Un giorno di morte (editoriale Francesco AP Saggese)

A proposito degli incendi di questo scorcio di estate garganica

IMG_2390Ricevo una foto sul cellulare.
La guardo e rimango in silenzio.
Siamo all’apice di un giorno e di una notte di fiamme.
Un amico al telefono mi racconta che è un giorno di lutto sul Gargano e penso che sia proprio così.
La voce del vento, che scompone e ricompone le nuvole del cielo giocando a colorare il mare, sì è fatta cupa, pesante. Soffoca.
Hanno ucciso gli alberi, creature viventi – come li definisce anche il poeta.
Oggi anche gli altri Aleppi hanno smesso d’inebriare l’aria con le loro resine.
Nessun pittore potrà fissare sulla propria tela l’azzurro garganico che si fa velo di zucchero all’orizzonte.
Nei nostri occhi si dimenano fiamme impazzite, si contorcono, si piegano e si rialzano senza senso, un mostro con mille lingue di fuoco fameliche pronte a divorare ogni cosa.
E’ un giorno di morte.
Sono morti gli alberi.
Li hanno uccisi.
Vorrei abbracciarli uno a uno.
Erano lì solo per prendersi cura di noi.
Con loro hanno ucciso la civiltà, la possibilità di non raccontare più di disastri già vissuti e di voltare pagina, la possibilità di diventare migliori.
Siamo stati incapaci di difenderli dagli assassini.
Dovevamo tenere tutti gli occhi aperti, spalancati, invece li abbiamo chiusi ancora una volta.
Abbiamo dimenticato in fretta, troppo in fretta.
Avrà riso chi ha appiccato il fuoco?
Avrà scelto con cura il luogo in cui farlo?
E ora cosa pensa? Ora che sente i canadair volare sulla propria coscienza.
E io cosa farò di fronte a questa morte?
Chiederò giustizia? Scenderò in piazza?
Le domande bussano alla mia porta.
Vorrei abbracciare ogni albero, farlo sedere accanto a me, curargli le ferite, rinvigorire le sue radici, provare a chiedergli scusa per la nostra miseria, per l’assenza di riconoscenza per l’aria che ci permettono di respirare.
Mi farei raccontare le storie di mille e mille anni delle pinete e poi delle foreste, perché gli alberi raccontano il tempo; mi farei raccontare degli uccelli che trovano dimora sui loro rami e degli altri animali che gli girano intorno.
Chiederei il permesso di salire su, ramo dopo ramo, fino alla cima, e da lì guardare l’immensa distesa verde, che all’orizzonte cede il passo alle creste bianche delle onde del mare, che una dietro l’altra si rincorrono, ed è tutto come se leggessi i versi di un poema, il più bello che sia stato mai scritto.

Francesco AP Saggese.                    ***

La foto è di Pasquale D’Apolito (28 mm Studio)
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Sant’Elia, santo protettore di Peschici

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Sant’Elia in uno scatto di Day Trinh Din

Con l’intronizzazione e la novena di Sant’Elia profeta Peschici, a partire da oggi 11 luglio, inizia a preparare la sua festa religiosa più coinvolgente, che si svolgerà nella classica tre giorni del 19 (vigilia), 20 (festa con processione) e 21 luglio.
L’origine del culto di Sant’Elia a Peschici si fa risalire al 970 d.C., quando una colonia slava di Schiavoni si insediò sul territorio dopo che il duce Sueripolo, per ordine dell’imperatore Ottone I, riuscì a scacciare i Saraceni dal Gargano. Pare che insieme agli slavi, i cittadini superstiti di Pesclizia (Peschici) si stabilissero in un casale nella zona cosiddetta “Canalicchio”, sotto la Rupe di Peschici.
In un opuscolo, curato nel 1915 dall’arciprete Antonio Carnevale e fatto ristampare (con l’approvazione ecclesiastica di F. Emanuele Bastardi) il 25 luglio 1968 dall’arciprete di Peschici don Fabrizio Losito, si accenna ad una suggestiva leggenda. Un nugolo immenso di cavallette oscurò ad un tratto il sole, distruggendo orti, uliveti, vigneti, campi; persino gli stessi cittadini non potevano uscire fuori di casa. Il clero ed i peschiciani, riunitisi in chiesa perché presi dallo spavento per il minaccioso avvenimento,decisero di indire una processione per implorare la protezione di Sant’Elia, per liberare il paese da questa calamità. Si rispolverò l’antica statua lignea del Santo, abbandonata nella cappella della Madonna delle Grazie, e tutti insieme si avviarono in processione verso il Castello, pregando e piangendo.
Era il mese di luglio e il caldo infuocato del libeccio bruciava il viso e non consentiva l’inoltrarsi della processione; i partecipanti decisero di ritirarsi a pregare in chiesa. Al mattino, sulla spiaggia giaceva «uno strato nero alto circa due palmi di cavallette e i dotti del paese, nel controllarle, scoprirono che, sulle ali erano incise le iniziali ‹I.D.› che interpretarono come ‹IRA DEI› (castigo di Dio). Il Signore aveva voluto punire un popolo avverso alla Chiesa e pertanto, da quel momento – si legge nell’opuscolo – alla fede si aggiunse una venerazione profonda per Sant’Elia: divenne unanime il desiderio che il Profeta diventasse patrono e protettore dl Peschici.
L’invasione delle cavallette fu una delle piaghe più terribili dell’agricoltura meridionale, un vecchio spauracchio dei contadini.Il miracolo di Elia fa parte di quella storia pre-borghese della terra, quando il contadino lottava per le sue esigenze vitali ed era incapace di abbandonare i propri campi. In economie depresse, sempre al limite della sussistenza e prive di ogni meccanismo di incentivazione, il nesso carestia-miseria-epidemia consentiva una sola libertà, dappertutto analoga: quella del miracolo, che rompeva, almeno per un giorno, il clima della condanna. Elia opera il miracolo, incidendo sotto le loro ali il segno della potenza di Jahvé. Siamo sul terreno della religione vissuta, che appartiene alla storia quotidiana del popolo e affannosa dei campi, della penuria, della fame, delle epidemie.
Ancora oggi è consuetudine, la mattina dell’11 luglio, data di inizio della novena che termina il 19 a cui segue il 20 la solenne processione, porre la statua di Sant’Elia su un trono riccamente addobbato.Tutti i peschiciani si avvicendano ad onorare il santo e, come una volta, strofinano un fazzoletto che serve a tergere la fronte, il viso e il collo al parenti malati (ma anche ai sani) per auspicarne la guarigione o la preservazione dai mali grazie all’intercessione di Sant’Elia. Durante la processione, si soleva sistemare i malati davanti alla porta di casa per ricevere la benedizione del santo e sperare nella grazia. Se qualche bambino scampava alla malattia, si confezionavano su misura abiti, tipo saio di frate, dai colori giallo e marrone, riproducenti l’abbigliamento del santo, o si cucivano i cosiddetti “abitini” (sacchettini di stoffa contenenti immaginette sacre raffiguranti Sant’Elia) all’interno delle fasciature avvolgenti il corpo dei neonati.
Per ringraziare il santo era usanza donare oggetti di valore. In un documento, datato 12 maggio 1920, il vicario curato Giovanni Attilio Ronghi sottoscrive per il sindaco Sante della Torre una nota che comprende gli oggetti d’oro e d’argento in dotazione alla statua di Sant’Elia. Essi comprendono: 82 anelli, 76 paia di orecchini, 44 tra lacci e collane, 61 oggetti vari, per un totale di 263 doni.
Negli anni che vanno dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Novecento, la festa di Sant’Elia veniva organizzata e preparata da un anno all’altro e alle spese partecipavano tutti i peschiciani. Scrive Saverio La Sorsa: «A Peschici, durante l’anno, chiunque fa il pane, lascia volta per volta al forno un pezzo di pasta e questi pezzi vengono giorno per giorno uniti insieme, benché di farina eterogenea e ridotti in panetti, i quali sono venduti ad un prezzo più basso del normale; il ricavato è destinato alla festa di sant’Elia, che è il patrono del paese. Per la stessa festa, ognuno che trebbia il grano o frange le olive, o pigia l’uva, preleva dalla sua produzione un po’di grano, di olio o di mosto e l’offre al santo».
Negli anni ‘30 del Novecento, il Comune distribuiva alle famiglie più povere dei buoni per ricevere gratuitamente un pane da 2 Kg. In una nota spese, recuperata nell’archivio comunale e datata 20 luglio 1924, figuravano tra le spese: musica e regalie al maestro (lire 5185.00); albergo 5 solisti e vitto ed albergo maestro (lire 281,50); fuochi pirotecnici lire 2.100,50; fitto illuminazione lire 600,00; energia elettrica lire 860,00; facchini per illuminazione e fuochi; lire 107,00. Il totale delle uscite ammontava a lire 11.109,40. Tra le voci relative alle entrate, figuravano: ricavato pane a tutto il 31 agosto compreso lire 161,90; una sottoscrizione di lire 3.505,50; posteggio al mercato con aumento di pesce e formaggio lire 595,10; aumento vino e carne lire 1541,00; posteggio forestieri lire 485,00; offerta durante la processione lire 165,20; ricavato dell’asta per la portata dei Santi lire 29,50; ricavato di circa 27 tomoli di grano 8 lire 1.059,65. Il totale delle entrate ammontava a lire 10.886,70; il resto di lire. 222,70, in dare, lo si recuperava con altre tassazioni entro il mese di settembre. Per la festa di Sant’Elia, tutto il popolo concorreva alle spese e seppure nella miseria, ogni peschiciano garantiva al meglio il festeggiamento del santo patrono.
Ancora oggi, con il rientro degli emigranti dall’estero, convenuti apposta per l’occasione, si ripetono di anno in anno dei riti che con semplice, ma efficace teatralità, esprimono i destini di questa terra garganica e la sua speranza di prosperità, nel solco di una tradizione secolare. Elementi culturali ed etnografici, non sempre avvertibili, concorrono a trasformare queste giornate in eventi religiosi dominati dalla coralità: Peschici, perduta nel mare dell’esistenza senza risposta, acquista soprattutto nel culto antico del santo profeta Elia che libera i suoi poveri, pochissimi abitanti, dalle cavallette, dalla siccità, dalle malattie e dalle incertezze della vita, la speranza di salvezza o quanto meno la speranza consolatrice di un futuro migliore. I modelli della società di massa e consumistici non hanno ancora scalfito questa realtà, consolidata da secoli: un modo di fare e di essere collegato, nella sua dimensione più profonda, alla misteriosa ricerca di sé, della propria identità, del minimo di garanzia vitale.
La religiosità popolare, come ci ha ricordato il nostro concittadino monsignor Domenico D’Ambrosio, è un mondo misterioso ed affascinante, al quale occorre avvicinarsi con atteggiamento cauto ed interlocutorio, in punta di piedi; vi si accede più facilmente formulando domande, anziché dando risposte. Va compresa nelle sue intenzioni, nel suo linguaggio, nella sua genesi e nelle sue mutazioni storiche. Molti sono i suoi valori, e occorre saper cogliere le sue dimensioni interiori. È innegabile la ricchezza interna, tematica, espressiva e d’ispirazione di questa forma di religiosità. Ma l’atteggiamento nei suoi confronti non può essere basato su approcci rudi, interpretazioni semplificate, accettazioni acritiche, spiantamenti violenti e immotivati. La religione in cui siamo stati educati alla fede merita da noi il massimo rispetto, per quello che ci ha dato e per quello che ancora può darci, ma soprattutto perché costituisce la saggezza del nostro popolo, la sua matrice culturale

Teresa Maria Rauzino

Lo scempio della Torre di Belloluogo

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La scrivente prof.ssa Carla De Nunzio, presidente e socio fondatore dell’Osservatorio Torre di Belloluogo e promotore fin dal 1993 delle infinite e strenue iniziative per la salvezza, il recupero, la fruizione pubblica della Torre di Belloluogo e per la creazione del parco pubblico comunale circostante al Monumento, fino alle più recenti azioni di denuncia per la trasformazione del fossato in una immonda discarica (da cui è partita una inchiesta di cui si attendono i risultati per l’individiazione e la punizione dei responsabili), avendo visto oggi con orrore e disgusto quanto evidenziato nel servizio trasmesso dal telegiornale di Telerama nell’edizione delle ore 14.30 in cui si rende palese l’intollerabile e indecoroso stato in cui versa il complesso monumentale della Torre di Belloluogo, preannuncia una clamorosa iniziativa di protesta e, se lo riterrà opportuno, un esposto-denuncia presso tutte le sedi opportune in difesa del prezioso sito storico-artistico.

In fede

Prof.ssa Carla De Nunzio

Lecce, domenica 9 luglio 2017

A Rodi Garganico, tra icone bizantine ed ex voto

Come ogni anno a Rodi, dal 1 al 3 luglio, tre giorni di festa patronale dedicati alla Madonna della Libera 

Il santuario di Maria SS.ma della Libera, un tempo abbazia extra moenia, è inglobato attualmente nel centro di Rodi Garganico. Sulla effigie della Vergine qui venerata, lo storico Michelangelo De Grazia ci ha tramandato una suggestiva leggenda.

Quando Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’Oriente, fu espugnata dai Turchi nel 1453, i Veneziani in fuga dalla città cercarono di salvare le sacre icone dalla distruzione, imbarcandole sulle loro galee. Una di queste navi, giunta in direzione di Rodi, nonostante il vento favorevole, inspiegabilmente si fermò, mentre le altre proseguivano la rotta per la Serenissima. Il capitano, sorpreso, sbarcò al lido per chiedere spiegazioni agli abitanti, che non seppero dargliene.

Mentre in loro compagnia s’incamminava fuori le mura della città, vide il “greco pannello” della Vergine, portato in salvo nel proprio naviglio, “tenersi ritto” sopra un macigno, senza alcun supporto. Sospettando che la sacra immagine fosse stata sbarcata furtivamente dai suoi marinai, la riportò a bordo. Ma la galea, nonostante il vento e le correnti favorevoli, per tutta la notte non riuscì a riprendere il largo. Il mattino seguente, il capitano scese di nuovo a terra. La sua attenzione fu attirata dal grido del popolo: «Miracolo miracolo!’».

Nello stesso luogo del giorno precedente, e nella medesima posizione, stava ritta la sacra icona. Ritenendo ciò una chiara manifestazione del desiderio della Vergine di voler restare in quel lido, il capitano donò il quadro alla popolazione rodiana. E così finalmente poté riprendere la rotta. La sua nave, nonostante il ritardo di due giorni, era giunta felicemente a destinazione nel porto di Venezia tre giorni prima delle altre galee.

Lo storico De Grazia sposta al periodo iconoclasta la data di traslazione del quadro. Fu allora che i cattolici d’Oriente salvarono dal rogo le sacre icone, imbarcandole di nascosto sulle navi in partenza per l’Occidente. Egli ci descrive così la “Madonna della colomba”: «In un verde prato, tappezzato di variopinti fiori, è situato un poggiolo, sopra cui havvi un guanciale, dagli angoli del quale pendono quattro fiocchi d’oro. Sopra di esso è seduta la Vergine, avente al sinistro braccio il bambino, che serra fra le dita un colombino, che gli lambisce la mano; ha la destra alzata, con la palma aperta in faccia al pubblico, per mostrare una crocetta dipinta in oro in mezzo di essa.

È vestita con peplo rosso semplice, e con manto celeste, tirante al verde, tempestato di grossi fiori di oro, che scende ai piedi, increspato fino alle ginocchia e bottonato alla gola, sul cui bottone risalta una croce d’oro. Una corona dipinta anche in oro l’accerchia la testa, ed una cortina, fondo carminio, ricca di vari disegni, pende sospesa dietro le spalle. Ha genuflessi ai piedi due devoti, in costume greco ed in atteggiamento di preganti. Finissimi sono i colori della pittura, bruna la carnagione e nell’assieme si può dire un quadro raro».

Altri segni vibranti dell’ancestrale culto mariano sono custoditi oggi nel Santuario della Madonna della Libera. Sono gli ex voto, offerti dai fedeli alla Vergine per “grazia ricevuta”. Oggi sono preziose testimonianze di un’arte popolare scomparsa. Dalle pitture delle tavolette votive affiora un drammatico spaccato di vita quotidiana: si visualizzano, davanti ai nostri occhi, i frequenti naufragi dei trabaccoli che, tra Ottocento e primo Novecento, solcavano arditamente l’Adriatico, impegnati nel redditizio commercio degli agrumi.

Fino a tutta la seconda metà dell’Ottocento, il prodotto venne smistato per varie destinazioni estere. Da Rodi raggiungeva su dei barconi Manfredonia o Pescara da dove veniva caricato su carretti o sul treno per Napoli, per poi navigare alla volta degli Stati Uniti d’America. L’altro centro di smistamento dei trabaccoli rodiani e vichesi carichi di agrumi era il porto di Trieste, il più importante dell’Adriatico. Le “cassette” proseguivano il viaggio in ferrovia per raggiungere i paesi del Nord Europa e dell’Est e addirittura per la lontana Russia.

Per le popolazioni costiere del Gargano il rapporto con il mare fu essenziale: era un rapporto di vita ma anche di costante pericolo di morte. Venuta dal mare, la Madonna della Libera accompagnò la marineria rodiana nelle storie quotidiane dei traffici sul mare. Il santuario reca sul frontale la dicitura: «A devozione dei naviganti».

La costruzione fu portata a termine con offerte più o meno ricche a seconda dell’annata, nulle negli anni delle “gelate”, che negli inverni del 1891 e del 1895 fecero svanire il sogno di ricchezza di molte famiglie rodiane. Ed il paese radunava le sue lacrime e le sue preci dietro il manto della Vergine della Libera, portata in processione dal Santuario al Belvedere, sperando che le falde di neve non gelassero le delicate zagare.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento, il culto del sacro quadro della Madonna della Colomba dal Gargano fu portato a Melìa, un paesino di origini greche in provincia di Messina. Gli agrumeti richiamarono infatti sulla riviera industriosi commercianti siciliani, Pirandello, Baller, Gargiulo, che fecero affluire dalla Sicilia orientale manodopera specializzata. Qualcuno di questi operai, ritornando a casa, portò con sé una stampa dell’icona miracolosa.

    

GLI EX VOTO DELLA MARINERIA RODIANA

Quando i trabaccoli carichi di agrumi scampavano ai naufragi sulle rotte per la Dalmazia, i superstiti si recavano a sciogliere voti alla Madonna della Libera. Il soggetto delle tavolette votive è prevalentemente il naufragio.

Secondo la studiosa Annamaria Tripputi, esse costituiscono un documento importante della vita del popolo, in tutti i suoi aspetti. Dalla rassegna dei naufragi, infatti, si potrebbe trarre una breve ma accurata storia dell’imbarcazione da pesca, del costume dei marinai, delle attrezzature. Nelle imbarcazioni a tre alberi e tre vele, ciascun albero è rappresentato minuziosamente, dalle funi alle piattaforme alle coffe, e altrettanto cura il pittore dedica alla rappresentazione dei boccaporti e delle vele gonfie di vento. In uno di questi “pelagi”, la divisa indossata dai marinai è costituita da una giubba rossa o azzurra ed un ampio cappello scuro.

L’equipaggio miracolato, stretto lungo la fiancata dell’imbarcazione, è ritratto nelle pose più svariate: c’è chi leva le braccia in alto, chi si mette le mani nei capelli. Il timoniere, impavido al suo posto di manovra, regge con sforzo immane il timone rotto. Scene vive, drammatiche, in cui il senso della tragedia viene rappresentato dai colori vitrei del cielo e del mare. Il vero protagonista è il mare, scuro, minaccioso. S’incurva in onde dalle creste spumose bianchissime che all’orizzonte, là dove mare e cielo si confondono, si disfano in una patina chiara. Alle curve delle onde corrispondono, in alto, le rotondità delle nubi, in un cielo che da scurissimo diventa sempre chiaro verso l’apparizione della Vergine. 

  

   Teresa Maria Rauzino

Reportage dalla Foresta Umbra (di Giuseppe Cirelli III CAT)

 

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Il 31/05/17 abbiamo partecipato all’uscita didattica in Foresta Umbra. Siamo partiti da Rodi Garganico e, appena siamo arrivati in foresta, abbiamo iniziato a percorso che  affianca il laghetto. Grazie al nostro professore di geopedologia, Spina Salomone, abbiamo visto le varie specie di alberi e arbusti presenti nel Parco Nazionale Del Gargano. Abbiamo verificato che il faggio è una specie di albero prevalente in foresta tra gli 800 e i 1100 metri di altitudine, ma eccezionalmente presente in Foresta Umbra ( cioè a soli 300 metri) . Abbiamo visto che le varie catastrofi naturali e i vari fattori erosivi hanno modificato lo sviluppo vegetativo di alcune specie. Dopo aver terminato il percorso di 2,5 km ci siamo fermati nell’area di sosta per pranzare. È stato stupendo verificare come i diversi fattori biologici fisici e chimici hanno modificato l’habitat e l’ambiente circostante.
Durante il pranzo il prof.Spina ci ha fatto assaggiare la n’duja fatta a mano in Calabria. Successivamente abbiamo praticato diversi giochi. A fine giornata, ci siamo riposati vicino al laghetto, cercando di riconoscere le specie viventi. È stata una bella esperienza perché abbiamo toccato con mano quali sono i fattori erosivi che cambiano il territorio circostante.

Giuseppe Cirelli

 

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DANTE POP (recensione di Piero del Viscio III CAT)

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“Si è svolto nell’auditorium “Filippo Fiorentino” nell’istituto “IISS Mauro del giudice” di Rodi Garganico la presentazione del libro “Dante Pop” ideato da Annamaria Cotugno e Trifone Gargano, entrambi docenti e studiosi della letteratura italiana dantesca presso l’Università degli studi di Foggia. Venuti a Rodi i due scrittori hanno spiegato ad un pubblico molto “diciottenne” il motivo per cui la società moderna tende ad assimilarsi a quello che era il pensiero della società ai tempi di Dante, dicendo che in quell’epoca tramite la fede c’era un senso alla vita, alla morte, alla malattia, ecc…
Quando parliamo di Dante viene sempre in mente la Divina Commedia, spiegano Anna Maria e Trifone, che nelle canzoni moderne viene spesso citata.
Essa è composta da 100 canti, divisi in 33 tra Inferno, Purgatorio e Paradiso; quest’ultimo lo si riconosce nella bellissima canzone di Luca Grignani “Destinazione Paradiso”, citando proprio gli ultimi 33 canti inerenti al Paradiso di Dante; un’altra canzone analizzata da Trifone Gargano è quella di Luciano Ligabue, che si intitola “Siamo chi Siamo” (canzone stupenda a parer mio): gran parte del testo della canzone cita parti della divina commedia.
Trifone Gargano ha raccontato di quando venne chiamato a partecipare a un convegno internazionale su Dante, svoltosi in Toscana. Invitato a dire la sua, si presentò con un video di bella storia d’amore tra Dante e Beatrice secondo la fabula della “Vita Nova” con una canzone dello Zecchino d’oro molto buffa, pur sapendo che al convegno erano presenti insegnanti da università di tutto il mondo. Nel 2005 nella “Notte della Taranta” a Melpignano (LE), De Gregori apri quel concerto con un brano che usava “nel mezzo del cammino di nostra vita” con una base di una bella pizzica che fece ballare tutta la piazza. Questa canzone è stata fatta sentire a noi ragazzi dell’istituto “Mauro del Giudice” dal professore Gargano.
Auguriamo di cuore ai due autori che il libro “Dante Pop” abbia un grande successo.

Piero del Viscio

III CAT

GARUV, UN GRUPPO FB CHE RACCONTA I MITICI ANNI SETTANTA DEI LICEALI DI VICO DEL GARGANO

AMARCORD /Vico del Gargano in quegli anni diventò la sede più amata dai liceali garganici.

1970 Liceo Giinnasio Vico del Gargano ai Giardinetti per la festa degli alberi

Come ricorda Sergio Baldassarre, l’8 agosto 1968 la popolazione di Vico del Gargano e dei paesi limitrofi venne informata dal Sindaco di Vico del Gargano Antonio Mastropaolo dell’istituzione del Liceo ginnasio a Vico del Gargano. Il 1 ottobre 1968, la scuola vichese iniziò la sua attività, come sezione staccata del liceo ginnasio “Matteo Tondi” di San Severo, con l’apertura di due sezioni della quarta ginnasiale, ubicate in un’ala della scuola media. Dall’Annuario del Liceo Ginnasio Statale “M. Tondi” di S. Severo, vol. II, risulta che nell’a.s. 1968-69 gli alunni frequentanti erano 50: 29 maschi e 21 femmine.  Cinque anni dopo si diplomarono solo 23.

“Chi erano?… E gli insegnanti?” si chiede Gerardo Alifano che il 2 maggio ha creato GARUV, un gruppo FB che vuole raccontare la “Storia di un gruppo di ragazzi che guardavano lontano”, cui si sono iscritti una settantina di ex allievi del liceo vichese.

Gerardo ha postato numerose foto e immagini dei mitici anni sessanta-settanta vissuti dai giovani liceali,  lanciando a tutti gli iscritti il seguente appello: ” Raccontiamo gli anni del nostro liceo. Lungi da voler raccontare la storia delle nostre vite, almeno raccontiamo la stazione dove è cominciato il nostro viaggio. Gli spettacoli teatrali, dalle cui esperienze nacque il Garuv

(Gruppo Artistico Rinascita Umoristica Vichese) , le gite scolastiche, i veglioni, le feste e chi più ne ha più ne metta. Forza ragazzi, postiamo foto e tutto ciò che riusciamo a trovare. Facciamo passaparola!”.

Il gruppo si è improvvisamente animato, tutti hanno cominciato a postare le piccole foto in B/N ingiallite in loro possesso, riconoscendo volti di compagni di scuola e prof.,  quasi rimossi dalla memoria in questi cinquant’anni.

L’ho fatto anch’io, ricordando i quattro anni anni in cui  ho frequentato, insieme a tanti studenti provenienti dal Gargano Nord,  la scuola vichese.

Approdai dal “Lanza” di Foggia al liceo ginnasio di Vico il 1 ottobre 1970, in quinto ginnasio. Con me da Peschici si iscrissero Nicoletta Molinaro, Michel’antonio Piemontese, che avevano frequentato la quarta ginnasio a Volterra e a Milano. L’anno dopo si aggiunsero anche Nicolino Apruzzese, Giuseppe Tavaglione provenienti, se non erro, dal seminario di Manfredonia, Antonio di Mauro, Matteo Saccia e per ultima Giovanna Basanisi. I nostri insegnanti furono Michele e Domenico Afferrante, Bruno Cappuccilli, Don Nicola Martelli, la Galullo, Maria Pia Martelli, Pietro Zezza, Giuseppe d’Avolio ( che in seguito partì militare) e la moglie del prof. Nello Biscotti, per storia dell’arte. L’approccio fu decisamente positivo. Classe “garganica” ed estremamente eterogenea, oltre a Peschici e Vico, erano presenti ragazzi di Ischitella, Carpino e Rodi.

Mi colpì, il primo giorno di scuola il forte accento vichese del prof. Michele Afferrante ( italiano- latino – greco – storia e geografia) che monopolizzava, con il fratello Domenico (matematica e fisica) il monte ore sia al ginnasio che al liceo… Il prof. Cappuccilli era stato mio docente alle scuole medie di Peschici. Il mio livello di francese era buono riguardo alla lettura e alla traduzione, a livello di comunicazione orale si limitava al massimo a un “bonjour”, anche se in quarto ginnasio a Foggia mi aveva permesso di ottenere voti soddisfacenti. Un gap comunicativo che purtroppo i docenti di francese laureati in giurisprudenza non riuscirono a superare e trasmisero a una generazione come la mia, che sa leggere e scrivere in francese, ma non sa assolutamente parlare…

Il prof. Michele Afferrante dedicò tantissimo tempo al lancio della piccola scuola vichese, creando un clima familiare, e decisamente sereno. Curava, nel tempo libero dalle lezioni, le pratiche di segreteria e i rapporti con la casa madre, il liceo Tondi di San Severo.

Allora il preside era il prof. Michele Arcangelo Zuppa, che si faceva vedere puntualmente a Vico del Gargano alla consegna delle pagelle. Un vero e proprio rito. Leggeva, classe per classe, i voti di ogni alunno. Si creava un clima di attesa molto forte. Prendere brutti voti significava essere strigliati severamente dai genitori, che avevano, come noi ragazzi, un grande rispetto del corpo docente. E la pagella era davvero importantissima! Temuta e amata!
I quattro anni trascorsi al liceo di Vico furono anni sereni e ricchi di opportunità, grazie all’entusiasmo dei docenti.
Quando arrivò il prof. Giuseppe d’Avolio portò una ventata di novità. Il sessantotto e la cultura europea entrarono vorticosamente nelle aule scolastiche. Fummo mobilitati in attività di doposcuola per i ragazzini in difficoltà, organizzavamo manifestazioni studentesche sulle problematiche nazionali e internazionali. Cominciammo a credere che tutto era possibile, anche migliorare il mondo! La casa del prof. D’Avolio, con un enorme stanzone-biblioteca era zeppa di libri degli autori contemporanei. I volumi a disposizione di tutti noi, e specie nell’ultimo anno di liceo, conobbi Sartre e gli esistenzialisti, oltre a Vittorini di “Uomini e no” (che devo ancora restituirgli, visto che il libro rimase a casa mia, gelosamente custodito in un cassetto del mio comodino…). Comprai “La storia” di Elsa Morante” e volumi appena usciti sul mercato editoriale nella libreria Piemontese, che allora aveva aperto a Peschici ed era fornitissima di titoli nuovi, che la cartoleria Cusano si sognava …
Ogni tanto ci ritrovavamo tutti insieme a Vico o a Peschici, la nostra era una classe che si spostava di paese in paese, accogliendo gli inviti dei componenti i vari gruppi. Le loro case divennero le nostre. La mia amica di banco era Lucia Ciociola, che mi è rimasta sempre nel cuore per la squisita ospitalità che spesso mi offrì insieme alla madre, la signora Nunzia. Ricordo anche l’ospitalità di Flavia Vitale. Quando c’erano i viaggi d’istruzione e le visite guidate, le amiche ci ospitavano tranquillamente, visto che i pullman partivano a tarda notte per guadagnare tempo e farci trascorrere tutto il tempo nei luoghi prescelti. Ricordo una tre-giorni a Firenze, un giorno a Roccaraso. Viaggi indimenticabili, specie il primo a Firenze, che segnò, oltre allo sbocciare dei primi amori, anche la scelta della sede universitaria di parecchi di noi. Piazzale Michelangelo, Palazzo Signoria, Santa Croce, Santa Maria Novella, Gli Uffizi, Ponte vecchio ci erano rimasti nel cuore.
Altri scelsero Bologna. Altri Bari. Furono le sedi più gettonate.
Vico del Gargano in quegli anni diventò la sede più amata dai liceali garganici. A Vieste era già attivo il Liceo Scientifico, frequentato anche dagli studenti di Peschici. Le altre scuole dei dintorni vennero aperte successivamente. A Rodi aprì l’ITCG, che divenne una fucina dei geometri del territorio e dei primi ragionieri “garganici”.
La classe dirigente di oggi è nata, in parte, in queste scuole.

Teresa Maria Rauzino