IL “PLANCTUS MARIÆ” A PESCHICI

xiv_stazionep

Soffermarsi davanti alle immagini che raffigurano la passione di Cristo è una devozione molto antica della Chiesa. I cristiani si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme proprio per pregare nei luoghi in cui il Signore aveva vissuto le ultime ore della sua vita terrena e dove il suo corpo era stato deposto dopo la morte. Tornati dal lungo viaggio, volevano tenerne vivo il ricordo: ecco perché commissionavano a un pittore o a un ceramista di raffigurare gli eventi della Passione del Signore, la cosiddetta “Via Crucis”.

In tal modo anche coloro che non potevano recarsi in Terra Santa erano in grado, guardando queste scene, di “rivivere” la passione di Gesù. Fermandosi a pregare davanti a ogni stazione, il fedele si sentiva un suo discepolo, uno di quella schiera che lo seguiva a distanza, fedelmente, e talvolta anche infedelmente. La pratica della Via Crucis si affermò nel primo trentennio del Settecento. Il merito va ai grandi predicatori missionari: Sant’Alfonso de’ Liguori, San Paolo della Croce e San Leonardo da Porto Maurizio.

La “missione” fu, senza dubbio, uno dei più importanti eventi religiosi della storia della Chiesa. Vi ricorrevano gli stessi vescovi per portare una parola di fede in mezzo alle rudi popolazioni contadine, vissute per secoli nella superstizione. Le “missioni” erano un fatto popolare, coinvolgevano emotivamente paesi interi per alcune settimane, e l’evento era ricordato a lungo dai fedeli. Il ritmo della vita ordinaria era rotto dall’arrivo dei “Padri”, che si impegnavano in un duro lavoro pastorale per farsi capire, suscitare un’emozione religiosa, introdurre un clima di fede spontanea e immediata. La chiesa diventava il luogo delle pubbliche confessioni e del perdono: lì accadeva qualcosa di nuovo che si sarebbe ricordato per generazioni.

I cristiani del mondo occidentale sono rimasti, attraverso i secoli, molto legati al rito della Via Crucis divulgato dai missionari. Le confraternite peschiciane del SS. Sacramento e del Purgatorio ripetono, nelle domeniche di Quaresima antecedenti la Pasqua, la versione di Sant’Alfonso de Liguori (1696-1797). Tramandata per generazioni e generazioni, la Via Crucis di Peschici ha conservato in gran parte ritmi e cadenze antiche e presenta sfumature originali che è bello cogliere e gustare.

Il contenuto fa riferimento alle singole raffigurazioni della Passione di Gesù. Riassume l’idea del pellegrinaggio e della sacra rappresentazione: le meditazioni davanti alle singole Stazioni, officiate dai confratelli, sono intervallate da “quadri cantati”. Voce narrante è un pellegrino, il quale segue la passione di Gesù: “Signore, con te vorrei oggi portare la Croce, nel tuo atroce dolore, vorrei seguirti. Ma sono malato e stanco, dammi tu il coraggio per non smarrirmi nel grande Viaggio”. I “quadri” più significativi sono quelli che focalizzano il ruolo della Madonna durante la Passione del Figlio. Nella IV Stazione avviene il primo incontro con Gesù. Ricca di pathos è l’immagine del pianto della madre, che “gira tra la gente” in cerca del suo “perduto ben”.

La VII Stazione rappresenta Gesù che cade per la seconda volta. La voce narrante commenta: “Sotto i pesanti colpi della scellerata scorta, un nuovo ostacolo fa inciampare e cadere a terra il mio Signore” ed esorta i sassi, che ostacolano il cammino di Gesù, a essere più pietosi degli uomini: “Più teneri dei cuori degli uomini siate voi, o duri sassi, non ingombrate più i passi al vostro Creatore!”.

 

vii-stazione

La IX Stazione ci fa rivivere il drammatico momento della terza caduta, provocata a Gesù dal pensiero che la sua salita sul monte del dolore, il suo sacrificio, saranno forse inutili. Originale è la personificazione dell’ispido Monte Calvario che, profondamente commosso, osserva la scena: “L’aspro Monte guarda il Redentore sofferente, sa che per molti la sua salita sarà inutile, il suo sacrificio vano. Quest’orribile pensiero così al vivo gli tocca il cuore, che languido gli trabocca e si sente morire”.

La XI Stazione – Gesù inchiodato in croce – è senz’altro la sequenza più drammatica di tutta la Passione. La “voce narrante” ci descrive i particolari: “Vedo il mio Diletto disteso sul duro tronco della Croce; e aspetto il primo colpo della sacrilega crudeltà. Quelle mani divine, tanto perfette che sembrano levigate al tornio, ahimé il martello le inchioda, senza pietà”.

xi-stazione

La scena è visualizzata (come tutte le altre d’altronde; ndr) nella relativa stazione della Via Crucis realizzata in stile Bauhaus da Alfredo Bortoluzzi per la Chiesa Madre di Peschici. Fu l’ultima tela a essere eseguita dall’artista e senz’altro la scena più difficile da realizzare. Quando don Giuseppe Clemente, arciprete del tempo, nel contare le tele si accorse che mancava proprio la Crocifissione, lo fece notare al pittore. Bortoluzzi rispose: “Non è che manca, ma ci vuole molto tempo per convincere me stesso a eseguirla, perché mettere dei chiodi alle mani del Cristo non è poca cosa”. Gli sembrava di uccidere Gesù per la seconda volta, di commettere un’azione empia nei confronti dell’«uomo Dio».

Nella XII Stazione, il Sole, la Terra, il Cielo, perfino i marmi si personalizzano per poter piangere la morte di Gesù: il Sole non vuole assistere a questo orrendo spettacolo, si oscura in segno di dolore. La Terra, commossa, trema, il Cielo è spezzato dai fulmini; piangono persino “i marmi più duri”.

Nella XIII Stazione c’è la sequenza più drammatica, che dà vita al “Planctus Mariae”, col personaggio-chiave della Via Crucis: la Madonna Addolorata che tende le braccia verso il Figlio appena deposto dalla Croce. Afflitta prende in grembo il suo “morto ben”, attraverso gli occhi “riversa il suo cuore ormai sciolto in lacrime”, bacia quel freddo Volto e se lo stringe al seno. Un’immagine toccante: nella metafora del cuore che si scioglie in lacrime e quindi sgorga attraverso gli occhi, in questo bacio sul freddo volto del suo amato bene, in questo prendere in grembo e stringere al seno il figlio morto, la Madre divina si umanizza e diventa simbolo della sofferenza di tutte le mamme quando perdono un figlio.

xiii-stazione

Nei riti funebri di Peschici e dell’area garganica è presente questa figura di madre che, sul letto della morte, piange il proprio figlio, descrivendolo come una persona ideale. E continua a parlare con lui, di quello che ha fatto, magnifica la bellezza del suo corpo perfetto, in un disperato tentativo di negare la realtà della perdita irreparabile, di accettare la realtà della morte.

La sera del Venerdì santo, due cortei processionali, uno con la statua del Cristo morto, accompagnato da tutti gli uomini del paese e l’altro con la statua dell’Addolorata seguita dalle donne velate a lutto, percorrono nei due sensi, senza incontrarsi, le vie del centro storico e del paese. Si incontreranno alla fine, sotto la Torre del Ponte, all’ingresso del borgo antico. Il sacerdote reciterà un’accorata omelia che ha per tema il dolore della Vergine Addolorata che ha finalmente ritrovato il figlio morto dopo una lunga e affannosa ricerca. E’ questo il punto culminante del dramma della Settimana Santa: il sacerdote svolge in tal modo una parte importante del “lavoro del dolore”, la cosiddetta “elaborazione del lutto”.

L’omelia del sacerdote ha una funzione di rinforzo del “Planctus Mariae”, cioè del pianto della Madonna Addolorata per il figlio morto, cantato dalle donne alla fine della Via Crucis e durante la processione. “Stava Maria dolente”, libera versione italiana dello “Stabat Mater” di Sant’Alfonso De Liguori, ha l’andamento di una nenia: la melodia si snoda nella forma caratteristica del lamento, con tutti i suoi aspetti terapeutici. Le donne, eseguendo il ‘planctus’, sanno trovare parole, suoni e gesti per svolgere il loro personale “lavoro del dolore”. Lamentano la perdita del Cristo che rappresenta simbolicamente le proprie perdite.

Trovare i modi per “dire” il dolore attraverso parole, gesti e suoni, è il primo passo verso la sua trasformazione, il suo superamento e la reintegrazione nella realtà delle persone colpite dal lutto. Ed è l’esperienza del dolore che rende l’Addolorata una figura così umana, così vicina a tutte le donne del Mediterraneo cristiano che si trovano alle prese con la sofferenza nella loro vita quotidiana. Non possiamo dimenticare la massiccia incidenza del fenomeno dell’emigrazione in questa regione che ha rinforzano la grande sensibilità femminile di fronte ai temi del distacco e della perdita. Una bella raccolta di “pianti di Maria” effettuata da Tullia Magrini, musicologa dell’Università di Bologna, la quale ha studiato testi e canti dell’area calabra e sarda, conferma questo dato.

Chiudiamo con una piccola nota etnografica: le donne di Peschici, come quelle pugliesi e dell’intero Sud, per ornare i sepolcri, mettono alcune piante di grano in una camera senza luce in modo che perdano il colore naturale e diventino il simbolo del corpo morto di Cristo. Queste piante, poste in piccoli vasi, sono collocate nei sepolcri o sugli altari assieme alle statue di Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Rappresentano il grano che non è potuto crescere, le vite precocemente spezzate da secoli di fame e povertà.

Teresa Maria Rauzino

 

Annunci

LA BAUHAUS SUL GARGANO

L’artista italo-tedesco Bortoluzzi scelse Peschici come buen retiro

Bortoluzzi. Passi di danza

Bortoluzzi. Passi di danza

Un teorema urbanistico risolto in chiave di scenografia funzionale: quinte di case inverosimili, strette ed alte come torri, oppure a un solo piano, senza tegole, con tetto a cupola rivestito d’intonaco e i margini voltati ad onda per convogliare le piogge entro le cisterne sottostanti alle grondaie. Case scialbate a calce, o dal colore grigio- rosato dei muri antichi. Bianchi e azzurri che richiamano un’isola greca, il villaggio di Oia, a Santorini, nelle elleniche Cicladi. Scoprono improvvisi scorci luminosi aperti tra valli e mare.

Così si presentò Peschici per la prima volta ad Alfredo Bortoluzzi, in viaggio nel 1953 verso l’isolato selvaggio, mitico Gargano. Secondo il critico Carlo Munari, che andò a trovare Bortoluzzi a Peschici dopo aver curato una sua mostra nel 1967, la luce e i colori “italiani” di Peschici giovarono alla pittura di Bortoluzzi, per le sottili, segrete corrispondences interiori che riuscirono ad evocargli. Per l’artista il Gargano rappresentò l’incontro con la mediterraneità. Fu la Magna Grecia ad affascinarlo, così come aveva affascinato i voyageurs del Grand Tour che provenivano dal Nord Europa. Sbaglierebbe chi credesse Bortoluzzi un semplice “vedutista”: Peschici, i monti, le valli ed il mare sono soltanto pretesti per evocare la Stimmung della solarità. Un tentativo continua Munari – di sfuggire all’incanto opposto, della selva e delle saghe, del culto della Luna, del romantico chiuso e disperato della Kultur.

Una Kultur che Bortoluzzi non riconosceva più come sua: aveva prodotto il buio della chiusura della Bahuaus, la scuola in cui aveva imparato tutto; aveva causato la distruzione dei suoi quadri, di quelli di Klee e di Kandinsky, reputati arte degenerata “dall’artista fallito Hitler”.

Una Kultur che aveva prodotto il buio dei pogrom.

Nato a Karlsruhe nel 1905 da genitori italiani, figlio di artigiani, il padre mosaicista e la madre stilista, Bortoluzzi non intraprese la carriera universitaria come il padre avrebbe desiderato, ma quella artistica. Frequentò dapprima l’Accademia di Karlsruhe e in seguito, a partire dal 1927, il Bauhaus dove sarà allievo di Albers, di Kandinsky, di Schlemmer e soprattutto di Klee, che lascerà un’impronta inconfondibile nella sua opera grafica e pittorica.

Quando nel 1933 il nazismo trionfante ordinò la chiusura dell’istituto di Dessau, Bortoluzzi non seguì nella diaspora verso l’America gli artisti della sua scuola, né il suo grande maestro Paul Klee in Svizzera: riparò a Parigi. Su suggerimento della madre, mise a frutto l’esperienza teatrale fatta alla Bauhaus, perfezionandosi all’Ecole de danse di madame Egorova. Di lì a poco diventò primo ballerino nel balletto russo di Serge Lifar all’Opéra di Parigi.

Girò molti teatri d’Europa a fianco di future grandi personalità. Ad Aquisgrana lavorò con Herbert von Karajan, che gli lasciò un ricordo negativo: «Von Karajan, che era all’inizio della carriera, lavorava molto, ma era senza cuore, forse perché il mondo del teatro era a quel tempo pieno di così tanti intrighi. Finì che mandarono via il mio intendente ed io andai via con lui. Erano gli anni della guerra e, se ricordo bene, era il periodo in cui l’Italia tradì la Germania… e ci fecero prigionieri».

Bortoluzzi (in controluce) durante un balletto

Bortoluzzi (in controluce) durante un balletto

Bortoluzzi fu catturato nei pressi di Auschwitz. La testimonianza di Alfredo è drammatica: «Di giorno facevamo trincee e di sera dovevo ballare con i miei ballerini per i soldati tedeschi. Il mio intendente, vedendo che non ne potevo più, mi fece spostare e mi mandarono a stirare le divise in una fabbrica.

Di lì a poco giunsero i russi nelle vicinanze della città: Fritz Lang (un filosofo e tenore che poi seguì Bortoluzzi a Peschici, ndr ) con documenti falsi, sfruttando il mio doppio nome, si procurò due biglietti per Karlsruhe. C’era tanta neve, la gente fuggiva per le strade… e la mia casa non c’era più. Andai da mio fratello e anche qui sembrava tutto distrutto ma, avvicinandomi vidi un tubo di un camino fumante … Lui era rifugiato di sotto…

Arrivarono prima i francesi, poi gli americani e così diventai coreografo della VII Armata Americana per i festeggiamenti e i loro show».

Queste testimonianze di Alfredo Bortoluzzi emergono da una tesi di laurea discussa presso l’Università di Siena nell’anno accademico 1997-98 da Anna Maria Mazzone, che ha raccolto altresì la documentazione e le “carte” che vanno dal periodo 1905 al 1995 nell’archivio privato donato dall’artista al fratello, il pittore Domenico Mazzone, erede universale di Bortoluzzi.

La tesi della Mazzone è inedita: oltre a contenere fitti carteggi in tedesco tratti dalle corrispondenze di Bortoluzzi con i suoi amici rimasti in Germania, è ricca dei bozzetti e degli studi scenografici che l’artista, mettendo a frutto gli insegnamenti di Schlemmer, realizzò durante il lungo periodo (1933-58) in cui abbandonò pennelli e monotipia per dedicarsi al balletto classico. Questi schizzi e disegni sono stati esposti per la prima volta esposti al pubblico in occasione di una retrospettiva inaugurata il 13 Novembre 2004 alla “Galleria provinciale di arte moderna e contemporanea” di Palazzo Dogana a Foggia. L’importante mostra ha ospitato circa 80 lavori di Bortoluzzi ed una ricca collezione di materiali riguardanti i rapporti con la Bauhaus e la sua attività di ballerino.

Attualmente la Galleria foggiana ha una saletta che ospita alcuni dipinti di Bortoluzzi.

IL RICORDO DI ALFREDO BORTOLUZZI

Adesso sono diventato meridionale

«Sono arrivato a Peschici nel 1953 per la prima volta, era in febbraio… Il mio critico d’arte Egon Vietta mi aveva raccontato del Gargano… molto bello, verde e selvaggio e così mi sono messo in viaggio fino a Roma. A una agenzia di viaggi ho chiesto come si arriva nel Gargano. Mi hanno detto: “Si può andare fino a San Severo e là non c’è più un mezzo per andare più avanti; prenditi una bicicletta”. Ma abbiam trovato un trenino e un pullman che ci hanno portato fino a Peschici. Siamo andati subito alla spiaggia, era dopo una pioggia, avevano messo le barche ad asciugare e le vele erano tutte dipinte dagli stessi pescatori con colori molto vivaci, anche una Madonna. Era bellissimo, mi ha impressionato molto. La gente aveva una cultura rustica, erano molto gentili. Quello che mi è piaciuto molto a Peschici erano le cupolette delle case, quasi orientali, mi sembrava che le onde e le cupole avevano lo stesso movimento. E mi sono innamorato di Peschici. Adesso sono diventato proprio meridionale e mi sento a casa, qui…».

(Da una testimonianza raccolta nel documentario La Montagna del sole. Visioni di luce di Maria Maggiano).

Bortoluzzi con i pescatori di Peschici. Sullo sfondo  su una barca di Peschici con la  Madonna dipinta da Bortoluzzi sulla vela.

Bortoluzzi con i pescatori di Peschici. Sullo sfondo su una barca di Peschici con la Madonna dipinta da Bortoluzzi sulla vela.

La Madonna dipinta da Bortoluzzi su una barca a vela di Peschici

La Madonna dipinta da Bortoluzzi su una barca a vela di Peschici

 

IL PARADISO AD OGNI COSTO … NELL’IMMAGINARIO DEI PESCHICIANI

Dalle testimonianze raccolte da Angela Campanile in Peschici nei ricordi traspare una forte attestazione di religiosità popolare. Una fede che dava conforto e speranza di una vita migliore alle classi subalterne

In Peschici nei ricordi, una scena ci visualizza le donne dei pescatori mentre, dalla Rupe del Castello, lanciano i santini dei santi protettori nei flutti del mare in tempesta. È emblematica della dimensione che il sacro assumeva nella vita quotidiana del primo Novecento. Anche i piccoli legni, simili a gusci di noce, in balia delle onde, presenti nelle tavolette votive donate alla Madonna di Loreto, simboleggiano l’uomo che stenta a trovare la sua strada nelle temperie della vita.

Il rapporto con i santi e con Gesù era diretto, confidenziale.

I fedeli, e come vedremo, i protagonisti dei “cunti”, si rivolgevano ad essi come se fossero loro conoscenti. Il tono era decisamente familiare. I pellegrini dell’Incoronata salutavano la Vergine con un «Statti bene Madonna mia / ci vediamo l’anno prossimo / e se non vi vedremo più, / in Paradiso ci porti tu!».

L’intervento miracoloso era invocato contro la natura, che spesso assumeva le sembianze di un terribile nemico senza volto. Quando scendeva il buio sulla rocca di Peschici, nelle piccole caverne rupestri o nelle casette di venticinque metri quadri, imbiancate di calce viva, prima di addormentarsi, si recitavano alacremente le preghiere della notte.

La paura di non svegliarsi il mattino dopo era una delle costanti della vita. L’incognita dell’aldilà costituiva un forte incentivo ad arrivarci preparati, imparando tutte le preghiere salvifiche, che diventavano un pass-partout ideale per l’eternità:

Verbe sacce/ e verbe dèiche/ verbe fu nostro Signàure/ che jè misse impassiàune,/ sàupe na cràuce jerte e belle,/ nu vracce nciàile /e n avite nterre./ Alla valle di Giasaffatte,/ allà iàrrimme/ e truàrrimme,/ truàrrimme a San Giuanne/ chi nu libre d’àure mane,/ che liggiàive e che scrivàive/ e che diciàive:/ piccatàure e piccatrìce/ chi sape u verbe di Dei / che ciù dicesse,/ chi no sape/ che ciù mparasse,/ sinnò, quanne jè morte,/ zàuca nfosse,/ spèine granate/ e mazze di ferre jnte a cape!”

«Le parole che so le dico, le parole che parlano di nostro Signore che si è messo “in passione” su di una croce alta e bella, un braccio rivolto il Cielo, ed uno in Terra. Alla Valle di Giosafatte andremo, e troveremo San Giovanni, con un libro d’oro in mano. Egli leggerà, scriverà e dirà: “peccatori e peccatrici, chi sa pregare lo faccia, chi non lo sa fare lo impari, altrimenti, quando morirà, sarà punito”. Con corda bagnata, legno spinoso (spèine granate) e mazza di ferro in testa!».

L’invocazione della protezione divina si materializza nella visione di Dio, nella sua accezione trinitaria, e di tutti i santi più rappresentativi della cristianità.

Il dormiente, oltre ad avere nel cuore Gesù Cristo piccolino, con i riccioli che sono tanti fili d’oro, e la Madonna, vede intorno a sé un eccezionale schieramento di spiriti celesti.

A delimitare il sacro spazio di un sonno tranquillo, ci sono ben tredici angeli, sul letto ce ne sono altri tredici, Gesù adulto è a capo del letto, San Giuseppe è il suo avvocato difensore. «A capo del letto mio – recitava il fervente peschiciano – ci sta l’eterno Dio, sui due lati c’è lo Spirito Santo. Vicino a me c’è l’angelo che gioca, se Maria protegge la casa le disgrazie escono fuori, le cose belle restano dentro».

La protezione diventa planetaria quando, dai quattro angoli (cantoni) della casa, entrano altri super-protettori: san Luca, san Marco, san Matteo, e sant’Angelo Gabriele. Il quale non c’entra nulla con gli Evangelisti, ma è determinante per marcare la prima chiusa.

La preghiera continua ancora, con l’invocazione a «Maria Bambinella, tutta pura e tutta bella». Dovrà fare in modo che finiscano tutti i guai della casa protetta, dovrà farlo per l’amore che porta a Gesù. L’ultimo desiderio è di avere Maria per madre, san Giuseppe per padre, e soprattutto di fare una grossa “cumpagnie”, con Gesù, Giuseppe, sant’Anna, Maria, insieme a tutti gli altri santi del Paradiso.

Nella precarietà dell’esistenza, la morte era un evento da preparare per tempo. Passati i quarant’anni, la donna cuciva il corredo “specifico” per sé e per il proprio compagno, poiché non si poteva mai sapere… «nu cunte, na càuse», meglio evitare di farsi trovare impreparati ed esporsi ai pettegolezzi della gente! Ogni anno, l’insolito corredo veniva lavato durante la “luscìa”: doveva essere sempre bianco e profumato di serpillo. «Nun putesse mai sirvì!»: era questo l’augurio che passava di bocca in bocca, mentre i vari capi di lino e di cotone, impreziositi da orli a giorno e da ricami, venivano lavati ed asciugati.

Ma la morte, ultima avventura della vita, arrivava spesso anzitempo. Sorretti da una gran fede, i parenti dell’infermo speravano in un miracolo: fino all’ultimo momento si accendeva la “lampe” davanti ai santi sottocampana, un “altare” consueto sul comò. Si pregava senza sosta, ma quando si sentiva il canto notturno della “mèruila marèine” era proprio la fine! Il detto era: «quando canta il merlo marino, fortunata la casa dove si posa, sfortunata quella che mira!».

Nella “Settena dei Morti”, che si recitava dal giorno di Tutti i Santi fino al giorno 7 novembre, si fa riferimento ad “alme purganti”, che innalzano mesti lamenti “nel mare del duol”. Esse, sono collocate nel Purgatorio, un carcere, un’oscura prigione, un mare di fuoco, dove l’arsura le brucia. Soffrono le pene dell’Inferno. Ma i morti temono soprattutto l’oblio e la dimenticanza. Le preghiere ed i suffragi da parte dei vivi servono affinché «le anime benedette del Purgatorio si possano rinfrescare (ci putèssine addifriscà)». Il Paradiso è “una bella cosa”. Chi ha la fortuna di arrivarci, dopo una vita di stenti e di duro lavoro, va a riposarsi: «U paravèise / jè na bella càuse / Chi va / ci va a ripàuse».

Nei racconti di Gesù Cristo, viene descritto come un luogo inaccessibile. È delimitato da una porta, a guardia della quale c’è un san Pietro poco disponibile ad aprirla. Non solo a chicchessia, ma anche a chi ha avuto modo di ospitarlo, insieme a Gesù, durante la vita terrena.

Nei “cunti” di Peschici, però, i protagonisti, con la loro arguzia e con la loro intelligenza, riescono a varcare sempre la porta d’oro del Paradiso.

Come Quagghiarelle, che quando muore, va a bussare al Paradiso. A san Pietro, che chiede chi sia, risponde senza timore, dandogli del tu: «Sono Quagghiarelle, mi fai entrare?». Al rifiuto deciso di san Pietro, egli non demorde. Chiede di poter sbirciare attraverso la porta, vuole vedere almeno com’è fatto il Paradiso. Poi butta la coppola dentro e, con la scusa di riprendersela, entra. E comincia a suonare il suo micidiale fischietto, coinvolgendo, in una sorta di ballo frenetico, molto simile ad una “taranta”, tutti i santi del Paradiso.

Quando Gesù Cristo sente tutto quel rumore, chiama a rapporto san Pietro e lo rimprovera: «Ma che vi siete impazziti oggi?»; «Cos’è tutto questo fracasso (stu ribelle) che fate in Paradiso?».

Risponde san Pietro, sconsolato: «Che vuol essere? È arrivato Quagghiarelle, e vuole stare per forza in Paradiso!». E Gesù: «Pietro, Quagghiarelle a noi ci ha ospitato, e noi “l’amma fa stà o Paravèise!”».

In un altro racconto, il tema del Paradiso “conquistato” si ripete, con delle significative, insolite varianti. Ntiniucce, il protagonista, in vita ha ospitato Gesù e san Pietro, sorpresi da un temporale presso la sua casella di campagna. Il Maestro, per ringraziarlo, gli concede tre grazie, tra cui quella di poter vincere sempre al gioco delle carte.

Quando l’uomo bussa alla porta del Paradiso, san Pietro non lo fa entrare: «Potevi pure chiedere la grazia del Paradiso! Hai chiesto le “mupie”? Ora vattene all’Inferno!».

Qui egli sfida Lucifero ad una partita a carte: la posta in gioco è il trasferimento al Paradiso. Ntiniucce vince, una ad una, tutte le anime dell’Inferno! Se le mette in un sacco, e ritorna a bussare insistente alla porta d’oro. San Pietro, per levarselo di torno, accetta di giocare una partita a carte: la posta in gioco è il permesso d’entrare. E fatalmente perde. Quando vede uscire dal sacco tutte quelle anime di peccatori, resta come un fesso! (nu fesse).

E Ntiniucce, senza scomporsi: «Se tu mi avessi fatto entrare prima, ero solo io. Adesso arrangiati!».

Teresa Maria Rauzino
 
Recensione del testo di ANGELA CAMPANILE, Peschici nei ricordi, 2° volume “I luoghi della memoria” Centro Studi Martella, Claudio Grenzi editore, Foggia 2000, Euro 16,52.

IL NATALE A PESCHICI NEGLI ANNI CINQUANTA

Manlio 1952 Peschici vista dalla Torre di Montepucci collezione Pupillo

MANLIO, UN PITTORE INNAMORATO DEL GARGANO

Una Mostra personale, a cura di Medina ArteRoma (in via Angelo Poliziano, 32-34-36 nel quartiere Esquilino), sta celebrando nella Capitale il centenario della nascita di Manlio Guberti. La personale chiuderà il 27 dicembre.

94-Ombre-40x115-1989

MANLIO fu  un artista geniale che immortalò gli splendidi paesaggi del Gargano, promuovendoli nel mondo. Ecco come i giornali d’epoca di Capitanata (IL FARO DI VIESTE, IL GARGANO, IL FOGLIETTO), nei primi anni Cinquanta, presentarono l’artista ai loro lettori. 

424859_3556809450022_54713155_n

Nel mese di dicembre 1950, Manlio Guberti fu Eugenio, nato a Ravenna il 27 marzo 1917, ed abitante a Roma, via Pinciana 6, di professione pittore ed incisore, presentò all’ Intendenza di finanza (Ufficio Tecnico Erariale) di Foggia una domanda per ottenere in concessione annuale rinnovabile la Torre di Monte Pucci, sita a Nord-Ovest di Pèschici (Gargano), allo scopo di usarla in taluni periodi dell’anno come base per il proprio lavoro d’artista. Guberti si impegnava a provvedere alla manutenzione dell’immobile ed a non apportarvi, né all’interno né all’esterno, alcuna modifica eccetto il fissaggio ai muri di alcuni pernetti metallici per avvitarvi i necessari infissi.

La notizia, riportata con grande evidenza, nell’articolo del 31 marzo 1951  “UN PITTORE INNAMORATO DEL GARGANO”, è accompagnata dalla seguente nota del Direttore del periodico viestano:

Da queste colonne preghiamo vivamente di accogliere la domanda, facendo anche presente che l’opera del dr. Prof. Guberti, assai bene conosciuta in Italia, e specialmente all’estero, può assai efficacemente contribuire alla conoscenza ed allo sviluppo turistico  della zona, in modo particolare da parte di stranieri”.

La domanda fu accolta e per tutti gli anni Cinquanta e parte degli anni sessanta, la Torre di Montepucci divenne la residenza di Manlio che vi aprì un ospitale “Club della Tavolozza”.

415356_3556797569725_201668471_o

E’ “Il Faro di Vieste”, nel numero di luglio-agosto dello stesso anno 1951, a dedicare a Manlio  in questo suo atelier d’eccezione, la prima ampia intervista, firmata da Franca Latrofa, in cui l’artista esprime il suo entusiasmo per questi luoghi che hanno inciso sul perfezionamento della sua arte.

La riportiamo integralmente:

IL GARGANO FONTE DI ISPIRAZIONE PER LA PITTURA MODERNA

“Non è mancato chi ha cercato di ricostruire la storia del Gargano, metterne in evidenza l’attuale, genuino folclore e ricordare quanto di singolare in esso è sempre nato. Si suol dire dalla maggior parte di quelli che hanno curiosato in Daunia che questa terra, ricca di bellezze antiche e naturali, sia stata ancora assai poco sfruttata dal turismo, che la civiltà, o meglio la civilizzazione in senso tutto moderno non abbia dissodato la rudezza degli uomini e delle cose. Qui avviene, inoltrandosi ai lembi della foresta Umbra, d’imbattersi in gente perennemente imbrunita dal sole che cammina al fianco dei propri muli carichi e che parla quasi in sordina con una monotona cadenza musicale, quasi la voce fosse stata attutita e repressa dall’esuberanza della natura e dalla solitudine. Per valorizzare quanto questa terra produce è necessario comprenderla ed amarla e non solo introdurvi il turismo: così ci ha detto Manlio Helfrich-Guberti. In un giro d’esplorazione a Monte Pucci, sulla SS 89, nel tratto che da S. Menaio Garganico mena a Peschici ed a Vieste, e precisamente nella zona Calenella- Bivio Peschici ci fermammo a sostare sotto le mura non ancora diroccate d’una piccola fortezza costiera a picco sul mare. Sorgono in molti punti del Gargano di questi castelletti turriti, residui della dinastia sveva, testimonianza delle lotte che gli Aragonesi ebbero a sostenere contro i Turchi cinque secoli fa, ma soprattutto simboli d’un mondo feudale le cui forme il tempo tuttora non è riuscito a mutare che esteriormente. La solitudine quasi deserta di Monte Pucci rievoca alla mente del viandante stanco i fantasmi d’un piratesco mondo medioevale; noi però non abbiamo avuto il tempo di gustare gli stupori della nostra fantasia, perché ci siamo accorti assai presto che il torrione era abitato non da fantasmi ma da persone vive e del nostro secolo. Non ci fu difficile avvicinare il supposto eremita il quale ci offrì cortesemente l’ospitalità della fortezza. Quando scoprimmo chi egli era, rimanemmo stupiti allo stesso modo che se si fosse a noi presentato un Aragonese del XV secolo. Era Manlio Helfrich-Guberti, già molto noto fra i pittori moderni per le esposizioni a Roma, alla Biennale di Venezia, a Londra, a Monaco, a Colonia, a Zurigo. Egli ci confessò molto semplicemente che deve il suo successo proprio al Gargano, dove ha perfezionato, o meglio acquisito la sua tecnica e la sua poetica dei colori su cui, come abbiamo potuto notare, si fonda la sua arte. I quadri del Guberti, che compariranno, nel prossimo settembre, alla mostra internazionale di Bruxelles, ritraggono quasi esclusivamente paesaggi garganici espressi in una parsimonia essenziale e quasi lineare di prospettive e soprattutto di colori. Il Guberti ci ha confessato che soltanto nel Gargano egli ha trovato una trasparenza di cielo tale da rendere alcune gradazioni di tinte unite e costantemente uguali, specialmente di viola e rosso terra. E’ come se i colori di questa terra e di questo cielo fossero passati attraverso un crogiolo selettore e fossero stati purificati da ogni sfumatura. La scoperta di questi colori essenziali del paesaggio garganico lo ha aiutato a rendere la struttura interna del paesaggio naturale, come richiede lo spirito della moderna pittura che egli ha saputo impersonare, lontano da ogni forma d’estremismo cubistico, ma con personale e soprattutto comprensibile chiarezza. Guberti, ravennate, non è giunto a scoprire l’anima del paesaggio garganico senza essere passato prima attraverso l’anima della gente che lo popola. Egli ci ha detto che nei contadini che popolano le nostre campagne ha trovato più raffinatezza e più civiltà che nella cosiddetta gente raffinata e civile. Ciò ci ha sorpreso molto, perché siamo abituati a sentire, specie da parte di chi viene da altri paesi, una critica affatto negativa della nostra terra. Da troppo tempo si è acquisita dai più l’abitudine di denigrare il Gargano e di escluderlo categoricamente dalla lista dei luoghi di villeggiatura e di altri soggiorni piacevoli, un po’ per snobismo, un po’ per ignoranza, un po’ anche per quello spirito demagogico e demolitore che a volte si insinua perfino nei più intelligenti trascinandoli ad un livello ad essi inferiore e per l’arditezza e per l’inesattezza dei loro giudizi. Per non correre mai il rischio di sbagliare bisognerebbe procedere, nei riguardi di ogni cosa, puri da pregiudizi e fittizie idiosincrasie che noi stessi ci creiamo. Succede per il Gargano ciò che qualche volta succede per un libro antico dalla copertina sbiadita e polverosa che lascia presupporre, al   lettore superficiale e un po’ svogliato, un contenuto barboso o comunque poco invitante. Le opinioni degli sporadici lettori già sfavorevolmente predisposti nei riguardi di tale libro sconosciuto vengono divulgate con leggerezza sufficiente a dissipare negli altri quel tantino di curiosità che li avrebbe spinti forse a leggere il libro. Basta però aprirlo per accorgersi che esso contiene inestimabili tesori. E’ accaduto per Manlio H Guberti, come può accadere a chiunque. Ci auguriamo che questo artista abbia molto successo a Bruxelles dove porterà, possiamo dire con leggero vanto, il sapore della nostra terra, il Gargano.  (Franca Latrofa su “Il faro di Vieste 1951 lug.-ago., fasc. 7-8)”.

24909620_10213082235043627_478647788871668008_n

1952. Manlio Guberti sulla Torre di Montepucci con due amici garganici  (Archivio Luciano Cannerozzi de Grazia )

Filippo Morandi, sul “Foglietto” del 14 maggio1953 dedica un servizio a una Mostra collettiva al Pronao foggiano di giovani promettenti artisti,  tra cui Manlio Guberti.   Ne riportiamo un ampio stralcio.

ARTI PLASTICHE E FIGURATIVE A FOGGIA

A Torino Chagall, a Messina Antonello, a Milano Fra’ Garlario e compagni, a Venezia Lorenzo Lotto, a Roma Picasso. A Foggia, in ordine alfabetico, Cappiello Di Cesare, Galdo, Guberti, Miele, Milo. Unicuique suum. Questa primavera sembra aver suscitato una gara figurativa tra le città  d’Italia. Ma a Foggia si è fatto più di una semplice mostra: si è formato un “Gruppo Amici dell’arte” il cui programma consiste nel portare a conoscenza di un pubblico indifferenziato le manifestazioni artistiche “di più evoluta e sentita modernità” e promuoverne oltre all’avvicinamento anche l’accettazione. Compito da cuor di leone, quali certamente sono gli amici dell’arte. Non è detto che basterà un semplice gruppo, fino alla fine, per smuovere le acque appantanate, ma un risultato si è fin d’ora raggiunto: la gente, davanti ai quadri “evoluti e sentiti” si ferma, discute: prima questo non avveniva per il semplice ma grosso motivo che di tali cose non se vedevano. Con la mostra alla sala del Pronao il Gruppo degli amici ha registrato un successo ben più importante di quelli più o meno apparenti, quali il concorso di pubblico, le discussioni, l’interesse delle autorità e degli amatori (…). Son senza dubbio apprezzabili le prodezze coloristiche e le costruzioni formali del Guberti (…). Il Gruppo degli Amici dovrebbe anche consigliare questo ai foggiani: voi spendete soldi per il totocalcio e le lotterie; spendetene per i quadri di autori giovani e promettenti, correrete lo stesso rischio di trovarvi domani milionari. Intanto avrete la casa abbellita da una nota, se non d’arte, almeno di interessante originalità (…) (Filippo Morandi su “Il foglietto” , 14 maggio 1953)

Infine “Il Gargano”,  organo di Rinascita garganica, nel numero di ottobre 1953, dà un forte risalto all’arte di Manlio Guberti. Il direttore del mensile,  Giuseppe d’Addetta,  pubblica integralmente una corrispondenza dall’America, inviata dall’artista all’avvocato Mario Ciampi, presidente dell’Ente Provinciale Turismo.

IL PAESAGGIO GARGANICO ENTUSIASMA GLI AMERICANI

 “Stimatissimo Avvocato, le scrivo questa volta non dalla Torre di Monte Pucci nel Gargano, ma dagli Stati Uniti dove mi trovo dall’inizio dell’anno, invitato dal Governo Americano. Sono lieto di poterLe comunicare che la mia prima esposizione, tenutasi all’”Obelisk Gallery” di Washington  nel mese di marzo ha avuto un grande successo di pubblico, di stampa e di critiche. La Mostra, la cui apertura è stata trasmessa per televisione e ripresa per il cinema, fu inaugurata dall’ambasciatore italiano Turchiani e dal senatore americano Fulbright assieme ad altre personalità dei due paesi. Essa consisteva unicamente di paesaggi e di dipinti di figura da me eseguiti nel Gargano, e sono stato fiero  di far conoscere in questo paese le bellezze di quella terra che amo. Ho avuto la gioia di vedere all’esposizione un   gran numero di italiani, molti dei quali erano pugliesi e hanno subito riconosciuto la loro terra. Ho poi tenuto un’altra esposizione nel Museo dell’University of Arizona a  Tucson, e attualmente sto ultimando i preparativi per la prossima Mostra che si aprirà a  San Francisco sotto il patronato del console generale d’Italia  Barone Muzi Falcone, il 14 ottobre. Prima di tornare in Italia per la fine dell’anno,  a Chicago e a New York esporrò nuovamente i dipinti della nostra Italia e della Terra del Gargano. Mia moglie e io abbiamo trovato ovunque accoglienza cordiale e amichevole, e questo viaggio mi ha permesso di stabilire con gallerie d’arte, collezionisti e critici, dei rapporti che rimarranno efficienti nel futuro. Ma … non vediamo l’ora di tornare in Italia e riascoltare il silenzio  e la luce sovrumana della Puglia. All’inizio dell’anno prossimo ci recheremo nuovamente a Monte Pucci, e  ci fermeremo a Foggia dove spero avremo il piacere di fare personalmente la Sua conoscenza.Amici stranieri che abbiamo indotto a visitare il Gargano ci hanno scritto lettere piene di entusiasmo sulla bellezza di quella regione, che speriamo venga ancor meglio conosciuta ed apprezzata nel futuro. Voglia gradire, stimatissimo avvocato, i miei migliori saluti. Manlio Guberti”. 

Giuseppe D’Addetta fa seguire la seguente nota alla lettera di Manlio:

“Questa voce inattesa che giunge dalle lontane Americhe ci riempie l’anima di gioia e siamo grati al pittore Manlio Guberti di aver portato fin là, trasfigurata nella sua arte, la bellezza della nostra terra.  Ed attendiamo gli amici stranieri, ma sempre fratelli nel nome dell’umanità, qui sulle nostre balze dove vedranno racchiuse in piccolo spazio tutti i sorrisi del creato. Anche questa è rinascita garganica, perché la rinascita è soprattutto spirito di iniziativa e di divulgazione, affermazione di diritti, dimostrazione delle nostre possibilità in potenza, convinzione di apostolato per una giusta causa, azione in ogni momento e su tutti i fronti. (“Il Gargano: organo di Rinascita garganica”, 15 ottobre 1953).

123-Incendio-nella-city-51x41-1953

 CHI ERA MANLIO

Pittore, incisore e poeta, Manlio Guberti era un uomo coltissimo, curioso di tutto, che amava molto la solitudine del selvaggio Gargano, e di Montepucci in particolare. Manlio era capace di contemplare un’onda, intuendo l’ordine nell’apparente disordine e leggendovi armonie “frattali”. Scrive nel suo epistolario dal Monte Orcius: «In questi giorni ho fatto diversi studi di onde, specialmente vedendole dall’alto capisco perché gli antichi aggiogarono al carro di Poséidon i cavalli, che sono forse gli animali più belli della terra…».

Manlio 1952 Peschici vista dalla Torre di Montepucci collezione Pupillo

Guberti, nato nel 1917 a Ravenna, è morto nel 2003, a 86 anni, nella sua amata campagna a Castelnuovo di Porto, in località Monte d’Arca, nei pressi di Roma, conducendo una vita da eremita, una vita tranquilla, lontano da rumori, odori e “trastulli” del mondo moderno. Aveva studiato musica e giurisprudenza, laureandosi nel 1939 all’Università di Bologna. Dopo la guerra, era entrato all’Accademia di Belle Arti di Roma, diplomandosi nel 1944. Nello stesso anno partecipava alla Biennale di Venezia, la prima di più di 50 esposizioni personali in Italia e nel mondo. Negli Usa, Guberti incontrò il regista George Cukor e divenne amico dei famosi attori Spencer Tracy e Katherine Hepburn. Ritrasse Frances Rich, una grande scultrice americana amica della Hepburn.

Ma “Nemo propheta in patria”… nemmeno Manlio. Per consolarlo, l’amico astronomo Paolo Maffei gli scrisse: “Nulla di quanto è prodotto dal pensiero va perduto… Non capiranno i tuoi dipinti né i tuoi versi né quelli di Omero o la Divina Commedia. E tuttavia, se sapranno progredire su una strada migliore della nostra, sarà merito anche di quanto hanno fatto Omero, Dante, Guberti”.

Nella pittura di Manlio Guberti Helfrich possiamo cogliere le influenze del cubismo e del futurismo, che, con il passare degli anni, rielaborò attraverso una lettura personale ed incontaminata.

“Nessuno è profeta nel suo paese”, ribadì nel 2003 Jean-Louis Gaudet, ricordando che il museo statale russo di Yaroslav, città sul Volga a nord di Mosca, aveva acquisito molti suoi dipinti e incisioni, e annunciato l’imminente apertura di una galleria dedicata ai dipinti dell’artista. Conosciuto in tutto il mondo, Manlio fuggiva dalla notorietà. Mentre molti dei suoi colleghi corteggiavano gallerie e mostre dell’Italia del dopoguerra, Manlio rimaneva fedele ai propri principi, manteneva la propria libertà.

Manlio scrisse il primo manuale di “serigrafia” per artisti e nella prestigiosa collana dei Manuali Hoepli pubblicò «La Vela», un vero classico del genere. Il poeta e pittore, infatti, fu un appassionato di vela e come tale progettò e costruì particolari attrezzature veliche che ancora oggi sono alla base di questo sport. “Le sue invenzioni – scrive Franco Gàbici – non conobbero mai l’albo dei brevetti perché i poeti sono candidi e non pensano a queste cose. Lui guarda il mondo coi suoi occhi poeta e di tanto in tanto gratifica gli amici con un volume di versi”.

E’ sempre Franco Gàbici che ne annuncia la morte: “La cosa che mi ha colpito è stata la lettera che ho ricevuto proprio ieri, una lettera di Manlio ed era una lettera di ringraziamento per tutti i pensieri degli amici nei suoi confronti e dentro alla lettera c’era un bigliettino con su scritto “A cremazione avvenuta, vi comunico di essere morto il 12.XII.2003 – ore 17.30 c.”. Segue la sua inconfondibile firma. Manlio ha voluto essere vivo anche nel momento doloroso della morte …Oggi il mare era bellissimo, e mi è parso di vedere la vela di Manlio attorcigliata attorno all’albero maestro della vita, come un ombrellone chiuso per sempre in faccia al sole, e ho pensato con dolore a quanti hanno già sparso sulla grande spiaggia dell’eternità la sabbia delle loro clessidre e mi sono ricordato dell’eterno e delle morte stagioni, ma questo per la verità lo aveva già pensato il grande Giacomo, il poeta della Luna e della notte”.

Teresa Rauzino

su “L’ATTACCO” di martedì 12 dicembre 2017

25074971_10215205808209638_8662761750792773714_o

ANCORA IN CORSO LA MOSTRA A ROMA “MANLIO. VIAGGIO NELLA MEMORIA”

Per celebrare il centenario della nascita del pittore Manlio Guberti Helfrich (1917-2003), Medina Roma in via Angelo Poliziano, 32-34-36 nel quartiere Esquilino ospita la personale dal titolo: “Manlio. Viaggio nella Memoria”. La mostra è realizzata in collaborazione con la famiglia del pittore e il patrocinio del Comune di Roma.

Serata- Evento: sabato 16 Dicembre ore 18.00

Apertura al pubblico: 8-14 e 16-27 Dicembre 2017 | Lun- Ven 10-13 e 15-19.

mostra roma manlio

Ecco su FB gli scatti della mostra di MedinaArte

Ecco su FB gli “scatti” della Mostra del pittore Day Trinh Gilles Dinh

Sempre su FB gli “scatti” di Roberta Folgiero

 

 

 

 

 

 

Per terra, per mare e per laghi: il Gargano di Bacchelli

Lo scrittore segnala la “dolcezza” della costiera, alte rupi, oltre a palazzi, castelli, torri, trabucchi  e l’Idroscalo sul Varano

 

rupe e castello di peschici

Nella primavera del 1929, sulle pagine della “Stampa”, vedono la luce alcuni interessanti articoli che Riccardo Bacchelli scrive dal Gargano, raccolti poi nel libro “Italia per terra e per mare (1952)”. Il futuro autore del “Mulino del Po” è ospite,  a San Marco in Lamis, dell’amico Giustiniano Serrilli, che non vede dai tempi dell’Università di Bologna. Partendo dalla “rusticale e civile cittadina”, egli  va alla scoperta di quegli aspetti del Promontorio ancora oggi di forte valenza ambientale. Impressioni di viaggio che conservano “intatte vibrazioni di sentimento e forte caratura poetica”. Nel reportage “Strade e paesi”, ripubblicato da Filippo Fiorentino nel volume “Nel Gargano dei grandi viaggiatori “(ed. Grenzi)”, Bacchelli percorre una bella strada che da  Jacotenente, cuore della Foresta Umbra, porta a Vieste, en passant per Mattinata: costruita per esigenze belliche dagli ingegneri della Regia Marina, ora i pochi automobilisti che vi transitano potrebbero sbizzarrirsi in corse spericolate, se i muli dei carbonai e i cavalli riottosi dei carrettieri, poco abituati al moderno traffico, non si parassero improvvisamente davanti, in qualche tornante. «Nel qual caso – commenta Bacchelli – il severo e chiuso volto del montanaro garganico esprimerà, con disdegno d’ogni parola, tutte le maledizioni e i malauguri contro la polverosa e spetezzante civiltà meccanica».

La strada, ricca di mandorleti, boschi di querce e lecci, “erma, solenne, accompagnata dalla vista del mare, si inoltra fra selve, selvette e prati”.  Termina a Vieste che appare adagiata «sopra il declino d’uno scoglio nel mare, bianca, moresca e marina, simile nell’indolenza a una bella creatura spossata voluttuosamente dal bagno, che si sia sdraiata sul letto dello scoglio per prendere il sole facendosi baciar i piedi dal mare». Vieste «dal nome leggiero e gentile come un primo bacio  socchiuso», è illuminata da un sole vivo, da una luce già estiva. Due grandi golfi e due spiagge fuggenti, lunate, si aprono a levante e a ponente. Nella marina piccola si tirano a secco le paranze, su uno scoglio vicino si erge il faro. Dietro sonnecchia il Castello: i suoi cannoni non rimbombano più dagli spalti.

Il piroscafo bisettimanale delle Tremiti anima “la gentilezza deserta” delle onde primaverili. Sulle scogliere del golfo, volano stormi di gabbiani. Alcune massaie versano in mare cestelli d’immondizie, e i “rauchi volatori vi s’avventano, facendo godere la più bella giostra e schermaglia e ronda di voli che si possa desiderare”.

diligenza02

Trabucchi e torri puntellano la litoranea tra Vieste a Peschici: «Fremono al vento fresco le lunghe braccia, le gracili impalcature e i cordami delle gran reti a bilancia, che si sporgono sull’Adriatico pescoso dalle rupi nelle vicinanze d’ogni paese della riviera – commenta Bacchelli – Dappertutto vi sono gabbiani, come, dappertutto, la storia racconta terremoti e rovine di saraceni, di pirati dalmati, di turchi bestiali in questi paesetti, ai quali oggi il mare dà tanta pace quanta già diede guerra nei tempi andati».

Ma «La maggior dolcezza della costiera è da Pèschici a Rodi, che si guardano di lontano, candide sulle loro due rupi alte al capo della spiaggia piena d’amenità.  Peschici era il paese poverissimo, senz’acqua, affastellato sullo scoglio. La gente viveva in parte in caverne scavate dentro la roccia tenera. Veramente a Pèschici la miseria stringeva il cuore, e vi si conosceva la mancanza di molte cose di prima necessità. Ebbene, Pèschici ha nome d’essere il paese che dà le più belle ragazze del Gargano. E devon esser belle assai, giudicando da quel che ho potuto scorgere passando. Ornate di collane e orecchini maiuscoli di vecchia filigrana, velate col fazzoletto o collo scialle, laboriose e riposate, salde donne sono le garganiche; contente dei loro uomini, contenti questi di loro: gran principio di ordine e di civiltà».

Peschici_1954

Passato Péschici, Bacchelli attraversa l’ultimo lembo della grande pineta (Marzini) che riveste quel tratto di costa, prima di lasciare il posto agli aranceti di Rodi Garganico. Inoltrandosi verso l’interno, prende la strada che conduce a Vico, “entratura alla regione dei grandi boschi interni”.

Da Vico si reca ad Ischitella, “aprica e ben murata”, dove un Francesco Emanuele Pinto, Principe d’Ischitella, elevò ai primi del Settecento “un palazzo di castigata grazia mirabile”.

palazzo pinto.jpg

Lo scrittore approfitta poi di un lento tramonto “aureo ed argentino” per recarsi a Carpino, “bianca sul gran piano verde” e a Cagnano. Osserva il Monte d’Elio incupirsi contro il cielo crepuscolare, e la vasta, immota palude del lago di Varano trascolorare pian piano al tramonto.

IMG_3763

Questo lago, e l’altro di Lesina – spiega – diffondono la malaria in questa parte del Gargano, fertile e pur bellissima. Nei prati e nei seminati, più cupi, nelle rocce e nei monti, nel color del mare e degli uliveti pallidi, c’è una gravità, una melanconia, che ben si sposa e si rivela con il tramonto».

imbuti06

 

Sul Varano, che durante la prima guerra mondiale fu un’importante base d’idrovolanti “e che potrebbe esser porto superbo”, sono state aperte due foci “per renderlo salino, risanarlo e impedir la malaria”.

I tentativi di bonifica sono una storia troppo lunga ed ardua da raccontare, ma quando era palude d’acqua dolce, il Varano era pescoso, specie di “capitoni celebratissimi”.

Ora  anche i capitoni stanno abbandonando il lago.

Teresa Maria Rauzino 

 

  DAY TRINH DINH: Kàlena dovrebbe essere la nostra squadra da tifare

 

12289734_947876428614576_3650871997126728922_n

L’abbazia di Kàlena in alcuni scatti del pittore Day Thrin Din

 LETTERA APERTA AI MIEI AMICI PESCHICIANI
Veniamo da tanti anni tra di voi, abbiamo visto crescere tanti ragazzi che oggi hanno famiglia e figli. Malgrado tutto ogni volta che arrivo a Monte Pucci cerco sempre con emozione e gioia l’apparire di Peschici .
Ci sentiamo a casa nostra e questo lo dobbiamo soprattutto a voi, alla vostra naturale ospitalità. Amo questo paese, amo la sua natura, amo la sua gente. Capisco le sue qualità e i suoi difetti.
Come in tante città meridionali italiane Peschici si è sviluppata non come si poteva sperare, si è sviluppata come lo permetteva l’economia e la politica in questi ultimi decenni. Mancanza d’unione, mancanza di un sogno comune, il vivere e lasciare vivere, si può capire e comprendere che era forse difficile fare altrimenti. Oggi i muli e ciucci sono scomparsi. Tanti ragazzi sono andati nelle università di tutta Italia.
Si potrebbe, penso, sperare una maggiore forza comune per promuove il futuro di questo bellissimo paese. Sarà possibile unirsi e sognare insieme ?
Una cosa non riesco a spiegarmi completamente. È perché il più antico edificio di Peschici, l’Abbazia di Kàlena, se ne va piano piano a pezzi. Eppure rappresenta le vostre radici , la vostra storia, è come il patriarca della grande famiglia peschiciana.
Credo che bisognerebbe mettere in priorità l’assoluto necessita di fermarne il degrado, cercando di dimenticare con saggezza i contrasti ed gli errori del recente passato.
Il turismo non è solo di mare, esiste anche un turismo culturale, Kàlena salvata e ristrutturata darà al paese una completezza, una evidente storia.
12311108_10208296318076703_1269191206549526908_n
Non posso immaginare che potete desiderare di vederla completamente a terra. Il FAI, fondo ambiente italiano, organizza ogni due anni il censimento dei Luoghi del cuore, al fine di destinare dei fondi alla salvezza di monumenti storici. Li hanno già ottenuti in tanti in Italia durante gli anni passati. L’abbazia di Peschici è stata da un po’ di settimane di nuovo inserita nei luoghi di cuore da finanziare per un suo restauro. In questo stesso momento, i voti in suo favore sono solo 246… che dire …vi sembra normale ?
Peschici ha una popolazione di più di 4 000 abitanti, 246 voti sono ben poco e siamo in 29ma posizione dietro a tanti altri siti pugliesi. Hanno ottenute buonissime posizione diversi siti del Salento. I cugini concorrenti non hanno certi voti di raccomandazione.
Cosa pensare ?
Il Gargano non desidera salvare Kàlena ?
Per quale ragione?
Se votassero tutti quelli che hanno un computer a Peschici dovremmo essere nei primi 20 ed accedere a sostanziosi contributi .
Kàlena dovrebbe essere la nostra squadra da tifare. Invece passano gli anni e non cambia un granchè.
Amici di Peschici, ci vuole forse un clic d’orgoglio, fatelo per la vostra Kàlena. Non può morire di stenti così.
Votate e fate vedere al resto della Puglia la vostra unità, il vostro carattere, la vostra forza. Per votare:  Andate su questo sito http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248 , dovete registrarvi oppure entrare direttamente con il login di facebook. E poi potete votare per Kàlena.
Day Gilles Trinh Dinh
12247007_947876235281262_579836044513138299_n
place-4248-type-locandina_web-media_35017-com_def