La festa della Madonna di Loreto a Peschici

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La festa in onore della Madonna di Loreto è una festa di primavera. I fedeli raggiungono in processione il piccolo santuario , dedicato alla Madonna di Loreto, che dista due chilometri da Peschici.
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Il tempio ospita diversi ex voto a forma di barche, remi e aerei, donati da pescatori e numerosi emigranti, trasvolati sani e salvi nelle lontane Americhe.
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Tonino Notarangelo alla festa della “Madonn u Reit” (Madonna di Loreto). Sullo sfondo un ex voto marinaro.

Nell’immaginario collettivo, in questa chiesa “si venivano a prendere i bambini”, dono della Madonna.

Una suggestiva leggenda, tramandata da Michelantonio Fini, è ancora viva nel ricordo popolare. Nel cuore della notte, in vicinanza del “nodo” roccioso di Peschici, un veliero proveniente dalle coste della Dalmazia fu sorpreso da un fortunale. L’acqua, implacabile, sferzava i marinai e i pennoni. Il vento fischiava impetuoso. Ogni speranza di salvezza sembrava perduta. A un tratto, sulla cima del monte, sospeso fra terra e cielo, ecco un guizzo come di stella, una luce sperduta nella pineta.

I naufraghi sapevano che in quella direzione vi era una chiesetta solitaria: vi dimorava una Madonnina bella e pietosa, padrona dei boschi e delle marine, signora della vita e della morte. Piangendo, si prostrarono in ginocchio: ”Salvaci Tu, Stella del mare, salvaci, per pietà!”

La preghiera fu prontamente esaudita. Tutti furono salvi, barca e marinai. Per ex voto, la chiesetta fu ricostruita, bella e grande come la barca salvata…

La festa della “Vergine di Loreto” si celebra (tempo permettendo…) il lunedì successivo alla Pasquetta. E’ tradizione preparare graziosi dolci come i “can’strillë”, a forma di cestelli con un uovo in mezzo, e altre specialità come i “panettelle” e i “culace“.

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La Madonna di Loreto e il Bambinello furono incoronati alcuni anni fa da mons. Domenico D’Ambrosio (ex arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, e di Lecce) con due nuove corone donate dalla popolazione di Peschici.
A montare le corone fu Giovanna Iervolino, stilista e maestra orafa, che ce ne ha raccontato la storia: “Circa sei anni fa, ci fu a Peschici una raccolta di oro (pezzi nuovi, vecchi e rotti). Venne nel mio negozio la signora Pupillo – “Graziellë ’u pustìnë” – per propormi la realizzazione della corona del Bambino della statua che si trova nella chiesa della Madonna di Loreto. La testa del Bambino era piccolina e fu per me un lavoro relativamente veloce e facile da realizzare. Infatti, il Bambino fu incoronato subito, ma all’insaputa di tutti (per evitare furti). Era rimasto ancora parecchio oro e mi fu proposto di realizzare anche la corona della Madonna. Da precisare che non ho fatto questo lavoro per scopo di lucro, la mia opera più le pietre sono donazione mia e della mia famiglia. In più anche mia suocera che vive in Calabria, entusiasta, mi ha consegnato dell’oro. Proprio in virtù di questa gratuità, non è stato posto un termine di consegna. Dopo quattro anni ho completato la corona della Vergine. L’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, vedendola, fu subito preso da un’indescrivibile euforia: ‘Dobbiamo incoronare la Madonna nel giorno della sua festa!’ E così è stato.”
Giò Iervolino ci svela anche il significato simbolico del materiale utilizzato per confezionare la corona della Madonna: “E’ ora di spiegarlo, forse è passato un po’ di tempo, ma meglio tardi che mai! Un giorno venne una signora nel mio laboratorio chiedendo spiegazioni sui colori e materiali usati nella realizzazione della corona della Madonna di Loreto. In una visione d’insieme, i colori della corona sono l’azzurro il blu e il bianco, tipici della Vergine.
Ma la sola prospettiva frontale non ci permette di percepire il resto.
Spostandoci sui due lati, ci sono due coralli rossi, che rappresentano le fiamme dell’incendio di Peschici del 24 luglio 2007, che hanno lambito il Santuario. L’ho interpretato col corallo poiché è un elemento marino, Peschici è circondata dal mare. Il corallo é posto su una lamina a forma di cuore, che si ripete su tutta la corona.
Sulla lamina successiva c’è un albero verde in giada, che raffigura il verde degli alberi del Gargano, nello specifico la Foresta umbra.
Guardando la corona dall’alto, si vede una stella di perle (altro elemento marino), la Madonna infatti è anche detta stella maris (stella del mare ), quell’astro che illuminò i marinai durante la tempesta. Sopra c’è una croce, è lei la Madre di Cristo! Se la corona fosse stata tutta bianca e azzurra sarebbe stato un semplice monile, ma questa è una corona speciale: la corona della Madonna di Loreto!”.
Teresa Maria Rauzino
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IL “PLANCTUS MARIÆ” A PESCHICI

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Soffermarsi davanti alle immagini che raffigurano la passione di Cristo è una devozione molto antica della Chiesa. I cristiani si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme proprio per pregare nei luoghi in cui il Signore aveva vissuto le ultime ore della sua vita terrena e dove il suo corpo era stato deposto dopo la morte. Tornati dal lungo viaggio, volevano tenerne vivo il ricordo: ecco perché commissionavano a un pittore o a un ceramista di raffigurare gli eventi della Passione del Signore, la cosiddetta “Via Crucis”.

In tal modo anche coloro che non potevano recarsi in Terra Santa erano in grado, guardando queste scene, di “rivivere” la passione di Gesù. Fermandosi a pregare davanti a ogni stazione, il fedele si sentiva un suo discepolo, uno di quella schiera che lo seguiva a distanza, fedelmente, e talvolta anche infedelmente. La pratica della Via Crucis si affermò nel primo trentennio del Settecento. Il merito va ai grandi predicatori missionari: Sant’Alfonso de’ Liguori, San Paolo della Croce e San Leonardo da Porto Maurizio.

La “missione” fu, senza dubbio, uno dei più importanti eventi religiosi della storia della Chiesa. Vi ricorrevano gli stessi vescovi per portare una parola di fede in mezzo alle rudi popolazioni contadine, vissute per secoli nella superstizione. Le “missioni” erano un fatto popolare, coinvolgevano emotivamente paesi interi per alcune settimane, e l’evento era ricordato a lungo dai fedeli. Il ritmo della vita ordinaria era rotto dall’arrivo dei “Padri”, che si impegnavano in un duro lavoro pastorale per farsi capire, suscitare un’emozione religiosa, introdurre un clima di fede spontanea e immediata. La chiesa diventava il luogo delle pubbliche confessioni e del perdono: lì accadeva qualcosa di nuovo che si sarebbe ricordato per generazioni.

I cristiani del mondo occidentale sono rimasti, attraverso i secoli, molto legati al rito della Via Crucis divulgato dai missionari. Le confraternite peschiciane del SS. Sacramento e del Purgatorio ripetono, nelle domeniche di Quaresima antecedenti la Pasqua, la versione di Sant’Alfonso de Liguori (1696-1797). Tramandata per generazioni e generazioni, la Via Crucis di Peschici ha conservato in gran parte ritmi e cadenze antiche e presenta sfumature originali che è bello cogliere e gustare.

Il contenuto fa riferimento alle singole raffigurazioni della Passione di Gesù. Riassume l’idea del pellegrinaggio e della sacra rappresentazione: le meditazioni davanti alle singole Stazioni, officiate dai confratelli, sono intervallate da “quadri cantati”. Voce narrante è un pellegrino, il quale segue la passione di Gesù: “Signore, con te vorrei oggi portare la Croce, nel tuo atroce dolore, vorrei seguirti. Ma sono malato e stanco, dammi tu il coraggio per non smarrirmi nel grande Viaggio”. I “quadri” più significativi sono quelli che focalizzano il ruolo della Madonna durante la Passione del Figlio. Nella IV Stazione avviene il primo incontro con Gesù. Ricca di pathos è l’immagine del pianto della madre, che “gira tra la gente” in cerca del suo “perduto ben”.

La VII Stazione rappresenta Gesù che cade per la seconda volta. La voce narrante commenta: “Sotto i pesanti colpi della scellerata scorta, un nuovo ostacolo fa inciampare e cadere a terra il mio Signore” ed esorta i sassi, che ostacolano il cammino di Gesù, a essere più pietosi degli uomini: “Più teneri dei cuori degli uomini siate voi, o duri sassi, non ingombrate più i passi al vostro Creatore!”.

 

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La IX Stazione ci fa rivivere il drammatico momento della terza caduta, provocata a Gesù dal pensiero che la sua salita sul monte del dolore, il suo sacrificio, saranno forse inutili. Originale è la personificazione dell’ispido Monte Calvario che, profondamente commosso, osserva la scena: “L’aspro Monte guarda il Redentore sofferente, sa che per molti la sua salita sarà inutile, il suo sacrificio vano. Quest’orribile pensiero così al vivo gli tocca il cuore, che languido gli trabocca e si sente morire”.

La XI Stazione – Gesù inchiodato in croce – è senz’altro la sequenza più drammatica di tutta la Passione. La “voce narrante” ci descrive i particolari: “Vedo il mio Diletto disteso sul duro tronco della Croce; e aspetto il primo colpo della sacrilega crudeltà. Quelle mani divine, tanto perfette che sembrano levigate al tornio, ahimé il martello le inchioda, senza pietà”.

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La scena è visualizzata (come tutte le altre d’altronde; ndr) nella relativa stazione della Via Crucis realizzata in stile Bauhaus da Alfredo Bortoluzzi per la Chiesa Madre di Peschici. Fu l’ultima tela a essere eseguita dall’artista e senz’altro la scena più difficile da realizzare. Quando don Giuseppe Clemente, arciprete del tempo, nel contare le tele si accorse che mancava proprio la Crocifissione, lo fece notare al pittore. Bortoluzzi rispose: “Non è che manca, ma ci vuole molto tempo per convincere me stesso a eseguirla, perché mettere dei chiodi alle mani del Cristo non è poca cosa”. Gli sembrava di uccidere Gesù per la seconda volta, di commettere un’azione empia nei confronti dell’«uomo Dio».

Nella XII Stazione, il Sole, la Terra, il Cielo, perfino i marmi si personalizzano per poter piangere la morte di Gesù: il Sole non vuole assistere a questo orrendo spettacolo, si oscura in segno di dolore. La Terra, commossa, trema, il Cielo è spezzato dai fulmini; piangono persino “i marmi più duri”.

Nella XIII Stazione c’è la sequenza più drammatica, che dà vita al “Planctus Mariae”, col personaggio-chiave della Via Crucis: la Madonna Addolorata che tende le braccia verso il Figlio appena deposto dalla Croce. Afflitta prende in grembo il suo “morto ben”, attraverso gli occhi “riversa il suo cuore ormai sciolto in lacrime”, bacia quel freddo Volto e se lo stringe al seno. Un’immagine toccante: nella metafora del cuore che si scioglie in lacrime e quindi sgorga attraverso gli occhi, in questo bacio sul freddo volto del suo amato bene, in questo prendere in grembo e stringere al seno il figlio morto, la Madre divina si umanizza e diventa simbolo della sofferenza di tutte le mamme quando perdono un figlio.

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Nei riti funebri di Peschici e dell’area garganica è presente questa figura di madre che, sul letto della morte, piange il proprio figlio, descrivendolo come una persona ideale. E continua a parlare con lui, di quello che ha fatto, magnifica la bellezza del suo corpo perfetto, in un disperato tentativo di negare la realtà della perdita irreparabile, di accettare la realtà della morte.

La sera del Venerdì santo, due cortei processionali, uno con la statua del Cristo morto, accompagnato da tutti gli uomini del paese e l’altro con la statua dell’Addolorata seguita dalle donne velate a lutto, percorrono nei due sensi, senza incontrarsi, le vie del centro storico e del paese. Si incontreranno alla fine, sotto la Torre del Ponte, all’ingresso del borgo antico. Il sacerdote reciterà un’accorata omelia che ha per tema il dolore della Vergine Addolorata che ha finalmente ritrovato il figlio morto dopo una lunga e affannosa ricerca. E’ questo il punto culminante del dramma della Settimana Santa: il sacerdote svolge in tal modo una parte importante del “lavoro del dolore”, la cosiddetta “elaborazione del lutto”.

L’omelia del sacerdote ha una funzione di rinforzo del “Planctus Mariae”, cioè del pianto della Madonna Addolorata per il figlio morto, cantato dalle donne alla fine della Via Crucis e durante la processione. “Stava Maria dolente”, libera versione italiana dello “Stabat Mater” di Sant’Alfonso De Liguori, ha l’andamento di una nenia: la melodia si snoda nella forma caratteristica del lamento, con tutti i suoi aspetti terapeutici. Le donne, eseguendo il ‘planctus’, sanno trovare parole, suoni e gesti per svolgere il loro personale “lavoro del dolore”. Lamentano la perdita del Cristo che rappresenta simbolicamente le proprie perdite.

Trovare i modi per “dire” il dolore attraverso parole, gesti e suoni, è il primo passo verso la sua trasformazione, il suo superamento e la reintegrazione nella realtà delle persone colpite dal lutto. Ed è l’esperienza del dolore che rende l’Addolorata una figura così umana, così vicina a tutte le donne del Mediterraneo cristiano che si trovano alle prese con la sofferenza nella loro vita quotidiana. Non possiamo dimenticare la massiccia incidenza del fenomeno dell’emigrazione in questa regione che ha rinforzano la grande sensibilità femminile di fronte ai temi del distacco e della perdita. Una bella raccolta di “pianti di Maria” effettuata da Tullia Magrini, musicologa dell’Università di Bologna, la quale ha studiato testi e canti dell’area calabra e sarda, conferma questo dato.

Chiudiamo con una piccola nota etnografica: le donne di Peschici, come quelle pugliesi e dell’intero Sud, per ornare i sepolcri, mettono alcune piante di grano in una camera senza luce in modo che perdano il colore naturale e diventino il simbolo del corpo morto di Cristo. Queste piante, poste in piccoli vasi, sono collocate nei sepolcri o sugli altari assieme alle statue di Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Rappresentano il grano che non è potuto crescere, le vite precocemente spezzate da secoli di fame e povertà.

Teresa Maria Rauzino

 

Contro le trivelle Spectrum

 

Il Centro Studi Martella si oppose nel 2011 alle prospezioni petrolifere della Spectrum autorizzate in questi giorni dal Governo in carica

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e lo fece anche il Comitato di tutela del mare del Gargano

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Anche Domenico Sergio Antonacci inviò le sue osservazioni al Ministero

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ECHI DELL’IMPRESA DI FIUME AL SAN DEMETRIO DI ZARA

LA BADESSA AUSTRIACA DEL COLLEGIO PIU’ ESCLUSIVO DELLA CITTA’ SCRIVE AL SOLDATO GIUSEPPE VITILLO DI VICO DEL GARGANO

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D’Annunzio aveva sempre desiderato liberare Fiume e far valere i diritti dell’Italia. Ne fece il punto fermo delle rivendicazioni della “vittoria mutilata”. Al grido di “Fiume o morte!” organizzò una spedizione con circa duemila legionari, e il 12 settembre 1919 occupò la città istriana. Nitti, presidente del Consiglio in carica, per evitare conseguenze nei rapporti internazionali, cercò di minimizzare l’impresa: “L’Italia del mezzo milione di morti non deve perdersi per follie o per sport romantici e letterati dei vanesii”. Il 20 settembre, D’Annunzio si proclamò “comandante della città di Fiume” ed il 16 ottobre ne assunse i pieni poteri. Il 26 ottobre vinse il plebiscito: su 7155 votanti, 6999 furono a suo favore. Alla vigilia delle elezioni del 1919, il 14 novembre, D’Annunzio sbarcò a Zara sulla nave “Nullo”, senza essere intralciato dagli alleati, e dopo averla occupata, lasciò un piccolo presidio di soldati. Nel 1920 Giolitti sostituì Nitti alla guida del governo. Il 12 novembre 1920, dopo la riunione degli alleati, Fiume viene dichiarata stato indipendente, Zara passa all’Italia. Nel periodo natalizio D’Annunzio è costretto ad andarsene con i suoi legionari. Lo stesso avviene per il presidio di Zara.

Questo è il contesto di un viaggio a ritroso nel tempo, che ho rivissuto leggendo  le belle missive inviate dalla madre superiora del Collegio di San Demetrio di Zara, suor Salesia Taschen, a Giuseppe Vitillo, un  soldato originario di Vico del Gargano che, durante la sua permanenza a Zara, durante la Grande Guerra, assegnato al Collegio per le sue competenze agricole, era diventato il “giardiniere” di fiducia delle suore, che lo rimpiangeranno dopo la partenza, perché il soldato che lo sostituirà non è assolutamente all’altezza del compito. Dopo il rientro a Vico, a partire dall’11/12/1919, c’è una fitta corrispondenza tra Giuseppe e le suore del Convitto. Un epistolario di una decina di lettere e cartoline postali (ci sono anche le lettere di suor Valeria) che ho recuperato, grazie alla disponibilità di Grazia Pia Vitillo, nipote del militare, in occasione di una mostra/convegno sulla Grande Guerra presso l’Istituto superiore “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico.

Interessanti, in particolare, due lettere che la badessa Salesia Taschen scrive a Vitillo e, tra le altre cose, gli racconta il clima che si respirava in quei giorni in città.   Dopo il trattato di Rapallo, per scacciare i dannunziani da Zara, l’esercito italiano aveva requisito anche il collegio: “Furono giorni inquieti, causa i D’Annunziani che non volevano sottomettersi al trattato di Rapallo, così il Governo dovette procedere”. – scrive la Taschen- “La nostra scuola fu trasformata in caserma; ebbimo più di 600 soldati in casa, s’immagini!! Per fortuna l’azione ebbe felice esito, senza spargere molto sangue. Dio sia ringraziato che andò così bene. Se avessero vinto gli altri, avrebbe avuto luogo un bombardamento dal mare, allora addio S. Demetrio!”.

Le suore, tutte di origini austriache, nei mesi che seguirono, “per motivi politici”, dovettero lasciare il collegio. Dove andarono? Suor Schuvarzler e suor Mattea si trasferirono nella chiesa Madre a St. Pölten presso Vienna, suor Christen a Merano, suor Valeria a Bressanone, Madre Zamboni in Inghilterra e Salesia Taschen a Roma  (dove però non ricoprì più la funzione di madre superiora!).  Al loro posto, nel collegio di Zara, subentrarono le Mantellate, suore di un ordine monastico “italianissimo”, provenienti dalla Toscana.

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Il bellissimo collegio di san Demetrio fu distrutto durante la seconda guerra mondiale (1943-44), nel corso dei raid aerei che rasero al suolo la città di Zara.

L’ex convittrice Anny Belli Del Grande, che a San Demetrio studiò in quegli anni, scrive nel suo diario: «La costruzione si ergeva splendida, maestosa, alla fine della Riva Nuova, con il suo bellissimo parco limitato dai bastioni della “Cittadella”, che si spingevano fino alla “Fossa”, un’insenatura luogo di attracco delle barche provenienti dall’Isola di Preko (Oltre). Era stata, con il castello di Miramare, residenza estiva degli Asburgo. Ai piani superiori, un salone bellissimo, con il pavimento in parquet, ornato di stucchi, di affreschi, di quadri, illuminato da enormi finestre che si aprivano in tutta l’altezza dei due piani e da scintillanti lampadari di cristallo. A seconda delle circostanze, era teatro, cinematografo, sala per i concerti e sala per la festa mascherata di carnevale. Una volta all’anno era sala da ballo: venivano invitati gli alti ufficiali delle varie armi presenti a Zara (Bersaglieri, Marina, Aviazione e Finanza) con le loro famiglie. Non mancavano mai le autorità cittadine. In questa occasione, dovevamo fare gli onori di casa, dimostrando di aver assimilato tutto ciò che le suore ci avevano insegnato: essere delle perfette padrone di casa, destinate a far parte dell’alta società. (…).  Tutta la nostra vita di educande era regolata dal suono di una campanella: sveglia alle 6, un’ora di tempo, anche meno, per lavarci, vestirci, rifare il letto, metterci in fila per andare alla messa. Chi parlava a tavola, era punita; chi faceva rumore con la seggiola, veniva punita. Se per le scale, per i corridoi, che io facevo sempre di corsa, ci si imbatteva in una suora, bisognava mettere il freno a mano e, piegando la testa e portando indietro il piede destro (per carità, mai quello sinistro) fare un elegante inchino accompagnato dal saluto di rito: “Sia lodato Gesù Cristo, reverenda madre”. Se si incontrava la madre Superiora, il saluto era lo stesso, ma la ‘reverenda’ diventava ‘reverendissima’»…

DOCUMENTI

LETTERA N. 1

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Mio carissimo amico Giuseppe, 

Non avermela a male se non scrissi prima; ebbi tanto, tanto da fare. Ricevetti con moltissimo piacere il suo caro scritto e anche il denaro per le S. Messe. Grazie! Come la benedirà suo padre, per questa elemosina spirituale che gli fà! Noi qui bene. Furono giorni inquieti causa i D’Annunziani che non volevano sottomettersi al trattato di Rapallo, così il Governo dovette procedere. La nostra scuola fu trasformata in caserma; ebbimo più di 600 soldati in casa, s’immagini!! Per fortuna l’azione ebbe felice esito, senza spargere molto sangue. Dio sia ringraziato che andò così bene. Se avessero vinto gli altri, avrebbe avuto luogo un bombardamento dal mare, allora addio S. Demetrio! Presto andranno via tutti i militari dell’occupazione, allora perderemo il nostro soldato. Forse andremo via anche noi in autunno. Non è però ancora certo. In ogni modo L’avviserò. Sa, quale dei suoi progetti per l’avvenire mi piace di più? Quello di prendere moglie. Sì sì, lo faccia e resti fedelmente attaccato alla sua zolla. Ma non prendere qualunque ragazza, nè, mi raccomando!! Deve essere buona, brava, pia e degna di Lei che è uomo di cuore, ottimo e gentile. Pregherò che faccia buona scelta: e lo faccia anche Lei, mio caro amico. Non lasci passare troppo tempo senza confessarsi e comunicarsi perché ha bisogno del Divin Salvatore che tanto L’ama e vuol renderla felice. Lo lasci fare!! Il suo viaggio di nozze lo farà poi a Zara, nevvero? Che gioia sarà per noi tutte di rivederla!! La ricordiamo sempre collo stesso affetto, sa! Riceva ancora i saluti più affettuosi da tutte, tutte che La conoscono specialmente dalla Sua vecchia amica.

M. Sal. Taschen (Madre Salesia Taschen).

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LETTERA N. 2

Mio caro Giuseppe, ricevetti ieri la Sua lettera qui a Roma. Deve sapere che abbiamo abbandonato Zara e il bel collegio S. Demetrio; sono le cause politiche che ci hanno costrette a fare questo passo. Ci rincresceva e abbiamo sofferto moltissimo a dividerci le una dalle altre, ma sia fatta e benedetta sempre la s.s. volontà di Dio! Diventerei troppo lunga se volessi scriverle dove andarono tutte le nostre madri e suore. Le dirò solo che suor Schuvarzler e suor Mattea si trovano nella chiesa Madre a St. Pölten presso Vienna, suor Christen a Merano, suor Valeria a Bressanone, Madre Zamboni andrà nell’Inghilterra e io sono qui a Roma, e ne sono contentissima. Quando eravamo ancora unite tutte quante, abbiamo parlato molte volte di Lei e L’abbiamo desiderata qui con noi, tanto più che il soldato che si aveva ultimamente non valeva proprio niente, anzi peggio che niente: non faceva altro che dormire, lavarsi e rubare frutta. Sono venute a S. Demetrio altre monache – le così dette “Mantellate” della Toscana. Poverette, mi fanno compassione, perché anche per loro non sarà facile la vita. Dio le benedica! Vedo che anche Lei ha la sue grandi croci, povero Giuseppe! Molto lavoro e poco guadagno. Ma non sarà sempre così, si consoli. Tutto passa: il bello, ma anche il brutto. Basta che siamo nella grazia di Dio e che così lavoriamo per il Signore mirando sempre in alto. Vorrei sapere se il mio caro Giuseppe prega un po’ tutti i giorni, se va a Messa ogni Domenica e festa, se fa a Pasqua e poi qualche volta all’anno la s. Comunione?….Perché, se La so fedele ai Suoi doveri da cristiano, non ho nessuna paura per Lei; il Signore l’aiuterà e la benedirà sempre. Dunque la fidanzata non l’ha voluta? e la matrigna vuol abbandonarla? Questo tutto assieme è un po’ grosso! Ma non si perda di coraggio, sia forte e buono e speri in un migliore avvenire. Io pregherò per Lei e La raccomanderò caldamente alla Madonna, perché Le voglio bene e vorrei che fosse molto felice e molto fortunato. Abbiamo ricevuto il denaro per s. messe; siccome non c’era più chi canta e più chi suona, abbiamo invece fatto dire parecchie s. messe, che le otterranno certo molte grazie, non solo per Suo padre, ma anche per Lei. Se vuole scrivermi ancora, mi farà piacere e io quando scriverò alle mie consorelle lontane porgerò loro i Suoi saluti. Va bene così? Il mio indirizzo ora è: M. Sal Taschen Istituto delle Donne Inglesi Roma Via XX Settembre N.5. Badi che qui non sono superiora. Addio dunque, mio caro amico, il Signore la benedica oggi, domani e sempre!

Salutandola di cuore mi dico affezionatissima

M. Salesia Taschen. Roma 19-10-1921      

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Il reportage di Teresa Maria Rauzino è stato pubblicato sul quotidiano L’Attacco del 6 marzo 2018

Quel maledetto febbraio del ’56 che portò la miseria sul Gargano. Non sempre la neve è gioia

QUEL MALEDETTO FEBBRAIO DEL ’56 CHE PORTÒ LA MISERIA SUL GARGANO

NON SEMPRE LA NEVE È GIOIA

 

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Processione con il Sacro Quadro per scongiurare la nevicata 1956 a Rodi Garganico                            archivio Antonio Laidò

La nevicata del ’56. (Non sempre la neve è gioia )” è l’incipit di un post apparso,  il pomeriggio del 28 febbraio sul profilo Facebook di Carmine d’Anelli, sindaco di Rodi Garganico, in un momento di pausa dell’alacre lavoro per l’emergenza neve che ha interessato in questi giorni il Gargano nord.  “Io nascevo un anno dopo – racconta d’Anelli –   ma gli echi del disastro mi furono chiari quando nel 1965, abitavo in Corso Umberto al 17 e guardavo dalla finestra una moltitudine di persone che in una notte da lupi portavano in processione la nostra amatissima Madonna della Libera. Mi ricordo che mio padre aveva gli occhi madidi di lacrime. In lui e in tanti padri c’era lo spettro del ’56, quando una tormenta come questa distrusse i nostri agrumeti, compromettendo il futuro di intere generazioni. Molte furono le famiglie che, a causa di quel disastro, dovettero emigrare in cerca di fortuna. Stanotte ed oggi, mi sono tornati alla mente quei ricordi e quel dolore!”.

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Nevicata 1956 a Rodi Garganico, archivio Antonio Laidò

Non lo nego, ma mi è subito venuta la curiosità di sapere cosa fosse successo in quelle fatidiche annate, citate dal sindaco, in cui la neve cadde in modo eccezionale sui nostri paesi garganici, provocando le gelate che misero K.O. gli agrumeti rodiani e vichesi.

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Nevicata 1956 a Rodi Garganico archivio Antonio Laidò

Da una rapida ricerca sul sito http://www.internetculturale.it, riguardo alla prima nevicata, quella del febbraio 1956, ho trovato le copie di giornali d’epoca, “Il Faro”, e “Il Foglietto”, e un ordine del giorno del Consiglio Provinciale.

Dagli “Atti del Consiglio provinciale di Capitanata (1956, numero unico, vol. 1 pag 95 )” si evince che il  Consiglio, presieduto da Luigi Allegato, riunito in sessione straordinaria il 18 febbraio 1956, in prima convocazione approvò all’unanimità il seguente “Ordine del giorno per le popolazioni di Capitanata colpite dalle recenti nevicate”:

“Il Consiglio provinciale di Foggia, considerate le gravissime condizioni di disagio in cui versano le popolazioni della intera provincia a causa delle persistenti avversità atmosferiche che con particolare crudezza continuano ad imperversare nei centri di questa provincia; constatato che lo stato di miseria e la disoccupazione hanno assunto tragiche proporzioni,  nella convinzione che l’Amministrazione provinciale per la sua parte ha erogato somme notevolissime per andare incontro alle necessità delle popolazioni pur nelle ristrettezze delle possibilità consentite dal bilancio; ritenuto necessario ed indispensabile un urgente intervento del Governo, decide di inviare al Presidente del Consiglio dei Ministri ed al ministro dell’agricoltura e foreste, del lavoro e delle finanze, il seguente telegramma: Consiglio provinciale Foggia chiede sollecito intervento Governo assegnazione adeguato contributo in favore popolazioni questa provincia colpite attuali avversità atmosferiche. Chiede finanziamenti tempestiva apertura cantieri lavoro per facilitare massimo assorbimento lavoratori nonché pagamento sussidi disoccupazione ed erogazione primo trimestre assegni familiari lavoratori agricoltura. Chiede altresì proroga mesi tre pagamento tributi et concessione credito agrario piccoli agricoltori mite interesse con dilazione scadenze in atto”.

L’odg era stato presentato dai consiglieri Bios De Maio (PSI) e Biagio Di Giovine (PCI), oltre che dall’assessore Salvatore Piazzolla (PCI).

L’Amministrazione provinciale erogò a favore dei Comuni della provincia la complessiva somma di L. 108.589.072, di cui lire 61.637.320 versate agli ECA e L. 46.951.752 versate direttamente ai Comuni per spalatura neve e disoccupazione.  Il presidente Allegato legge una dettagliata relazione dell’Ufficio tecnico provinciale con la quale vengono messi in rilievo i notevoli danni subiti dalle strade provinciali a causa delle abbondanti nevicate e delle acque provenienti dallo scioglimento delle nevi e dalle precipitazioni piovose. L’infiltrazione delle acque nel sottosuolo provocò numerosi avvallamenti, cedimenti   del piano viabile e formazione di buche. Tali inconvenienti si verificarono maggiormente sulle strade di pianura e del sub appennino, che unitamente a quelle del Gargano, meno danneggiate, erano in condizione da intralciare notevolmente il traffico. Il pericolo delle frane minacciava di isolare alcuni centri abitati.

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Nevicata 1956 a Rodi Garganico archivio Antonio Laidò

“Il faro di Vieste” del febbraio 1956 (a pag. 4) ci informa che l’eccezionale nevicata, che durante il mese di febbraio aveva investito tutta l’Italia, non risparmiò neppure Vieste, il paese più “sperduto” del Gargano.  La neve, che nell’abitato della cittadina non si vedeva dal 1947, cadde abbondante per tutta la giornata del 15 febbraio, raggiungendo un’altezza di circa 15 centimetri mentre in campagna, specie verso Sagro, raggiunse punte di un metro e più. Per qualche giorno, le strade rimasero interrotte al traffico e per una settimana il servizio postale restò paralizzato. Il termometro, cosa mai verificatasi da parecchi anni, scese fino a tre gradi sottozero.

Per alleviare lo stato di disagio in cui venne a trovarsi larga parte della popolazione, specie fra i braccianti agricoli, le autorità competenti intervennero distribuendo aiuti di ogni genere, alimentari e in denaro, ai numerosi lavoratori rimasti privi di lavoro. Si mobilitò persino il Vaticano e la Pontificia Commissione di assistenza inviò 10 quintali di pasta, 10 quintali di farina e “un forte quantitativo di formaggini”. Tali soccorsi furono distribuiti a 400 braccianti agricoli dal reverendo don Domenico de Simio, coadiuvato da una commissione di braccianti. La locale ECA (Ente comunale di Assistenza), a sua volta, assistette 600 famiglie di bisognosi con buoni di farina, pasta e denaro, spendendo complessivamente la somma di un milione e quarantamila lire. Spese anche 346 mila lire per dare lavoro ad un congruo numero di disoccupati ingaggiati per spalare la neve nelle vie dell’abitato e per le strade di comunicazione. Di tale somma, lire 60.000 servirono a pagare la manodopera che il giorno 16 liberò il pullman rimasto bloccato a Sagro, la sera del 15 febbraio. Dalle colonne del giornale si eleva “il più sentito ringraziamento al signor Prefetto della provincia, alla Pontificia Commissione di Assistenza e al consiglio provinciale per la fraterna comprensione e per la sollecitudine con cui sono venuti incontro ai bisogni della nostra popolazione”.

La situazione è ancora molto tragica e l’editoriale del “Faro di Vieste”, dal titolo “Eco di un amaro febbraio” firmato da Mario Romano, invoca un intervento del governo, vista la crescente disoccupazione della popolazione. Tanti erano  stati duramente provati dagli avversità atmosferiche del mese di febbraio,  tanti che, per lunghe ed estenuanti settimane non avevano percepito una sola giornata di salario: “E dai diversi paesi del Gargano quelli sperduti su un picco o nel cuore dello sperone o su un breve pezzo di terraferma bagnata ai quattro lati continuano a pervenire allarmanti notizie in merito allo stato di miseria nella quale si dibattono, (e da tempo!) le generose popolazioni che, oltre tutto, hanno visto compromesso il raccolto degli agrumi, altra loro risorsa. “Un’annata così nera non si ricorda da secoli”.  Noi vogliamo appena ricordare a chi di ragione che molta gente, nonostante lo sciogliersi delle nevi e la quiete dei mari vive nel desolante squallore della sofferenza fisica e morale, che per molta gente   il bel sole, il quale ogni cosa fa rilucere, non ancora è tornato a splendere. Si aiutino perciò questi esseri viventi siano essi di Ischitella, Carpino, Peschici, Le Tremiti, Vieste, anche perché, come tutti i bravi cittadini, essi contribuiscono al progresso della Nazione, pagando i tributi sui redditi di lavoro, servendo in grigio verde il Paese dando alla collettività figli illustri che onorano” (Il faro di Vieste 1956 febbraio pag 1).

Il “Foglietto”, sempre nel febbraio 1956, lancia un Appello alla solidarietà che fa leva sul “Cuore di Foggia”.

“Se il sole è tornato a splendere in Capitanata, ciò non significa che siano cessati i bisogni di quanti vivono in montagna. Non tutti i comuni della provincia, infatti, risultano sbloccati e molta è la gente che ha bisogno di viveri e indumenti. Interprete di queste necessità e sensibile alle esigenze delle popolazioni maggiormente colpite dall’ondata di freddo e di gelo, il Prefetto avv. Giuseppe Meneghini  si rivolse ai Foggiani: “Cittadini, il Governo, attraverso il Ministro dell’interno ha lanciato un nobile appello al Paese: una nuova abbondante nevicata ha annullato tutti gli sforzi precedentemente compiuti a favore delle popolazioni colpite dalle recenti avversità atmosferiche:  occorre, perciò riprendere l’opera, sia pure affrontando maggiori difficoltà, essendo aumentati i bisogni di assistenza in numero e in necessità. E per questa azione umana e sociale occorre l’ausilio di tutti, indistintamente: di quanti, cioè, possono dare qualcosa a favore di chi sta peggio! Foggia, pronta e generosa, non mancherà di offrire una nuova prova dei suoi sentimenti di spiccata sensibilità, e di manifestare la sua solidale partecipazione inviando offerte alla Prefettura”.

Sullo stesso numero del Foglietto (febbraio 1956) un altro articolo, dal titolo “Branchi di lupi a Monte Sant’Angelo, ci informa che le forti tempeste di neve avevano stretto nella gelida morsa anche la città dell’Arcangelo dove la neve aveva raggiunto oltre un mezzo metro di altezza, rendendo impossibili le comunicazioni con altri centri. Nelle campagne circostanti erano comparsi branchi di lupi famelici e nelle contrade “Sardelle” e “Vergore del lupo” furono trovate uccise una quindicina di pecore. Da una ventina di anni, i lupi non davano più segno di vita e si riteneva che si fossero ormai estinti sul Gargano. Si presumeva che per il maltempo fossero scesi dai monti degli Abruzzi per rifugiarsi nei folti boschi “Umbra” e “Quarto”.

LA NEVICATA DEL FEBBRAIO 1965

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“VICO, CANCELLATO DALLA CARTINA PER 5 GIORNI”

Riguardo alla nevicata del febbraio 1965, il periodico “Il Gargano: organo di Rinascita garganica”, il 28-02 1965, in prima pagina, pubblicò un ampio reportage che faceva il punto della situazione. Diversi comuni, fra cui Vico del Gargano e San Marco in Lamis, erano rimasti completamente isolati per vari giorni. Sensibili i danni alle colture e rilevanti quelli derivanti dalla perdita di bestiame. Furono disposti urgenti provvedimenti del Prefetto di Foggia, Eduardo Zappia. Davvero encomiabile fu l’opera delle forze dell’ordine; censurabile quella dell’Anas, che l’inviato (anomino) critica un bel po’… invitando i Comuni a consorziarsi per acquistare uno spalaneve a turbina.

Pubblichiamo uno stralcio del servizio.

“Un detto popolare ammonisce che se i giorni di febbraio fossero tutti, in quel mese gelerebbe anche il vino nelle botti. (…) Intanto, mentre le belle giornate del trascorso gennaio facevano ritenere che anche questo inverno avrebbe avuto un tranquillo decorso, ecco che arriva febbraio a sconvolgere la stagione.  Freddo e neve, pioggia e neve, vento e neve. Con la furia dei suoi temporali, febbraio non ha risparmiato nulla e nessuno. La sofferenza è stata comune per tutti: per gli uomini e per gli animali, per i campi e per gli edifici. Non che non si fosse preparati a fronteggiare una invernata rigida. Il fatto è che questo febbraio è stato eccezionalmente   inclemente. Per cui, anche i mezzi di cui si poteva disporre e la cui acquisizione era stata suggerita dalle invernate precedenti, si sono rivelati insufficienti. Metri e metri di neve hanno ricoperto le vie di comunicazione, interrompendo i contatti stradali, elettrici e telefonici, postali e radiotelevisivi. Paesi rimasti isolati dal mondo per lunghi giorni, per settimane. L’opera delle forze dell’ordine non sempre, peraltro, ha potuto aver ragione della tormenta, mentre i mezzi meccanici di cui disponevano gli enti civili hanno anch’essi tentato l’impossibile per raggiungere e soccorrere le popolazioni dei centri isolati. Si è fatto ricorso persino agli aerei per far giungere in alcuni centri generi di conforto e medicinali; gli stessi aerei hanno fatto cadere dall’alto foraggi e mangimi per gli animali. I danni sono gravi. Il patrimonio zootecnico è stato particolarmente colpito, creando seri problemi specialmente per quelle aziende di nuova formazione, le quali, in vista di un migliore impiego del proprio lavoro e delle proprie risorse, si erano indirizzate verso l’allevamento del bestiame. Anche i danni alle colture sono ingenti. Migliaia di piante sono state abbattute. I centri abitati hanno sofferto anch’essi seri danni: compromessa la stabilità delle abitazioni più modeste; tetti crollati o scoperchiati; strade disselciate (…)”.

OLTRE UN METRO DI NEVE A VICO DEL GARGANO

“A Vico del Gargano la neve non è una cosa insolita e, purtroppo, non è nemmeno insolito che ad ogni nevicata, il paese rimanga nel più assoluto abbandono. In occasione dell’ultima neve, abbiamo avuto la riconferma di come, Comune, provincia e Servizi pubblici siano dotati di scarsi mezzi per venire incontro alle esigenze della popolazione e, dove e quando si riesca a trovare uno spiraglio di luce, i famigerati “troppi galli” fanno a   gara per accrescere il caos, già creato dalla situazione problematica. Una ondata così eccezionale e abbondante di neve da noi non c’era mai stata: un metro di neve si è ammucchiato nelle zone meno esposte; in quelle zone invece in cui la tormenta ha infierito più intensamente, la neve ha raggiunto e superato i due metri.   I primi mezzi ad essere inefficienti sono stati i pullman di linea, i soliti “mastodonti” inservibili per le nostre strade di montagna, che dovrebbero essere servite da macchine più piccole, più agevoli e dotate di catene. Alla paralisi dei pullman è seguita quella dell’ufficio postale. Abbiamo ascoltato le lamentele dei forestieri, ivi compresi turisti o cacciatori, bloccati negli alberghi; i pianti delle famiglie che, nonostante i loro disperati appelli, non hanno potuto ricoverare i propri ammalati in ospedale; le invettive degli avieri e delle guardie forestali, bloccati per 3 giorni nella Foresta Umbra senza viveri e le imprecazioni dei cittadini tutti Ad evitare i lamentati inconvenienti sarebbe bastato un solo spazzamento efficiente, magari uno dell’ANAS che, per la verità, non ci è mancata la opportunità di vederli… ma solo in foto. Insomma, Vico del Gargano, per 5 giorni è stato cancellato dalla carta geografica”.  

AMARCORD 2/ IL CASO SAN MARCO IN LAMIS

“Scarsità di viveri a san Marco in Lamis, che per quindici giorni è stata completamente coperta di neve, che in alcuni tratti verso Borgo Celano ha raggiunto i due metri di altezza. In questi giorni di isolamento è mancato il latte ed i viveri sono diventati scarsi. I prezzi sono saliti da un’ora all’altra vertiginosamente e la situazione è diventata caotica.  Dopo alcuni giorni di attesa uno spartineve dell’ANAS, che per alcuni giorni si era trastullato per le vie secondarie di un paese vicino, stanco poi di fare capriole se ne tornava a Foggia, seccato di vivere in mezzo alla neve. Senonché dopo le reiterate richieste e proteste del Sindaco finalmente lo spartineve apriva un varco. (…) Siccome tutto ciò accade ogni inverno, sarebbe quanto mai opportuno che i Comuni di San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo, Montesantangelo, Rignano Garganico e San Nicandro Garganico si consorziassero per acquistare uno spalaneve, in modo da aprire le strade”.

Teresa Maria Rauzino

Il presente reportage è stato pubblicato sul QUOTIDIANO “L’ATTACCO” del 3 marzo 2018 pp. 24-25.

attacco 3 marzo 2018

 

 

L’ultimo viaggio tra i castelli medievali pugliesi con Raffaele Licinio

Oggi ci ha lasciato il prof. Raffaele Licinio, un medievista di livello internazionale, che con ironia e leggerezza ha reso accattivanti temi solitamente ostici, regalandoci bellissime pagine di storia. Non dimenticherò mai la sua lotta contro i pregiudizi e gli stereotipi che sul Medioevo e nel mondo contemporaneo regnano sovrani. Non scorderò mai i suoi frequenti interventi (purtroppo inascoltati) per salvare e per riportare alla fruizione collettiva l’abbazia di Kalena, in agro di Peschici. 

 Licinio è stato professore ordinario di Storia medievale e direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi presso l’Università di Bari, concentrando i suoi interessi di ricerca sul Mezzogiorno medievale principalmente su due filoni tematici, sino a qualche anno in ombra o insufficientemente dibattuti dalla storiografia medievistica: la storia agraria regionale, esaminata nel contesto della storia agraria meridionale e mediterranea, e la storia delle strutture di fortificazione, all’interno del “sistema castellare” del Sud Italia. 

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Nel 2010, ebbi il grande onore di presentare, a San Nicandro Garganico e a Lucera,  il bellissimo volume di Raffaele Licinio “Castelli medievali”, una vera pietra miliare della storia del Mezzogiorno medievale,  ripubblicato in edizione aggiornata da “Caratteri Mobili”. Una storia dei “Castelli medievali” pugliesi e lucani, raccontata al di là degli stereotipi e delle leggende imperanti… Ve la ripropongo.

Dietro ogni castello medievale – esordisce Raffaele Licinio nella prefazione a “Castelli medievali”-  c’è anche l’immagine dei castelli. tante immagini di castelli, prodotte in secoli estranei al Medioevo e frutto di sintesi culturali diverse. Castelli gotici, castelli romantici, o pieni di misteri, avventure e trabocchetti. Immagini sconfinate oggi, nell’immaginario collettivo, nella dimensione fuorviante del fantastico, dello stereotipo o peggio  dell’esoterismo. Il trionfo mediatico  di una serie di film e di trasmissioni televisive (“Voyager” e “Misteri”), con i loro paradossali castelli simil-piramidali, contenitori di improbabili Graal e di stupefacenti messaggi provenienti dai  Templari o  dallo spazio,  rende indispensabile il recupero, nella cultura diffusa, della dimensione storica autentica dei castelli. Ecco il senso della riedizione di questo libro di Licinio: far capire come il castello meridionale, fulcro di un vero e proprio “sistema castellare”, sia divenuto metafora del potere. Cifra di un “sistema di governo” efficace e duraturo. Nel Mezzogiorno bassomedievale, la realizzazione del sistema castellare è attribuita a Federico II, ma secondo Licinio, questa tesi, se non errata, è parziale: furono i Normanni, e soprattutto  Ruggero II, fondatore del loro regno, a dare centralità ad un fenomeno già in atto, valorizzandolo e ponendolo al servizio della monarchia.

L’accordo di Melfi della fine del 1042 ne segna l’avvio: 12 signori normanni si assegnano città pugliesi e lucane, conquistate o da conquistare, in ogni caso da riattrezzare militarmente.  In Puglia furono ristrutturati 7 castelli e 29 furono edificati  ex novo.

Verso la metà del secolo XII , un musulmano di nome Edrisi, geografo alla corte di Ruggero II, sottolineò l’interdipendenza tra sicurezza e sviluppo economico.

Gli effetti che il processo di incastellamento di età normanna produsse nel territorio non furono quindi soltanto di ordine militare. La difesa fu solo uno degli elementi che motivò l’incastellamento, un “sistema” complesso di relazioni sociali, istituzionali, politiche e urbanistiche.

Attrezzare militarmente un territorio significava aumentarne le potenzialità agrarie e insediative.

Questa logica ispirò anche l’incastellamento svevo. Vincolato ma anche esaltato da un apparato burocratico capillare ed efficiente, il “sistema castellare” federiciano fu elemento fondante di un programma più complesso, decisivo per il  governo del territorio. Non una rottura, ma un salto di qualità, rispetto al passato. Come Ruggero II, anche Federico capì che, nel regno, la possibilità di governare e custodire la pace passava per il rigido controllo di ogni forza centrifuga, in primo luogo di quelle baronali. Castel del Monte fu magnifico esempio di «pietrificazione dell’ideologia del potere», di «manifesto della regalità», di identificazione immediata del potere svevo.

Il numero dei castelli federiciani fu rilevato, per gli anni 1241-1246, dallo “Statutum de reparatione castrorum”, un’inchiesta  sulle località tenute ad assicurare il restauro e l’ordinaria manutenzione dei castelli regi.  Lo Statuto non riporta i castelli feudali, le fortificazioni e le cinte murarie delle città e delle comunità ecclesiastiche, le torri urbane e rurali. Sui circa 250 edifici censiti 111 riguardano la Puglia e la Basilicata, suddivisi in 69 castra e 42 domus. In pratica quasi la metà delle strutture castellari del regno. E’ stato calcolato che dal 1220 sino alla morte di Manfredi (1266), siano stati ampliati o mantenuti in efficienza 34 castelli preesistenti, e altrettanti siano stati edificati ex novo. Cifre da ridimensionare, soprattutto quelle relative ai castelli di nuova costruzione. In realtà Federico  II ne fece innalzare ex novo solo a Foggia, Lucera, Trani, Castel del Monte, Gravina, forse ad Apricena e Brindisi.

Provvedere alle necessità di tutte le fortezze demaniali del regno comportava onerosi impegni finanziari non indifferenti anche per Federico II . Ecco allora gli appunti mossi al sovrano, tra il 1223 e il 1225, durante la costruzione del palazzo imperiale di Foggia, dall’anziano e saggio giustiziere di Capitanata Tommaso di Gaeta, per l’elevato numero di fortezze, mura, torri, opere di difesa, costruite su monti e colline senza badare a spese, con il risultato di appesantire i carichi fiscali sulle popolazioni. «Non è indispensabile – scrive Tommaso a Federico – costruire fortezze così in alto, fortificare i ripidi colli, sbarrare con mura i pendii dei monti e circondarle di torri: anche senza una così elevata quantità di fortezze si può ben governare. Esiste una sola fortezza veramente inespugnabile, ed è l’amore dei sudditi, pronti a precipitarsi a migliaia contro le lance avversarie».

Nella Puglia angioina furono costruiti ex novo 19 castelli (tra cui Peschici), 63 vennero ristrutturati o riparati,  6 disattivati. Carlo I d’Angiò e, in parte, suo figlio Carlo II, conservarono l’impianto normativo del sistema castellare normanno-svevo. Ne adeguarono le strutture e ne ampliarono  le funzioni, secondo le necessità del momento. Un limite angioino fu lo smembramento di parte del demanio, in passato gelosamente difeso dagli Svevi, a favore dei baroni di origine francese che li avevano sostenuti nella conquista del Sud Italia.

Alla fine del secolo XIII, il motto “Nessuna città senza castello regio!” appare rovesciato. Il decastellamento, lo smembramento di ciò che un tempo fu dimostrazione di potere del sovrano, diventa esigenza vitale di sempre più agguerrite forze periferiche (dal popolo cittadino al barone). Una fonte abruzzese, la “Cronaca aquilana rimata” di Buccio di Ranallo ci mostra come, alla fine del 1293, guidati da un capopopolo, Niccolò dall’Isola, gli Aquilani si ribellano a Carlo II, ne sconfiggono e ne espellono le truppe, ne abbattono i castelli. È il popolo cittadino che scende in campo contro il potere centrale: una forza organizzata, coesa, consapevole di sé, che si riunisce in un “parlamento”, verifica i propri interessi in “un granne radunamento”, individua obiettivi comuni, trovando il coraggio (le “coragera”), per lanciare un assalto coordinato e in massa ai simboli primi e più evidenti del potere regio: le strutture castellari, quelle “rocche de intorno” che rappresentano un «grande impedimento». E che è necessario “derrupare”, abbattere definitivamente, se si vuole conquistare e conservare l’autonomia.

Il tempo scandirà nuove egemonie…

Teresa Maria Rauzino

AMARCORD, DOMENICO SANGILLO!

SPAZI DENSI ALLA MOVIOLA DELL’ANIMA

Spazi densi alla moviola dell’anima per l’artista rodiano “dal singolare estro”, che fece rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana.

Il Gargano, con i colori della sua naturale tavolozza mediterranea, da sempre è stato un magnetico polo di attrazione per i “maestri del colore” italiani e stranieri. Domenico Sangillo (Rodi Garganico 29 gennaio 1922- 8 gennaio 2016) , fu uno di quelli che decise di andarsene. Ma dalla Capitale, divenuto uno degli artisti più significativi del “tonalismo” romano che faceva capo a Mafai, lanciò l’immagine dello Sperone in tutta Italia.

E’ sempre il Gargano ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: dopo molti anni vi ritorna, e continua a dipingere finchè ne ha la forza, con fulmineo tocco tonale, suggestivi olii su tela, quasi che l’improvvisa “illuminazione” gli possa sfuggire, come acqua tra le dita aperte. Scaglie di colore, fuso e sovrapposto a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione. E’ soltanto la luce a far questo oppure è l’irrequieta sensibilità di Sangillo che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?

L’atmosfera soffusa è creata dalla magia del mezzo tono. Eppure il colore trionfa in ogni tela con alternanze di toni ora tenui, ora violenti, sempre vitali.

“I ritmi melodici che formano la vasta sinfonia dei quadri di Sangillo – osserva Milo Corso Malverna – sono come una musica suonata in sordina, un magico coro a bocca chiusa”. Rocce, lago e cielo non hanno bisogno di essere amati, lo sono già da tempo immemorabile…

La sua Terra gli si presenta nella sua essenza ancestrale: “Gargano eterno: Carsico cetaceo, / mistero / dei remoti universi”.

Un ricordo antico lo lega alla sua Terra rocciosa lambita dal grecale: “In cima / al Talero / una casetta vetusta, / dove si accapigliano / i venti di mare, / dove inerti / marciscono / le foglie del castagno, / dove, sbiaditi / dimorano / i miei giuochi / di un tempo”.

Il Gargano assurge a Purgatorio dei vivi: “Reclini / gli ulivi del Mileto: / amorfi fantasmi / dai venti condannati!” .

Ama le atmosfere brumose. Il Varano diventerà il suo rifugio. Qui, gli sarà possibile “addormentarsi e svegliarsi in un capanno, avvertendo il sommesso respiro del lago”: “Gocce di luna / smerlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco dei pescatori / si perde nel gorgo del mistero”.

Lunghe notti passate, nell’attesa del giorno, a osservare il Firmamento: “Cade una stella; / nel tempo della sua scia / si dissolve la mia memoria”.

Una vita segnata da quotidiani incroci tra la vita e la morte: “Due usci contigui: / un fiocco rosa / un drappo nero. // Incontro / di inesausti / viandanti”.

Una sofferenza rinverdita da ricordi che non lasciano varchi: “Lapilli / di ricordi / ardono / nella memoria, / or che / martoriata / cerca / requie”.

Ma il vitalismo dell’artista emerge con forza nella lirica d’amore. Un sentimento che continua a ispirargli “palpiti” profondi:

“Vorrei spandermi / dentro di te / come acqua / tra le rocce, / lambire / i granelli del tuo mistero; / ma tu / sei / chiarore lunare, / ove scivola / il mio tempo”.

La forza di Sangillo è proprio qui. E continua, ogni giorno, a emozionare i suoi lettori.

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CHI E’ DOMENICO SANGILLO

Fin dalle prime “personali”, Sangillo viene definito dalla critica un artista “dal singolare estro”, che fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana, in un tenue distacco dalla realtà contingente.

La suggestione estetica, prodotta dallo spettacolo della natura e dall’eleganza e dalla raffinatezza di un ambiente carico di memorie storiche e di opere d’arte, è chiamata a fare da impareggiabile sfondo alla sua produzione.

Proprio a Roma vive la stagione più feconda della sua parabola artistica, proponendo le sue tele, oltre che nelle Quadriennali e nelle mostre di rango, nelle rassegne “en plein air” della Montmartre italiana: Via Margutta.

La “Strada degli artisti”, negli anni della “dolce vita”, diventa due volte all’anno una “parata di arcobaleni”, illuminata a giorno nelle suggestive notti di giugno. Secondo le cronache romane di “Il Tempo”, in quelle tiepide serate “è tutta un fantasmagorico quadro, formicolante umanità a coriandoli, dentro la cornice di tetti che si rincorrono da Trinità dei Monti al Pincio”.

Sino a notte fonda, uomini e donne di tutte le età e tutti i gusti, anche di nazionalità estera, si incontrano e si scontrano negli apprezzamenti e nelle polemiche davanti ai quadri “che sembrano offrirsi crocifissi e indifesi al supremo giudizio della folla”.

Sangillo vi afferma il suo stile personalissimo. Ed espone nelle più prestigiose gallerie italiane, tra cui la Gussoni di Milano, presentato da Valerio Mariani, noto critico d’arte, titolare della rubrica “La Ronda delle Arti” alla Rai di Roma.

La mostra vede la presenza costante di Carlo Carrà, che esprime giudizi lusinghieri all’artista, e si intrattiene con lui per interi pomeriggi a parlare dei quadri, affascinato dalla sua vena creativa.

Sulla “performance” milanese scriverà una bella recensione Raffaele De Grada, allora in forza alla sede Rai della città lombarda.

Nell’ultimo ventennio Sangillo ha pubblicato varie sillogi, rivelando un’ispirazione poetica intensa e originale. Le liriche di “Figure e palpiti di vita” (1982), “Sapore del tempo” (1985), “Specchio di antiche lune” (1989), sono confluite nelle sillogi “Segni di un uomo nel tempo” (1991), “Parole e silenzi” (1992), “Sogno e memoria” (1996), “Approdi” (2002), tutte edite da Schena.

Il pittore Manlio Guberti, nel 1985, dopo aver ricevuto le sue prime sillogi,  gli scrive: “Caro Sangillo, grazie per le sue righe e le belle, delicate liriche che mi hanno riacutizzato la nostalgia del Gargano: terra che, come Lei sa, mia moglie ed io abbiamo profondamente amato e rispettato prima che la speculazione ne facesse l’attuale grossolano, banale caravanserraglio. Non sapevo che avesse anche il dono di scrivere in versi, in molti dei quali traspare la sensibilità della visione pittorica. Spero tuttavia che non abbia smesso di dipingere, anche se ha lasciato Roma: proprio nella sua terra dovrebbe ritrovare, se pure in zone remote e nascoste, il suo fascino e l’impulso e l’impulso a dipingere ancora di più. Noi abbiamo lasciato Grottarossa da 18 anni, dopo aver trovato un pascolo di 13 ettari a una trentina di chilometri da Roma (presso la via Flaminia); ci abbiamo piantato tantissimi alberi, costruito lo studio e infine la casa in piena campagna. Continuiamo inguaribilmente a far le stesse cose di prima, scrivere, imparare, dipingere, coltivar la terra senza veleni, insegnare, far musica: abbiamo sviluppato l’arte di viver nascosti, altrimenti non potremmo fare quello che facciamo in un mondo così ridicolmente mercificato. Dopo ben sette anni, l’anno scorso sono ritornato nel Gargano per una settimana d’inverno, e spero che in futuro ci tornerò qualche volta per camminare nelle zone ancora non guastate. In tal caso, dovremo fare in modo di incontrarci. Buon lavoro e i migliori saluti da Manlio”.

E’ stato lo scrittore Giuseppe Cassieri, nella prefazione a “Specchio di antiche lune”, a definire per primo la superiore “essenza” dell’arte e della poesia di Sangillo:

“Figli della stessa terra, vittime delle medesime inquietudini ambientali, entrambi sedotti dal medesimo paesaggio garganico: il Varano, Santa Barbara, il Taléro. Lui però ha avuto il merito di scommettere tutto nel poco spazio che gli veniva concesso, radicarsi fino all’osso carsico sottostante, alimentare i propri doni creativi di quotidiane ansie, di infinite tenerezze. Se il prezzo pagato in termini di sopravvivenza personale è oggettivamente alto, le Muse in compenso sono state generose con l’artista, rinnovandogli i loro favori a ogni rinascita del giorno. Non solo il poeta del disegno e del colore, che certo è preminente e gli assicura un posto di rilievo nelle correnti figurative del Mezzogiorno, ma anche il poeta in versi. Da leggere, oso suggerire, in lieve abbandono, accostando l’orecchio alle minime crespature del cuore e del lago (il referente elettivo di Sangillo), così come occorre spalancare l’occhio sulle minime vibrazioni dei verdi e degli azzurri in disperata sinergia sulla tela, quanto più tetre si rivelano le corrispondenze umane, e come refrattario, inibito, il senso del mondo. C’è un’immagine – in realtà un bell’ossimoro – che estrarrei dal Canzoniere amoroso e la porrei emblematicamente al centro dell’esperienza lirica che accompagna il nostro autore: ‘Il tuo gelo / mi ustiona’. Ecco: ho l’impressione che turbamenti e aspre veglie, malinconie e rare esultanze, passino di lì”.

Teresa Maria Rauzino

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BIBLIOGRAFIA

“Domenico Sangillo Opere”, a cura di Teresa Maria Rauzino, Claudio Grenzi Editore, Foggia 2000.