Quando il Palazzo dei Principi di Ischitella si incendiò …

L’incendio di Palazzo Pinto di Ischitella raccontato da Padre Michelangelo Manicone nella “Fisica Appula”
Oggi ad Ischitella la traccia più evidente del principato dei Pinto è il Palazzo Ventrella. Sito nel piano, alla sommità di un alto colle, era stato edificato nel 1714 sui ruderi di un antico castello, crollato al suolo in seguito al “furibondo tremuoto” del 1640. Il palazzo Pinto, anche se incompiuto (doveva avere quattro piani), secondo Michelangelo Manicone era “il più bello e magnifico edificio del Monte Gargano. E a suo giudizio, gli edifici sono stati, e saranno sempre, corrispondenti alla “elevatezza” di coloro che li fecero e li fanno edificare. Nonostante le critiche precedenti, onore ai Pinto, dunque!
La sua accurata descrizione ci permette di visualizzare com’era il palazzo: un perfetto rettangolo, con un unico cortile della stessa forma geometrica, due scalinate di accesso, una ad Est, l’altra ad Ovest, ambedue comode, larghe, belle. Delle quattro facciate quella verso il Nord è la principale. Essa è antica, bella, graziosa; ha un portale sontuosamente arricchito di ornamenti delicati. Il portone è decorato da una log­gia ben lunga, sontuosa, leggiadra. Il palazzo è “comodo” ed ha tre piani: quello terreno ospita i “familiari di servizio”; sugli altri due sono gli appartamenti della famiglia del Principe”.
Sempre ne La Fisica Appula, Michelangelo Manicone ci fa rivivere i momenti convulsi del terribile incendio che, nella notte del 20 aprile 1804, “divorò” il palazzo dei Pinto: le fiamme, altissime, cominciarono ad alzarsi dal terzo piano: “Sembra questo una fornace accesa. Dalle finestre abbrustite sbucano inquiete fiamme stridenti, fino al cielo. Lo spavento dilaga tra tutti gli abitanti. Ogni casa echeggia di disperati urli. Scrosciano i saldi tetti, cadono con immenso fracasso sui lastricati; e le soffitte del secondo piano crollano, e divengon pascolo delle fiamme divoratrici. Il palazzo arso e divorato al di dentro, vomita al di fuori un fuoco spaventevole. Temono gl’Ischitellani, che le fiamme portino l’incendio, la strage, e la desolazione nelle case vicine, e quindi in tutto il Paese. Ai pianti di tutti si commuove il zelante Ar­ciprete Domenico Montanaro, il quale accorre in Chiesa, espone il Santissimo Sagramento dell’Altare, e lo conduce in processione sulla piazza della facciata principale, accompagnato dalle lagrime di tutti. Fa la santa benedizione. Oh miracolo grande! Ormai lo Scirocco minacciava di portar l’incendio nel paese, e di ridurlo al nulla, quando, destasi un vento da ponente; le fiamme vengon quindi trasportate verso levante, così il fuoco non s’appiglia alle case, Ischitella non è ridotto ad un mucchio di sassi, ed il palazzo arso al di dentro, e divenuto inabitabile ne’piani superiori, offre alla vista finestre annerate, solitudine mesta, rovine luttuose”.
Il fuoco era partito da una trave, posta all’interno di un camino del secondo piano: il massaro del Principe stava bruciando nel focolare delle “fiscelle di cacio”; le faville avevano attaccato la trave e l’incendio si era propagato nel corrispondente soffitto .
Michelangelo Manicone racconta un gustoso aneddoto, relativo all’incendio:
Il Palazzo Pinto “orrendamente avvampava”, e Don Rinaldo Netti della Padula, Agente del Principe, “placidamente” dormiva.
Molta gente, accorsa nell’appartamento del secondo piano, entrò nella sua camera, gridando: “Signor Agente, fuggi, scappa”. Rinaldo, svegliatosi di soprassalto a queste voci, credendo fossero i ladri, li pregò di non ucciderlo, e di prendersi i denari. “Che denari, e denari – gli risposero- presto, fuggi, se non vuoi esser divorato dalle fiamme”. Ciò udendo Rinaldo si confuse, restò senza voce, e quasi senza respiro. Lo stato confusionale dell’Agente del Principe suscitò compassione in ogni cuore; egli fu sollecitamente trasportato nella vicina casa de’benefici Signori Ventrella, e si salvò.
Secondo Manicone, il “tenero e virtuoso” Don Rinaldo, suo grande amico, deve la salvezza della propria vita agli “umani” Ischitellani; il salvataggio del denaro, delle interessanti scritture del Principe, e della sua “roba” lo deve, invece, al coraggio di un’intraprendente donzella: Fiorenza di Lella, sua fedelissima servetta. Svegliata di soprassalto, nella sua casa, dalle grida del popolo, quando sentì che il Palazzo Pinto s’incendiava, si mise subito camicia, gonnella, e corpettino e “volò” lì. Giunta al portone, sollecitò tutti a salvare “la roba”. Quindi, “accompagnata da molte persone, senza temere né fuoco, né crollanti soffitti, entrò impavidamente nella camera del suo padrone, prese il baule, le carte, la roba; salvò tutto, facendo trasportare tutte le cose recuperate a casa sua. Detto fatto, raggiunse il suo padrone. Questi vedendola, le chiese:
“Fiorenza, che sarà del baule, in cui eravi il denaro del Principe?”.
– E’in casa mia – rispose Fiorenza.
– E delle carte che n’è?
– Sono pure in casa mia.
– E quel denaro, che stava nel tiratojo di quel tavolino?
– L’ho in petto.
– E l’orologio mio?
– L’ho in saccoccia.
A tali parole Rinaldo si rincuorò, benedisse il Cielo, e ringraziò Fiorenza. Per Michelangelo Manicone, questa intraprendente donzella ischitellana, che diede prova di tanto coraggio, fu una vera e propria eroina, onore del gentil sesso. Da meritare, senza ombra di dubbio, un posto “distinto” nelle Novelle Morali del Soave.
L’immortalità gliel’ha invece conferita proprio lui, l’umile fraticello illuminista di Vico del Gargano, inserendo l’episodio nel suo indiscusso capolavoro: la sorprendente, eclettica Fisica Appula.
Teresa Maria Rauzino
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La chiesa dei Principi di Ischitella

 
La Chiesa di San Michele, oggi Sant’Eustachio, fu la cappella privata dei principi Pinto di Ischitella
La cappella privata dei principi Pinto fu la chiesa sotto il titolo di San Michele, oggi denominata Chiesa di Sant’Eustachio.
Ubicata al centro dell’abitato di Ischitella, sul retro del Palazzo Pinto, fin dai primi del Settecento fu “sempre riconosciuta di allodio” dell’illustre Casa Pinto cui apparteneva il feudo di Ischitella.
Luigi Pinto Capece Bozzuto aveva proibito a don Michele D’Avolio, che aveva iniziato la costruzione della chiesa fin dalla fine del ‘600, di portarla a termine. Praticamente la requisì, con la promessa di pagare le somme già spese dal canonico. Il Principe voleva servirsene come cappella privata del suo palazzo; è sua la campana fusa da Domenico Astarita nel 1700, che porta impresso lo stemma nobiliare dei Pinto.
Ad ultimare la costruzione della chiesa e a provvedere agli arredi, arricchendola di pregevoli dipinti ci pensò Francesco Emanuele. Le tele di Gennaro Abbate, commissionate dal principe, rappresentano una Deposizione dalla Croce; Gesù Bambino con Sant’Antonio, San Nicola, San Francesco di Paola, San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio Abate.
A completare l’arredo iconografico della Chiesa di San Michele pensò Alfonso Pinto, devotissimo di San Gennaro che donò una tela rappresentante il Santo prediletto, la Madonna del Carmine e la Sacra Famiglia. Lo stesso principe donò altresì una Natività di Cristo e una Crocifissione alla Chiesa del Convento di San Francesco.
Nel 1784, Pasquale Pinto, dopo un contenzioso con il capitolo di Santa Maria Maggiore, ottenne dall’arcivescovo Francone la facoltà di istituire uno speciale Collegium Cappellanorum. A capo di questo capitolo, venne nominato Don Andrea Santamaria di Rodi Garganico. Il Principe stipendiò, a proprie spese, ben sette cappellani, che esercitavano le regolari funzioni religiose officiate in tutte le chiese della diocesi sipontina. In cambio di 72 ducati all’anno, corrisposti a ognuno di loro dall’Illustre Possessore, che li aveva scelti tra le famiglie borghesi di Ischitella, essi erano tenuti a recitare tutti insieme l’Ufficio Divino; celebravano messa nei giorni feriali ed una messa cantata in quelli festivi. Durante le funzioni interne ed esterne, indossavano la mozzetta cinerina: era un privilegio concesso dall’arcivescovo Francone.
La chiesa era “ben servita” e richiamava la frequenza del popolo per l’esercizio regolare del culto. Le vicende dei tempi, seguite all’eversione della feudalità dopo il decreto Zurlo, non permisero alla predetta Casa Pinto di pagare gli onorari dovuti ai cappellani. E costoro non si sentirono più in obbligo di rispettare il loro impegno. La chiesa “materiale e formale” fu così abbandonata, ed il popolo restò “defraudato” dalle normali funzioni ecclesiastiche che un tempo vi si eseguivano con regolarità e solennità. A ciò, si aggiunse il pubblico dispiacere di vedere, di anno in anno, deteriorato un tempio di architettura d’ordine toscano dell’ampiezza di palmi quadrati 2142, e ormai ridotto “quasi a stalla”.
A causa di questa “deplorevole situazione”, a molti buoni cittadini venne il desiderio non solo “di ristorare e fare delle riparazioni a questo sacro edificio”, ma anche di proporre al comune di Ischitella di acquistare la chiesa di San Michele, trasferendo dalla vecchia chiesa di Sant’Eustachio l’altare e la statua dell’omonimo protettore principale della città, la cui festa era celebrata “con nota pompa” e grande partecipazione da parte di tutti i fedeli.
Questo lodevole desiderio non poté essere realizzato per mancanza di mezzi, che le circostanze de’tempi non offrivano, finché alcuni “generosi proprietari” pensarono di “santificare a quest’opera” alcuni crediti che dovevano essere devoluti loro dal comune di Ischitella. Inviarono una supplica al Sindaco il quale, in data 11 luglio 1836, ne fece rapporto al Sotto-intendente, comunicando che ci sarebbe stata una grande soddisfazione pubblica, se superiormente si fosse consentito di realizzare quanto i proprietari suddetti desideravano. Il 4 agosto giunse una nota dal Sottintendente del Distretto di San Severo, la n. 6796. In conseguenza della petizione, autorizzava il Decurionato ad esaminare gli estremi dell’acquisto proposto, per esprimere un parere in merito all’acquisto della chiesa di San Michele da parte del comune di Ischitella.
Il 14 agosto milleottocentotrentasei, sotto la presidenza del sindaco D. Pietrantonio Miraglia, il Decurionato del comune di Ischitella si riunì e deliberò quanto segue: riconoscendo vero il credito di quei proprietari in ducati 313 impiegati al ripiano del dazio sul macino per il 1827, visto l’assiso del Consiglio d’Intendenza del 1° Dicembre 1827 che autorizzava i creditori ad avere rimborso di detta somma; uditi gli stessi creditori, i quali intervenuti nella riunione ratificarono in tutta l’estensione la memoria diretta al Sindaco in data 10 luglio dell’anno corrente che fu loro letta, trovò utilissimo l’acquisto in parola.
Visto che la chiesa sacra a Sant’Eustachio, posta in un luogo periferico dell’abitato di Ischitella era “angusta, umida e rovinosa”; visto che la famiglia Pinto era disposta ad alienare la chiesa di San Michele, il Decurionato: “è d’avviso che il progetto progredisca nel modo regolare e s’implorino le superiori autorizzazioni affinché la Chiesa di S. Michele colle somme enunciate si acquisti, si riduca al primiero stato, e vi si trasferisca l’altare e statua del principale Protettore S. Eustachio; ben inteso che la manutenzione di detta Chiesa sia a carico del Comune nell’istesso modo come fin’ora si è praticato per la Chiesa di S. Eustachio”.
La vicenda della cessione della loro chiesa privata è emblematica del definitivo tramonto del prestigio dei Principi Pinto ad Ischitella.
Teresa Maria Rauzino

Ciao, papà ! (Il ricordo di Carlo Giannini)

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Mi sembra ieri quando mi accompagnasti al primo giorno di asilo Papà, camminavo veloce per stare al tuo passo. Mi sembra ieri quando ormai quasi 28 anni fa mi accompagnasti al portone di maricentro e dopo qualche mese a quello di mariscuola a Taranto, tra paure e speranze, questa volta più grandi. Oggi dopo tutta la mia gioventù in marina alle spalle, sempre lontano da Te da Mamma e dai miei Cari, mi ritrovo a tirare le somme di una vita piena di sacrifici, costellata di persone ed episodi, sia negativi che positivi, tra questi ultimi al primo posto, l’incontro con mia moglie e la nascita dei miei gioielli. Ed eccomi durante questa ennesima lontana esperienza, ancora una volta distante da Te, a ritrovarmi incapace di salutarti per tempo come avrei voluto..ti chiedo perdono per questo. Domani mi ritrovo purtroppo a doverti accompagnare questa volta io, sino al portone più difficile della Tua vita…il compito più difficile e ingrato a me mai assegnato, ma assolutamente doveroso, nei confronti di un genitore, che non finirò mai di ringraziare, per aver sempre riposto fiducia nelle mie azioni e nelle mie decisioni, anche le più ostiche, senza mai farmi pesare l’assenza forzata e il malinconico distacco dal luogo natio. Grazie per aver sempre creduto in me.. grazie per aver sopportato tutto in silenzio… anche quando restavi solo e anziano… grazie, ciao Papà, abbraccia forte Mamma per me.

Grazie!

Carlo

Goodbye, prof Giannini ! (il ricordo di Francesco D’Arenzo)

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Prof.!
Questa era l’abbreviazione che usavo ogni volta che ti chiamavo… in casa, tra i vicoli della parte vecchia, sul corso, sul palco e, spesso, al telefono…

In questo momento, per sintetizzare quanto di bello hai fatto umanamente e professionalmente, sono davvero in difficoltà, perché qualsiasi parola scritta potrebbe essere “povera”, non all’altezza…dinnanzi ad un Uomo come te, “ricco” e …”alto” …

Sin dall’inizio della nostra vera amicizia, nata in seguito alla costituzione del Comitato “Peschici Eventi” nel marzo 2011, nonché braccio attivo dell’associazione da te presieduta (“Punto di Stella”) , capii che dietro quegli occhialini, si celava un volto forte, combattivo, propositivo…Due occhi che sapevano osservare oltre … cosi tanto …da condurre, anche solo dietro una scrivania, un mare di progetti, per Peschici e il Gargano tutto.

Professore, direttore editoriale, scrittore: tanto per citarne alcuni…Il portatore sano di Cultura, con la C maiuscola! La mente di tanti successi, in piazza e sul web.

Amavi essere, non apparire!!! Amavi ideare, non copiare!!! Amavi vivere, non sopravvivere!!!

Mi hai insegnato a fare, fare, fare … con onestà e trasparenza; ad attuare qualche trucco del mestiere; a mettere in pratica molteplici strategie, per la buona riuscita di un obiettivo.

Ti devo la riconoscenza di alcuni miei lavori, come ad esempio la “famosa” brochure, pronta per essere tirata fuori al momento giusto, nel periodo giusto: felice di correggere qualsiasi sbavatura grammaticale e fotografica. A te, spettava la cosiddetta “ultima parola”.

Potrei continuare ancora, ancora, ancora…ma, anche per te, lascerò cadere il resto dei ricordi, nel fondo della mia anima…

Sabato mattina, per l’ultimo saluto, sarò presente…col cuore, lo stesso che hai regalato a tutti, per anni…

Eterno riposo… Prof. Piero Giannini.

Francesco D’Arenzo 

 

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L’ABBAZIA TRA GLI ULIVI, LUNGO I SENTIERI DELLA MONTAGNA SACRA

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Abbazia di Kalena (Peschici-Foggia) in una foto del pittore Day Thrin Dinh

‘L’Abbazia tra gli ulivi” è il nuovo romanzo di Paolo Labombarda, ispirato alla storia dell’Abbazia di Càlena,  e presentato il 3 settembre presso la sala consiliare di Peschici.

Dopo i saluti dell’assessore Donato di Milo, Lina Biscotti (Associazione culturale Pesclizo), Menuccia Fontana (Italia Nostra,  sezione Gargano), Teresa Maria Rauzino  (Centro Studi Giuseppe Martella) hanno dialogato con l’autore sulle tematiche del libro. Stralci dell’opera sono stati letti, durante la serata, da Patrizia Ugolotti.

Labombarda (ingegnere di origini peschiciane, nato a Roma nel 1940, consulente di gestione d’impresa e docente all’università Tor Vergata di Roma),  ha pubblicato varie opere: è coautore con Rocco Tedeschi e Patrizia Ugolotti della “Grammàtëca peschëciànë” e di “Paràulë” (Aracne Editrice) ed autore di due romanzi: “Venti di grecale. Peschici anni ’40” e “Fontana muta”. Ha pubblicato  due sillogi di racconti  “Gocce” e “Atmosfere del Gargano” (Gruppo Albatros Il Filo).

Il nuovo romanzo, ‘L’Abbazia tra gli ulivi” (Gruppo Albatros, Roma 2017, € 15,00 ), racconta vicende che si svolgono sul Gargano all’inizio della primavera del 1556. La narrazione si snoda lungo i sentieri della ‘Montagna Sacra’: inizia a Roma, presso la tomba di San Pietro, prosegue sulle mulattiere ai bordi del lago di Varano, condivide i ritmi di vita propri dell’Abbazia di Calena, termina nella Grotta dell’Arcangelo Michele a Monte Sant’Angelo. Il Gargano è periferia del Regno di Napoli, assoggettato alla Corona di Aragona. Il Mare Adriatico è crogiolo di interessi contrastanti: su di esso si affacciano etnie e culture diverse (Regno di Napoli, Stato Pontificio, Repubblica di Venezia, Repubblica di Ragusa, Impero Ottomano…), scorrazzano flotte corsare e ciurme piratesche. L’Europa vive profondi sconvolgimenti economici, politici, religiosi, sociali. Gabriel, monaco galiziano, pellegrino diretto in Terra Santa, è l’‘io-narrante’. La storia di Gabriel interseca le storie di Raphaël, già lanzichenecco bretone; Mëcaëlë, capraio garganico; Benedicto, abbate di Calena … L’Abbazia di Calena, già ricchissima e potente, è intenta a contenere la situazione economica deprimente, a valorizzare il ruolo culturale acquisito durante secoli, ad arginare le mire di possesso di un feudatario. I Canonici, guidati da Benedicto, perseguono con dedizione e tenacia i dettami della Regola (‘Ora, Lege, Labora’), tra l’indigenza della maggior parte della popolazione e l’opulenza di pochi possidenti arroganti, arroccati nelle loro Case-Castello. Le vicende si susseguono, ora usuali ora impreviste, in un’atmosfera semplice, umanissima anche quando crudele, pervasa da afflati di spiritualità.

Di seguito, la recensione di Menuccia Fontana

 

copertina libro Labombarda su Kalena

Conosco Paolo Labombarda e la sua facilità di narrazione, ma quando mi ha parlato di questo nuovo lavoro ho pensato fosse  tutt’altro. L’Abbazia di Kalena è per me un pensiero triste, una battaglia perduta ad un passo dall’averla salvata; ecco m sono forse detta, forse Paolo ha ripercorso questi ultimi anni tra speranze e delusioni che hanno visto l’impegno della società civile per salvare “L’abbazia tra gli ulivi”.

Non è così, il testo ci porta indietro di molti secoli e ci fa entrare in una storia di pellegrini; Gabriel (monaco galiziano), Raphaël (lanzichenecco bretone), Mëcaëlë (capraro peschiciano), dal lago di Varano alla grotta di san Michele percorrono la “Via Sacra) tra mille accadimenti e altrettante difficoltà.

Un percorso costellato da incognite, strade impervie, il continuo confronto con la realtà difficile di quei luoghi ed anche personaggi ambigui e spietati che ancora dopo secoli ritroviamo, perché Kalena ha ancora il suo “Don Enrico” che con arroganza ne rivendica la proprietà; gli incendi nelle pinete e la distruzione del paesaggio sono storia recente.

Per l’autore questo testo è stato un atto di amore per il suo Gargano che per lui è un luogo dell’anima, quel luogo da cui anche se la vita ci ha allontanati non ci separerà mai.

Questo è anche un racconto di grande serenità che ci fa entrare in un’altra dimensione di vita. La vita monastica, appunto, con i suoi tempi cadenzati e lenti, dove i bisogni sono pochi, solo il necessario, e la felicità supera le angustie quotidiane con uno sguardo sempre verso il cielo. “Grazie, Signore!” è il filo conduttore di questo viaggio, che pare interminabile a questi pellegrini del ‘500 che si stupiscono ad ogni passo.

“Quanti  spazi, Signore, elevano la mente, l’animo, questi spazi invitano alla preghiera, invitano ad avvicinarsi a te”. Ma il loro sguardo su tutto ciò che li circonda è uno sguardo innocente di fanciullo che si perde in quel mare azzurrissimo cercando non l’orizzonte ma l’infinito.

Questo lungo racconto coinvolge il lettore e lo trascina in un’atmosfera arcaica dove misticismo e vita reale si incontrano in un quotidiano fatto di piccole cose e grandi eventi. Si impreca quando la bellezza dei luoghi viene devastata dagli incendi ma, per pentirsi subito dopo e chiedere perdono.

L’ultima meta di questo viaggio è la più suggestiva, con la nostalgia nel cuore per i luoghi abbandonati si va verso le abbazie e i santuari, luoghi solitari di una vocazione religiosa che sembrano perdersi tra male e cielo.

Santa Maria di Pulsano, Monte sacro e poi la grotta di san Michele avvolta di mistero e suggestione, ma è qui la meta sicura. L’assalto dei Saraceni all’abbazia di Kalena che ha portato distruzione e morte è lontana, c’è come un rammarico per essere fuggiti, lasciando quei luoghi sacri alla mercé dei predatori ed è per questo che, prostrato in ginocchio, Gabriel chiede perdono all’Arcangelo.

Qui termina il racconto che è anche metafora  di accadimenti più recenti che hanno visto i riflettori sull’Abbazia di Kalena oggi abbandonata ad una lenta agonia da amministratori distratti che non sanno prendere decisioni forti e risolutive. Ma l’Abbazia degli ulivi aspetta ancora, paziente, ancora avvolta, pur degradata, nel suo fascino antico.

Paolo Labombarda ha voluto ricordarci la preziosità di questi luoghi, la loro bellezza, la loro religiosità, che tutti oggi dobbiamo sentire il dovere civico di proteggere e difendere dai novelli pirati che sono ancora vicini a noi e costituiscono un pericolo per questo territorio di grande bellezza, “dono di Dio alla sua gente” come dice, appunto, l’autore.

Ed è alla sua gente che dovrebbe tornare l’abbazia di Kalena, luogo di culto per la collettività come nello spirito di chi la volle edificare.

Menuccia Fontana

(Presidente Italia Nostra, sezione Gargano)

IL LICEO DI VICO SI “RITROVA” (editoriale di Francesco A.P. Saggese)

Il 20 agosto 2017 gli ex alunni del Liceo-Ginnasio Statale “P.V. Marone”di Vico del Gargano, i dirigenti, i docenti, gli assistenti tutti, si sono ritrovati a pochi mesi dal 50° anniversario dalla sua nascita. L’incontro è stato possibile grazie ad un’iniziativa nata sul gruppo facebook Garuv e promossa dagli organizzatori Gerardo Alifano, Maria Teresa Rauzino, Matteo Cannarozzi De Grazia e Sergio Baldassarre.

 

La platea dell’Auditorium comunale di Vico è grande, tante file di posti a sedere una dietro l’altra; e uno dietro l’altro gli ex alunni del Liceo di Vico hanno fatto capolino in sala, spingendo il loro sguardo oltre la tenda d’ingresso, squarciando così ore, giorni, mesi, e anni di uno dei licei più longevi della nostra Provincia.
Gli occhi, aguzzandosi, indagavano su questo o quel volto, come se ognuno fosse alla ricerca di qualcosa nascosta dalle rughe lente del tempo.
Così, quelli che a prima vista potevano sembrare degli sconosciuti o persone che “conosci e hai visto da qualche parte” via via trovavano conferme, fino a diventare calde strette di mano e abbracci forti, perché avevi ritrovato il/la tuo/a compagno/a di Liceo, del tuo Liceo.
È un attimo, e sembra ieri, quando la professoressa raccontava D’Annunzio, o quando ti sei innamorato per la prima volta, o quando venivi chiamato alla lavagna, o quelle declinazioni ripetute cento e cento volte; Platone e la guerra dei Cent’anni, l’accento circonflesso, seno e coseno, e la speranza di trovare quella piccola frasetta riportata su quel lemma del vocabolario di greco o di latino che avrebbe dato senso più “compiuto” al tuo compito in classe.
Comincia la cerimonia ufficiale, siamo in tanti tra alunni, docenti e assistenti; gli organizzatori illustrano per filo e per segno tutti i passaggi che ci hanno permesso di stringerci ancora le mani.
Si succedono una dietro l’altra testimonianze cariche di ricordi e di bellezza, di nodi in gola e di “grazie”: in ognuna di esse si percepisce chiara la grandezza e l’importanza del nostro Liceo.
Mentre ascolto interessato le parole di ognuno mi chiedo tra me e me: ma oggi senza il “mio” liceo – gioie e dolori – dove sarei stato? Cosa avrei fatto? Se non avessi tradotto il greco, o il latino, sarei oggi la persona che sono?
Le radici culturali impiantate dal Liceo negli anni di ciascuno hanno prodotto un capitale umano enorme, inestimabile, sparso in ogni angolo del mondo: fuori e dentro Vico. Un patrimonio speso in ogni dove con caparbietà e coraggio, che ha permesso a ciascuno di realizzarsi secondo le proprie inclinazioni e portando alla collettività quel contributo di esperienza carico di valori.
Che tesoro che abbiamo, una miniera senza fine di competenze preziose.
Un tesoro che l’anno prossimo compirà cinquant’anni di vita (1968-2018), e che ha attraversato dalla fine degli anni Sessanta generazioni di vite e di storie di oltre tremila studenti.
Il Liceo è stato – ed è – un padre e come tale lo dobbiamo festeggiare.
Da qui l’idea promossa dagli organizzatori di riunire le classi con i modi migliori (dai social alle lettere), nominare dei capoclasse e organizzare qualcosa d’importante per l’anno prossimo.
Provare a creare qualcosa che strutturandosi nel tempo possa diventare socialmente utile: è stata infatti rilanciata l’idea – ottima a mio parere – dell’Accademia dei Liceali, che in qualche modo possa associare risorse intellettuali trasversali a ogni settore.
Un’assemblea aperta che merita partecipazione e attenzione, un appello a non perderci e a farsi sentire, un invito lanciato a tutti gli studenti e a chi ha incrociato la sua vita con questa scuola.
È stato bello ritrovarsi, ripulire le radici incrostate dal tempo ma impiantate nel cuore di ciascuno. Radici che ci rendono più simili, più vicini; quelle che ci permettono di ritrovare ciò che siamo stati – la meglio gioventù, avrebbe scritto Pasolini –, quello che siamo diventati, i nostri sogni e le nostre speranze per qualcosa di migliore.
Ecco, non è stato così solo un salto commosso nel passato.
E se avete inteso questo mi sono espresso male: al contrario è stato un salto nel futuro, verso qualcosa che accadrà – che deve accadere – e che ci renderà migliori, più di quello che siamo.
Grazie allora a chi ha permesso tutto ciò: Gerardo Alifano (http://garuv.blogspot.it/; fb: GARUV), Maria Teresa Rauzino (https://rauzino.wordpress.com), Matteo Cannarozzi De Grazia, Sergio Baldassarre e tutti gli intervenuti, e a tutti quelli che in futuro vorranno esserci.

Francesco A. P. Saggese

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Un giorno di morte (editoriale Francesco AP Saggese)

A proposito degli incendi di questo scorcio di estate garganica

IMG_2390Ricevo una foto sul cellulare.
La guardo e rimango in silenzio.
Siamo all’apice di un giorno e di una notte di fiamme.
Un amico al telefono mi racconta che è un giorno di lutto sul Gargano e penso che sia proprio così.
La voce del vento, che scompone e ricompone le nuvole del cielo giocando a colorare il mare, sì è fatta cupa, pesante. Soffoca.
Hanno ucciso gli alberi, creature viventi – come li definisce anche il poeta.
Oggi anche gli altri Aleppi hanno smesso d’inebriare l’aria con le loro resine.
Nessun pittore potrà fissare sulla propria tela l’azzurro garganico che si fa velo di zucchero all’orizzonte.
Nei nostri occhi si dimenano fiamme impazzite, si contorcono, si piegano e si rialzano senza senso, un mostro con mille lingue di fuoco fameliche pronte a divorare ogni cosa.
E’ un giorno di morte.
Sono morti gli alberi.
Li hanno uccisi.
Vorrei abbracciarli uno a uno.
Erano lì solo per prendersi cura di noi.
Con loro hanno ucciso la civiltà, la possibilità di non raccontare più di disastri già vissuti e di voltare pagina, la possibilità di diventare migliori.
Siamo stati incapaci di difenderli dagli assassini.
Dovevamo tenere tutti gli occhi aperti, spalancati, invece li abbiamo chiusi ancora una volta.
Abbiamo dimenticato in fretta, troppo in fretta.
Avrà riso chi ha appiccato il fuoco?
Avrà scelto con cura il luogo in cui farlo?
E ora cosa pensa? Ora che sente i canadair volare sulla propria coscienza.
E io cosa farò di fronte a questa morte?
Chiederò giustizia? Scenderò in piazza?
Le domande bussano alla mia porta.
Vorrei abbracciare ogni albero, farlo sedere accanto a me, curargli le ferite, rinvigorire le sue radici, provare a chiedergli scusa per la nostra miseria, per l’assenza di riconoscenza per l’aria che ci permettono di respirare.
Mi farei raccontare le storie di mille e mille anni delle pinete e poi delle foreste, perché gli alberi raccontano il tempo; mi farei raccontare degli uccelli che trovano dimora sui loro rami e degli altri animali che gli girano intorno.
Chiederei il permesso di salire su, ramo dopo ramo, fino alla cima, e da lì guardare l’immensa distesa verde, che all’orizzonte cede il passo alle creste bianche delle onde del mare, che una dietro l’altra si rincorrono, ed è tutto come se leggessi i versi di un poema, il più bello che sia stato mai scritto.

Francesco AP Saggese.                    ***

La foto è di Pasquale D’Apolito (28 mm Studio)
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