L’ultimo viaggio tra i castelli medievali pugliesi con Raffaele Licinio

Oggi ci ha lasciato il prof. Raffaele Licinio, un medievista di livello internazionale, che con ironia e leggerezza ha reso accattivanti temi solitamente ostici, regalandoci bellissime pagine di storia. Non dimenticherò mai la sua lotta contro i pregiudizi e gli stereotipi che sul Medioevo e nel mondo contemporaneo regnano sovrani. Non scorderò mai i suoi frequenti interventi (purtroppo inascoltati) per salvare e per riportare alla fruizione collettiva l’abbazia di Kalena, in agro di Peschici. 

 Licinio è stato professore ordinario di Storia medievale e direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi presso l’Università di Bari, concentrando i suoi interessi di ricerca sul Mezzogiorno medievale principalmente su due filoni tematici, sino a qualche anno in ombra o insufficientemente dibattuti dalla storiografia medievistica: la storia agraria regionale, esaminata nel contesto della storia agraria meridionale e mediterranea, e la storia delle strutture di fortificazione, all’interno del “sistema castellare” del Sud Italia. 

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Nel 2010, ebbi il grande onore di presentare, a San Nicandro Garganico e a Lucera,  il bellissimo volume di Raffaele Licinio “Castelli medievali”, una vera pietra miliare della storia del Mezzogiorno medievale,  ripubblicato in edizione aggiornata da “Caratteri Mobili”. Una storia dei “Castelli medievali” pugliesi e lucani, raccontata al di là degli stereotipi e delle leggende imperanti… Ve la ripropongo.

Dietro ogni castello medievale – esordisce Raffaele Licinio nella prefazione a “Castelli medievali”-  c’è anche l’immagine dei castelli. tante immagini di castelli, prodotte in secoli estranei al Medioevo e frutto di sintesi culturali diverse. Castelli gotici, castelli romantici, o pieni di misteri, avventure e trabocchetti. Immagini sconfinate oggi, nell’immaginario collettivo, nella dimensione fuorviante del fantastico, dello stereotipo o peggio  dell’esoterismo. Il trionfo mediatico  di una serie di film e di trasmissioni televisive (“Voyager” e “Misteri”), con i loro paradossali castelli simil-piramidali, contenitori di improbabili Graal e di stupefacenti messaggi provenienti dai  Templari o  dallo spazio,  rende indispensabile il recupero, nella cultura diffusa, della dimensione storica autentica dei castelli. Ecco il senso della riedizione di questo libro di Licinio: far capire come il castello meridionale, fulcro di un vero e proprio “sistema castellare”, sia divenuto metafora del potere. Cifra di un “sistema di governo” efficace e duraturo. Nel Mezzogiorno bassomedievale, la realizzazione del sistema castellare è attribuita a Federico II, ma secondo Licinio, questa tesi, se non errata, è parziale: furono i Normanni, e soprattutto  Ruggero II, fondatore del loro regno, a dare centralità ad un fenomeno già in atto, valorizzandolo e ponendolo al servizio della monarchia.

L’accordo di Melfi della fine del 1042 ne segna l’avvio: 12 signori normanni si assegnano città pugliesi e lucane, conquistate o da conquistare, in ogni caso da riattrezzare militarmente.  In Puglia furono ristrutturati 7 castelli e 29 furono edificati  ex novo.

Verso la metà del secolo XII , un musulmano di nome Edrisi, geografo alla corte di Ruggero II, sottolineò l’interdipendenza tra sicurezza e sviluppo economico.

Gli effetti che il processo di incastellamento di età normanna produsse nel territorio non furono quindi soltanto di ordine militare. La difesa fu solo uno degli elementi che motivò l’incastellamento, un “sistema” complesso di relazioni sociali, istituzionali, politiche e urbanistiche.

Attrezzare militarmente un territorio significava aumentarne le potenzialità agrarie e insediative.

Questa logica ispirò anche l’incastellamento svevo. Vincolato ma anche esaltato da un apparato burocratico capillare ed efficiente, il “sistema castellare” federiciano fu elemento fondante di un programma più complesso, decisivo per il  governo del territorio. Non una rottura, ma un salto di qualità, rispetto al passato. Come Ruggero II, anche Federico capì che, nel regno, la possibilità di governare e custodire la pace passava per il rigido controllo di ogni forza centrifuga, in primo luogo di quelle baronali. Castel del Monte fu magnifico esempio di «pietrificazione dell’ideologia del potere», di «manifesto della regalità», di identificazione immediata del potere svevo.

Il numero dei castelli federiciani fu rilevato, per gli anni 1241-1246, dallo “Statutum de reparatione castrorum”, un’inchiesta  sulle località tenute ad assicurare il restauro e l’ordinaria manutenzione dei castelli regi.  Lo Statuto non riporta i castelli feudali, le fortificazioni e le cinte murarie delle città e delle comunità ecclesiastiche, le torri urbane e rurali. Sui circa 250 edifici censiti 111 riguardano la Puglia e la Basilicata, suddivisi in 69 castra e 42 domus. In pratica quasi la metà delle strutture castellari del regno. E’ stato calcolato che dal 1220 sino alla morte di Manfredi (1266), siano stati ampliati o mantenuti in efficienza 34 castelli preesistenti, e altrettanti siano stati edificati ex novo. Cifre da ridimensionare, soprattutto quelle relative ai castelli di nuova costruzione. In realtà Federico  II ne fece innalzare ex novo solo a Foggia, Lucera, Trani, Castel del Monte, Gravina, forse ad Apricena e Brindisi.

Provvedere alle necessità di tutte le fortezze demaniali del regno comportava onerosi impegni finanziari non indifferenti anche per Federico II . Ecco allora gli appunti mossi al sovrano, tra il 1223 e il 1225, durante la costruzione del palazzo imperiale di Foggia, dall’anziano e saggio giustiziere di Capitanata Tommaso di Gaeta, per l’elevato numero di fortezze, mura, torri, opere di difesa, costruite su monti e colline senza badare a spese, con il risultato di appesantire i carichi fiscali sulle popolazioni. «Non è indispensabile – scrive Tommaso a Federico – costruire fortezze così in alto, fortificare i ripidi colli, sbarrare con mura i pendii dei monti e circondarle di torri: anche senza una così elevata quantità di fortezze si può ben governare. Esiste una sola fortezza veramente inespugnabile, ed è l’amore dei sudditi, pronti a precipitarsi a migliaia contro le lance avversarie».

Nella Puglia angioina furono costruiti ex novo 19 castelli (tra cui Peschici), 63 vennero ristrutturati o riparati,  6 disattivati. Carlo I d’Angiò e, in parte, suo figlio Carlo II, conservarono l’impianto normativo del sistema castellare normanno-svevo. Ne adeguarono le strutture e ne ampliarono  le funzioni, secondo le necessità del momento. Un limite angioino fu lo smembramento di parte del demanio, in passato gelosamente difeso dagli Svevi, a favore dei baroni di origine francese che li avevano sostenuti nella conquista del Sud Italia.

Alla fine del secolo XIII, il motto “Nessuna città senza castello regio!” appare rovesciato. Il decastellamento, lo smembramento di ciò che un tempo fu dimostrazione di potere del sovrano, diventa esigenza vitale di sempre più agguerrite forze periferiche (dal popolo cittadino al barone). Una fonte abruzzese, la “Cronaca aquilana rimata” di Buccio di Ranallo ci mostra come, alla fine del 1293, guidati da un capopopolo, Niccolò dall’Isola, gli Aquilani si ribellano a Carlo II, ne sconfiggono e ne espellono le truppe, ne abbattono i castelli. È il popolo cittadino che scende in campo contro il potere centrale: una forza organizzata, coesa, consapevole di sé, che si riunisce in un “parlamento”, verifica i propri interessi in “un granne radunamento”, individua obiettivi comuni, trovando il coraggio (le “coragera”), per lanciare un assalto coordinato e in massa ai simboli primi e più evidenti del potere regio: le strutture castellari, quelle “rocche de intorno” che rappresentano un «grande impedimento». E che è necessario “derrupare”, abbattere definitivamente, se si vuole conquistare e conservare l’autonomia.

Il tempo scandirà nuove egemonie…

Teresa Maria Rauzino

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AMARCORD, DOMENICO SANGILLO!

SPAZI DENSI ALLA MOVIOLA DELL’ANIMA

Spazi densi alla moviola dell’anima per l’artista rodiano “dal singolare estro”, che fece rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana.

Il Gargano, con i colori della sua naturale tavolozza mediterranea, da sempre è stato un magnetico polo di attrazione per i “maestri del colore” italiani e stranieri. Domenico Sangillo (Rodi Garganico 29 gennaio 1922- 8 gennaio 2016) , fu uno di quelli che decise di andarsene. Ma dalla Capitale, divenuto uno degli artisti più significativi del “tonalismo” romano che faceva capo a Mafai, lanciò l’immagine dello Sperone in tutta Italia.

E’ sempre il Gargano ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: dopo molti anni vi ritorna, e continua a dipingere finchè ne ha la forza, con fulmineo tocco tonale, suggestivi olii su tela, quasi che l’improvvisa “illuminazione” gli possa sfuggire, come acqua tra le dita aperte. Scaglie di colore, fuso e sovrapposto a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione. E’ soltanto la luce a far questo oppure è l’irrequieta sensibilità di Sangillo che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?

L’atmosfera soffusa è creata dalla magia del mezzo tono. Eppure il colore trionfa in ogni tela con alternanze di toni ora tenui, ora violenti, sempre vitali.

“I ritmi melodici che formano la vasta sinfonia dei quadri di Sangillo – osserva Milo Corso Malverna – sono come una musica suonata in sordina, un magico coro a bocca chiusa”. Rocce, lago e cielo non hanno bisogno di essere amati, lo sono già da tempo immemorabile…

La sua Terra gli si presenta nella sua essenza ancestrale: “Gargano eterno: Carsico cetaceo, / mistero / dei remoti universi”.

Un ricordo antico lo lega alla sua Terra rocciosa lambita dal grecale: “In cima / al Talero / una casetta vetusta, / dove si accapigliano / i venti di mare, / dove inerti / marciscono / le foglie del castagno, / dove, sbiaditi / dimorano / i miei giuochi / di un tempo”.

Il Gargano assurge a Purgatorio dei vivi: “Reclini / gli ulivi del Mileto: / amorfi fantasmi / dai venti condannati!” .

Ama le atmosfere brumose. Il Varano diventerà il suo rifugio. Qui, gli sarà possibile “addormentarsi e svegliarsi in un capanno, avvertendo il sommesso respiro del lago”: “Gocce di luna / smerlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco dei pescatori / si perde nel gorgo del mistero”.

Lunghe notti passate, nell’attesa del giorno, a osservare il Firmamento: “Cade una stella; / nel tempo della sua scia / si dissolve la mia memoria”.

Una vita segnata da quotidiani incroci tra la vita e la morte: “Due usci contigui: / un fiocco rosa / un drappo nero. // Incontro / di inesausti / viandanti”.

Una sofferenza rinverdita da ricordi che non lasciano varchi: “Lapilli / di ricordi / ardono / nella memoria, / or che / martoriata / cerca / requie”.

Ma il vitalismo dell’artista emerge con forza nella lirica d’amore. Un sentimento che continua a ispirargli “palpiti” profondi:

“Vorrei spandermi / dentro di te / come acqua / tra le rocce, / lambire / i granelli del tuo mistero; / ma tu / sei / chiarore lunare, / ove scivola / il mio tempo”.

La forza di Sangillo è proprio qui. E continua, ogni giorno, a emozionare i suoi lettori.

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CHI E’ DOMENICO SANGILLO

Fin dalle prime “personali”, Sangillo viene definito dalla critica un artista “dal singolare estro”, che fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana, in un tenue distacco dalla realtà contingente.

La suggestione estetica, prodotta dallo spettacolo della natura e dall’eleganza e dalla raffinatezza di un ambiente carico di memorie storiche e di opere d’arte, è chiamata a fare da impareggiabile sfondo alla sua produzione.

Proprio a Roma vive la stagione più feconda della sua parabola artistica, proponendo le sue tele, oltre che nelle Quadriennali e nelle mostre di rango, nelle rassegne “en plein air” della Montmartre italiana: Via Margutta.

La “Strada degli artisti”, negli anni della “dolce vita”, diventa due volte all’anno una “parata di arcobaleni”, illuminata a giorno nelle suggestive notti di giugno. Secondo le cronache romane di “Il Tempo”, in quelle tiepide serate “è tutta un fantasmagorico quadro, formicolante umanità a coriandoli, dentro la cornice di tetti che si rincorrono da Trinità dei Monti al Pincio”.

Sino a notte fonda, uomini e donne di tutte le età e tutti i gusti, anche di nazionalità estera, si incontrano e si scontrano negli apprezzamenti e nelle polemiche davanti ai quadri “che sembrano offrirsi crocifissi e indifesi al supremo giudizio della folla”.

Sangillo vi afferma il suo stile personalissimo. Ed espone nelle più prestigiose gallerie italiane, tra cui la Gussoni di Milano, presentato da Valerio Mariani, noto critico d’arte, titolare della rubrica “La Ronda delle Arti” alla Rai di Roma.

La mostra vede la presenza costante di Carlo Carrà, che esprime giudizi lusinghieri all’artista, e si intrattiene con lui per interi pomeriggi a parlare dei quadri, affascinato dalla sua vena creativa.

Sulla “performance” milanese scriverà una bella recensione Raffaele De Grada, allora in forza alla sede Rai della città lombarda.

Nell’ultimo ventennio Sangillo ha pubblicato varie sillogi, rivelando un’ispirazione poetica intensa e originale. Le liriche di “Figure e palpiti di vita” (1982), “Sapore del tempo” (1985), “Specchio di antiche lune” (1989), sono confluite nelle sillogi “Segni di un uomo nel tempo” (1991), “Parole e silenzi” (1992), “Sogno e memoria” (1996), “Approdi” (2002), tutte edite da Schena.

Il pittore Manlio Guberti, nel 1985, dopo aver ricevuto le sue prime sillogi,  gli scrive: “Caro Sangillo, grazie per le sue righe e le belle, delicate liriche che mi hanno riacutizzato la nostalgia del Gargano: terra che, come Lei sa, mia moglie ed io abbiamo profondamente amato e rispettato prima che la speculazione ne facesse l’attuale grossolano, banale caravanserraglio. Non sapevo che avesse anche il dono di scrivere in versi, in molti dei quali traspare la sensibilità della visione pittorica. Spero tuttavia che non abbia smesso di dipingere, anche se ha lasciato Roma: proprio nella sua terra dovrebbe ritrovare, se pure in zone remote e nascoste, il suo fascino e l’impulso e l’impulso a dipingere ancora di più. Noi abbiamo lasciato Grottarossa da 18 anni, dopo aver trovato un pascolo di 13 ettari a una trentina di chilometri da Roma (presso la via Flaminia); ci abbiamo piantato tantissimi alberi, costruito lo studio e infine la casa in piena campagna. Continuiamo inguaribilmente a far le stesse cose di prima, scrivere, imparare, dipingere, coltivar la terra senza veleni, insegnare, far musica: abbiamo sviluppato l’arte di viver nascosti, altrimenti non potremmo fare quello che facciamo in un mondo così ridicolmente mercificato. Dopo ben sette anni, l’anno scorso sono ritornato nel Gargano per una settimana d’inverno, e spero che in futuro ci tornerò qualche volta per camminare nelle zone ancora non guastate. In tal caso, dovremo fare in modo di incontrarci. Buon lavoro e i migliori saluti da Manlio”.

E’ stato lo scrittore Giuseppe Cassieri, nella prefazione a “Specchio di antiche lune”, a definire per primo la superiore “essenza” dell’arte e della poesia di Sangillo:

“Figli della stessa terra, vittime delle medesime inquietudini ambientali, entrambi sedotti dal medesimo paesaggio garganico: il Varano, Santa Barbara, il Taléro. Lui però ha avuto il merito di scommettere tutto nel poco spazio che gli veniva concesso, radicarsi fino all’osso carsico sottostante, alimentare i propri doni creativi di quotidiane ansie, di infinite tenerezze. Se il prezzo pagato in termini di sopravvivenza personale è oggettivamente alto, le Muse in compenso sono state generose con l’artista, rinnovandogli i loro favori a ogni rinascita del giorno. Non solo il poeta del disegno e del colore, che certo è preminente e gli assicura un posto di rilievo nelle correnti figurative del Mezzogiorno, ma anche il poeta in versi. Da leggere, oso suggerire, in lieve abbandono, accostando l’orecchio alle minime crespature del cuore e del lago (il referente elettivo di Sangillo), così come occorre spalancare l’occhio sulle minime vibrazioni dei verdi e degli azzurri in disperata sinergia sulla tela, quanto più tetre si rivelano le corrispondenze umane, e come refrattario, inibito, il senso del mondo. C’è un’immagine – in realtà un bell’ossimoro – che estrarrei dal Canzoniere amoroso e la porrei emblematicamente al centro dell’esperienza lirica che accompagna il nostro autore: ‘Il tuo gelo / mi ustiona’. Ecco: ho l’impressione che turbamenti e aspre veglie, malinconie e rare esultanze, passino di lì”.

Teresa Maria Rauzino

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BIBLIOGRAFIA

“Domenico Sangillo Opere”, a cura di Teresa Maria Rauzino, Claudio Grenzi Editore, Foggia 2000.

 

Ricordando … Romano Conversano

UN TUFFO TRA I COLORI DELL’ARTISTA CHE AMO’ PESCHICI 

 

Chi è Romano Conversano? Lo ricordiamo ai nostri lettori che non l’hanno conosciuto.

L’artista nacque il 30 settembre 1920 a Rovigno d’Istria da padre pugliese e madre istriana, figlia del pittore Giuseppe Bino. Compiuti gli studi all’Accademia di Belle Arti a Venezia, insegnò per alcuni anni a Pola. Durante la guerra, si impegnò nella Resistenza, ed organizzò a Belluno un cenacolo di giovani artisti fra i quali Tancredi e Romano Parmeggiani. Si legò d’amicizia con Emilio Vedova e Rodolfo Sonego. Dal 1946 al ’54 visse a Rovereto, animando l’ambiente artistico e culturale della vivace città trentina. Dopo numerosi viaggi di studio in Francia, Spagna e Fiandre, che rappresentano nella sua pittura altrettanti “periodi”, si stabilì nel 1954 definitivamente a Milano, dove partecipò da protagonista alle maggiori manifestazioni artistiche. Il suo luminoso studio in via Rossini divenne il ritrovo di tanti intellettuali italiani, tra cui Eugenio Montale, il cui profilo l’artista schizzò in una delle sue inconfondibili grafiche.

Nel 1957 Conversano restaurò un piccolo castello a picco sul mare a Peschici, nel Gargano, dove si ritirò a contatto con una natura solare e primitiva: fu il periodo dedicato alla “Puglia antica” contrapposto a quello delle “Donne d’oggi” del Nord con i loro problemi esistenziali. Nel 1974 gli venne conferito l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano. Nel 1980 fu nominato membro dell’Accademia degli Agiati di Rovereto. Peschici gli conferì, nel 2002, la cittadinanza onoraria. Romano Conversano ci ha lasciato il 22 luglio 2010. E’ sepolto a Rovereto. Chi l’ha conosciuto ha un bellissimo ricordo della sua grande umanità, oltre che del suo genio artistico.

E’ quello che è emerso nel corso del Memorial a lui dedicato.

“L’Attacco” del 27 settembre 2011 pubblicò la testimonianza della “prima venuta” a Peschici, nel 1957, raccolta  da chi scrive nel 2002 dalla viva voce di Romano Conversano, nella serata del conferimento della cittadinanza onoraria da parte del Consiglio Comunale di Peschici e  la relazione dello scrittore Piero Giannini tenuta al Memorial.

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L’incontro di Romano Conversano con il comune garganico e il suo racconto durante la cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria

 “C’E’ PESCHICI. SONO RIMASTO INCANTATO, MI SONO SENTITO CHIAMATO”

 

“Sono un pittore di origini pugliesi, papà mio era di una bella cittadina ricca, pulita e anche benestante che si chiama Conversano. Anch’io, nel mio piccolo, ho avuto un “periodo spagnolo” come i grandi pittori, in un paese incantato che si chiama  Gaudix, in Sierra Nevada. Aveva delle case a cupola tagliate nel tufo, con dei comignoli altissimi. La gente sapiente di questo paese aveva conservato i comignoli, come a Tartu in Russia (Estonia), sembravano paracarri fantomatici.

Alcuni anni, dopo, ormai vivevo a Milano, in un angolo tra Brera e la Scala, mi fermo al banchetto di un venditore di libri usati e, per caso (la cercavo da tempo), trovo una di quelle bellissime pubblicazioni dell’Ente Turismo (Touring Club Italiano 1937). La  compro per pochi soldi, vado a casa, mi metto in ginocchio, apro a caso, si aprono le due facciate, in calce all’unica pagina doppia del grosso volume che occupa la base, c’è Peschici. Sono rimasto incantato… mi sono sentito veramente chiamato. Quando abbiamo potuto, mia moglie insegnava economia domestica, avevamo un’adolescente a casa, Margherita (che è sempre nel mio cuore, anche allora pallida, elegante), siamo venuti. Con un piroscafo, da Manfredonia fino a Peschici. Una donnetta allegra, simpatica, con un occhio un po’ indipendente, ci domanda: “Dove andate con questo bagaglio?”. “Andiamo a Peschici!”. Stavamo arrivando sotto al gettatoio… “No, no qua, no, no! Andate a Rodi o a Tremiti!”. Le  ho    detto: “Peschici!”. Era agosto, sarà stata l’una e mezza di pomeriggio, il piroscafo si fermò.

Trasbordammo su una barca. Sul molo arriva un ragazzotto con le gambe storte, di poche parole. Senza tanti preamboli si accolla i bagagli, impietosito e forse esperto dice: “Facite subte!”. Ci fa incamminare in mezzo … a non vi dico quante deiezioni umane, tra i fichidindia…

Arriviamo  su stravolti, ci porta a casa… lui chiama i finanzieri, il portone non si apriva, era sbarrato, murato. Con delle martellate cominciano a schiodare queste due travi. Vediamo spiripinguli, vuschere  sgardavizze, tutti  impazziti che corrono di qua e di là.

Finalmente aprono il portone. Appena entriamo… I signori, quelli che hanno inventato la sindrome di Sthendal, avevano visto giusto… Quando l’anima non regge la bellezza, c’è una specie di mancamento… io mi sono innamorato del Castello a picco sul mare e della sua splendida   visuale…

Dissi a Margheritina e a mia moglie: “Me lo prenderei, ma sono solo un pittore…”.

Il giorno dopo arriva un signore in tenuta, con il berretto d’ordinanza, una bella parrucca nera. Disse: “ La signora Della Bella e don Nicola Damiani  la invitano con la famiglia a cenare da loro, a Capotondo”. Il nome Della Bella mi fece tornare alla mente reminiscenze dantesche…

Viene l’autista, andiamo a Capotondo, una casa gentilizia… c’è una vasca di marmo levigata, il principe Umberto II di Savoia era stato ospite loro. In un giardino pieno di fiori, sontuoso,  c’era una signora incintissima, biondo ramata, con delle belle braccia color miele, bellissima donna, mi dà una mano affusolata, mi dice: “Senta, ieri, quando il maresciallo dei carabinieri mi è venuto a parlare di voi, io avevo in grembo, oltre al mio bambino, una rivista, “Epoca”, che parlava di lei, con i quadri a colori e di tutta la sua vita. Il castello lo deve prendere lei… “.

E’ seguita una di quelle cene per cui io dico sempre: “Viva l’Italia”, una cena che non finiva mai, mezzanotte, l’una. “Del castello non si parla”, dico… “Ma no, mi dice, il castello deve essere suo. Abbracci, commozione, orgoglio. Mia moglie è coraggiosa a dire sì…

Il mio grandissimo amico Ottavio Rauzino, di poche parole, ma di molti fatti, 10 anni ha lavorato con me … Adesso i signori Afferrante mi hanno afferrato, come hanno afferrato le loro belle signore, la vita e il Castello…  e  mi invitano a queste piccola apoteosi. Perché, povero me, dico, perché? Forse perché ho tempestato il mondo di Peschici: Peschici la mattina, Peschici la sera, venite a Peschici! In Inghilterra, in America, a Parigi, Ginevra. Peschici! Peschici non esisteva. Peschici pensate che è un nome sdrucciolo. Peschici, come loro dicono: “Iavzte! (Alzati!)…”.

Romano Conversano 

(Testimonianza raccolta da Teresa  Rauzino dalla viva voce dell’artista, durante la cerimonia  per il conferimento della cittadinanza onoraria di Peschici, nell’estate 2002)

 

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IL RITORNO AD ITACA DI ROMANO CONVERSANO OVVERO “FRA COLORE”. LA SUA VITA … OLTRE LA PITTURA

 

 Autore: Piero Giannini

 

Quando il 2002 ebbi sentore di qualche incombente acciacco di un certo Romano Conversano ormai 82enne, a me noto solo dai racconti di mia moglie (sua estemporanea modella in tempo adolescenziale) mossi mari e monti per averlo – riaverlo! – qui a Peschici con una sua personale. Erano già due anni che allestivo e curavo mostre nelle segrete del castello per conto dei proprietari. La location quindi c’era. Mancavano solo una chicca e l’approvazione del protagonista. LA CHICCA = Perché non approfittare dell’occasione e conferirgli la cittadinanza onoraria per i tanti motivi legati alla sua figura, di artista testimonial di Peschici nel mondo nonché di pioniere di un turismo locale che di lì a qualche anno sarebbe esploso? Non fu difficile coinvolgere nell’impresa l’Amministrazione comunale e il sindaco dell’epoca, Franco Tavaglione. Molto più, invece, ottenere… L’APPROVAZIONE DEL PROTAGONISTA = Al telefono mi presentai come marito di una Lisetta da lui conosciuta negli anni 60, amica della figlia Margherita e bla-bla … bla-bla … bla-bla. Non fu l’unico contatto. Al primo ne seguirono diversi altri e parecchie rassicurazioni – tecniche logistiche di-trasporto ambientali – per scardinarne diffidenza e timori, preoccupazioni e retoriche… malinconie e nostalgie, soprattutto. Riuscii a scalfire la corazza del dissenso e nel varco mi ci precipitai a capofitto. “Sarà il tuo Ritorno a Itaca” lo blandii. E Ritorno a Itaca fu il titolo della personale. Olii e acquerelli ne anticiparono la venuta e quando arrivò… beh, quando arrivò fu come se due persone, amiche da sempre, si fossero lasciate solo la sera prima.  Ritengo che basti questa unica affermazione per comprendere cosa si scatenò fra di noi. Un ciclone di emozioni che portarono me a addolcirgli un soggiorno che aveva previsto difficoltoso e doloroso, e lui ad aprirsi raccontandomi passo passo ogni giorno della sua ottuagenaria esistenza. La famiglia d’origine, la quotidianità istriana, le foibe, la fuga dal paese natale, Rovigno, la guerra, la Resistenza, la militanza partigiana. Col nome di battaglia “Fra Colore”, giovane poco più che ventenne, cadde in una imboscata, insieme ad altri compagni, durante la seconda guerra mondiale. Ferito, catturato, interrogato. “Sei una spia!” “No, sono un artista.” “Sei un traditore!” “No, sono un pittore.” La rivelazione stimola l’anima artistica della SS al punto che quando si stila l’elenco dei prigionieri da fucilare, il suo nome non c’è. Questo, uno dei tanti episodi che mi svelava stando a mollo nell’acqua bassa della Baia di Manacore giocando con le onde come un bambino che non vuole uscire dal mare. E poi gli amori, le donne, le separazioni, i figli, le ristrettezze, i viaggi (Francia, Spagna, Fiandre), la meritata agiatezza, il successo, le mostre, le biennali, i riconoscimenti, i premi, la Collezione Tayar di New York, la nascita del mito del “poeta dal segno lungo”. E l’acquisto del castello di Peschici (una delle “patrie dell’anima” come definiva il paese), il suo restauro, il terrore che gli procurava il capomastro – Ottavio, oggi proprietario dell’Albergo Coppa di Cielo – passeggiando sul muretto a picco sul mare (84 metri) dell’antica fortezza ridimensionata già dal tempo di Francesco Emanuele Pinto quando il 1735 ereditò il feudo come principe di Ischitella.  Volle visitarla, la sua antica dimora, fucina di ispirazioni e “periodi” artistici (qui nacque il ciclo di “Puglia Antica”), ripercorrere solo per brevi momenti le stanze ristrutturate dall’ultimo proprietario e tornare, un solo, unico, dolente, penoso, lacerante istante, alla finestra sull’abisso in una cui fessura esterna aveva fissato un’asta dalla quale pendevano corde di chitarra. Così, quando il grecale si abbatteva violento e feroce sulla falesia e sulle mura della costruzione, la sua “arpa eolia” produceva sibili pronti a diventare suoni rabbrividenti in grado di trasformarsi ben presto in armonie e composizioni ultraterrene eseguendo le più belle armonie dell’universo.

“Mamma mia, cosa è diventato il mio Castello!” Era stato il suo commento quando al telefono gli avevo descritto gli ambienti in cui avrei sistemato i suoi lavori. “Mamma mia, cosa è diventato il mio Castello!” tornò a ripetere quando ne uscimmo e fatti pochi passi si fermò, assorto, gli occhi puntati sul gradino della porta della chiesa di San Michele nel Recinto Baronale.

“Lì sedeva la Saracena.”

“Saracena!?”

“Una bambina, coperta da uno straccetto, sempre scarmigliata e sporca, il volto rabbuiato, lo sguardo fisso su ogni mio movimento… Una selvaggia. Una… saracena.”

“Perché selvaggia.”

“Era l’unica che non mi si avvicinava … mai … quando uscivo o rientravo, a differenza di tutti gli altri scugnizzi che mi attorniavano e mi facevano festa. Sapevano che avevo sempre qualcosa per loro nelle tasche.”

“Mai?”

“Mai! Per quanti inviti le inviassi. Mai. E mai una parola, neanche da lontano.”

“Tentasti di avvicinarla?”

“Fuggiva, come una scheggia. Ogni volta … Meno una, quando si accorse che stavo per andarmene. L’estate era finita e io caricavo i bagagli in macchina. Capì che non mi avrebbe rivisto per tanto tempo. Allora si avvicinò, mi guardò dritto negli occhi, a braccia conserte. Una donnina incazzatissima. Mi aspettavo un saluto, un abbraccio, la volontà di riscattare tutto il tempo che mi aveva tenuto a distanza. Rimase invece a un metro da me e disse…”

. . . . .

“Disse?”

“Vaffanculo!”

Allontanandoci dal luogo della memoria aggiunse: “Adesso che ti ho trovato, ‘Ulisside del pensiero’ (mi chiamava così), non tradirmi anche tu e non farti mandare a fanculo.”

“Perché, qualcuno ti ha tradito, qui, a Peschici, tanto da sparire per interi decenni?” Non ebbe il tempo di rispondere – e non gli rinnovai più la domanda – perché fummo bloccati da una, due, tre, cinque anziani, ai quali se ne aggiunsero altri man mano che tornavamo in centro, donne e uomini, sbigottiti, senza parole, e un solo desiderio: fermarlo, tendergli le braccia arpionandolo come piovre tentacolari in amplessi furibondi, baciarlo, stringerselo al petto, allontanarselo un istante per meglio godersi il volto di normanno “trampigno” e tornare a stringerselo al petto. Lui ricambiava l’abbraccio e… li chiamava per nome. Non ne sbagliò uno. Li riconobbe tutti. Una memoria da elefante. La stessa che lo aiutava a lievitare dall’anima memorie e ricordi, persone e lotte, avventure e peripezie, donne e amori: l’intero coacervo di sensibilità artistica, autogestione ed elaborazione del successo che aveva fin’allora costellato il suo viaggio esistenziale. Le prime sconfitte, le prime soddisfazioni, le prime cadute, le favolose vendite delle sue opere, le quotazioni che toccavano picchi meritatissimi… le delusioni e le illusioni. La sua vita!  Tutto riportato in una serie di acrostici che la sua verve, la sua “joie de vivre”, stimolarono e sollecitarono in me: 99. Molti dedicati a lui, come l’intera silloge e il titolo: “NIÑO DE ORO”, titolo anche del n. 74 le cui lettere iniziali di ciascun verso riportano le parole della frase che ripeteva di tanto in tanto fin quando rimase a Peschici il 2002: “Sto vivendo in un limbo”. Versi che esaltano la sua incommensurabile, immarcescibile, quasi sfrenata ammirazione per l’eterno feminino.

 

Selci scheggiate da popoli antichi

Tonico viatico verso galassie

Ombre di cupole algide e tronfie:

Veleggia zattera come Kon-tichi

Inabissando zavorre gradasse

Vischio augurale per femmine gonfie

Ebbre di sesso e d’amore malate.

Niño de Oro quantunque vegliardo

Draga con l’iride solchi di pesca

Ottimi approdi di chiavi fatate

Inorgoglite da umore gagliardo

Non conturbato da facile esca.

Urge nel plesso la Ronda d’España

Nicchia nel ventre il grigio di Fiandra

Luce in Camargue lenisce e ristagna

Immarcescendo (rinata Cassandra)

Morbide dune da grezza lavagna.

Bambolea loco l’indocile stelo

Ottavio attende a Coppa di Cielo!

 

Ottavio, e io, dopo una ventina di giorni di… limbo, non lo aspettammo più. Il figlio Filippo, preoccupato della salute paterna, venne a prenderselo. Continuammo a sentirci al telefono. Ogni tanto. Come stai. Come te la passi. Cosa fai. Poi la telefonata del dolore. Aveva saputo della morte improvvisa di mia moglie, la sua piccola modella i cui occhi lo avevano affascinato. E le parti si invertirono: fui costretto io a consolare lui che piangeva al telefono senza riuscire a frenarsi. Questo era Romano Conversano. E dopo qualche anno l’annuncio della figlia Silvia. “Papà se ne sta andando. Non sappiamo nulla del suo periodo peschiciano. Scrivi tu qualcosa. Di sicuro te l’avrà raccontato. Ci servirà per la stampa”. E pochi giorni più tardi, la notizia: “Romano Conversano non c’è più!” Il gigante buono se n’è andato l’anno scorso, lo stesso giorno o giù di lì della sua partenza per Milano di otto anni prima. Non se n’è andato in punta di piedi, com’era abituato nelle frequentazioni coi suoi amici e conoscenti, ma in un assordante silenzio: quello dei suoi carghi-tavuti, delle case di Peschici come lui le vedeva e sentiva che hanno fatto il giro del pianeta, delle sue donne tristi e problematiche, tenebrose e dolenti, suadenti e fascinose, graffianti e decadenti, didascaliche e decodificate; l’assordante silenzio dell’intera sua produzione che prima l’ha attorniato sul letto dell’ultimo respiro e poi ha deciso di seguirne l’anima in quel paradiso degli artisti in cui e con cui continuerà le sue dissertazioni di uomo appartenente non a una terra sola ma al mondo intero. Ciao, Romano!  Piero Giannini 

su “L’ATTACCO” 27-09-2011

 

FOTO ROMANO CONVERSANO 

 

 

FOTO MEMORIAL

LA BAUHAUS SUL GARGANO

L’artista italo-tedesco Bortoluzzi scelse Peschici come buen retiro

Bortoluzzi. Passi di danza

Bortoluzzi. Passi di danza

Un teorema urbanistico risolto in chiave di scenografia funzionale: quinte di case inverosimili, strette ed alte come torri, oppure a un solo piano, senza tegole, con tetto a cupola rivestito d’intonaco e i margini voltati ad onda per convogliare le piogge entro le cisterne sottostanti alle grondaie. Case scialbate a calce, o dal colore grigio- rosato dei muri antichi. Bianchi e azzurri che richiamano un’isola greca, il villaggio di Oia, a Santorini, nelle elleniche Cicladi. Scoprono improvvisi scorci luminosi aperti tra valli e mare.

Così si presentò Peschici per la prima volta ad Alfredo Bortoluzzi, in viaggio nel 1953 verso l’isolato selvaggio, mitico Gargano. Secondo il critico Carlo Munari, che andò a trovare Bortoluzzi a Peschici dopo aver curato una sua mostra nel 1967, la luce e i colori “italiani” di Peschici giovarono alla pittura di Bortoluzzi, per le sottili, segrete corrispondences interiori che riuscirono ad evocargli. Per l’artista il Gargano rappresentò l’incontro con la mediterraneità. Fu la Magna Grecia ad affascinarlo, così come aveva affascinato i voyageurs del Grand Tour che provenivano dal Nord Europa. Sbaglierebbe chi credesse Bortoluzzi un semplice “vedutista”: Peschici, i monti, le valli ed il mare sono soltanto pretesti per evocare la Stimmung della solarità. Un tentativo continua Munari – di sfuggire all’incanto opposto, della selva e delle saghe, del culto della Luna, del romantico chiuso e disperato della Kultur.

Una Kultur che Bortoluzzi non riconosceva più come sua: aveva prodotto il buio della chiusura della Bahuaus, la scuola in cui aveva imparato tutto; aveva causato la distruzione dei suoi quadri, di quelli di Klee e di Kandinsky, reputati arte degenerata “dall’artista fallito Hitler”.

Una Kultur che aveva prodotto il buio dei pogrom.

Nato a Karlsruhe nel 1905 da genitori italiani, figlio di artigiani, il padre mosaicista e la madre stilista, Bortoluzzi non intraprese la carriera universitaria come il padre avrebbe desiderato, ma quella artistica. Frequentò dapprima l’Accademia di Karlsruhe e in seguito, a partire dal 1927, il Bauhaus dove sarà allievo di Albers, di Kandinsky, di Schlemmer e soprattutto di Klee, che lascerà un’impronta inconfondibile nella sua opera grafica e pittorica.

Quando nel 1933 il nazismo trionfante ordinò la chiusura dell’istituto di Dessau, Bortoluzzi non seguì nella diaspora verso l’America gli artisti della sua scuola, né il suo grande maestro Paul Klee in Svizzera: riparò a Parigi. Su suggerimento della madre, mise a frutto l’esperienza teatrale fatta alla Bauhaus, perfezionandosi all’Ecole de danse di madame Egorova. Di lì a poco diventò primo ballerino nel balletto russo di Serge Lifar all’Opéra di Parigi.

Girò molti teatri d’Europa a fianco di future grandi personalità. Ad Aquisgrana lavorò con Herbert von Karajan, che gli lasciò un ricordo negativo: «Von Karajan, che era all’inizio della carriera, lavorava molto, ma era senza cuore, forse perché il mondo del teatro era a quel tempo pieno di così tanti intrighi. Finì che mandarono via il mio intendente ed io andai via con lui. Erano gli anni della guerra e, se ricordo bene, era il periodo in cui l’Italia tradì la Germania… e ci fecero prigionieri».

Bortoluzzi (in controluce) durante un balletto

Bortoluzzi (in controluce) durante un balletto

Bortoluzzi fu catturato nei pressi di Auschwitz. La testimonianza di Alfredo è drammatica: «Di giorno facevamo trincee e di sera dovevo ballare con i miei ballerini per i soldati tedeschi. Il mio intendente, vedendo che non ne potevo più, mi fece spostare e mi mandarono a stirare le divise in una fabbrica.

Di lì a poco giunsero i russi nelle vicinanze della città: Fritz Lang (un filosofo e tenore che poi seguì Bortoluzzi a Peschici, ndr ) con documenti falsi, sfruttando il mio doppio nome, si procurò due biglietti per Karlsruhe. C’era tanta neve, la gente fuggiva per le strade… e la mia casa non c’era più. Andai da mio fratello e anche qui sembrava tutto distrutto ma, avvicinandomi vidi un tubo di un camino fumante … Lui era rifugiato di sotto…

Arrivarono prima i francesi, poi gli americani e così diventai coreografo della VII Armata Americana per i festeggiamenti e i loro show».

Queste testimonianze di Alfredo Bortoluzzi emergono da una tesi di laurea discussa presso l’Università di Siena nell’anno accademico 1997-98 da Anna Maria Mazzone, che ha raccolto altresì la documentazione e le “carte” che vanno dal periodo 1905 al 1995 nell’archivio privato donato dall’artista al fratello, il pittore Domenico Mazzone, erede universale di Bortoluzzi.

La tesi della Mazzone è inedita: oltre a contenere fitti carteggi in tedesco tratti dalle corrispondenze di Bortoluzzi con i suoi amici rimasti in Germania, è ricca dei bozzetti e degli studi scenografici che l’artista, mettendo a frutto gli insegnamenti di Schlemmer, realizzò durante il lungo periodo (1933-58) in cui abbandonò pennelli e monotipia per dedicarsi al balletto classico. Questi schizzi e disegni sono stati esposti per la prima volta esposti al pubblico in occasione di una retrospettiva inaugurata il 13 Novembre 2004 alla “Galleria provinciale di arte moderna e contemporanea” di Palazzo Dogana a Foggia. L’importante mostra ha ospitato circa 80 lavori di Bortoluzzi ed una ricca collezione di materiali riguardanti i rapporti con la Bauhaus e la sua attività di ballerino.

Attualmente la Galleria foggiana ha una saletta che ospita alcuni dipinti di Bortoluzzi.

IL RICORDO DI ALFREDO BORTOLUZZI

Adesso sono diventato meridionale

«Sono arrivato a Peschici nel 1953 per la prima volta, era in febbraio… Il mio critico d’arte Egon Vietta mi aveva raccontato del Gargano… molto bello, verde e selvaggio e così mi sono messo in viaggio fino a Roma. A una agenzia di viaggi ho chiesto come si arriva nel Gargano. Mi hanno detto: “Si può andare fino a San Severo e là non c’è più un mezzo per andare più avanti; prenditi una bicicletta”. Ma abbiam trovato un trenino e un pullman che ci hanno portato fino a Peschici. Siamo andati subito alla spiaggia, era dopo una pioggia, avevano messo le barche ad asciugare e le vele erano tutte dipinte dagli stessi pescatori con colori molto vivaci, anche una Madonna. Era bellissimo, mi ha impressionato molto. La gente aveva una cultura rustica, erano molto gentili. Quello che mi è piaciuto molto a Peschici erano le cupolette delle case, quasi orientali, mi sembrava che le onde e le cupole avevano lo stesso movimento. E mi sono innamorato di Peschici. Adesso sono diventato proprio meridionale e mi sento a casa, qui…».

(Da una testimonianza raccolta nel documentario La Montagna del sole. Visioni di luce di Maria Maggiano).

Bortoluzzi con i pescatori di Peschici. Sullo sfondo  su una barca di Peschici con la  Madonna dipinta da Bortoluzzi sulla vela.

Bortoluzzi con i pescatori di Peschici. Sullo sfondo su una barca di Peschici con la Madonna dipinta da Bortoluzzi sulla vela.

La Madonna dipinta da Bortoluzzi su una barca a vela di Peschici

La Madonna dipinta da Bortoluzzi su una barca a vela di Peschici

 

QUANDO LA “SERENISSIMA” CONTROLLAVA LE TREMITI E IL GARGANO

Cresciuta tra le lagune affacciate sull’Adriatico, da sempre rivolta ai traffici col Levante mediterraneo, la Serenissima Repubblica di Venezia fondava la propria forza commerciale e la sicurezza militare sulla potenza della propria flotta, divenuta, alla fine del Medioevo, tanto potente da fronteggiare per secoli le forze dell’ Impero ottomano. In questo contesto, le Isole Tremiti  rappresentarono un prezioso punto di appoggio per i Veneziani, sulla rotta che conduceva a Levante. E furono un importante centro di raccolta delle notizie sui movimenti dei Turchi in Adriatico. Le persone “di rispetto” venivano ospitate nel Castello per tutta la sosta. Talvolta, gli illustri ospiti superarono, con il loro seguito di servitori, il numero di duecento persone. Fra questi il capitano Girolamo Martinengo, che morì, da eroe,  nel 1572, a Famagosta.

 

 

EROI, POTENTI FLOTTE E IL RUOLO (PREZIOSO) DELLE NOSTRE TERRE

Durante il Medioevo, sullo sfondo di tutte le vicende adriatiche, è sempre presente la Repubblica di Venezia, che controlla periodicamente anche i litorali pugliesi. Dopo dure lotte contro i pirati slavi e illirici, annidati nelle coste istriane e dalmate, la Serenissima era riuscita ad estendere il suo dominio sull’Adriatico e ad impadronirsi delle città costiere dell’Istria e della Dalmazia. Dal 1004 il doge Pietro Orseolo II si era autoproclamato Duce dei Veneziani e dei Dalmati: un evento storico ricordato con la festa annuale dello «Sposalizio del mare». Ogni anno, il giorno dell’Ascensione, il Doge si imbarcava sul Bucintoro. Arrivato all’imboccatura del porto di S. Niccolò di Lido, versava in mare l’anello benedetto dal patriarca, pronunciando l’epica frase: «Sposiamo te, mare nostro, in segno di vero e perpetuo dominio».

La caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453, destò un’enorme impressione in tutto l’Occidente. I Turchi non si accontentarono del grande successo conseguito e, sfruttando l’ondata di panico suscitato nel mondo cristiano, si lanciarono in una serie di campagne militari a lungo raggio. Arrivarono a controllare tutto il bacino del Mediterraneo, ma le ripercussioni più traumatiche si ebbero nelle zone più direttamente coinvolte. Sotto costante pericolo furono soprattutto i vicini territori veneti dell’Istria e della Dalmazia, fu allertata la stessa inviolabile Venezia.

Sui litorali del Gargano Nord, le incursioni turche continuarono per tutto il 1600 e persino agli inizi del secolo successivo. La dinamica era la seguente: veloci navi da corsa (le fuste) giungevano improvvisamente a poca distanza dalla riva. I turchi irrompevano nelle campagne, operando sistematiche razzie di bestiame, ma soprattutto di giovani validi d’ambo i sessi: era estremamente rischioso avventurarsi fuori dalle mura per attendere ai lavori dei campi. In quegli anni, per le popolazioni costiere dell’Adriatico, il pericolo di finire, da un giorno all’altro, schiavi nei mercati d’Oriente era reale: i turchi rappresentarono una minaccia perenne.

Le isole Tremiti costituirono per la flotta veneziana un prezioso punto di appoggio sulla rotta che conduceva in Levante. Tre o quattro volte l’anno, mentre erano impegnate nella loro campagna di perlustrazione delle coste adriatiche, le galee della flotta veneziana usavano rifornirsi a Tremiti di biscotto (gallette) e di pane fresco, confezionato con il grano che affluiva al monastero dalle sue pertinenze in terraferma.

Le Isole furono soprattutto un importante centro di raccolta delle notizie sui movimenti dei corsari e dei Turchi in Adriatico: vi si rifugiavano tutte le navi minacciate da qualche pericolo. I capitani delle imbarcazioni vi approdavano per chiedere se in quel tratto di mare vi fossero dei corsari. Se vi era pericolo, si fermavano in porto per una quindicina di giorni, a volte anche per un mese e più ed erano rifocillati per qualche giorno.

Essendo l’unico porto sicuro, d’estate vi facevano scalo tutte le navi che facevano rotta da Venezia in Puglia e dalla Dalmazia a Manfredonia.

Numerosi furono anche i pellegrini che si recavano nelle isole per venerare la Vergine. Le persone “di rispetto” venivano ospitate nel Castello per tutta la sosta. Talvolta, gli illustri ospiti superarono, con il loro seguito di servitori, il numero di duecento persone. Fra questi il capitano Girolamo Martinengo, che morì, da eroe,  nel 1572, a Famagosta.

L’importanza strategica delle Tremiti per Venezia è testimoniata dalla preoccupazione che nell’anno 1638 suscitò, nel Senato veneto, la notizia di un possibile presidio militare spagnolo delle isole. La Serenissima rivendicò a sé, nel suo “golfo”, il diritto assoluto di “polizia” che le conferiva il dominio dell’Adriatico. Si mosse a tutti i livelli per neutralizzare il tentativo di spostare, in senso a lei ostile, l’equilibrio politico dell’Adriatico. E ci riuscì: a difesa delle Tremiti restarono soltanto i monaci che le abitavano… Naturalmente, sotto la sua vigile supervisione.

La Cronica di Giuseppe Pisani, relativa all’ultimo scorcio del Seicento, ci fornisce una drammatica visione dei lidi e delle campagne del Gargano invase dai Saraceni. Tra i vari episodi, ne citiamo uno: il 4 settembre 1680, verso l’alba, nel tratto di costa tra Peschici e Vieste, sbarcarono 160 Turchi. Si recarono nella chiesa della Pietà, delle Grazie e del Carmine di Vieste, dove ruppero candelieri, carte di gloria, lampade, arredi d’altare e il SS.mo Crocifisso grande. I predoni si diedero al saccheggio e alle solite ruberie: fecero schiavi sei contadini, ammazzarono sette buoi e andarono a bollirne la carne sotto la Gattarella, dove erano ancorate le loro navi; altri assaltarono la Torre di Porto Nuovo. Finalmente, da Peschici sopraggiunsero due galee veneziane, fra cui la capitana del golfo, guidata da Geronimo Garzon. I Turchi, riconosciutala, si imbarcarono celermente sulle loro fuste, dandosi alla fuga verso Levante: lasciarono sulla spiaggia le caldaie ancora fumanti ed un barile di polvere da sparo.

Era stata la guarnigione spagnola che presidiava il Castello di Vieste a dare l’allarme: con dei colpi di cannone aveva allertato gli abitanti, ma soprattutto le galee veneziane che controllavano la costa di Sfinale, verso Peschici. Inseguiti dalle due galee veneziane, i Turchi si rifugiarono a Ragusa vecchia, da dove contavano di ripartire all’assalto di Vieste. Se questo progetto non si concretizzò come ai tempi di Draguth, fu solo grazie alla vigile presenza delle navi della Serenissima sul tratto di mare antistante le coste garganiche.

 

Alla ricerca di possibili collegamenti della storia garganica con quella della Serenissima Repubblica di Venezia, è emerso un dato interessante: numerosi Canonici Regolari di sant’Agostino, che subentrarono nel 1412 ai Cistercensi nella guida del monastero di Tremiti, erano di origine lombardo-veneta. A questi monaci bisogna riconoscere il merito di aver ottemperato ad un compito arduo: la ricostruzione del patrimonio monastico usurpato dai feudatari e dalle Università locali. Ci fu un minuzioso riordinamento dell’archivio dell’abbazia e un’attenta ricognizione degli antichi diritti un tempo goduti in terraferma dai Benedettini e dai Cistercensi. Il livello culturale dei canonici lombardo-veneti era alto.

TERESA MARIA RAUZINO

 

 

QUANDO ALAN FLETCHER ABITAVA A PESCHICI

ALAN FLETCHER ABITO’ A PESCHICI FINCHE’ LA SPLENDIDA VISTA SULLA BAIA NON GLI FU PRECLUSA

 Alan Fletcher © Raffaella Fletcher e Fletcher Studios 2013

Alan Fletcher © Raffaella Fletcher e Fletcher Studios 2013

Alan Fletcher (Kenya, 27 settembre 1931 – Londra, 21 settembre 2006) è stato uno dei più straordinari progettisti sulla scena internazionale del design.

Aveva la non comune abilità di trasformare le piccole cose in progetti visuali significativi: da una macchia di caffè su un tovagliolino di carta a un segno di penna sul suo inseparabile sketchbook (album degli schizzi).

Mosso da una straordinaria passione e da una completa identificazione nel progetto grafico, Fletcher soleva ripetere: “Design is not a thing you do. It’s a way of life” (Il design non è una cosa che si fa. E’ uno stile di vita). “Every job has to have an idea” (Ogni lavoro deve avere un’idea). In “Graphic Design: Visual Comparisons” del 1963 puntualizzava che qualsiasi  problema grafico aveva un numero infinito di soluzioni; molte erano valide, ma dovevano derivare dalla natura del tema; il progettista non doveva avere uno stile grafico preconfezionato.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, con il suo particolare approccio, fu capace di fondere la tradizione della grafica europea con l’emergente cultura pop degli USA, diventando il “pioniere” per eccellenza del design grafico indipendente in Gran Bretagna.

Nel 1956 aveva sposato Paola Biagi, e si era trasferito per una specializzazione all’università di Yale negli Stati Uniti dove incontrò Paul Rand e Joseph Albers.

Fletcher iniziò la sua carriera a New York, dove lavorò per Fortune magazine, the Container Corporation e IBM.

Ritornato a Londra nel 1959 avviò un piccolo studio con il suo amico Colin Forbes. Fondatore della Fletcher/Forbes/Gill nel 1962, tra i clienti più noti ebbe la Pirelli, Cunard, Penguin Books, BP e Olivetti, per i quali creò dei logo irriverenti, intelligenti e spiritosi, che diventarono icone della grafica e del design.

In seguito, nel 1970, come partner fondatore di Pentagram, Fletcher seppe coniugare il lavoro commerciale con l’indipendenza e la creatività.

Nel 1970 Fletcher disegnò la nuova immagine coordinata per l’agenzia di stampa Reuters. Il logo si ispirava al nastro delle telescriventi (macchine che venivano allora  utilizzate per trasmettere le notizie internazionali): una griglia di ottantaquattro punti per evocare la società commerciale. Semplice e suggestivo, questo logo è sopravvissuto fino al 1996 quando fu ‘pensionato’ perché i puntini erano poco visibili sullo schermo dei computer.

Tra i lavori più noti di Fletcher, ricordiamo i logo del Victoria and Albert Museum, del “IoD”per l’Institute of Directors, ancora in uso.

Nel 1992 Fletcher lascia  lo studio Pentagram e crea il suo studio al pianterreno della sua abitazione a Notting Hill Gate, per dedicarsi “… alla grafica e al disegno”, dopo i tanti anni passati a Pentagram ad occuparsi,sempre di design certo, ma anche di budgets e di business.

Nel 1996, per realizzare il famoso manifesto per il cinquantesimo anniversario della Vespa, Alan Fletcher  con pazienza certosina, girò per tutte le vecchie tipografie londinesi alla ricerca di desueti e sbertucciati caratteri di scatola per ricomporre la parola e l’idea grafica della Vespa, lemma e icona al tempo stesso. Consegnò il suo progetto con un ‘esecutivo’ su cartoncino,debitamente protetto da una carta  da lucido con sopra le indicazioni per realizzare il progetto, colori pantone inclusi.

Nell’ultimo periodo della sua vita, Fletcher diventa consulente (art director) per la casa editrice Phaidon press: vi pubblica i suoi libri: “Beware Wet Paint”(1996), “The art of Looking Sideways on Fletcher’s visual philosophy” (2001), il cui titolo riassume tutto il suo programma di vita, la sua ‘way of life’: la capacità (laterale) di mantenere uno sguardo critico, senz’esser vecchio, sul mondo. L’ultimo libro di Fletcher, pubblicato da Phaidon, è “Picturingand Poeting“ (2006).

Tutti sono documenti straordinari delle sue ricerche grafiche, durate una vita.

Fletcher, negli anni Settanta, amò soggiornare con la famiglia a Peschici, sul Gargano.  La casa del grande designer inglese, in un servizio, datato marzo 1974,  dal titolo “Come scavarsi una nicchia nel medioevo mediterraneo” pubblicato sulla rivista ABITARE (n.123) interamente dedicata allo studio PENTAGRAM, viene descritta così:

«I criteri dell’abitare, che Fletcher insieme agli altri componenti del Pentagram ha applicato nel proprio paese e per la sua abitazione di città, li ha estesi anche in un paesaggio del tutto diverso da quello britannico, quale il Mediterraneo per la sua casa al mare.  Nel cuore di Peschici, in Italia,  Alan Fletcher ha sistemato una casa di pescatori ancora intatta, che gode della splendida vista del Gargano  nel modo più adatto a rispettare e a mettere in valore la particolare ricchezza formale e intelligenza razionale di questa architettura cosiddetta spontanea. Ad aumentare la preziosità degli ambienti, Fletcher ha aperto un arco tra due locali attigui, creando un’unica grande cucina-soggiorno. Semplici assi di legno servono per appoggiare piatti,vasellame, bottiglie. Il tavolo della cucina, dipinto di azzurro vivo, è stato acquistato sul posto. La casa si articola su due livelli. Una scala interna li mette in comunicazione. Al livello inferiore c’è la cucina, a quello superiore le camere da letto (due) e il bagno. Qui i pavimenti sono stati rifatti in piastrelle e sono stati creati i letti attraverso un semplice rialzo pure piastrellato del pavimento. Sul rialzo sono stati appoggiati i materassi. Gli ambienti sono arredati quasi interamente con oggetti trovati in luogo o fatti fare da artigiani locali: tali sono ad esempio le lampade – che sono quelle usate per la pesca notturna – le cassettiere e gli armadi a muro, le scaffalature della cucina, i cesti e i paralume in paglia. Altri oggetti, invece, frutto del più raffinato design sono le seggioline in ferro e tela ripiegabili, sono le lampade da tavolo, sono tante altre piccole suppellettili. Antico e moderno si fondono armoniosamente.  L’ambiente nitido mette in risalto la forma “spontanea” o “colta” dell’oggetto e la inserisce in un linguaggio unitario espressione di una apparentemente comune e continua civiltà non solo formale».

Lo scrittore Francesco Paolo Tanzj, nel suo racconto amarcord  “La zuppa di Elia”,  pubblicato il 25/05/2013 su puntodistella.it, a proposito del soggiorno di Alan Fletcher a Peschici, riferisce la testimonianza del pittore milanese Luigi Bettini:

«Si presentò un giorno con una vistosa cicatrice e una canotta stracciata. Sembrava un poveraccio poco raccomandabile. Poi scoprimmo che era un personaggio famoso, uno dei più grandi artisti dell’epoca. Ricordo ancora che era un appassionato di triglie alla livornese. In seguito rimanemmo legati a lui da una profonda amicizia. Più volte siamo stati ospiti a casa sua a Londra. Anche lui comprò una casa vicino alla chiesa di Sant’Elia, con una bellissima vista sul mare, dove veniva anche d’inverno insieme alla figlia fotografa. Un giorno però, tornando dopo un lungo viaggio per il mondo, trovò che avevano costruito abusivamente un piano rialzato proprio davanti a lui, e che gli avrebbe impedito per sempre di vedere la splendida vista della baia. Rimase talmente deluso e offeso da quest’atto mafioso e criminale che vendette subito la casa e non tornò più a Peschici».

In realtà, quella casa non è stata mai venduta, è ancora proprietà dei Fletcher. Raffaella, figlia di Alan,  vi passa abitualmente le sue vacanze. Sarebbe interessante intervistarla, per farci raccontare la verità sul rapporto che legò Alan Fletcher a Peschici.

Sarebbe bello se il Comune di Peschici ricordasse il geniale designer inglese, e magari gli conferisse la cittadinanza onoraria, come ha fatto per Bortoluzzi e Conversano, due  grandi artisti che hanno amato questa nostra Terra.

Una cittadinanza, stavolta, solo alla memoria.

Teresa Maria Rauzino      

P.S. Ringrazio l’architetto Francesco Sessa per avermi segnalato ed inviato le pagine del servizio della rivista ABITARE n.123 marzo 1974,interamente dedicata allo studio PENTAGRAM di cui Alan Fletcher  era socio.

foto tratta dalla rivista  ABITARE (n.123) marzo 1974

foto tratta dalla rivista ABITARE (n.123) marzo 1974foto tratta dalla rivista  ABITARE (n.123) marzo 1974
foto tratta dalla rivista ABITARE (n.123) marzo 1974foto tratta dalla rivista  ABITARE (n.123) marzo 1974
foto tratta dalla rivista ABITARE (n.123) marzo 1974foto tratta dalla rivista  ABITARE (n.123) marzo 1974
foto tratta dalla rivista ABITARE (n.123) marzo 1974foto tratta dalla rivista  ABITARE (n.123) marzo 1974
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foto tratta dalla rivista ABITARE (n.123) marzo 1974
Alan Fletcher in una foto di Steve Bradford
Alan Fletcher in una foto di Steve Bradford

Quando, a Viesti, i turisti erano … eroi in diligenza

Come si viaggiava agli inizi del Novecento sulle strade brecciate del Gargano non ancora toccato dal turismo di massa?

Autorevoli studiosi come l’abate Saint-Non, Gregorovius, Bertaux, Beltramelli, Douglas, Ungaretti, Miller, Green, Brandi, con le loro interessanti impressioni da “grand tour”, hanno fatto scoprire al mondo degli intellettuali, ma anche al grande pubblico che amava conoscere il mondo attraverso i resoconti di viaggio, l’essenza più intima ed inedita del Gargano, un territorio suggestivo per i suoi splendidi paesaggi ed il suo innato misticismo.

Ma come si viaggiava agli inizi del Novecento sulle strade brecciate dell’impervio Promontorio del Gargano non ancora toccato dal turismo di massa?

Ce lo raccontano due famosi giornalisti del tempo, Francesco Dell’Erba (di origini viestane, redattore del “Giornale d’Italia” e corrispondente, da Napoli, del “Corriere della sera”) ed Antonio Beltramelli. I loro réportage sono stati ripubblicati da Mimmo Aliota, del Centro Studi Cimaglia in “Vieste nel primo Novecento”, edito da Litostampa, con gli auspici della Società di Storia Patria per la Puglia. Pagine che ci proiettano nel periodo in cui il tratto stradale Viesti-Foggia si copriva dopo ben sedici ore di disagiatissimo viaggio. In particolare, Dell’Erba, ne “Lo Sperone d’Italia” del 1906, lamenta le condizioni della strada provinciale per Apricena, “bianca ed interminabile, piena di svolte difficilissime, di faticose salite e di discese precipitose”.

Un viaggio veramente snervante, effettuato in diligenza, “grossa gabbia sgangherata”, cigolante e stridente “come un’anima in pena”. Il passeggero, soggetto ai rigori del freddo invernale o al caldo estivo, cui si aggiungeva il ronzare incessante e fastidioso di mosche pungenti, veniva sovente sbalzato violentemente all’interno della vettura. Finiva col “baciare il compagno di viaggio seduto di fronte”; quando dirimpetto c’era una signora, il povero viaggiatore, per evitare questo scabroso contatto si sentiva obbligato a tenere le ginocchia strette al petto, e a soffrire – conclude dell’Erba – pene degne della Santa Inquisizione.

Ogni tanto i viaggiatori erano costretti a scendere e a fare larghi tratti a piedi, “o perché un uragano ha rotto un ponte o perché la strada è franata o perché è troppo ripida la salita”. L’arrivo a Vieste veniva salutato ogni volta come un grande evento, specie se a scendere dalla diligenza era un forestiero. Intorno a lui si intrecciavano le più ardite supposizioni, come se fosse un essere fantastico e favoloso, venuto misteriosamente chissà da quale paese lontano. La testimonianza di Dell’Erba focalizza un problema oggi solo parzialmente risolto: il sottosviluppo dell’area, dovuto anche alle condizioni proibitive della viabilità: “E’ per la mancanza quasi assoluta di strade che il Gargano è rimasto da parecchi secoli indietro nei progressi della civiltà. Esso è sconosciuto in gran parte agli abitanti della provincia stessa,quasi stranieri gli uni agli altri, conoscendosi male, ignorando i reciproci bisogni, nontendono mai ad un’azione comune e al raggiungimento di un fine unico”.

Anche il Beltramelli, che nel 1907 al promontorio dedicò un frizzante réportage, espresse riflessioni analoghe: “Le diligenze del Gargano sono tutto ciò che di più antico, di più incomodo e di più indecente si possa immaginare. Veicoli sconquassati, cigolanti, pericolanti, che sobbalzano quasi per acuta doglia ad ogni minimo ciottolino, che traballano su l’orlo di frequentissimi precipizi, compiacendosi, nella loro antica esperienza, dello spavento dei viaggiatori nuovi; che dondolano, ondeggiano, beccheggiano in guisa sconosciuta, procurando a qualche creatura di stomaco debole un perfetto mal di mare. Queste sono le dolcezze a cui deve sottoporsi colui che abbia in animo di visitare una fra le più belle regioni d’Italia. Perché il Gargano è sì un luogo di incanti e di meraviglie, una delle più belle regioni d’Italia, ma è anche fra le regioni più dimenticate del nostro bel Regno”. Eppure qualcuno, nativo del luogo, già a quel tempo intuì che anche il paese meno raggiungibile del Promontorio (Vieste era denominata “La Sperduta”) avrebbe potuto avere un futuro economico diverso, se soltanto si fosse ovviato al problema. A crederci e a far di tutto per concretizzare questo sogno fu un sindaco: Domenicantonio Spina, parente dell’attuale primo cittadino/deputato.

La viabilità fu il punto di forza della sua azione amministrativa: egli si batterà per il porto commerciale, per la ferrovia circumgarganica e per l’apertura della strada Vieste-Mattinata, molto più agevole di quella per Apricena. Un personaggio davvero fuori dell’ordinario, questo retto ed intransigente amministratore della cosa pubblica, che smaschera anche “in alto loco” chi rema contro provvedimenti a suo dire “meritori”, opere pubbliche “inderogabili” per la modernizzazione di una cittadina di 9.000 abitanti come Vieste, ancora lontana dall’attivismo della “belle époque” giolittiana.

Questo sindaco non vuol assolutamente sentir parlare di interessi personali. Fa una cosa eccezionale, se consideriamo i molteplici incarichi degli amministratori comunali di oggi: per attendere degnamente ai suoi impegni pubblici, chiude la sua farmacia per ben dieci anni e mezzo, l’intero periodo del suo mandato amministrativo: dal 16 gennaio 1899 al 31 luglio 1910. Le spese per le innovazioni della città le finanzierà con “coraggiose” imposte sul patrimonio e sul lusso: tasserà i cavalli da sella e da tiro, l’impiego dei domestici, i generi superflui. Il sindaco darà un vero e proprio scossone all’apatia delle precedenti amministrazioni, sistemando le strade principali e dotando Vieste degli edifici e dei servizi pubblici essenziali: il municipio, la scuola, la pescheria, il mattatoio, il cimitero, le piazze e i viali. E i sindaci che verranno dopo di lui saranno “costretti” loro malgrado ad adeguar andando contro gli interessi dello stesso ceto sociale cui appartengono.

A Domenicantonio Spina va il merito – secondo Aliota- di aver aiutato Vieste a muovere i primi passi sui sentieri del turismo. Seppe “volare alto”, guardando al futuro, oltre che al presente. Già dal 1899 egli trasformò una riva squallida, con un muro a protezione dell’abitato, in un bellissimo viale alberato, che in seguito farà illuminare con lampioni elettrici.

In un mattino di sole dell’anno 1959, Enrico Mattei, mitico presidente dell’ENI, sorvolando con il suo aereo personale la costa viestana, rimase tanto affascinato dalla sua bellezza che indusse il pilota ad effettuare più di un passaggio. Quando giunse nei pressi di Pugnochiuso, Mattei esclamò:«Ma questo è il Paradiso!». Il suo Centro turistico sorse proprio qui, nei primi anni Sessanta, dando l’avvio al turismo garganico. E fu un evento rivoluzionario.

La Riviera Marina di Vieste diventerà la mitica “passeggiata” dei primi villeggianti d’élite, nelle calde serate della “dolce vita” del Gargano Nord. Oggi, nei romantici sognatori di una Vieste diversa, è rimasto il ricordo delle belle signore in abito lungo che nelle sere d’estate sfilavano per il Corso Fazzini, come se fosse una passerella di moda. Era il tempo in cui il turismo non aveva ancora assunto l’aspetto omologante e caotico di oggi…

©Teresa Maria Rauzino

VIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEVIESTEViesti:  Pizzimunno
(archivio Umberto Capurso)Viesti: Pizzimunno (archivio Umberto Capurso)