andarmene. L’estate era finita e io caricavo i bagagli in macchina. Capì che non mi avrebbe rivisto per tanto tempo. Allora si avvicinò, mi guardò dritto negli occhi, a braccia conserte. Una donnina incazzatissima. Mi aspettavo un saluto, un abbraccio, la volontà di riscattare tutto il tempo che mi aveva tenuto a distanza. Rimase invece a un metro da me e disse…”

. . . . .

“Disse?”

“Vaffanculo!”

Allontanandoci dal luogo della memoria aggiunse: “Adesso che ti ho trovato, ‘Ulisside del pensiero’ (mi chiamava così), non tradirmi anche tu e non farti mandare a fanculo.”

“Perché, qualcuno ti ha tradito, qui, a Peschici, tanto da sparire per interi decenni?” Non ebbe il tempo di rispondere – e non gli rinnovai più la domanda – perché fummo bloccati da una, due, tre, cinque anziani, ai quali se ne aggiunsero altri man mano che tornavamo in centro, donne e uomini, sbigottiti, senza parole, e un solo desiderio: fermarlo, tendergli le braccia arpionandolo come piovre tentacolari in amplessi furibondi, baciarlo, stringerselo al petto, allontanarselo un istante per meglio godersi il volto di normanno “trampigno” e tornare a stringerselo al petto. Lui ricambiava l’abbraccio e… li chiamava per nome. Non ne sbagliò uno. Li riconobbe tutti. Una memoria da elefante. La stessa che lo aiutava a lievitare dall’anima memorie e ricordi, persone e lotte, avventure e peripezie, donne e amori: l’intero coacervo di sensibilità artistica, autogestione ed elaborazione del successo che aveva fin’allora costellato il suo viaggio esistenziale. Le prime sconfitte, le prime soddisfazioni, le prime cadute, le favolose vendite delle sue opere, le quotazioni che toccavano picchi meritatissimi… le delusioni e le illusioni. La sua vita!  Tutto riportato in una serie di acrostici che la sua verve, la sua “joie de vivre”, stimolarono e sollecitarono in me: 99. Molti dedicati a lui, come l’intera silloge e il titolo: “NIÑO DE ORO”, titolo anche del n. 74 le cui lettere iniziali di ciascun verso riportano le parole della frase che ripeteva di tanto in tanto fin quando rimase a Peschici il 2002: “Sto vivendo in un limbo”. Versi che esaltano la sua incommensurabile, immarcescibile, quasi sfrenata ammirazione per l’eterno feminino.

 

Selci scheggiate da popoli antichi

Tonico viatico verso galassie

Ombre di cupole algide e tronfie:

Veleggia zattera come Kon-tichi

Inabissando zavorre gradasse

Vischio augurale per femmine gonfie

Ebbre di sesso e d’amore malate.

Niño de Oro quantunque vegliardo

Draga con l’iride solchi di pesca

Ottimi approdi di chiavi fatate

Inorgoglite da umore gagliardo

Non conturbato da facile esca.

Urge nel plesso la Ronda d’España

Nicchia nel ventre il grigio di Fiandra

Luce in Camargue lenisce e ristagna

Immarcescendo (rinata Cassandra)

Morbide dune da grezza lavagna.

Bambolea loco l’indocile stelo

Ottavio attende a Coppa di Cielo!

 

Ottavio, e io, dopo una ventina di giorni di… limbo, non lo aspettammo più. Il figlio Filippo, preoccupato della salute paterna, venne a prenderselo. Continuammo a sentirci al telefono. Ogni tanto. Come stai. Come te la passi. Cosa fai. Poi la telefonata del dolore. Aveva saputo della morte improvvisa di mia moglie, la sua piccola modella i cui occhi lo avevano affascinato. E le parti si invertirono: fui costretto io a consolare lui che piangeva al telefono senza riuscire a frenarsi. Questo era Romano Conversano. E dopo qualche anno l’annuncio della figlia Silvia. “Papà se ne sta andando. Non sappiamo nulla del suo periodo peschiciano. Scrivi tu qualcosa. Di sicuro te l’avrà raccontato. Ci servirà per la stampa”. E pochi giorni più tardi, la notizia: “Romano Conversano non c’è più!” Il gigante buono se n’è andato l’anno scorso, lo stesso giorno o giù di lì della sua partenza per Milano di otto anni prima. Non se n’è andato in punta di piedi, com’era abituato nelle frequentazioni coi suoi amici e conoscenti, ma in un assordante silenzio: quello dei suoi carghi-tavuti, delle case di Peschici come lui le vedeva e sentiva che hanno fatto il giro del pianeta, delle sue donne tristi e problematiche, tenebrose e dolenti, suadenti e fascinose, graffianti e decadenti, didascaliche e decodificate; l’assordante silenzio dell’intera sua produzione che prima l’ha attorniato sul letto dell’ultimo respiro e poi ha deciso di seguirne l’anima in quel paradiso degli artisti in cui e con cui continuerà le sue dissertazioni di uomo appartenente non a una terra sola ma al mondo intero. Ciao, Romano!  Piero Giannini 

su “L’ATTACCO” 27-09-2011

 

FOTO ROMANO CONVERSANO 

 

 

FOTO MEMORIAL

LA BAUHAUS SUL GARGANO

L’artista italo-tedesco Bortoluzzi scelse Peschici come buen retiro

Bortoluzzi. Passi di danza

Bortoluzzi. Passi di danza

Un teorema urbanistico risolto in chiave di scenografia funzionale: quinte di case inverosimili, strette ed alte come torri, oppure a un solo piano, senza tegole, con tetto a cupola rivestito d’intonaco e i margini voltati ad onda per convogliare le piogge entro le cisterne sottostanti alle grondaie. Case scialbate a calce, o dal colore grigio- rosato dei muri antichi. Bianchi e azzurri che richiamano un’isola greca, il villaggio di Oia, a Santorini, nelle elleniche Cicladi. Scoprono improvvisi scorci luminosi aperti tra valli e mare.

Così si presentò Peschici per la prima volta ad Alfredo Bortoluzzi, in viaggio nel 1953 verso l’isolato selvaggio, mitico Gargano. Secondo il critico Carlo Munari, che andò a trovare Bortoluzzi a Peschici dopo aver curato una sua mostra nel 1967, la luce e i colori “italiani” di Peschici giovarono alla pittura di Bortoluzzi, per le sottili, segrete corrispondences interiori che riuscirono ad evocargli. Per l’artista il Gargano rappresentò l’incontro con la mediterraneità. Fu la Magna Grecia ad affascinarlo, così come aveva affascinato i voyageurs del Grand Tour che provenivano dal Nord Europa. Sbaglierebbe chi credesse Bortoluzzi un semplice “vedutista”: Peschici, i monti, le valli ed il mare sono soltanto pretesti per evocare la Stimmung della solarità. Un tentativo continua Munari – di sfuggire all’incanto opposto, della selva e delle saghe, del culto della Luna, del romantico chiuso e disperato della Kultur.

Una Kultur che Bortoluzzi non riconosceva più come sua: aveva prodotto il buio della chiusura della Bahuaus, la scuola in cui aveva imparato tutto; aveva causato la distruzione dei suoi quadri, di quelli di Klee e di Kandinsky, reputati arte degenerata “dall’artista fallito Hitler”.

Una Kultur che aveva prodotto il buio dei pogrom.

Nato a Karlsruhe nel 1905 da genitori italiani, figlio di artigiani, il padre mosaicista e la madre stilista, Bortoluzzi non intraprese la carriera universitaria come il padre avrebbe desiderato, ma quella artistica. Frequentò dapprima l’Accademia di Karlsruhe e in seguito, a partire dal 1927, il Bauhaus dove sarà allievo di Albers, di Kandinsky, di Schlemmer e soprattutto di Klee, che lascerà un’impronta inconfondibile nella sua opera grafica e pittorica.

Quando nel 1933 il nazismo trionfante ordinò la chiusura dell’istituto di Dessau, Bortoluzzi non seguì nella diaspora verso l’America gli artisti della sua scuola, né il suo grande maestro Paul Klee in Svizzera: riparò a Parigi. Su suggerimento della madre, mise a frutto l’esperienza teatrale fatta alla Bauhaus, perfezionandosi all’Ecole de danse di madame Egorova. Di lì a poco diventò primo ballerino nel balletto russo di Serge Lifar all’Opéra di Parigi.

Girò molti teatri d’Europa a fianco di future grandi personalità. Ad Aquisgrana lavorò con Herbert von Karajan, che gli lasciò un ricordo negativo: «Von Karajan, che era all’inizio della carriera, lavorava molto, ma era senza cuore, forse perché il mondo del teatro era a quel tempo pieno di così tanti intrighi. Finì che mandarono via il mio intendente ed io andai via con lui. Erano gli anni della guerra e, se ricordo bene, era il periodo in cui l’Italia tradì la Germania… e ci fecero prigionieri».

Bortoluzzi (in controluce) durante un balletto

Bortoluzzi (in controluce) durante un balletto

Bortoluzzi fu catturato nei pressi di Auschwitz. La testimonianza di Alfredo è drammatica: «Di giorno facevamo trincee e di sera dovevo ballare con i miei ballerini per i soldati tedeschi. Il mio intendente, vedendo che non ne potevo più, mi fece spostare e mi mandarono a stirare le divise in una fabbrica.

Di lì a poco giunsero i russi nelle vicinanze della città: Fritz Lang (un filosofo e tenore che poi seguì Bortoluzzi a Peschici, ndr ) con documenti falsi, sfruttando il mio doppio nome, si procurò due biglietti per Karlsruhe. C’era tanta neve, la gente fuggiva per le strade… e la mia casa non c’era più. Andai da mio fratello e anche qui sembrava tutto distrutto ma, avvicinandomi vidi un tubo di un camino fumante … Lui era rifugiato di sotto…

Arrivarono prima i francesi, poi gli americani e così diventai coreografo della VII Armata Americana per i festeggiamenti e i loro show».

Queste testimonianze di Alfredo Bortoluzzi emergono da una tesi di laurea discussa presso l’Università di Siena nell’anno accademico 1997-98 da Anna Maria Mazzone, che ha raccolto altresì la documentazione e le “carte” che vanno dal periodo 1905 al 1995 nell’archivio privato donato dall’artista al fratello, il pittore Domenico Mazzone, erede universale di Bortoluzzi.

La tesi della Mazzone è inedita: oltre a contenere fitti carteggi in tedesco tratti dalle corrispondenze di Bortoluzzi con i suoi amici rimasti in Germania, è ricca dei bozzetti e degli studi scenografici che l’artista, mettendo a frutto gli insegnamenti di Schlemmer, realizzò durante il lungo periodo (1933-58) in cui abbandonò pennelli e monotipia per dedicarsi al balletto classico. Questi schizzi e disegni sono stati esposti per la prima volta esposti al pubblico in occasione di una retrospettiva inaugurata il 13 Novembre 2004 alla “Galleria provinciale di arte moderna e contemporanea” di Palazzo Dogana a Foggia. L’importante mostra ha ospitato circa 80 lavori di Bortoluzzi ed una ricca collezione di materiali riguardanti i rapporti con la Bauhaus e la sua attività di ballerino.

Attualmente la Galleria foggiana ha una saletta che ospita alcuni dipinti di Bortoluzzi.

IL RICORDO DI ALFREDO BORTOLUZZI

Adesso sono diventato meridionale

«Sono arrivato a Peschici nel 1953 per la prima volta, era in febbraio… Il mio critico d’arte Egon Vietta mi aveva raccontato del Gargano… molto bello, verde e selvaggio e così mi sono messo in viaggio fino a Roma. A una agenzia di viaggi ho chiesto come si arriva nel Gargano. Mi hanno detto: “Si può andare fino a San Severo e là non c’è più un mezzo per andare più avanti; prenditi una bicicletta”. Ma abbiam trovato un trenino e un pullman che ci hanno portato fino a Peschici. Siamo andati subito alla spiaggia, era dopo una pioggia, avevano messo le barche ad asciugare e le vele erano tutte dipinte dagli stessi pescatori con colori molto vivaci, anche una Madonna. Era bellissimo, mi ha impressionato molto. La gente aveva una cultura rustica, erano molto gentili. Quello che mi è piaciuto molto a Peschici erano le cupolette delle case, quasi orientali, mi sembrava che le onde e le cupole avevano lo stesso movimento. E mi sono innamorato di Peschici. Adesso sono diventato proprio meridionale e mi sento a casa, qui…».

(Da una testimonianza raccolta nel documentario La Montagna del sole. Visioni di luce di Maria Maggiano).

Bortoluzzi con i pescatori di Peschici. Sullo sfondo  su una barca di Peschici con la  Madonna dipinta da Bortoluzzi sulla vela.

Bortoluzzi con i pescatori di Peschici. Sullo sfondo su una barca di Peschici con la Madonna dipinta da Bortoluzzi sulla vela.

La Madonna dipinta da Bortoluzzi su una barca a vela di Peschici

La Madonna dipinta da Bortoluzzi su una barca a vela di Peschici

 

MANLIO, UN PITTORE INNAMORATO DEL GARGANO

Una Mostra personale, a cura di Medina ArteRoma (in via Angelo Poliziano, 32-34-36 nel quartiere Esquilino), sta celebrando nella Capitale il centenario della nascita di Manlio Guberti. La personale chiuderà il 27 dicembre.

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MANLIO fu  un artista geniale che immortalò gli splendidi paesaggi del Gargano, promuovendoli nel mondo. Ecco come i giornali d’epoca di Capitanata (IL FARO DI VIESTE, IL GARGANO, IL FOGLIETTO), nei primi anni Cinquanta, presentarono l’artista ai loro lettori. 

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Nel mese di dicembre 1950, Manlio Guberti fu Eugenio, nato a Ravenna il 27 marzo 1917, ed abitante a Roma, via Pinciana 6, di professione pittore ed incisore, presentò all’ Intendenza di finanza (Ufficio Tecnico Erariale) di Foggia una domanda per ottenere in concessione annuale rinnovabile la Torre di Monte Pucci, sita a Nord-Ovest di Pèschici (Gargano), allo scopo di usarla in taluni periodi dell’anno come base per il proprio lavoro d’artista. Guberti si impegnava a provvedere alla manutenzione dell’immobile ed a non apportarvi, né all’interno né all’esterno, alcuna modifica eccetto il fissaggio ai muri di alcuni pernetti metallici per avvitarvi i necessari infissi.

La notizia, riportata con grande evidenza, nell’articolo del 31 marzo 1951  “UN PITTORE INNAMORATO DEL GARGANO”, è accompagnata dalla seguente nota del Direttore del periodico viestano:

Da queste colonne preghiamo vivamente di accogliere la domanda, facendo anche presente che l’opera del dr. Prof. Guberti, assai bene conosciuta in Italia, e specialmente all’estero, può assai efficacemente contribuire alla conoscenza ed allo sviluppo turistico  della zona, in modo particolare da parte di stranieri”.

La domanda fu accolta e per tutti gli anni Cinquanta e parte degli anni sessanta, la Torre di Montepucci divenne la residenza di Manlio che vi aprì un ospitale “Club della Tavolozza”.

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E’ “Il Faro di Vieste”, nel numero di luglio-agosto dello stesso anno 1951, a dedicare a Manlio  in questo suo atelier d’eccezione, la prima ampia intervista, firmata da Franca Latrofa, in cui l’artista esprime il suo entusiasmo per questi luoghi che hanno inciso sul perfezionamento della sua arte.

La riportiamo integralmente:

IL GARGANO FONTE DI ISPIRAZIONE PER LA PITTURA MODERNA

“Non è mancato chi ha cercato di ricostruire la storia del Gargano, metterne in evidenza l’attuale, genuino folclore e ricordare quanto di singolare in esso è sempre nato. Si suol dire dalla maggior parte di quelli che hanno curiosato in Daunia che questa terra, ricca di bellezze antiche e naturali, sia stata ancora assai poco sfruttata dal turismo, che la civiltà, o meglio la civilizzazione in senso tutto moderno non abbia dissodato la rudezza degli uomini e delle cose. Qui avviene, inoltrandosi ai lembi della foresta Umbra, d’imbattersi in gente perennemente imbrunita dal sole che cammina al fianco dei propri muli carichi e che parla quasi in sordina con una monotona cadenza musicale, quasi la voce fosse stata attutita e repressa dall’esuberanza della natura e dalla solitudine. Per valorizzare quanto questa terra produce è necessario comprenderla ed amarla e non solo introdurvi il turismo: così ci ha detto Manlio Helfrich-Guberti. In un giro d’esplorazione a Monte Pucci, sulla SS 89, nel tratto che da S. Menaio Garganico mena a Peschici ed a Vieste, e precisamente nella zona Calenella- Bivio Peschici ci fermammo a sostare sotto le mura non ancora diroccate d’una piccola fortezza costiera a picco sul mare. Sorgono in molti punti del Gargano di questi castelletti turriti, residui della dinastia sveva, testimonianza delle lotte che gli Aragonesi ebbero a sostenere contro i Turchi cinque secoli fa, ma soprattutto simboli d’un mondo feudale le cui forme il tempo tuttora non è riuscito a mutare che esteriormente. La solitudine quasi deserta di Monte Pucci rievoca alla mente del viandante stanco i fantasmi d’un piratesco mondo medioevale; noi però non abbiamo avuto il tempo di gustare gli stupori della nostra fantasia, perché ci siamo accorti assai presto che il torrione era abitato non da fantasmi ma da persone vive e del nostro secolo. Non ci fu difficile avvicinare il supposto eremita il quale ci offrì cortesemente l’ospitalità della fortezza. Quando scoprimmo chi egli era, rimanemmo stupiti allo stesso modo che se si fosse a noi presentato un Aragonese del XV secolo. Era Manlio Helfrich-Guberti, già molto noto fra i pittori moderni per le esposizioni a Roma, alla Biennale di Venezia, a Londra, a Monaco, a Colonia, a Zurigo. Egli ci confessò molto semplicemente che deve il suo successo proprio al Gargano, dove ha perfezionato, o meglio acquisito la sua tecnica e la sua poetica dei colori su cui, come abbiamo potuto notare, si fonda la sua arte. I quadri del Guberti, che compariranno, nel prossimo settembre, alla mostra internazionale di Bruxelles, ritraggono quasi esclusivamente paesaggi garganici espressi in una parsimonia essenziale e quasi lineare di prospettive e soprattutto di colori. Il Guberti ci ha confessato che soltanto nel Gargano egli ha trovato una trasparenza di cielo tale da rendere alcune gradazioni di tinte unite e costantemente uguali, specialmente di viola e rosso terra. E’ come se i colori di questa terra e di questo cielo fossero passati attraverso un crogiolo selettore e fossero stati purificati da ogni sfumatura. La scoperta di questi colori essenziali del paesaggio garganico lo ha aiutato a rendere la struttura interna del paesaggio naturale, come richiede lo spirito della moderna pittura che egli ha saputo impersonare, lontano da ogni forma d’estremismo cubistico, ma con personale e soprattutto comprensibile chiarezza. Guberti, ravennate, non è giunto a scoprire l’anima del paesaggio garganico senza essere passato prima attraverso l’anima della gente che lo popola. Egli ci ha detto che nei contadini che popolano le nostre campagne ha trovato più raffinatezza e più civiltà che nella cosiddetta gente raffinata e civile. Ciò ci ha sorpreso molto, perché siamo abituati a sentire, specie da parte di chi viene da altri paesi, una critica affatto negativa della nostra terra. Da troppo tempo si è acquisita dai più l’abitudine di denigrare il Gargano e di escluderlo categoricamente dalla lista dei luoghi di villeggiatura e di altri soggiorni piacevoli, un po’ per snobismo, un po’ per ignoranza, un po’ anche per quello spirito demagogico e demolitore che a volte si insinua perfino nei più intelligenti trascinandoli ad un livello ad essi inferiore e per l’arditezza e per l’inesattezza dei loro giudizi. Per non correre mai il rischio di sbagliare bisognerebbe procedere, nei riguardi di ogni cosa, puri da pregiudizi e fittizie idiosincrasie che noi stessi ci creiamo. Succede per il Gargano ciò che qualche volta succede per un libro antico dalla copertina sbiadita e polverosa che lascia presupporre, al   lettore superficiale e un po’ svogliato, un contenuto barboso o comunque poco invitante. Le opinioni degli sporadici lettori già sfavorevolmente predisposti nei riguardi di tale libro sconosciuto vengono divulgate con leggerezza sufficiente a dissipare negli altri quel tantino di curiosità che li avrebbe spinti forse a leggere il libro. Basta però aprirlo per accorgersi che esso contiene inestimabili tesori. E’ accaduto per Manlio H Guberti, come può accadere a chiunque. Ci auguriamo che questo artista abbia molto successo a Bruxelles dove porterà, possiamo dire con leggero vanto, il sapore della nostra terra, il Gargano.  (Franca Latrofa su “Il faro di Vieste 1951 lug.-ago., fasc. 7-8)”.

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1952. Manlio Guberti sulla Torre di Montepucci con due amici garganici  (Archivio Luciano Cannerozzi de Grazia )

Filippo Morandi, sul “Foglietto” del 14 maggio1953 dedica un servizio a una Mostra collettiva al Pronao foggiano di giovani promettenti artisti,  tra cui Manlio Guberti.   Ne riportiamo un ampio stralcio.

ARTI PLASTICHE E FIGURATIVE A FOGGIA

A Torino Chagall, a Messina Antonello, a Milano Fra’ Garlario e compagni, a Venezia Lorenzo Lotto, a Roma Picasso. A Foggia, in ordine alfabetico, Cappiello Di Cesare, Galdo, Guberti, Miele, Milo. Unicuique suum. Questa primavera sembra aver suscitato una gara figurativa tra le città  d’Italia. Ma a Foggia si è fatto più di una semplice mostra: si è formato un “Gruppo Amici dell’arte” il cui programma consiste nel portare a conoscenza di un pubblico indifferenziato le manifestazioni artistiche “di più evoluta e sentita modernità” e promuoverne oltre all’avvicinamento anche l’accettazione. Compito da cuor di leone, quali certamente sono gli amici dell’arte. Non è detto che basterà un semplice gruppo, fino alla fine, per smuovere le acque appantanate, ma un risultato si è fin d’ora raggiunto: la gente, davanti ai quadri “evoluti e sentiti” si ferma, discute: prima questo non avveniva per il semplice ma grosso motivo che di tali cose non se vedevano. Con la mostra alla sala del Pronao il Gruppo degli amici ha registrato un successo ben più importante di quelli più o meno apparenti, quali il concorso di pubblico, le discussioni, l’interesse delle autorità e degli amatori (…). Son senza dubbio apprezzabili le prodezze coloristiche e le costruzioni formali del Guberti (…). Il Gruppo degli Amici dovrebbe anche consigliare questo ai foggiani: voi spendete soldi per il totocalcio e le lotterie; spendetene per i quadri di autori giovani e promettenti, correrete lo stesso rischio di trovarvi domani milionari. Intanto avrete la casa abbellita da una nota, se non d’arte, almeno di interessante originalità (…) (Filippo Morandi su “Il foglietto” , 14 maggio 1953)

Infine “Il Gargano”,  organo di Rinascita garganica, nel numero di ottobre 1953, dà un forte risalto all’arte di Manlio Guberti. Il direttore del mensile,  Giuseppe d’Addetta,  pubblica integralmente una corrispondenza dall’America, inviata dall’artista all’avvocato Mario Ciampi, presidente dell’Ente Provinciale Turismo.

IL PAESAGGIO GARGANICO ENTUSIASMA GLI AMERICANI

 “Stimatissimo Avvocato, le scrivo questa volta non dalla Torre di Monte Pucci nel Gargano, ma dagli Stati Uniti dove mi trovo dall’inizio dell’anno, invitato dal Governo Americano. Sono lieto di poterLe comunicare che la mia prima esposizione, tenutasi all’”Obelisk Gallery” di Washington  nel mese di marzo ha avuto un grande successo di pubblico, di stampa e di critiche. La Mostra, la cui apertura è stata trasmessa per televisione e ripresa per il cinema, fu inaugurata dall’ambasciatore italiano Turchiani e dal senatore americano Fulbright assieme ad altre personalità dei due paesi. Essa consisteva unicamente di paesaggi e di dipinti di figura da me eseguiti nel Gargano, e sono stato fiero  di far conoscere in questo paese le bellezze di quella terra che amo. Ho avuto la gioia di vedere all’esposizione un   gran numero di italiani, molti dei quali erano pugliesi e hanno subito riconosciuto la loro terra. Ho poi tenuto un’altra esposizione nel Museo dell’University of Arizona a  Tucson, e attualmente sto ultimando i preparativi per la prossima Mostra che si aprirà a  San Francisco sotto il patronato del console generale d’Italia  Barone Muzi Falcone, il 14 ottobre. Prima di tornare in Italia per la fine dell’anno,  a Chicago e a New York esporrò nuovamente i dipinti della nostra Italia e della Terra del Gargano. Mia moglie e io abbiamo trovato ovunque accoglienza cordiale e amichevole, e questo viaggio mi ha permesso di stabilire con gallerie d’arte, collezionisti e critici, dei rapporti che rimarranno efficienti nel futuro. Ma … non vediamo l’ora di tornare in Italia e riascoltare il silenzio  e la luce sovrumana della Puglia. All’inizio dell’anno prossimo ci recheremo nuovamente a Monte Pucci, e  ci fermeremo a Foggia dove spero avremo il piacere di fare personalmente la Sua conoscenza.Amici stranieri che abbiamo indotto a visitare il Gargano ci hanno scritto lettere piene di entusiasmo sulla bellezza di quella regione, che speriamo venga ancor meglio conosciuta ed apprezzata nel futuro. Voglia gradire, stimatissimo avvocato, i miei migliori saluti. Manlio Guberti”. 

Giuseppe D’Addetta fa seguire la seguente nota alla lettera di Manlio:

“Questa voce inattesa che giunge dalle lontane Americhe ci riempie l’anima di gioia e siamo grati al pittore Manlio Guberti di aver portato fin là, trasfigurata nella sua arte, la bellezza della nostra terra.  Ed attendiamo gli amici stranieri, ma sempre fratelli nel nome dell’umanità, qui sulle nostre balze dove vedranno racchiuse in piccolo spazio tutti i sorrisi del creato. Anche questa è rinascita garganica, perché la rinascita è soprattutto spirito di iniziativa e di divulgazione, affermazione di diritti, dimostrazione delle nostre possibilità in potenza, convinzione di apostolato per una giusta causa, azione in ogni momento e su tutti i fronti. (“Il Gargano: organo di Rinascita garganica”, 15 ottobre 1953).

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 CHI ERA MANLIO

Pittore, incisore e poeta, Manlio Guberti era un uomo coltissimo, curioso di tutto, che amava molto la solitudine del selvaggio Gargano, e di Montepucci in particolare. Manlio era capace di contemplare un’onda, intuendo l’ordine nell’apparente disordine e leggendovi armonie “frattali”. Scrive nel suo epistolario dal Monte Orcius: «In questi giorni ho fatto diversi studi di onde, specialmente vedendole dall’alto capisco perché gli antichi aggiogarono al carro di Poséidon i cavalli, che sono forse gli animali più belli della terra…».

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Guberti, nato nel 1917 a Ravenna, è morto nel 2003, a 86 anni, nella sua amata campagna a Castelnuovo di Porto, in località Monte d’Arca, nei pressi di Roma, conducendo una vita da eremita, una vita tranquilla, lontano da rumori, odori e “trastulli” del mondo moderno. Aveva studiato musica e giurisprudenza, laureandosi nel 1939 all’Università di Bologna. Dopo la guerra, era entrato all’Accademia di Belle Arti di Roma, diplomandosi nel 1944. Nello stesso anno partecipava alla Biennale di Venezia, la prima di più di 50 esposizioni personali in Italia e nel mondo. Negli Usa, Guberti incontrò il regista George Cukor e divenne amico dei famosi attori Spencer Tracy e Katherine Hepburn. Ritrasse Frances Rich, una grande scultrice americana amica della Hepburn.

Ma “Nemo propheta in patria”… nemmeno Manlio. Per consolarlo, l’amico astronomo Paolo Maffei gli scrisse: “Nulla di quanto è prodotto dal pensiero va perduto… Non capiranno i tuoi dipinti né i tuoi versi né quelli di Omero o la Divina Commedia. E tuttavia, se sapranno progredire su una strada migliore della nostra, sarà merito anche di quanto hanno fatto Omero, Dante, Guberti”.

Nella pittura di Manlio Guberti Helfrich possiamo cogliere le influenze del cubismo e del futurismo, che, con il passare degli anni, rielaborò attraverso una lettura personale ed incontaminata.

“Nessuno è profeta nel suo paese”, ribadì nel 2003 Jean-Louis Gaudet, ricordando che il museo statale russo di Yaroslav, città sul Volga a nord di Mosca, aveva acquisito molti suoi dipinti e incisioni, e annunciato l’imminente apertura di una galleria dedicata ai dipinti dell’artista. Conosciuto in tutto il mondo, Manlio fuggiva dalla notorietà. Mentre molti dei suoi colleghi corteggiavano gallerie e mostre dell’Italia del dopoguerra, Manlio rimaneva fedele ai propri principi, manteneva la propria libertà.

Manlio scrisse il primo manuale di “serigrafia” per artisti e nella prestigiosa collana dei Manuali Hoepli pubblicò «La Vela», un vero classico del genere. Il poeta e pittore, infatti, fu un appassionato di vela e come tale progettò e costruì particolari attrezzature veliche che ancora oggi sono alla base di questo sport. “Le sue invenzioni – scrive Franco Gàbici – non conobbero mai l’albo dei brevetti perché i poeti sono candidi e non pensano a queste cose. Lui guarda il mondo coi suoi occhi poeta e di tanto in tanto gratifica gli amici con un volume di versi”.

E’ sempre Franco Gàbici che ne annuncia la morte: “La cosa che mi ha colpito è stata la lettera che ho ricevuto proprio ieri, una lettera di Manlio ed era una lettera di ringraziamento per tutti i pensieri degli amici nei suoi confronti e dentro alla lettera c’era un bigliettino con su scritto “A cremazione avvenuta, vi comunico di essere morto il 12.XII.2003 – ore 17.30 c.”. Segue la sua inconfondibile firma. Manlio ha voluto essere vivo anche nel momento doloroso della morte …Oggi il mare era bellissimo, e mi è parso di vedere la vela di Manlio attorcigliata attorno all’albero maestro della vita, come un ombrellone chiuso per sempre in faccia al sole, e ho pensato con dolore a quanti hanno già sparso sulla grande spiaggia dell’eternità la sabbia delle loro clessidre e mi sono ricordato dell’eterno e delle morte stagioni, ma questo per la verità lo aveva già pensato il grande Giacomo, il poeta della Luna e della notte”.

Teresa Rauzino

su “L’ATTACCO” di martedì 12 dicembre 2017

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ANCORA IN CORSO LA MOSTRA A ROMA “MANLIO. VIAGGIO NELLA MEMORIA”

Per celebrare il centenario della nascita del pittore Manlio Guberti Helfrich (1917-2003), Medina Roma in via Angelo Poliziano, 32-34-36 nel quartiere Esquilino ospita la personale dal titolo: “Manlio. Viaggio nella Memoria”. La mostra è realizzata in collaborazione con la famiglia del pittore e il patrocinio del Comune di Roma.

Serata- Evento: sabato 16 Dicembre ore 18.00

Apertura al pubblico: 8-14 e 16-27 Dicembre 2017 | Lun- Ven 10-13 e 15-19.

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Ecco su FB gli scatti della mostra di MedinaArte

Ecco su FB gli “scatti” della Mostra del pittore Day Trinh Gilles Dinh

Sempre su FB gli “scatti” di Roberta Folgiero

 

 

 

 

 

 

Arthur Miller a Monte Sant’Angelo… alla ricerca del tempo perduto

Per il drammaturgo americano, il viaggio a Monte Sant’Angelo diventa un pretesto per riscoprire la sua identità ebraica

 

 

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Monte Sant’Angelo in un quadro del pittore Luigi Schingo

Molte suggestioni vengono ispirate dai viaggi, che per il narratore diventano pretesto di scrittura. Nel 1948, nel Mezzogiorno poverissimo di un’Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale, su una piccola Fiat rumorosa, viaggia un newyorkese di origine ebraica: Arthur Miller (1915-2000), uno degli intellettuali più impegnati del Novecento, che balzerà agli onori della cronaca dopo il matrimonio con  Marilyn Monroe.

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Il giovane scrittore è in compagnia dell’amico italo-americano Vincent Longhi e visita Monte Sant’Angelo, un “nido d’aquila turrito” denso di memorie medievali.  Quell’angolo di Puglia lascia un’impronta indelebile nell’animo di Miller, che l’anno dopo pubblicherà il capolavoro che gli valse il Premio Pulitzer: “Morte di un commesso viaggiatore (1949)”.

Il racconto “garganico” appare nel 1951 sull’autorevole rivista “Harper’s Magazine”. Tradotto in italiano dalla Rizzoli nel 1970, è stato ripubblicato da Davide Grittani nell’antologia “Verso Sud” (ed. Grenzi).

Monte Sant’Angelo diventa il luogo dove Miller va alla ricerca del tempo perduto, riscopre la propria identità. L’autore ritrova nella luce tersa del Sacro Monte tutta la sua essenza. L’ambiente e le persone destano in lui strane suggestioni, facendogli riconoscere, in alcuni gesti e situazioni, una componente etnica latente: l’ebraismo.

Miller, che nella finzione del racconto è l’ebreo Bernstein, resta colpito dall’asprezza del paesaggio e del contesto; vorrebbe ritornare a casa. Ma Vinny Appello (Longhi), l’amico d’origini italiane, che prima a Lucera, poi a Monte Sant’Angelo sta ricercando le proprie radici presso una zia e nel santuario di San Michele, gli comunica il desiderio che guida il suo viaggio: “appartenere a una storia”.

Quando scendono nella cripta del santuario, il pavimento di pietra è bagnato dallo stillicidio della grotta carsica. Lungo le pareti e ai lati dei tortuosi corridoi che si diramano da una sala centrale a volta, vi sono delle tombe antiche, con iscrizioni illeggibili. Il prete ricorda vagamente una nicchia degli Appello, ma non ha idea della sua ubicazione. Appello passa da una cripta all’altra, facendosi luce con una candela. Si curva, sembra un monaco, o un archeologo, scompare poco a poco nella lunga oscurità dei tempi, in cerca del suo nome su una pietra.

Bernstein (Miller) ne è fortemente turbato. Ricorda i racconti di suo padre sul paese d’origine in Europa, la tinozza dove tutti attingevano l’acqua, lo scemo del villaggio, il barone del luogo. Nessun motivo di orgoglio in tutto questo, niente. E del resto, ora non è un americano a tutti gli effetti?

Trovano un ristorante, sul precipizio al margine opposto della città; un grande, unico locale con quindici o venti tavoli; sulla parete di fondo una fila di finestre si affaccia sulla piana sottostante. Fa freddo. Il vento imperversa. Una ragazza, la figlia del padrone, arriva dalla cucina, e Appello le chiede cosa c’è da mangiare. La porta si apre ed entra un uomo. Guardandolo, Bernstein prova un’immediata impressione di familiarità, di cui non sa trovare la ragione. Si chiama Mauro di Benedetto, porta un cappello nero, insolito da quelle parti, dove tutti portano il berretto: «Vendo stoffe, qui, alla gente, e ai negozi, se così si possono chiamare» dice. Il suo sguardo non ha l’innocenza contadina degli uomini del paese. Dopo aver mangiato, beve un’ultima, lunga sorsata di vino, si alza e comincia a rivestirsi. Prende il suo fagotto posato su un tavolo e comincia a disfarlo. Bernstein lo osserva leggermente curvo sopra il fagotto. Vede le sue mani occupate a disfare il nodo. Ora l’uomo sta togliendo la carta che avvolge due pezze di stoffa, ne spiana con cura le grinze. La cameriera porta un’enorme pagnotta rotonda di almeno mezzo metro di diametro. Gliela offre, e lui la mette in cima alla pila di scampoli.

A quel gesto, un’ombra di sorriso increspa le labbra di Bernstein (Miller). Ora l’uomo riavvolge con attenzione il fagotto, lo chiude con un laccio e lo riannoda. Bernstein ride, sollevato, dicendo ad Appello: « È esattamente il modo in cui faceva un fagotto mio padre… e mio nonno. Tutta la nostra storia è far fagotto e andar via. Solo un israelita sa legare un fagotto così!».

Perché tanta fretta di arrivare a casa? L’uomo scrolla le spalle: «Non so. Per tutta la vita sono tornato a casa per l’ora di cena, il venerdì sera, e mi piace arrivare prima del tramonto. E mio padre il venerdì sera è sempre tornato a casa prima del tramonto».

«Porta a casa il pane fresco per il Sabbath, che comincia al tramonto del venerdì – dice Bernstein all’amico – E’ un ebreo, ti dico. Domandaglielo, per piacere».

Alla domanda di Appello, l’uomo scuote la testa, in segno di diniego. Quindi va via, ma Bernstein è felice lo stesso. Si sente finalmente a proprio agio. Ridiscende nella cripta e mentre l’amico continua a cercare la tomba dei monaci medievali suoi avi, egli non si muove, cercando dentro di sé il perché di quello che è accaduto. Vede quell’uomo cortese scendere giù per la montagna, camminare attraverso la piana, per strade segnate da generazioni di uomini, un viandante senza nome che porta a casa una pagnotta ancora calda il venerdì sera… e che si inginocchia in una chiesa la domenica. Un’ironia indescrivibile: sotto l’insensato impulso della storia, un ebreo è segretamente sopravvissuto. Pur spogliato della sua coscienza, osserva il Sabbath in un paese cattolico. La sua stessa inconsapevolezza finisce per essere una muta prova di un passato ancora vivo.

«Un passato anche per me» pensa Bernstein, attonito nel sentire quanta importanza abbia questa cosa per lui. Per lui che non ha mai avuto una religione, e nemmeno una storia.

Finalmente Appello ritrova la tomba tanto cercata. Anche lui è felice di aver ritrovato l’identità perduta. Quando risalgono su, il paese è deserto. L’aria odora di carbone di legna e di olio d’oliva. Qualche pallida stella è apparsa nel cielo.

Bernstein (Miller) pensa a Mauro di Benedetto che sta scendendo per la strada sassosa e serpeggiante, affrettandosi per arrivare a casa, prima del calar del sole…

Teresa Maria Rauzino

BORTOLUZZI PORTO’ LA BAUHAUS SUL GARGANO

L’artista italo-tedesco Bortoluzzi scelse Peschici come buen retiro


   

L’autore della foto di A. Bortoluzzi è Elio Aricò

 

Un teorema urbanistico risolto in chiave di scenografia funzionale: quinte di case inverosimili, strette ed alte come torri, oppure a un solo piano, senza tegole, con tetto a cupola rivestito d’intonaco e i margini voltati ad onda per convogliare le piogge entro le cisterne sottostanti alle grondaie. Case scialbate a calce, o dal colore grigio- rosato dei muri antichi. Bianchi e azzurri che richiamano un’isola greca, il villaggio di Oia, a Santorini, nelle elleniche Cicladi. Scoprono improvvisi scorci luminosi aperti tra valli e mare. 

Così si presentò Peschici per la prima volta ad Alfredo Bortoluzzi, in viaggio nel 1953 verso l’isolato selvaggio, mitico Gargano. Secondo il critico Carlo Munari, che andò a trovare Bortoluzzi a Peschici dopo aver curato una sua mostra nel 1967, la luce e i colori “italiani” di Peschici giovarono alla pittura di Bortoluzzi, per le sottili, segrete corrispondences interiori che riuscirono ad evocargli. Per l’artista italo-tedesco, il Gargano rappresentò l’incontro con la mediterraneità. Fu la Magna Grecia ad affascinarlo, così come aveva affascinato i voyageurs del Grand Tour che provenivano dal Nord Europa. Sbaglierebbe chi credesse Bortoluzzi un semplice “vedutista”: Peschici, i monti, le valli ed il mare sono soltanto pretesti per evocare la Stimmung della solarità. Un tentativo continua Munari – di sfuggire all’incanto opposto, della selva e delle saghe, del culto della Luna, del romantico chiuso e disperato della Kultur. 

Una Kultur che Bortoluzzi non riconosceva più come sua: aveva prodotto il buio della chiusura della Bauhaus, la scuola in cui aveva imparato tutto; aveva causato la distruzione dei suoi quadri, di quelli di Klee e di Kandinsky, reputati arte degenerata “dall’artista fallito Hitler”. 

Una Kultur che aveva prodotto il buio dei pogrom. 

Nato a Karlsruhe nel 1905 da genitori italiani, figlio di artigiani, il padre mosaicista e la madre stilista, Bortoluzzi non intraprese la carriera universitaria come il padre avrebbe desiderato, ma quella artistica. Frequentò dapprima l’Accademia di Karlsruhe e in seguito, a partire dal 1927, il Bauhaus, dove sarà allievo di Albers, di Kandinsky, di Schlemmer e soprattutto di Klee, che lascerà un’impronta inconfondibile nella sua opera grafica e pittorica. 

Quando nel 1933 il nazismo trionfante ordinò la chiusura dell’istituto di Dessau, Bortoluzzi non seguì nella diaspora verso l’America gli artisti della sua scuola, né il suo grande maestro Paul Klee in Svizzera: riparò a Parigi. Su suggerimento della madre, mise a frutto l’esperienza teatrale fatta alla Bauhaus, perfezionandosi all’Ecole de danse di madame Egorova. Di lì a poco diventò primo ballerino nel balletto russo di Serge Lifar all’Opéra di Parigi. 

Girò molti teatri d’Europa a fianco di future, grandi personalità. Ad Aquisgrana lavorò con Herbert von Karajan, che gli lasciò un ricordo negativo: «Von Karajan, che era all’inizio della carriera, lavorava molto, ma era senza cuore, forse perché il mondo del teatro era a quel tempo pieno di tanti intrighi. Finì che mandarono via il mio intendente ed io andai via con lui. Erano gli anni della guerra e, se ricordo bene, era il periodo in cui l’Italia tradì la Germania… e ci fecero prigionieri».

Bortoluzzi fu catturato nei pressi di Auschwitz. La testimonianza di Alfredo è drammatica: «Di giorno facevamo trincee e di sera dovevo ballare con i miei ballerini per i soldati tedeschi. Il mio intendente, vedendo che non ne potevo più, mi fece spostare e mi mandarono a stirare le divise in una fabbrica. Di lì a poco giunsero i russi nelle vicinanze della città: Fritz Lang (un filosofo e tenore che poi seguì Bortoluzzi a Peschici, ndr ) con documenti falsi, sfruttando il mio doppio nome, si procurò due biglietti per Karlsruhe. C’era tanta neve, la gente fuggiva per le strade… e la mia casa non c’era più. Andai da mio fratello e anche qui sembrava tutto distrutto ma, avvicinandomi vidi un tubo di un camino fumante … Lui era rifugiato di sotto… Arrivarono prima i francesi, poi gli americani… E così diventai coreografo della VII Armata Americana per i festeggiamenti e i loro show».

Queste testimonianze di Alfredo Bortoluzzi emergono da una tesi di laurea discussa presso l’Università di Siena nell’anno accademico 1997-98 da Anna Maria Mazzone, che ha raccolto altresì la documentazione e le “carte” che vanno dal periodo 1905 al 1995 nell’archivio privato donato dall’artista al fratello, il pittore Domenico Mazzone, erede universale di Bortoluzzi. La tesi della Mazzone è inedita: oltre a contenere fitti carteggi in tedesco tratti dalle corrispondenze di Bortoluzzi con i suoi amici rimasti in Germania, è ricca dei bozzetti e degli studi scenografici che l’artista, mettendo a frutto gli insegnamenti di Schlemmer, realizzò durante il lungo periodo (1933-58) in cui abbandonò pennelli e monotipia per dedicarsi al balletto classico. Questi schizzi e disegni furono esposti per la prima volta esposti al pubblico in occasione di una retrospettiva inaugurata il 13 Novembre 2004 alla “Galleria provinciale di arte moderna e contemporanea” di Palazzo Dogana a Foggia. L’importante mostra ha ospitato circa 80 lavori di Bortoluzzi ed una ricca collezione di materiali riguardanti i rapporti con la Bauhaus e la sua attività di ballerino.  Attualmente la Galleria foggiana ha una saletta che ospita alcuni dipinti di Bortoluzzi.

Negli ultimi anni la Fondazione Banca del Monte di Foggia ha rilanciato l’artista, acquistando molte sue opere giovanili, organizzando mostre e convegni per valorizzarlo e rilanciarlo a livello internazionale.

Il grande architetto ticinese, Mario Botta, sabato  30 gennaio 2016, ha inaugurato la sesta mostra tematica del Fondo Alfredo Bortoluzzi della Fondazione foggiana, “Dal Bauhaus al mare. Opere su carta 1924 – 1995”.

La mostra, allestita nella Galleria espositiva della Fondazione sita nell’antica via Arpi del capoluogo, consta di oltre 100 opere che rappresentano la sintesi ideale delle cinque esposizioni tematiche dedicate al pittore italo tedesco allievo di Klee e Kandinskij, realizzate tra il 2010 ed il 2015, e rimarrà aperta fino al 27 febbraio con i seguenti orari: dal lunedì al sabato, ore 9.30-13 e 17-20.

Nel video l’intervento integrale dell’architetto Mario Botta, registrato durante la serata di inaugurazione di sabato 30, nella sala Rosa del Vento, del palazzo della Fondazione.

PESCHICI NEL RICORDO DI ALFREDO BORTOLUZZI 

Adesso sono diventato meridionale

«Sono arrivato a Peschici nel 1953 per la prima volta, era in febbraio… Il mio critico d’arte Egon Vietta mi aveva raccontato del Gargano… molto bello, verde e selvaggio e così mi sono messo in viaggio fino a Roma. A una agenzia di viaggi ho chiesto come si arriva nel Gargano. Mi hanno detto: “Si può andare fino a San Severo e là non c’è più un mezzo per andare più avanti; prenditi una bicicletta”. Ma abbiam trovato un trenino e un pullman che ci hanno portato fino a Peschici. Siamo andati subito alla spiaggia, era dopo una pioggia, avevano messo le barche ad asciugare e le vele erano tutte dipinte dagli stessi pescatori con colori molto vivaci, anche una Madonna. Era bellissimo, mi ha impressionato molto. La gente aveva una cultura rustica, erano molto gentili. Quello che mi è piaciuto molto a Peschici erano le cupolette delle case, quasi orientali, mi sembrava che le onde e le cupole avevano lo stesso movimento. E mi sono innamorato di Peschici. Adesso sono diventato proprio meridionale e mi sento a casa, qui…». 

(Da una testimonianza raccolta nel documentario La Montagna del sole. Visioni di luce di Maria Maggiano).

      

©2016 Teresa Maria Rauzino

Anno di grazia 1592, Kàlena salvata da Mainardi

 

Il “Centro Studi Giuseppe Martella”,  cogliendo l’occasione della annuale festività religiosa dedicata alla Madonna di Kàlena, chiama a raccolta le Associazioni garganiche,  martedì 8 settembre alle ore 18.00  a Peschici,  per rinnovare proponimenti e comunione d’intenti. E per porre, ancora una volta, all’attenzione di tutti, la fine ingloriosa di un prezioso monumento che ha conosciuto secoli di gloria, potenza e ricchezze. Incuria e abbandono stanno gradualmente distruggendo l’unica testimonianza-matrice della nascita e crescita della cittadina garganica. Senza che le istituzioni preposte alla sua tutela alzino un dito per salvarla. Una vergogna senza fine. Ma l’abbazia di Kàlena non può morire, come non morì alla fine del Cinquecento, quando era letteralmente assediata dalle prepotenze dei feudatari garganici e dal clero slavo di Peschici, che avevano cominciato ad usurpare i suoi numerosi possedimenti. Il canonico lateranense Timoteo Mainardi sferzò i propri superiori affinchè reagissero a tali “ sfrisi in faccia”, denunciando gli usurpatori e pretendendo la restituzione dei beni di Kalena.

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Abbazia di Kalena (Peschici FG) in tre scatti d’epoca di Romano Conversano 

I DIRITTI DI KÀLENA USURPATI FURONO RIVENDICATI DA TIMOTEO MAINARDI 

 

Agli inizi del 1500, numerosi naviganti “facevano vela” per le Isole Diomedee o verso il porto di Peschici. Per motivi di commercio e di momentanea sosta, ma anche spinti dalla devozione. Prima di proseguire il viaggio via mare, oppure via terra, per raggiungere il Santuario dell’Arcangelo del Monte Gargano, si fermavano nel monastero di San Nicola di Tremiti ed in quello di Santa Maria delle Grazie di Kàlena, nella piana di Peschici.

Uomini famosi ed illustri “matrone” avevano offerto alle due prestigiose abbazie, nel corso dei secoli, consistenti “beni solidi”: oltre a numerose chiese con le loro rendite e i relativi diritti, il possesso perpetuo di castelli, terre, pascoli, boschi. Avevano donato addirittura un lago, i diritti sui fiumi comprensivi dell’impianto dei mulini, e persino delle imbarcazioni per la pesca, il commercio e gli spostamenti in mare aperto. Erano stati indotti a ciò dalla speranza di redimere i loro peccati, ma molti lo avevano fatto per i più terreni motivi di stretta convenienza “politica”, per salvare le loro proprietà nei momenti delicati di passaggio tra vecchi e nuovi dominanti. Per salvare il salvabile. 

I beni venivano “donati”, ma l’usufrutto vita natural durante era a favore degli ex proprietari e della loro discendenza. I documenti di ratifica, redatti da scrivani e notai pubblici, e sottoscritti da nobili, principi e re, vennero conservati con quanta più cura possibile negli archivi di Kàlena e di Tremiti. È qui che prima il Cochorella e poi il Mainardi li consultarono, il primo per stilare, nel 1508, la Tremitanae olim Diomedae Insulae accuratissima descriptio ; il secondo, nel 1592, per  compilare un accurato Regesto in cui si rivendicavano le proprietà delle abbazie di Tremiti e di Peschici usurpate nel corso dei secoli.

Benedicto Cochorella e Timoteo Mainardi appartenevano all’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, detti “Lateranensi del Salvatore”, subentrati ai Cistercensi alla guida del monastero di Tremiti fin dal 1412. Papa Eugenio IV incorporò l’Abbazia di Peschici a Santa Maria di Tremiti nel 1445. Kalena  ritornò sotto l’ala protettiva della sua casa madre ed i Canonici ne presero effettivo possesso un anno dopo, nel 1446.

Di origine lombardo-veneta, questi monaci possedevano un livello culturale notevolmente alto e si adoperarono con zelo a ricostruire tutti gli edifici sacri e civili distrutti dagli an­ni, sia per poterli abitare in modo sicuro, sia perché potessero accogliere i pellegrini. Anche a Kàlena, prima della loro venuta, le rovine erano talmente evidenti che non era più riconoscibile nessuna forma dell’antico Convento e del tempio. Furono i monaci a  fortificare l’abbazia, con mura alte e solide, per difenderla dai pericoli esterni e dai nemici.

Timoteo Mainardi, conscio della grave crisi economica che travagliava Tremiti e le sue  pertinenze in terraferma, elaborò un progetto per risanarne le collassate finanze. Egli consigliò di eliminare l’importazione di grano, di carne, di animali, aumentando progressivamente le colture ad orzo e frumento e promuovendo l’allevamento intensivo del bestiame, ma anche di recuperare le terre usurpate all’abbazia di Kàlena dai feudatari locali e dal clero slavo di Peschici.

Effettuò, in primis, un minuzioso riordino dell’archivio  dell’abbazia, procedendo ad un’attenta ricognizione degli antichi diritti goduti un tempo in terraferma dai Benedettini e dai Cistercensi. Rispolverò vecchi documenti per dimostrare «le raggioni» della Madonna di Kàlena e le ricostruì confine per confine, chiedendo la reintegra dei termini lapidei, che molto spesso erano stati deliberatamente “spiantati” dagli usurpatori, con metodi violenti e minacce contro chi tentava di impedire queste loro azioni. Tutti questi documenti furono rimessi in circolo dal Mainardi, per dimostrare le «raggioni», cioè i diritti usurpati, affinché i Canonici li rivendicassero, per riacquistare le terre perdute di Tremiti e di Kàlena. A sostenerlo nelle sue tesi c’era un quadro normativo favorevole, mai applicato: i papi Eugenio IV e Nicolò V avevano emanato due specifiche “bolle” contro gli usurpatori e occupatori, detrattori, malfattori dei beni spettanti ed appartenenti alle chiese abbaziali di Santa Maria di Tremiti e di Kàlena. Papa Giulio II, nell’anno 1504, aveva emanato un’altra bolla contro coloro che si erano impossessati “ingiustamente” dei beni di Tremiti. 

Oltre a non rispettare  le bolle papali, gli usurpatori di Kàlena contravvenivano gli indulti, gli ordini ed i privilegi dei re Ruggiero e Guglielmo e di altri sovrani, i quali avevano confermato ed ampliato le donazioni dell’arcivescovo Leone all’Abbazia di Peschici: i territori, i Casali, le terre, i Castelli limitrofi, con boschi e selve tagliati e non tagliati, liberi da ogni gravame, affinché li godesse in perpetuo.

Perché gli usurpatori avevano continuato, nel frattempo, ad appropriarsi dei beni dell’abbazia? Perché avevano visto che nessuno le cercava tali ragioni, nessuno muoveva loro lite»Ad esempio, non era consentito, se non su espressa licenza degli Agenti del monastero, andare a caccia di animali «selvadeghi» nei territori di Kàlena, nei suoi boschi e nelle sue selve.  Invece accadeva il contrario: i baroni si erano prepotentemente arrogati questo diritto spettante solo al monastero. Non solo li usurpavano per sé, ma addirittura pretendevano che i cacciatori pagassero la ricognizione della quarta parte della caccia direttamente a loro. Essi non si usurpavano soltanto le predette cose, «ma anche la decima delle pescagioni delle sarde ed altri pesci».

Il Mainardi denuncia un altro fatto gravissimo: «I fattori di Kàlena non possono reclamare alla Regia Udienza, perché con scuppette sarebbero ammazzati”. Ecco perché tacciono: ne va della loro vita.

Che fare allora? Conviene che gli “Abbati” di Tremiti e per loro i Procuratori generali che stanno addetti a risolvere le controversie a Napoli e a Roma la denuncia la facciano loro. In alto loco. Essi possono, con una forte azione legale, «farli scomunicare» dal Pontefice, se non restituiranno ogni ragione e giurisdizione della Madonna nel territorio di Peschici.

Dopo aver affermato che tutte le «raggioni» di Tremiti e di Kàlena in questi luoghi e altri sono state smarrite, perse e usurpate, il Mainardi rimprovera duramente la persistente inerzia e la  grande incuria di chi era tenuto a vigilare affinché ciò non accadesse ossia gli agenti e anche gli abati, i quali dovrebbero vigilare sui confini dei territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e dove i trovano i confini o luoghi usurpati, cercare di reintegrarle con la ragione, e rinnovare dappertutto i termini a poco a poco, acciò non siano fatti maggiori usurpazioni.

Chi sono gli usurpatori? Sono i signori Marchesi di Vico e di Ischitella,  che godono e usurpano o personalmente, o attraverso l’Università che fa loro capo, tutti i territori.

Il Mainardi lancia un forte j’accuse contro i feudatari garganici che calpestano i diritti delle due abbazie: «Usurpano tutti i territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e ne ricavano frutto ed entrata come se fosse loro?».

Nella sua ricognizione, il Mainardi elenca le numerose vertenze che avevano contraddistinto il conflittuale rapporto dell’abbazia di Tremiti e di Càlena con i baroni. 

Nel 1518 c’era stato un accordo tra il monastero di Tremiti, il Magnifico Galeazzo Caracciolo, il magnifico Giovanni di Sangro e madama Adriana Dentice, baroni di Peschici ed Ischitella, per la lite che aveva loro mosso il detto monastero di Tremiti, a causa della decima della pesca ed emolumenti del lago di Varano che per molti anni non avevano pagato all’abbazia di Kàlena. 

Un altro reddito fruito al minimo derivava dai numerosi pascoli di proprietà di Tremiti e di Kàlena.

Anche la Regia Dogana era tenuta a pagare a Tremiti somme variabili a seconda che si trattasse di capo grosso, cioè buoi, vacche, giumente, cavalli, muli e simili o capo piccolo, cioè pecore e capre.

Le somme stabilite, in verità, non venivano rispettate, in quanto Tremiti e Kàlena ne ricevevano soltanto una minima parte. C’era però, da parte della Regia Dogana, il riconoscimento della “proprietà” dei pascoli. Cosa che non facevano i signori baroni, che volevano fruire dei pascoli senza pagare alcunché, ritenendosi i padroni assoluti dei luoghi, boschi e pascoli della Madonna.

Una copia di una  lettera antica, ritrovata l’anno 1584 a Tremiti attestava che i pascoli e gli erbaggi dei territori della Madonna di Tremiti e di Kàlena erano stati usurpati ingiustamente dai Turbolo, baroni di Peschici ed Ischitella nelle seguenti  località: 1)    Isola dell’Imbuti, sul lago di Varano; 2)    Lago Pantano e fiume di Varano; 3)    Manatec, Montecalena, Circaprete;  4)    Valle, colline del Gravalone e Monte Kàlena. 

 Cosa propone Timoteo Mainardi? Che i baroni restituiscano tutti i territori usurpati alla Madonna di Tremiti e di Kàlena. Pena: la scomunica e la perdita dei propri beni.

Gli abati non devono mai più «subire e tenere tali sfrisi in faccia», umiliazioni così cocenti.

Lo sfriso in faccia più eclatante è che, nei luoghi boscosi di Peschici, i signori baroni Turbolo fecero tagliare, e continuano ancora a farlo, tanti legnami da opera che «coglie uno stupore»… Con l’aggravante che anche i “fattori” di Kàlena «fanno anche loro tagliare tanti legnami da opera e ne fanno vendita in modo di mercanzie».  Per Mainardi è un fatto inaccettabile, uno scandalo. E questo accade mentre «la casa di Kàlena sta scoperta e senza solaro, con travi vecchi nudi».

Ad usurpare le «raggioni» di Kàlena non erano soltanto i feudatari, ma anche il Clero di Peschici. La Chiesa di Sant’Elia era officiata da preti “morlacchi”, cioè appartenenti alla comunità slava che all’inizio del Cinquecento aveva rifondato il paese dopo l’assalto dei Turchi. Questi preti avevano usurpato trecento tomoli di terra, aggiungendoli agli altri trecento tomoli che gli abati di Kàlena avevano loro regolarmente concessi nella località denominata “Coppe Gentili”. Ne fa fede un documento del Regesto del 1588. Si riferisce di una pietra piana con l’impronta del marchio di Tremiti (che limitava la proprietà) spezzata e spiantata. Gli agenti del monastero di Tremiti e Càlena, con licenza del commissario della  Regia Sommaria, si recarono sul posto per rimettere al posto la pietra predetta, ritrovata vicino alla fondazione di una «fabbrica in piano», vicino circa venti passi dalla Grotta del Fico. Ma, ad un tratto, per impedire che simile “piantumazione” venisse effettuata si presentò l’arciprete di Peschici con tutta la Corte, armata di tutto punto. Con cotte e campanelle, com’era usanza a quel tempo, l’arciprete slavo gettò una scomunica e minacciò di scomunicare chiunque avesse osato rimettere al suo posto originario il termine lapideo con il marchio di Tremiti e Kàlena.

Lo fece a nome, anzi, come disse, “per ordine” dell’arcivescovo di Manfredonia, il quale, però, interpellato successivamente dagli agenti di Kàlena, smentì categoricamente tale circostanza. Il termine di confine intanto fu portato via e non fu “piantumato”. Il  luogo restò sfornito della demarcazione che ne denotava la proprietà, con grave danno per Kàlena. Per di più, i Morlacchi, istigati da qualche malo spirito e dalla Corte di Peschici, continuarono a  “levare anche i termini lapidei fatti piantare per ordine di Bahordo Carafa, viceré della Puglia al tempo della controversia tra il venerabile monastero di Tremiti e Kàlena e Giovanni Dentice, barone di Peschici”, quando anche costui aveva usurpato le «raggioni» e i territori di detti monasteri.

Il Mainardi chiude la sua filippica contro chi è inadempiente o usurpatore con un lapidario verrà un giorno: certamente tutti costoro dovranno rendere ragione nell’aldilà di questo loro comportamento così lassista e negligente nei confronti delle sacre proprietà.  

A chi? Alla «maestà del Signore Iddio ed alla Madonna».

Teresa Rauzino

sul quotidiano “L’ATTACCO” del 5 settembre 2015