IL NEVIERAIO E SAN VALENTINO

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Dicevano un tempo i vichesi, invocando il loro santo Protettore: “Sant’ Valantain me, nun m fà jlà u jardin, che la megghìa marrocca j’è la tu ! (Santo Valentino mio, non mi far gelare l’agrumeto, perchè in questo caso il miglior ramo, carico di arance o limoni, sarà tuo!).
A proposito del culto del santo, ecco una curiosa storia raccolta a Vico di un battibecco tra un nevieraio, fedele della Madonna della neve e un agrumicoltore, fan di San Valentino.

Quasi all’ingresso della vecchia Vico (FG), percorrendo Via di Vagno si perviene alla piccola Piazza denominata della Misericordia, che prende il nome dalla chiesa lì situata. In questa viene venerata la “Madonna della Neve” che viene festeggiata annualmente nei primi del mese di agosto.
È rappresentata con il bambino Gesù sul braccio sinistro; con la mano destra ostenta verso i devoti un fiocco di neve. Verso la fine del 1800, il priore di quella confraternita era tal Azzarone Michelantonio, il quale era proprietario di vastissimi agrumeti ubicati in località “Murge nere”.
All’epoca non esistevano attrezzature per la confezione di gelati, granite e altro, che si vendevano specialmente durante i periodi estivi. All’epoca, la neve cadeva abbondantissima ed alle volte, specialmente a dicembre che era il mese maggiormente nevoso, arrivava fino agli architravi delle porte di casa. Altrimenti era un’invernata abbastanza calda e senza neve. Nei pressi dell’attuale piazza “San Francesco” vi erano delle neviere, costituite da ampi fossati nei quali i “nevierai” facevano raccogliere la neve a strati, calcati con i piedi e ricoperti di paglia, per prelevarla d’estate a piccoli cubetti e venderla per i rinfreschi. Ciò è avvenuto fino al 1925 quando Nicola De Petris, ex coadiutore del notar Saverio Girlanda, divenuto industriale, fece impiantare la macchina per la costruzione di blocchi di ghiaccio. Occorre inoltre precisare che le arance specialmente quelle toste (durette) maturavano più o meno nel periodo natalizio.
In dicembre, mese al quale si riferisce l’accaduto, non s’era ancora visto un fiocco di neve. Il povero nevieraio, preoccupandosi che ai suoi pargoletti durante l’estate sarebbero mancati i più indispensabili mezzi di vita, si recò presso la balaustra dell’altare della Madonna sua protettrice, e battendosi in petto e senza alcun rispetto umano cominciò a implorare la grazia di abbondanti nevicate senza preoccuparsi, nella disperazione della sua richiesta, se vi fossero persone presenti. Supplicò: «Madonna mia, fai nevicare!».
Il Michelantonio, che stava nell’adiacente sacrestia e che proprio in quell’anno aveva un’abbondanza di arance, temendo che un eventuale gelo danneggiasse il prodotto del suo latifondo, uscì dalla sacrestia e volgendosi al nevieraio lo apostrofò duramente: «E tu, cosa stai dicendo?».
E il nevieraio, in risposta: «E tu cosa vuoi da me? Non sai che danno subirei io con la mia famiglia se non nevicasse? Ai figli miei chi darebbe un tozzo di pane durante l’estate? Del resto, fammi pregare la Madonna mia e tu vai a pregarti san Valentino che è il patrono degli aranceti.
A tali parole l’alterco ebbe fine…

Testimonianza di Tommaso Firma, raccolta a Vico del Gargano da Tommaso Migliozzi e pubblicata da Lucia Teresa Lopriore nel volume , Le neviere in Capitanata : affitti, appalti e legislazione, Edizioni del Rosone, Foggia 2003.
http://www.mondimedievali.net/Microstorie/neviere02.htm

Il dono per San Valentino consigliato dal contadino by Antonio Monte

 

monte

 

Un giovane professionista affermato, elegante, profumato, abbronzato con i raggi ultra-violetti e molto ambito dalle donne, incontra suo padre, anziano contadino, e gli rivolge oltre al saluto una battuta provocatoria:

“Beato te che hai vissuto in campagna senza pensieri per la testa, io invece per questa festa mi arrovello  per acquistare il dono alla mia compagna.

Due anni fa ho donato gli stivali da sballo provocandole un callo.

L’anno scorso le ho regalato il telefonino con internet incorporato e mega-byte maggiorato, non tanto apprezzato per il consumo esagerato.

Quest’anno per San Valentino, per dimostrarle quanto ne sia innamorato l’accontenterò con un ricco dono inaspettato.

Perché non fai altrettanto con tua moglie?”

Più che un consiglio, è stata una battuta sfottente per spiazzare l’incompetente;

invece il padre così gli rispose:

“Quello che regalo a tua madre è il solito dono che soddisfa a pieno i suoi desideri.”

Riprese il figlio: “Di quale dono parli tu, incallito risparmiatore,  io, non ti ho mai visto  portarle un fiore?  Comunque sono curioso di sapere dove l’acquisti e quanto costa.”

Il contadino con tono pacato ma convincente, rispose:

“ In un piccolo emporio di nome Onestà. Davanti all’ingresso è posto un cestino di rifiuti per buttare: sospetti, egoismo, stupido orgoglio e vanità. All’interno  dei diversi reparti  regalano: entusiasmo, pazienza, allegria e sincerità. Di solito prendo un po’ di tutto e consegno alla cassa dove la signorina, di nome Felicità, confeziona il pacchettino allegandomi un bigliettino su cui scrivo:

<<   Il  cuore  amico dona la sua chiara coscienza

simile all’acqua di una sorgente

limpida e trasparente

dove puoi  serenamente specchiare

e spegnere ogni Tua arsura d’Amore. >>

Il figlio frastornato disse: ”Bellissima dedica, però non ho individuato il nome del dono contenuto nel pacchetto”.

Il padre rispose con penetrante tranquillità: “Il nome del dono che ogni persona  amata  gradirebbe ricevere sempre, però è sconosciuto alla modernità, si chiama Fedeltà “.

Il cuore del contadino innamorato

brama col pensiero garbato

il contatto dell’unica amante

anche se ella è distante.

Il lavoro soltanto

l’allontana dal suo fianco

per procurare i bisogni primari

utili a tutti i familiari.

Il regalo del paesano

è l’esempio quotidiano

donato con semplicità infinita

per gustare Amore, essenza della vita.

 

                                                    Antonio Monte

 

Anno di grazia 1592, Kàlena salvata da Mainardi

 

Il “Centro Studi Giuseppe Martella”,  cogliendo l’occasione della annuale festività religiosa dedicata alla Madonna di Kàlena, chiama a raccolta le Associazioni garganiche,  martedì 8 settembre alle ore 18.00  a Peschici,  per rinnovare proponimenti e comunione d’intenti. E per porre, ancora una volta, all’attenzione di tutti, la fine ingloriosa di un prezioso monumento che ha conosciuto secoli di gloria, potenza e ricchezze. Incuria e abbandono stanno gradualmente distruggendo l’unica testimonianza-matrice della nascita e crescita della cittadina garganica. Senza che le istituzioni preposte alla sua tutela alzino un dito per salvarla. Una vergogna senza fine. Ma l’abbazia di Kàlena non può morire, come non morì alla fine del Cinquecento, quando era letteralmente assediata dalle prepotenze dei feudatari garganici e dal clero slavo di Peschici, che avevano cominciato ad usurpare i suoi numerosi possedimenti. Il canonico lateranense Timoteo Mainardi sferzò i propri superiori affinchè reagissero a tali “ sfrisi in faccia”, denunciando gli usurpatori e pretendendo la restituzione dei beni di Kalena.

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Abbazia di Kalena (Peschici FG) in tre scatti d’epoca di Romano Conversano 

I DIRITTI DI KÀLENA USURPATI FURONO RIVENDICATI DA TIMOTEO MAINARDI 

 

Agli inizi del 1500, numerosi naviganti “facevano vela” per le Isole Diomedee o verso il porto di Peschici. Per motivi di commercio e di momentanea sosta, ma anche spinti dalla devozione. Prima di proseguire il viaggio via mare, oppure via terra, per raggiungere il Santuario dell’Arcangelo del Monte Gargano, si fermavano nel monastero di San Nicola di Tremiti ed in quello di Santa Maria delle Grazie di Kàlena, nella piana di Peschici.

Uomini famosi ed illustri “matrone” avevano offerto alle due prestigiose abbazie, nel corso dei secoli, consistenti “beni solidi”: oltre a numerose chiese con le loro rendite e i relativi diritti, il possesso perpetuo di castelli, terre, pascoli, boschi. Avevano donato addirittura un lago, i diritti sui fiumi comprensivi dell’impianto dei mulini, e persino delle imbarcazioni per la pesca, il commercio e gli spostamenti in mare aperto. Erano stati indotti a ciò dalla speranza di redimere i loro peccati, ma molti lo avevano fatto per i più terreni motivi di stretta convenienza “politica”, per salvare le loro proprietà nei momenti delicati di passaggio tra vecchi e nuovi dominanti. Per salvare il salvabile. 

I beni venivano “donati”, ma l’usufrutto vita natural durante era a favore degli ex proprietari e della loro discendenza. I documenti di ratifica, redatti da scrivani e notai pubblici, e sottoscritti da nobili, principi e re, vennero conservati con quanta più cura possibile negli archivi di Kàlena e di Tremiti. È qui che prima il Cochorella e poi il Mainardi li consultarono, il primo per stilare, nel 1508, la Tremitanae olim Diomedae Insulae accuratissima descriptio ; il secondo, nel 1592, per  compilare un accurato Regesto in cui si rivendicavano le proprietà delle abbazie di Tremiti e di Peschici usurpate nel corso dei secoli.

Benedicto Cochorella e Timoteo Mainardi appartenevano all’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, detti “Lateranensi del Salvatore”, subentrati ai Cistercensi alla guida del monastero di Tremiti fin dal 1412. Papa Eugenio IV incorporò l’Abbazia di Peschici a Santa Maria di Tremiti nel 1445. Kalena  ritornò sotto l’ala protettiva della sua casa madre ed i Canonici ne presero effettivo possesso un anno dopo, nel 1446.

Di origine lombardo-veneta, questi monaci possedevano un livello culturale notevolmente alto e si adoperarono con zelo a ricostruire tutti gli edifici sacri e civili distrutti dagli an­ni, sia per poterli abitare in modo sicuro, sia perché potessero accogliere i pellegrini. Anche a Kàlena, prima della loro venuta, le rovine erano talmente evidenti che non era più riconoscibile nessuna forma dell’antico Convento e del tempio. Furono i monaci a  fortificare l’abbazia, con mura alte e solide, per difenderla dai pericoli esterni e dai nemici.

Timoteo Mainardi, conscio della grave crisi economica che travagliava Tremiti e le sue  pertinenze in terraferma, elaborò un progetto per risanarne le collassate finanze. Egli consigliò di eliminare l’importazione di grano, di carne, di animali, aumentando progressivamente le colture ad orzo e frumento e promuovendo l’allevamento intensivo del bestiame, ma anche di recuperare le terre usurpate all’abbazia di Kàlena dai feudatari locali e dal clero slavo di Peschici.

Effettuò, in primis, un minuzioso riordino dell’archivio  dell’abbazia, procedendo ad un’attenta ricognizione degli antichi diritti goduti un tempo in terraferma dai Benedettini e dai Cistercensi. Rispolverò vecchi documenti per dimostrare «le raggioni» della Madonna di Kàlena e le ricostruì confine per confine, chiedendo la reintegra dei termini lapidei, che molto spesso erano stati deliberatamente “spiantati” dagli usurpatori, con metodi violenti e minacce contro chi tentava di impedire queste loro azioni. Tutti questi documenti furono rimessi in circolo dal Mainardi, per dimostrare le «raggioni», cioè i diritti usurpati, affinché i Canonici li rivendicassero, per riacquistare le terre perdute di Tremiti e di Kàlena. A sostenerlo nelle sue tesi c’era un quadro normativo favorevole, mai applicato: i papi Eugenio IV e Nicolò V avevano emanato due specifiche “bolle” contro gli usurpatori e occupatori, detrattori, malfattori dei beni spettanti ed appartenenti alle chiese abbaziali di Santa Maria di Tremiti e di Kàlena. Papa Giulio II, nell’anno 1504, aveva emanato un’altra bolla contro coloro che si erano impossessati “ingiustamente” dei beni di Tremiti. 

Oltre a non rispettare  le bolle papali, gli usurpatori di Kàlena contravvenivano gli indulti, gli ordini ed i privilegi dei re Ruggiero e Guglielmo e di altri sovrani, i quali avevano confermato ed ampliato le donazioni dell’arcivescovo Leone all’Abbazia di Peschici: i territori, i Casali, le terre, i Castelli limitrofi, con boschi e selve tagliati e non tagliati, liberi da ogni gravame, affinché li godesse in perpetuo.

Perché gli usurpatori avevano continuato, nel frattempo, ad appropriarsi dei beni dell’abbazia? Perché avevano visto che nessuno le cercava tali ragioni, nessuno muoveva loro lite»Ad esempio, non era consentito, se non su espressa licenza degli Agenti del monastero, andare a caccia di animali «selvadeghi» nei territori di Kàlena, nei suoi boschi e nelle sue selve.  Invece accadeva il contrario: i baroni si erano prepotentemente arrogati questo diritto spettante solo al monastero. Non solo li usurpavano per sé, ma addirittura pretendevano che i cacciatori pagassero la ricognizione della quarta parte della caccia direttamente a loro. Essi non si usurpavano soltanto le predette cose, «ma anche la decima delle pescagioni delle sarde ed altri pesci».

Il Mainardi denuncia un altro fatto gravissimo: «I fattori di Kàlena non possono reclamare alla Regia Udienza, perché con scuppette sarebbero ammazzati”. Ecco perché tacciono: ne va della loro vita.

Che fare allora? Conviene che gli “Abbati” di Tremiti e per loro i Procuratori generali che stanno addetti a risolvere le controversie a Napoli e a Roma la denuncia la facciano loro. In alto loco. Essi possono, con una forte azione legale, «farli scomunicare» dal Pontefice, se non restituiranno ogni ragione e giurisdizione della Madonna nel territorio di Peschici.

Dopo aver affermato che tutte le «raggioni» di Tremiti e di Kàlena in questi luoghi e altri sono state smarrite, perse e usurpate, il Mainardi rimprovera duramente la persistente inerzia e la  grande incuria di chi era tenuto a vigilare affinché ciò non accadesse ossia gli agenti e anche gli abati, i quali dovrebbero vigilare sui confini dei territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e dove i trovano i confini o luoghi usurpati, cercare di reintegrarle con la ragione, e rinnovare dappertutto i termini a poco a poco, acciò non siano fatti maggiori usurpazioni.

Chi sono gli usurpatori? Sono i signori Marchesi di Vico e di Ischitella,  che godono e usurpano o personalmente, o attraverso l’Università che fa loro capo, tutti i territori.

Il Mainardi lancia un forte j’accuse contro i feudatari garganici che calpestano i diritti delle due abbazie: «Usurpano tutti i territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e ne ricavano frutto ed entrata come se fosse loro?».

Nella sua ricognizione, il Mainardi elenca le numerose vertenze che avevano contraddistinto il conflittuale rapporto dell’abbazia di Tremiti e di Càlena con i baroni. 

Nel 1518 c’era stato un accordo tra il monastero di Tremiti, il Magnifico Galeazzo Caracciolo, il magnifico Giovanni di Sangro e madama Adriana Dentice, baroni di Peschici ed Ischitella, per la lite che aveva loro mosso il detto monastero di Tremiti, a causa della decima della pesca ed emolumenti del lago di Varano che per molti anni non avevano pagato all’abbazia di Kàlena. 

Un altro reddito fruito al minimo derivava dai numerosi pascoli di proprietà di Tremiti e di Kàlena.

Anche la Regia Dogana era tenuta a pagare a Tremiti somme variabili a seconda che si trattasse di capo grosso, cioè buoi, vacche, giumente, cavalli, muli e simili o capo piccolo, cioè pecore e capre.

Le somme stabilite, in verità, non venivano rispettate, in quanto Tremiti e Kàlena ne ricevevano soltanto una minima parte. C’era però, da parte della Regia Dogana, il riconoscimento della “proprietà” dei pascoli. Cosa che non facevano i signori baroni, che volevano fruire dei pascoli senza pagare alcunché, ritenendosi i padroni assoluti dei luoghi, boschi e pascoli della Madonna.

Una copia di una  lettera antica, ritrovata l’anno 1584 a Tremiti attestava che i pascoli e gli erbaggi dei territori della Madonna di Tremiti e di Kàlena erano stati usurpati ingiustamente dai Turbolo, baroni di Peschici ed Ischitella nelle seguenti  località: 1)    Isola dell’Imbuti, sul lago di Varano; 2)    Lago Pantano e fiume di Varano; 3)    Manatec, Montecalena, Circaprete;  4)    Valle, colline del Gravalone e Monte Kàlena. 

 Cosa propone Timoteo Mainardi? Che i baroni restituiscano tutti i territori usurpati alla Madonna di Tremiti e di Kàlena. Pena: la scomunica e la perdita dei propri beni.

Gli abati non devono mai più «subire e tenere tali sfrisi in faccia», umiliazioni così cocenti.

Lo sfriso in faccia più eclatante è che, nei luoghi boscosi di Peschici, i signori baroni Turbolo fecero tagliare, e continuano ancora a farlo, tanti legnami da opera che «coglie uno stupore»… Con l’aggravante che anche i “fattori” di Kàlena «fanno anche loro tagliare tanti legnami da opera e ne fanno vendita in modo di mercanzie».  Per Mainardi è un fatto inaccettabile, uno scandalo. E questo accade mentre «la casa di Kàlena sta scoperta e senza solaro, con travi vecchi nudi».

Ad usurpare le «raggioni» di Kàlena non erano soltanto i feudatari, ma anche il Clero di Peschici. La Chiesa di Sant’Elia era officiata da preti “morlacchi”, cioè appartenenti alla comunità slava che all’inizio del Cinquecento aveva rifondato il paese dopo l’assalto dei Turchi. Questi preti avevano usurpato trecento tomoli di terra, aggiungendoli agli altri trecento tomoli che gli abati di Kàlena avevano loro regolarmente concessi nella località denominata “Coppe Gentili”. Ne fa fede un documento del Regesto del 1588. Si riferisce di una pietra piana con l’impronta del marchio di Tremiti (che limitava la proprietà) spezzata e spiantata. Gli agenti del monastero di Tremiti e Càlena, con licenza del commissario della  Regia Sommaria, si recarono sul posto per rimettere al posto la pietra predetta, ritrovata vicino alla fondazione di una «fabbrica in piano», vicino circa venti passi dalla Grotta del Fico. Ma, ad un tratto, per impedire che simile “piantumazione” venisse effettuata si presentò l’arciprete di Peschici con tutta la Corte, armata di tutto punto. Con cotte e campanelle, com’era usanza a quel tempo, l’arciprete slavo gettò una scomunica e minacciò di scomunicare chiunque avesse osato rimettere al suo posto originario il termine lapideo con il marchio di Tremiti e Kàlena.

Lo fece a nome, anzi, come disse, “per ordine” dell’arcivescovo di Manfredonia, il quale, però, interpellato successivamente dagli agenti di Kàlena, smentì categoricamente tale circostanza. Il termine di confine intanto fu portato via e non fu “piantumato”. Il  luogo restò sfornito della demarcazione che ne denotava la proprietà, con grave danno per Kàlena. Per di più, i Morlacchi, istigati da qualche malo spirito e dalla Corte di Peschici, continuarono a  “levare anche i termini lapidei fatti piantare per ordine di Bahordo Carafa, viceré della Puglia al tempo della controversia tra il venerabile monastero di Tremiti e Kàlena e Giovanni Dentice, barone di Peschici”, quando anche costui aveva usurpato le «raggioni» e i territori di detti monasteri.

Il Mainardi chiude la sua filippica contro chi è inadempiente o usurpatore con un lapidario verrà un giorno: certamente tutti costoro dovranno rendere ragione nell’aldilà di questo loro comportamento così lassista e negligente nei confronti delle sacre proprietà.  

A chi? Alla «maestà del Signore Iddio ed alla Madonna».

Teresa Rauzino

sul quotidiano “L’ATTACCO” del 5 settembre 2015

ABBAZIA DI KALENA: CONOSCIAMOLA!

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L’Abazia di Santa Maria di Calena, sita in agro di Peschici, è da annoverare fra le più antiche d’Italia. Sarebbe stata eretta nell’872. Probabilmente vi fu una prima presenza di monaci basiliani. Un edificio sacro esisteva nell’11° secolo, come testimonia un atto di donazione del 1023: il vescovo di Siponto donò «l’ecclesia deserta in loco qui vocatur C(K)àlena, cuius vocabulum est sancta Maria» all’abbazia di Tremiti, fornendo tutte le necessarie pertinenze: un orto, una vigna, terreni da coltivare che permettessero ai monaci benedettini di poter vivere senza problemi, trasferendosi in terraferma.

Il 1058 il cenobio divenne una potente abazia. Via via che papi e imperatori le concedevano ricchi privilegi, i suoi beni si estendevano oltre l’area garganica fino a Campomarino e Canne. L’Abazia di Monte Sacro, presso Mattinata, era una di queste ricche dépendances ed ebbe un secolare contenzioso con la casa-madre che non voleva concederle assolutamente l’autonomia. Per rendersi conto dell’entità del prestigio di Santa Maria di Calena, basta ricordare che il 1420, quando era già in declino, i beni in suo possesso consistevano in circa trenta chiese del Gargano Nord, con relative pertinenze di mulini, case, terre, oliveti, diritti di pesca sul Varano e diritti feudali sulla città di Peschici e il Casale di Imbuti.

Contesa dai potenti monasteri di Tremiti e Montecassino, riuscì a restare indipendente fino al 1445, quando fu inglobata definitivamente a Tremiti, sotto i Canonici Lateranensi. E’ certo che l’Abazia di Santa Maria di Calena accolse molti pellegrini, famosi e non, che sbarcavano sui litorali del Gargano Nord per recarsi al Monte dell’Angelo. I redditi derivanti dalle numerose donazioni dei fedeli le servirono indubbiamente per assolvere degnamente a questa funzione di ospitalità.

Giuseppe Martella, citando l’abate Benedicto Cochorella (che il 1508 scrisse una “Cronaca Istoriale di Tremiti”), afferma che l’abazia si rese importante e ricca per concessioni e privilegi di principi, papi, imperatori e fedeli. Questi, per recarsi alla miracolosa grotta dell’Arcangelo S. Michele, facevano lungo il cammino la prima tappa a Calena, dopo ai Santuari siti nella montagna garganica. I monaci benedettini coltivavano, in un esteso orto botanico, innumerevoli varietà di erbe officinali proprio per curare i pellegrini bisognosi di cure e ristoro.

La presenza di pellegrini stranieri nell’Abazia di Santa Maria di Calena è documentata dai resti delle sue fabbriche conventuali, visibili a tutti ancora oggi. Critici e storici dell’arte come Emile Bertaux hanno analizzato, nelle loro pubblicazioni, le due chiese presenti nel complesso badiale: presentano rare e interessanti tipologie di architettura pugliese, europea ed extraeuropea. Se la prima chiesa dell’abbazia si inserisce infatti nel solco di un’originale tradizione costruttiva pugliese, quella delle cupole in asse, la più recente seconda chiesa, che si addossa all’edificio più antico, fu costruita con soluzioni architettoniche di vasta circolazione europea ed extraeuropea da quelle maestranze itineranti di scalpellini, di origine borgognona, che percorrevano nei due sensi, col traffico di pellegrini e crociati verso la Terrasanta, la “Via Francigena”.

Sempre il Martella, in “Peschici illustrata”, citando un documento del 1275 (un privilegio con cui Carlo I d’Angiò concede a suo fratello, il re di Francia Luigi IX, legname tagliato nei boschi garganici) rileva che soltanto due porti dell’Adriatico erano adibiti per l’imbarco di legname per la Francia: quello di Manfredonia e quello di Peschici. Questo interessante dato lo autorizza ad affermare che “a Peschici a quel tempo esistevano delle strutture portuali che evidentemente erano ben note, se non paragonabili a quelle sipontine, tuttavia valide e attrezzate per imbarchi di materiali … Differentemente il porto di Peschici non sarebbe stato citato nel documento angioino”.

Lungo l’itinerario classico della Via Sacra dei Longobardi vi era la cella della Santissima Trinità di Monte Sacro, nei pressi di Mattinata, che appartenne all’abbazia di Calena dal 1058 fino al 1198. Secondo Adriana Pepe è proprio nel quadro dei rapporti col santuario del Monte Gargano che il possesso della Santissima Trinità di Monte Sacro assunse un particolare interesse per i monaci benedettini calenensi. Una lunga e difficile contesa nel corso del 12° secolo (1127-1198) oppose l’abazia alla sua antica cella, che di fatto si era resa indipendente (Prencipe, 1951, pp. 43-49).

Oggi Monte Sacro risulta molto decentrata, rispetto alle altre pertinenze di Santa Maria di Calena, ma un tempo non era così. La Alvisi, col sussidio della fotografia aerea, ha individuato una fitta rete di strade mulattiere che sin dall’antichità collegavano i centri abitati della costa settentrionale al porto di Siponto e il cui utilizzo dovette intensificarsi con lo sviluppo del Santuario di Monte Sant’Angelo.

Intorno a Calena, luogo-simbolo dell’immaginario collettivo di Peschici, non mancano suggestioni e leggende Dall’abbazia, un camminamento sotterraneo portava alla caletta dello Jalillo: serviva ai frati per sfuggire alle frequenti scorribande saracene. Da un’acquasantiera, posta in fondo alla navata sinistra della chiesa nuova, giungerebbe il rumore della risacca marina. Si racconta anche di un antico tesoro di Barbarossa. Forse, era l’ammiraglio turco Khair ad-Din, attendente di Solimano I, che assediò Tremiti. Una leggenda popolare narra che il Barbarossa, in cammino verso la grotta dell’Angelo, vi fece una sosta dolorosa: seppellì nella cripta la sua figlia prediletta, ammalatasi durante il viaggiom e le pose, come singolare cuscino, un vitello d’oro. Questo tesoro prezioso gli abitanti di Peschici lo hanno cercato invano, dimenticandosi che è in piena luce, sotto i loro occhi…

Teresa Maria Rauzino

Ischitella. Il Crocifisso di Varano

Una linda chiesina, solitaria nella campagna piena di orti e ulivi, alta sullo specchio luminescente del Lago di Varano, è ciò che resta di Bayranum. Da questa città il lago prese il nome di Varano.

Ogni tanto qua e là affiorano pietre e ruderi a testimonianza di una vita ormai spenta. Gli storici dicono che la cittadina ebbe discreta importanza nel Medioevo, ma poi lo scorrere del tempo, l’insicurezza dei percorsi e l’inclemenza delle vicende umane ebbero ragione delle ultime casupole sparse sulle rive del lago.

Alla sua distruzione certamente non furono estranee le frequenti scorrerie dei Saraceni. Intorno alla scomparsa s’addensano cupe leggende. Una di queste pone nella zona l’antica Uria, abitata da gente cattiva e governata da un re dal nome truce come la sua anima, Tauro, più cattivo dei suoi concittadini. La città viveva nei sollazzi e nella violenza. Solo una fanciulla, chiamata Nunzia, si salvava dalla generale disperazione, tutta dedita al lavoro e alla preghiera. Una notte la gentile Nunzia sentì il respiro del lago; era un respiro pauroso, angosciante. L’indomani si vide avvolta da una pace terrificante: le acque del lago si perdevano tranquille all’orizzonte; dell’empia città non era rimasta traccia alcuna. Solo la chiesetta dell’Annunziata si ergeva solitaria come segno di speranza sul piccolo promontorio.

Della chiesa non si hanno molte notizie. I documenti più antichi risalgono all’inizio del sec. XVI. Ci mostrano una chiesa piccola ma dotata di discrete rendite derivanti da proprietà fondiarie e insignita del titolo abbaziale.

Già i primi documenti ci fanno conoscere l’esistenza di un Crocifisso miracoloso che viene portato in processione in occasione di pubbliche calamità, e specialmente quando i raccolti sono in pericolo per la siccità o per il gelo. La devozione al Crocifisso nel tempo si consolidò e divenne patrimonio di Ischitella e dei paesi vicini, in particolare di Cagnano e di Carpino.Il 23 aprile 1717 resterà a lungo scolpito nella memoria di quelle popolazioni. Una lunga siccità aveva compromesso definitivamente i raccolti e la paura della fame toglieva alla gente ogni serenità. Si fece una solenne processione del Crocifisso e il 23 aprile una pioggia abbondante fece rinverdire, insieme ai campi, anche le speranze dei contadini. Da allora il miracolo si ripeté più volte: così nel 1899 e nel 1948. Il Crocifisso di Varano è una bella opera databile, secondo gli esperti, tra la seconda metà del sec. XIII e la prima metà del XIV. La sua bellezza ha dato libero corso alla fantasia popolare: qualcuno dice che "è un vero ritratto del Salvatore" "scolpito in epoca assai vicina alla morte del Redentore"; l’autore sarebbe l’evangelista San Luca, protettore dei pittori, a cui le varie tradizioni locali attribuiscono innumerevoli immagini della Madonna. Una leggenda popolare racconta come Gesù, stupito lui stesso per la bellezza dell’opera, sia apparso a San Luca per congratularsi dicendogli "Luca, Luchist, addov’ me vidist, che tant bell mi facist?" "Luca, quando mai mi hai visto per avermi ritratto così bene?".

E’ il caso di rilevare come questa espressione popolare sia una implicita citazione del Prologo del Vangelo di San Luca nel quale l’evangelista confessa di non aver mai conosciuto Gesù se non attraverso i documenti.

Esprime anche l’opinione di molti studiosi i quali rilevano come Luca, attraverso l’esame di documenti e di testimonianze, sia riuscito a dare di Gesù un’immagine viva e dettagliata, quasi pittorica, come se lui stesso fosse stato presente ai momenti salienti della vita del Redentore.La festa che si celebra ogni 23 aprile ha il suo momento più solenne nella processione in cui il Crocifisso viene portato sul vicino poggio dove è allestito un Calvario.

 

Padre Mario Villani

" I SANTUARI DEL GARGANO E DELLA "VIA SACRA"

 

 

 

La Madonna di Loreto a Peschici

Il piccolo santuario, dedicato alla Madonna di Loreto, dista due chilometri da Peschici. Ospita diversi ex voto a forma di barche, remi ed aerei, donati dai pescatori e da numerosi emigranti, trasvolati sani e salvi nelle lontane Americhe.
Nell’immaginario collettivo, in questa chiesa “si venivano a prendere i bambini”, dono della Madonna.
Una suggestiva leggenda, tramandata da Michelantonio Fini, è ancora viva nel ricordo popolare. Nel cuore della notte, in vicinanza del “nodo” roccioso di Peschici, un veliero proveniente dalle coste della Dalmazia fu sorpreso da un fortunale. L’acqua, implacabile, sferzava i marinai e i pennoni. Il vento fischiava impetuoso. Ogni speranza di salvezza sembrava perduta. Ma ad un tratto, sulla cima del monte, sospeso tra la terra e il cielo, ecco un guizzo come di stella, una luce sperduta nella pineta. I naufraghi sapevano che in quella direzione vi era una chiesetta solitaria: una Madonnina bella e pietosa, patrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte, vi dimorava. Piangendo, le si prostrarono in ginocchio: ”Salvaci Tu, Stella del mare, salvaci, per pietà!” La preghiera fu prontamente esaudita. Tutti furono salvi, la barca e i marinai. Per ex voto, la chiesetta fu ricostruita, bella e grande come quella barca salvata.
La festa della “Vergine di Loreto” si è celebrata quest’anno il  31 marzo, primo lunedì successivo alla Pasquetta, con una processione solenne che partita dalla Chiesa Matrice alle ore 9,30 è rientrata alle 22,00 , con una grande fiaccolata. Due le messe celebrate al santuario della Madonna di Loreto, una alle 11 e una alle 18.
E’ tradizione, nei giorni precedenti la festa, preparare graziosi dolci tipici di origine croata, i "culac",  e soprattutto le "panettelle" e "i canistrille’”, a forma di piccoli cestelli decorati in varie forme per i bambini e le bambine, e rigorosamente con un uovo sodo in mezzo.