L’ultimo viaggio tra i castelli medievali pugliesi con Raffaele Licinio

Oggi ci ha lasciato il prof. Raffaele Licinio, un medievista di livello internazionale, che con ironia e leggerezza ha reso accattivanti temi solitamente ostici, regalandoci bellissime pagine di storia. Non dimenticherò mai la sua lotta contro i pregiudizi e gli stereotipi che sul Medioevo e nel mondo contemporaneo regnano sovrani. Non scorderò mai i suoi frequenti interventi (purtroppo inascoltati) per salvare e per riportare alla fruizione collettiva l’abbazia di Kalena, in agro di Peschici. 

 Licinio è stato professore ordinario di Storia medievale e direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi presso l’Università di Bari, concentrando i suoi interessi di ricerca sul Mezzogiorno medievale principalmente su due filoni tematici, sino a qualche anno in ombra o insufficientemente dibattuti dalla storiografia medievistica: la storia agraria regionale, esaminata nel contesto della storia agraria meridionale e mediterranea, e la storia delle strutture di fortificazione, all’interno del “sistema castellare” del Sud Italia. 

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Nel 2010, ebbi il grande onore di presentare, a San Nicandro Garganico e a Lucera,  il bellissimo volume di Raffaele Licinio “Castelli medievali”, una vera pietra miliare della storia del Mezzogiorno medievale,  ripubblicato in edizione aggiornata da “Caratteri Mobili”. Una storia dei “Castelli medievali” pugliesi e lucani, raccontata al di là degli stereotipi e delle leggende imperanti… Ve la ripropongo.

Dietro ogni castello medievale – esordisce Raffaele Licinio nella prefazione a “Castelli medievali”-  c’è anche l’immagine dei castelli. tante immagini di castelli, prodotte in secoli estranei al Medioevo e frutto di sintesi culturali diverse. Castelli gotici, castelli romantici, o pieni di misteri, avventure e trabocchetti. Immagini sconfinate oggi, nell’immaginario collettivo, nella dimensione fuorviante del fantastico, dello stereotipo o peggio  dell’esoterismo. Il trionfo mediatico  di una serie di film e di trasmissioni televisive (“Voyager” e “Misteri”), con i loro paradossali castelli simil-piramidali, contenitori di improbabili Graal e di stupefacenti messaggi provenienti dai  Templari o  dallo spazio,  rende indispensabile il recupero, nella cultura diffusa, della dimensione storica autentica dei castelli. Ecco il senso della riedizione di questo libro di Licinio: far capire come il castello meridionale, fulcro di un vero e proprio “sistema castellare”, sia divenuto metafora del potere. Cifra di un “sistema di governo” efficace e duraturo. Nel Mezzogiorno bassomedievale, la realizzazione del sistema castellare è attribuita a Federico II, ma secondo Licinio, questa tesi, se non errata, è parziale: furono i Normanni, e soprattutto  Ruggero II, fondatore del loro regno, a dare centralità ad un fenomeno già in atto, valorizzandolo e ponendolo al servizio della monarchia.

L’accordo di Melfi della fine del 1042 ne segna l’avvio: 12 signori normanni si assegnano città pugliesi e lucane, conquistate o da conquistare, in ogni caso da riattrezzare militarmente.  In Puglia furono ristrutturati 7 castelli e 29 furono edificati  ex novo.

Verso la metà del secolo XII , un musulmano di nome Edrisi, geografo alla corte di Ruggero II, sottolineò l’interdipendenza tra sicurezza e sviluppo economico.

Gli effetti che il processo di incastellamento di età normanna produsse nel territorio non furono quindi soltanto di ordine militare. La difesa fu solo uno degli elementi che motivò l’incastellamento, un “sistema” complesso di relazioni sociali, istituzionali, politiche e urbanistiche.

Attrezzare militarmente un territorio significava aumentarne le potenzialità agrarie e insediative.

Questa logica ispirò anche l’incastellamento svevo. Vincolato ma anche esaltato da un apparato burocratico capillare ed efficiente, il “sistema castellare” federiciano fu elemento fondante di un programma più complesso, decisivo per il  governo del territorio. Non una rottura, ma un salto di qualità, rispetto al passato. Come Ruggero II, anche Federico capì che, nel regno, la possibilità di governare e custodire la pace passava per il rigido controllo di ogni forza centrifuga, in primo luogo di quelle baronali. Castel del Monte fu magnifico esempio di «pietrificazione dell’ideologia del potere», di «manifesto della regalità», di identificazione immediata del potere svevo.

Il numero dei castelli federiciani fu rilevato, per gli anni 1241-1246, dallo “Statutum de reparatione castrorum”, un’inchiesta  sulle località tenute ad assicurare il restauro e l’ordinaria manutenzione dei castelli regi.  Lo Statuto non riporta i castelli feudali, le fortificazioni e le cinte murarie delle città e delle comunità ecclesiastiche, le torri urbane e rurali. Sui circa 250 edifici censiti 111 riguardano la Puglia e la Basilicata, suddivisi in 69 castra e 42 domus. In pratica quasi la metà delle strutture castellari del regno. E’ stato calcolato che dal 1220 sino alla morte di Manfredi (1266), siano stati ampliati o mantenuti in efficienza 34 castelli preesistenti, e altrettanti siano stati edificati ex novo. Cifre da ridimensionare, soprattutto quelle relative ai castelli di nuova costruzione. In realtà Federico  II ne fece innalzare ex novo solo a Foggia, Lucera, Trani, Castel del Monte, Gravina, forse ad Apricena e Brindisi.

Provvedere alle necessità di tutte le fortezze demaniali del regno comportava onerosi impegni finanziari non indifferenti anche per Federico II . Ecco allora gli appunti mossi al sovrano, tra il 1223 e il 1225, durante la costruzione del palazzo imperiale di Foggia, dall’anziano e saggio giustiziere di Capitanata Tommaso di Gaeta, per l’elevato numero di fortezze, mura, torri, opere di difesa, costruite su monti e colline senza badare a spese, con il risultato di appesantire i carichi fiscali sulle popolazioni. «Non è indispensabile – scrive Tommaso a Federico – costruire fortezze così in alto, fortificare i ripidi colli, sbarrare con mura i pendii dei monti e circondarle di torri: anche senza una così elevata quantità di fortezze si può ben governare. Esiste una sola fortezza veramente inespugnabile, ed è l’amore dei sudditi, pronti a precipitarsi a migliaia contro le lance avversarie».

Nella Puglia angioina furono costruiti ex novo 19 castelli (tra cui Peschici), 63 vennero ristrutturati o riparati,  6 disattivati. Carlo I d’Angiò e, in parte, suo figlio Carlo II, conservarono l’impianto normativo del sistema castellare normanno-svevo. Ne adeguarono le strutture e ne ampliarono  le funzioni, secondo le necessità del momento. Un limite angioino fu lo smembramento di parte del demanio, in passato gelosamente difeso dagli Svevi, a favore dei baroni di origine francese che li avevano sostenuti nella conquista del Sud Italia.

Alla fine del secolo XIII, il motto “Nessuna città senza castello regio!” appare rovesciato. Il decastellamento, lo smembramento di ciò che un tempo fu dimostrazione di potere del sovrano, diventa esigenza vitale di sempre più agguerrite forze periferiche (dal popolo cittadino al barone). Una fonte abruzzese, la “Cronaca aquilana rimata” di Buccio di Ranallo ci mostra come, alla fine del 1293, guidati da un capopopolo, Niccolò dall’Isola, gli Aquilani si ribellano a Carlo II, ne sconfiggono e ne espellono le truppe, ne abbattono i castelli. È il popolo cittadino che scende in campo contro il potere centrale: una forza organizzata, coesa, consapevole di sé, che si riunisce in un “parlamento”, verifica i propri interessi in “un granne radunamento”, individua obiettivi comuni, trovando il coraggio (le “coragera”), per lanciare un assalto coordinato e in massa ai simboli primi e più evidenti del potere regio: le strutture castellari, quelle “rocche de intorno” che rappresentano un «grande impedimento». E che è necessario “derrupare”, abbattere definitivamente, se si vuole conquistare e conservare l’autonomia.

Il tempo scandirà nuove egemonie…

Teresa Maria Rauzino

“Salvaguardia del territorio: Tutela o vincolo?”. Oggi un importante convegno a Rodi Garganico

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A Rodi Garganico oggi 23 novembre (dalle ore 9.00 alle 14.00) nell’Auditorium “Filippo Fiorentino” presso l’Istituto di Istruzione Superiore “Mauro del Giudice” (Via Altomare 10) si terrà la terza edizione del Convegno “Salvaguardia del territorio: Tutela o vincolo?”, organizzato dall’Ordine dei Geologi della Puglia, in collaborazione con gli Ordini degli Avvocati, degli Ingegneri, degli Architetti, dei Geometri  e dei Periti agrari (laureati e non)  pugliesi,  con il patrocinio del Comune di Rodi Garganico.

“Il Gargano è un territorio che evidenzia un’estrema vulnerabilità, non soltanto dal punto di vista idrogeologico – ha spiegato la geologa Giovanna Amedei (consigliera dell’ Ordine Geologi pugliese e coordinatrice dell’evento) – Il Convegno vedrà la qualificata presenza di vari ordini professionali, la cui sinergia “tecnica” è fondamentale per programmare efficaci interventi di salvaguardia e di prevenzione delle criticità”.

Previsti, dalle ore 9.00 alle ore 10.00, i saluti degli Ordini professionali rappresentati  da Gaetano Centra (presidente Ordine degli Architetti della provincia di Foggia), Maria Rosaria Gabriella De Santis (presidente Ordine Ingegneri della provincia di Foggia),  Giuseppe D’Angelo (presidente Ordine Architetti BAT),  Domenico Afferrante (presidente Associazione Avvocati garganici),  Salvatore Valletta (presidente Ordine Geologi della Puglia), Romolo Mollica (presidente Collegio Periti Agrari e Periti Agrari laureati di Foggia),  Nicola di Bitonto (presidente Collegio Geometri e Geometri laureati di Lucera), seguiranno quelli istituzionali di Francesco Miglio (presidente Provincia di Foggia), Leonardo Di Gioia (assessore agricoltura Regione Puglia) e  di  Giannicola De Leonardis (consigliere  regionale).

In scaletta, dalle ore 10,30 alle ore 14.00, gli interventi di Marcello Antonio Amoroso (coordinatore regionale FARE AMBIENTE) sul “ruolo delle Associazioni ambientalistiche nella tutela e salvaguardia del Territorio”; di Eligio Giovan Battista Terrenzio (presidente Consorzio Bonifica Gargano) sulle “problematiche nella gestione, tutela e valorizzazione degli ecosistemi territoriali”; di Francesco  Giovanni Merafina (responsabile P.O. Assessorato Urbanistica e Paesaggio della Regione Puglia) che  farà un “report” dal significativo titolo: “I vincoli non fermano l’abusivismo” sullo stato attuale delle opere abusive a livello regionale e sulle responsabilità tecniche dei progettisti e dei Comuni.

Seguiranno le relazioni dell’avv. Oreste Di Giuseppe  sugli aspetti e sulle conseguenze legali degli eco-reati; di Barbara Valenzano (direttrice del Dipartimento mobilità, qualità Urbana, opere Pubbliche, ecologia e paesaggio della Regione Puglia) che si soffermerà sulle caratteristiche tecniche delle progettazioni, al fine del conseguimento dei pareri e dei finanziamenti regionali, focalizzando a che punto siamo nel territorio regionale. Chiuderà il Convegno Alfonso Pisicchio (Assessore all’Urbanistica della Regione Puglia) che evidenzierà il ruolo della Regione nella definizione dei vincoli territoriali e nel rapporto tecnico con i Comuni, dalla modulistica unificata alla Rigenerazione urbana.

Sponsor ufficiale dell’evento sarà, come negli anni precedenti, la Fassa Bortolo.

Il Convegno è valido ai fini dei crediti formativi per gli Ordini Professionali.

 

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  DAY TRINH DINH: Kàlena dovrebbe essere la nostra squadra da tifare

 

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L’abbazia di Kàlena in alcuni scatti del pittore Day Thrin Din

 LETTERA APERTA AI MIEI AMICI PESCHICIANI
Veniamo da tanti anni tra di voi, abbiamo visto crescere tanti ragazzi che oggi hanno famiglia e figli. Malgrado tutto ogni volta che arrivo a Monte Pucci cerco sempre con emozione e gioia l’apparire di Peschici .
Ci sentiamo a casa nostra e questo lo dobbiamo soprattutto a voi, alla vostra naturale ospitalità. Amo questo paese, amo la sua natura, amo la sua gente. Capisco le sue qualità e i suoi difetti.
Come in tante città meridionali italiane Peschici si è sviluppata non come si poteva sperare, si è sviluppata come lo permetteva l’economia e la politica in questi ultimi decenni. Mancanza d’unione, mancanza di un sogno comune, il vivere e lasciare vivere, si può capire e comprendere che era forse difficile fare altrimenti. Oggi i muli e ciucci sono scomparsi. Tanti ragazzi sono andati nelle università di tutta Italia.
Si potrebbe, penso, sperare una maggiore forza comune per promuove il futuro di questo bellissimo paese. Sarà possibile unirsi e sognare insieme ?
Una cosa non riesco a spiegarmi completamente. È perché il più antico edificio di Peschici, l’Abbazia di Kàlena, se ne va piano piano a pezzi. Eppure rappresenta le vostre radici , la vostra storia, è come il patriarca della grande famiglia peschiciana.
Credo che bisognerebbe mettere in priorità l’assoluto necessita di fermarne il degrado, cercando di dimenticare con saggezza i contrasti ed gli errori del recente passato.
Il turismo non è solo di mare, esiste anche un turismo culturale, Kàlena salvata e ristrutturata darà al paese una completezza, una evidente storia.
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Non posso immaginare che potete desiderare di vederla completamente a terra. Il FAI, fondo ambiente italiano, organizza ogni due anni il censimento dei Luoghi del cuore, al fine di destinare dei fondi alla salvezza di monumenti storici. Li hanno già ottenuti in tanti in Italia durante gli anni passati. L’abbazia di Peschici è stata da un po’ di settimane di nuovo inserita nei luoghi di cuore da finanziare per un suo restauro. In questo stesso momento, i voti in suo favore sono solo 246… che dire …vi sembra normale ?
Peschici ha una popolazione di più di 4 000 abitanti, 246 voti sono ben poco e siamo in 29ma posizione dietro a tanti altri siti pugliesi. Hanno ottenute buonissime posizione diversi siti del Salento. I cugini concorrenti non hanno certi voti di raccomandazione.
Cosa pensare ?
Il Gargano non desidera salvare Kàlena ?
Per quale ragione?
Se votassero tutti quelli che hanno un computer a Peschici dovremmo essere nei primi 20 ed accedere a sostanziosi contributi .
Kàlena dovrebbe essere la nostra squadra da tifare. Invece passano gli anni e non cambia un granchè.
Amici di Peschici, ci vuole forse un clic d’orgoglio, fatelo per la vostra Kàlena. Non può morire di stenti così.
Votate e fate vedere al resto della Puglia la vostra unità, il vostro carattere, la vostra forza. Per votare:  Andate su questo sito http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248 , dovete registrarvi oppure entrare direttamente con il login di facebook. E poi potete votare per Kàlena.
Day Gilles Trinh Dinh
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Caso Kàlena. Monsignor D’Ambrosio scrive al Ministro dei beni culturali Franceschini

Prot. 23P/16

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Avv. Dr.  DARIO  FRANCESCHINI

Ministro dei beni e attività culturali e turismo

Via del Collegio Romano  27

00186   ROMA

 Lecce 12 gennaio 2016

                   Signor Ministro,

da tempo sto rimandando questa  lettera che indirizzo a lei quale Ministro dei Beni  e delle Attività Culturali e del Turismo e dunque all’Autorità competente nella questione che lei già conosce e che ora vengo ad esporre.

Devo confessarle che ciò che mi ha spinto a mettere mano a questo scritto è l’evidenza del suo impegno, della sua passione, della sua tenacia e della sua competenza nella difesa e tutela del nostro patrimonio artistico, non ultimo i bei risultati raggiunti a Pompei.

Come legge sono l’Arcivescovo della capitale del ricamo della pietra, come amo definire la mia Lecce. Ma per ora non  vengo a parlarle o a presentarle i molti problemi che mi travagliano come vescovo di questa città per tutelare le sue stupende e inimitabili Chiese e monumenti sacri, espressioni raffinate del ‘barocco leccese’.

Sarei contento e onorato di una sua visita in questa nostra città perché ne ammiri la sua bellezza e ci dia una mano nel tentare di mettere mano al degrado di molte sue Chiese.

Ma ciò che mi spinge a chiedere il suo autorevole intervento   è una ‘questione di cuore’. La mia terra natale è il Gargano, in particolare la cittadina  che pochi giorni fa dal Touring Club è stata annoverata fra i primi dieci borghi marinari d’Italia più belli: Peschici. Il Dio Creatore non è stato avaro nel distribuire i tratti della sua bellezza nelle opere create.

Accanto alle meravigliose bellezze naturali: spiagge, coste, insenature, grotte marine, pinete – devastate qualche anno fa da un terribile, rovinoso incendio -, c’è una perla artistica del X-XII secolo: l’Abbazia di Santa Maria di Calena che ha mosso i suoi primi passi nel IX-X secolo con la presenza di una comunità monastica benedettina.

Una lunga storia. I monaci benedettini per secoli sono stati maestri di fede, di arte, di cultura, di lavoro (vigneti, oliveti, pesca,….)

Una storia che conosce il suo arresto verso la fine del XVIII secolo quando passa al Demanio  l’Abbazia con tutte le sue pertinenze: due chiese, fattorie, scriptorium in forte degrado.

A questo periodo si parla di un’asta che assegna alla famiglia Martucci di Peschici l’intero complesso abbaziale trasformandolo in una azienda agricola.

Il grande storico dell’arte E. Bertaux ha analizzato  nelle sue pubblicazioni le due Chiese presenti nel complesso abbaziale che presentano rare e interessanti tipologie di architettura pugliese con evidenti influssi borgognoni. Delle due Chiese sono in piedi solo i muri perimetrali  con alcune monofore e vari elementi decorativi. Scomparsi quasi del tutto gli affreschi che erano nella Chiesa più antica trasformata in officina meccanica e rifugio per mezzi agricoli.

Circa due anni fa è crollata l’ultima parte del tetto che era rimasto in piedi dopo il crollo avvenuto negli anni ’40 dello scorso secolo, non per una incursione aerea come sostengono alcuni , ma per il suo totale degrado e abbandono.

Sarebbe troppo lungo continuare nella presentazione della situazione attuale, frutto di abbandono, incuria da parte dei proprietari e di mancata tutela da parte dell’autorità preposta: lo Sovrintendenza di Bari.

Sono intervenuto varie volte presso la  suddetta Sovrintendenza negli anni 2003-2009 quando ero arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e quindi interessato e deputato alla conservazione e al rispetto dei luoghi sacri.

I risultati:  quali? Ormai c’è l’Abbazia che assiste da sola e con la sofferenza di pochi,  alla sua ’agonia di pietre’ che rotolano nell’indifferenza e ignavia  delle proprietà, nel quasi silenzio assordante dell’autorità tutoria, leggi Sovrintendenza e nel pilatesco gesto di lavarsene le mani da parte delle altre autorità istituzionali.

Ormai siamo in pochi a non tacere. In primis il Centro Studi Martella di Peschici e il suo presidente nella persona della prof. Teresa Rauzino   – la stessa in data 16 settembre u.s le ha inviato una richiesta  sul caso in questione – alla quale va la mia più sentita gratitudine, perché continua nel suo esercizio di Cassandra: grida, denunzia, promuove compagne di sensibilizzazione, ma nessuno di quelli che dovrebbero ascoltare interviene presso  la proprietà perché tuteli e difenda un patrimonio di arte, di fede e di storia che ci è stato consegnato dalle generazioni che ci hanno preceduto nel corso di mille anni.

Signor Ministro, prenda a cuore questa situazione: siamo al Sud. Ma possibile che nel nostro Sud  dobbiamo continuare ad assistere alla latitanza di chi dovrebbe farsi presente secondo norme e leggi che regolano la tutela e difesa del patrimonio artistico, del nostro Paese?

Non vorrei rubare molto del suo impegno per la tutela del nostro patrimonio che con generosità intelligente sta portando avanti. Lei conosce bene la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone: poveraccio! Doveva lottare con i cani per sfamarsi con qualche briciola! Lo stiamo facendo da anni. A noi di questo profondo Sud ne avanzano proprio poche di queste briciole, per latitanze, distrazioni, assenze…

Forse oso troppo: ma le andrebbe di fare una visita a questa secolare Abbazia abbandonata, dimenticata,  bistrattata, depredata della sua bellezza e della sua arte?

Io sono un vescovo che serve la Santa Chiesa di Dio e gli uomini, miei fratelli. Non sono un’ autorità e non mi rivesto di essa. Parlo da figlio di Peschici, questo pezzo di terra benedetta da Dio per le sue bellezze e maltrattata dagli uomini per tutte le ragioni di cui sopra.

Forse  le chiedo troppo: una sua  visita!  Sarebbe un bel regalo! Diversamente mi accontenterei di poterla incontrare e aggiungere a voce  molto altro e consegnarle e illustrare  un dossier abbastanza completo sull’intera vicenda.

La ringrazio per l’attenzione , ne sono certo,  che non chissà quando ma da Adesso  (dicevano i Latini: intelligenti pauca )vorrà prestare a questa mia accorata e sofferta denunzia.

Il Signore l’accompagni con la sua benedizione nel servizio che, con generosità e impegno intelligente sta donando al nostro Paese.

Con sensi di stima

+ Umberto Domenico D’Ambrosio

Arcivescovo di Lecce

 

Monsignor Domenico D'Ambrosio

 

 

 

 

 

 

 

 

CASO KALENA: LETTERA AL SINDACO DI PESCHICI

 In una intervista rilasciata il 16 dicembre a “Ondaradio” nell’ambito del programma di approfondimento “Alta Marea”, la presidente del peschiciano Centro Studi “Giuseppe Martella”, Teresa M. Rauzino, ha spiegato le motivazioni per cui si chiede l’esproprio dell’antica Abazia di Calena, in agro di Peschici. A inizio intervista si fa cenno a una lettera inviata in data 21 novembre scorso al sindaco della cittadina garganica, Francesco Tavaglione, “cui non è ancora stata data alcuna risposta” lamenta la presidente. Che aggiunge: “Vorrei renderla nota ai Peschiciani”. Puntodistella.it la pubblica rimanendo in attesa delle osservazioni della controparte.

 

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Al Sindaco del Comune di Peschici

Oggetto: Richiesta urgente di informazioni su contributo 200mila euro del Ministero dell’Economia (2005) per restauro Abbazia di Santa Maria di Kàlena in agro di Peschici (Foggia)

Gent.mo Sindaco,

PREMESSO che:

– All’inizio del 2005, il Comune di Peschici risultò destinatario di un finanziamento di € 350.000, ottenuto ai sensi della legge n. 311 del 2004, comma 28, grazie all’interessamento dell’on. Domenico Spina Diana, deputato al Parlamento della Repubblica, e volto alla realizzazione di un primo restauro dell’Abbazia di Kàlena;

– In data 26/082005 il sindaco di Peschici, Francesco Tavaglione, comunicava al Ministero dell’Economia le credenziali per l’accreditamento di una prima trance di 200mila euro del suddetto contributo;

– Nell’elenco dei contributi 2006 e 2007 di cui al comma 28 dell’art. 1 della legge n. 311 del 2004 e successive modificazioni, rimodulati con riferimento al triennio 2006-2008, il Comune di Peschici risultava beneficiario delle successive tre trance del finanziamento per il restauro dell’abbazia di Kàlena per complessivi 150mila euro, come dal prospetto seguente:

PRIORITA’: 33/b – ENTE BENEFICIARIO: Comune di Peschici (FG) – INTERVENTI: Restauro abbazia di Kàlena – EROGAZIONI: 2006, 37.000 euro – 2007, 71.000 euro – 2008, 42.000 euro – Totale: 150.000 euro

– Il Ministero dei beni culturali, pur avendone chiesto notizie agli Enti competenti, non fu mai informato dell’utilizzo effettivo del suddetto finanziamento, come si evince nel seguente passaggio della comunicazione che il Ministero dei Beni culturali inoltrò il 12 aprile 2007 (prot. N. 00003351), presso l’Ufficio Legislativo della Camera dei deputati, all’onorevole Lello Di Gioia (autore dell’interrogazione parlamentare n. 4-02727 su Kàlena) e per conoscenza all’Ufficio del Segretario generale Area Beni culturali e paesaggistici di Roma, alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le Province di Bari e Foggia e alla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Puglia: «Con nota prot. 3015 del 19.10.2005, la scrivente Direzione Generale richiedeva aggiornamenti sulla vicenda. Si richiedeva in particolare: se la proprietà avesse predisposto il progetto delle opere di risanamento, consolidamento e restauro del bene, come in precedenza concordato con la Soprintendenza; se il vincolo diretto fosse stato esteso all’intero complesso; se il finanziamento di Euro 350.000, da destinare al restauro del bene, nel frattempo concesso dal Ministero dell’Economia a favore del Comune di Peschici, nell’ambito delle misure dirette alla tutela dei beni Culturali ed usufruibile nell’esercizio finanziario 2005/2007, dopo la presentazione del relativo progetto, fosse stato effettivamente impegnato allo scopo».

– In data 14 novembre 2013 la Corte dei Conti, Sezione regionale di controllo per la Puglia, con provvedimento n. 173/PRSP/2013 (avviato ai sensi dell’art. 6, comma 2, del D.Lgs. 6 settembre 2011, n. 149 nei confronti del comune di Peschici (FG), rilevava che il contributo di € 200.000 non era MAI stato utilizzato per il restauro dell’Abbazia, ma per impieghi correnti e che andava ripristinato alla sua specifica destinazione d’uso.

La sottoscritta, prof.ssa Rauzino Teresa Maria, nella qualità di Presidente del Centro Studi Giuseppe Martella, in relazione a quanto esposto

CHIEDE

– Se il finanziamento di cui sopra di 200mila euro (effettivamente accreditato al Comune di Peschici, come da rilievo della nota della Corte dei Conti) sia stato restituito o meno all’Ente erogante.

– Nel caso in cui non sia ancora avvenuta la restituzione, se sia ancora possibile chiedere all’Ente erogante di utilizzare quella risorsa per procedere oggi ad un intervento di restauro d’urgenza, visto lo stato di inarrestabile degrado cui l’Abbazia è condannata, per il mancato interessamento dei proprietari privati e della Soprintendenza ai Beni Architettonici.

– Se codesto Comune intenda attivarsi per intercettare eventuali finanziamenti europei e/o statali per intervenire con un restauro dell’Abbazia, sopperendo all’assenza dei proprietari e della Soprintendenza.

Nella speranza di una sollecita risposta scritta e ad un riscontro concreto riguardo ad un’emergenza non più differibile, Le porgo distinti saluti.

Peschici, 21/11/2015

Il Presidente del Centro Studi Giuseppe Martella

                                    Prof. Teresa Maria Rauzino

 su Puntodistella.it

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L’Abbazia di Kalena (agro di Peschici prov. Foggia) in tre splendidi scatti del pittore Day Trinh Dinh

L’ABBAZIA DI KALENA DEVE TORNARE ALLA COLLETTIVITÀ DI PESCHICI

Oggi 27 novembre 2015, il Quotidiano “L’Attacco” dedica un articolo alla nostra Petizione per Kàlena.

Grazie mille!

 

L'ATTACCO 27 NOVEMBRE 2015 SU PETIZIONE KALENA

 

“Kalena non deve morire”, l’urlo di dolore dell’abbazia di Peschici sbarca sulla rete con una petizione online, change.org che fa registrare 1158 sottoscrizioni. Tra le quali spicca anche la firma di uno degli eredi Martucci e di sua moglie Pina Cutolo.
Otto sono i destinatari della petizione: la presidenza del Consiglio dei Ministri, quindi Matteo Renzi; la segreteria del del governatore pugliese Michele Emiliano; la soprintendenza dei Beni storici, artistici ed etno-antropologici della Puglia; l’Assessorato al bilancio regionale retto da Raffaele Piemontese; il sindaco di peschici Francesco Tavaglione; il Ministero dei Beni culturali; la direzione dei beni culturali e paesaggistici della regione Puglia e la Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici.
Da anni, uno dei monumenti simbolo del Gargano -l’abbazia di Santa Maria di Kàlena, in agro di Peschici – è sotto attacco degli agenti atmosferici. Mentre intorno il silenzio è assordante. Tutela disattesa dai proprietari che usano Kalena come deposito di macchine agricole e da chi da chi è preposto istituzionalmente a vigilare sul monumento, in primis la soprintendenza regionale. L’abbazia e le due chiese, un tempo luogo di culto di grande interesse storico-culturale, testimonianze irripetibili dello “spirito dei luoghi”, oggi versano in uno stato di indicibile abbandono, I tetti, ormai inesistenti, mettono in evidenza capitelli e affreschi che l’intemperie e l’umidità stanno cancellando lentamente, parti preziose in irreversibile disfacimento. Tant’è che anche nella serie TV in onda su Rai Uno Kalena è stata utilizzata per far pascolare pecore.
L’imbarazzante quanto drammatica situazione in cui versa l’abbazia ha superato i confini nazionali: «Kalena non deve morire perché è un importante marchio di cultura europea. Perchè è bellissima» è il commento di Veronika Pelikan da Wien, Austria.
In oltre mille gridano allo scandalo.

“L’Attacco” 27 novembre 2015

FIRMATE ANCHE VOI!

su questa pagina 

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L’antica Abbazia di Santa Maria di Kalena nell’agro di Peschici (FG) nei bellissimi e suggestivi scatti del pittore Day Gilles Trinh Dinh

Ministro Bray, liberiamo Kàlena, l’abbazia prigioniera!

   

Gent.mo Ministro Bray,

un luogo del cuore caro al Centro Studi Martella, che ho l’onore di presiedere, é Santa Maria di Kàlena, un’abbazia fra le più antiche del Gargano (872 d.C), sita in agro di Peschici.

E’ dal lontano 1997 che ce ne occupiamo e le speranze di salvarla si sono alternate spesso alla delusione per la mancata risoluzione del caso. In tutti questi anni, come Centro Studi Martella, abbiamo indicato in tutte le sedi istituzionali possibili, oltre che in vari convegni, la valenza di questo prezioso monumento, con innumerevoli articoli sul web e su vari giornali nazionali e regionali.

Per salvare il complesso architettonico dal degrado e dall’indifferenza, abbiamo pubblicato, con il supporto di storici dell’arte e studiosi di livello nazionale, tre libri, il primo nel 1999 (Chiesa e religiosità popolare a Peschici), il secondo nel 2003 edito dal Parco nazionale del Gargano (Salviamo Kalena. Un’agonia di pietra) e il terzo nel 2008 (Chiesa e religiosità popolare a Peschici. Itinerari del Parco letterario san Michele Arcangelo-Gargano segreto).

Kalena è un monumento segnalato, dall’inizio del Novecento, da storici dell’arte importanti come Emile Bertaux. Un monumento regolarmente inserito dal Ministero dei Beni culturali nell’elenco dei “luoghi d’interesse” fin dal 1917, riconosciuto come monumento nazionale negli anni Cinquanta, ma, nota dolente, lasciato impunemente “franare” sotto il vento e sotto la pioggia.

Anni di indifferenza e noncuranza, non soltanto da parte di chi detiene il “possesso” di questi immobili, ma anche da parte della Sovrintendenza che è tenuta a vigilare alla loro tutela. Una sorte che accomuna l’abbazia di Kàlena, in agro di Peschici, a tanti monumenti “sgarrupati” del Mezzogiorno. Minimali gli interventi finora messi in atto, nonostante decreti ed ingiunzioni sostanzialmente disattesi.

Eppure Kàlena è un luogo-simbolo importante. Non soltanto per l’identità di Peschici e del Gargano, ma del Sud Italia. Nel momento di punta del suo splendore, Kàlena ebbe privilegi da papi ed imperatori. Ebbe potere su estesi territori che giungevano fino a Molfetta, Campomarino e Canne; numerose chiese sparse in tutto il Gargano, un monastero potente come la Santissima Trinità di Monte Sacro (a Mattinata), il Lago di Varano e i “castra” fortificati di Peschici, Imbuti e Monte Negro.

Oggi è ancora visibile il glorioso stemma dei Canonici Lateranensi sul portale murato esterno ormai quasi sepolto dai detriti alluvionali che hanno deformato il fondo della piana assolata e calcificata, interrando metà del muro di cinta dell’abbazia.

La chiesa antica è divisa in due fatiscenti garage-magazzini,quella “nuova”, costruita dagli architetti che tornavano in Francia dalla lontana Terrasanta, è scoperchiata dal lontano 1943. Ci piove dentro da 71 anni, ormai.

Eppure le leggi di tutela sono sempre esistite fin dal periodo borbonico. E lo “spirito” dell’attuale Codice del paesaggio e dei beni culturali preserva, ancora di più, il naturale diritto del monumento Kàlena ad esistere. “Nonostante” la proprietà, riconosce i diritti di una comunità, come quella di Peschici, espropriata di un suo diritto “naturale”: la fruizione del suo bene culturale e religioso più importante.

Un grido muto, quello della comunità di Peschici, rimasto per lungo tempo in gola, inascoltato da chi era tenuto a percepirlo. Ora qualcosa è cambiato. Il grido è uscito fuori con forza, è volato alto, è stato ascoltato dalle Istituzioni religiose, comunali, provinciali, regionali e nazionali, oltre che da turisti, semplici cittadini, storici dell’arte e nostalgici amanti del patrimonio vilipeso del Gargano, che hanno costantemente testimoniato la loro volontà, gridando:“Salviamo Kàlena!” con migliaia di e-mail e firme che hanno supportato varie petizioni popolari.

Oggi non siamo più soltanto noi, insieme all’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio ed ai tanti cittadini che vogliono salvare l’abbazia, gli utopici “visionari” che sognano Kàlena restituita alla sua bellezza…Pretendiamo che il sogno diventi realtà… che finisca l’agonia di pietra che dura da troppi, lunghi anni.

Ministro Bray, dia Lei la decisiva svolta a questa storia infinita!

E’ giunta l’ora di liberare l’abbazia prigioniera!

 

Prof.ssa Teresa Maria Rauzino

Presidente Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici

 

Stignano e tutti i monumenti del Gargano hanno bisogno di essere vissuti, tutelati e rilanciati

 “La vera terra inestetica non è quella che l’arte non fecondò, ma quella che, coperta di capolavori, non li sa né amare né conservare; quella che distrugge pezzo per pezzo i suoi più bei palazzi per venderne le parti a caro prezzo, per cupidigia o per nulla, ignorandone il valore; la morta terra dove l’arte non abita più, cacciata dalla sazietà, dal disgusto e dall’incomprensione.”

Nel 1904, Marcel Proust, parlando dell’Italia, la descriveva come “terra inestetica” per eccellenza. Un’Italia che lasciava perire i propri monumenti, ignorandoli e trascurandoli era una terra morta, infeconda…

Sono passati 110 anni e la triste storia purtroppo continua. L’agonia di pietra dei monumenti italiani, e del Gargano in particolare, è una triste realtà dei nostri giorni.

Qualche giorno fa ho letto la notizia, anticipata sui loro gruppi Fb da Ludovico Centola, Severino Stea e  Domenico Sergio Antonacci, e rilanciata ieri dall’Attacco, del tentativo di furto del prezioso pozzo cinquecentesco del Convento di Santa Maria di Stignano, in agro di San Marco in Lamis. Un manufatto di pregevole fattura rinascimentale sradicato dal suo basamento, e sezionato in vari pezzi, per poterlo agevolmente trasportare chissà dove. Qualcosa evidentemente di imprevisto ha costretto  i ladri a scappare precipitosamente, abbandonando la refurtiva sui  materassi accatastati nel Chiostro che dovevano essere caricati sul camion per proteggere i reperti durante il viaggio di consegna ai committenti del furto.

Non sarebbe stato il primo caso di furto di questo genere. Il pozzo della badia di san Leonardo di Siponto, simile a quello di Stignano, ha preso il volo già anni fa, rubato da ignoti.

Da anni spariscono dai portali delle vecchie masserie e delle antiche case dei Centri storici del Gargano preziose statuette in pietra dell’Arcangelo Michele e via elencando…

I ladri di memorie hanno agito anche a Rodi Garganico, asportando un bellissimo stemma settecentesco dell’abate Ligresti che campeggiava sulla facciata della Chiesetta di Santa Barbara, appartenuta ai Cavalieri di Malta, e ridotta a rudere dopo il crollo del tetto nell’estate del 2009.

Questo agire dei ladri di memorie viene denunciato invano dagli amanti di quel che resta dell’ingente patrimonio storico-artistico del Gargano, oggi assolutamente non fruibile da parte del turismo culturale-religioso che solo a parole le Istituzioni locali, provinciali e regionali, ma anche la Chiesa e il Parco nazionale del Gargano dicono (finora ahimè  soltanto nei pubblici convegni) di voler incentivare.

Ne sappiano qualcosa noi, che dal 1997 invano ci battiamo per il restauro e la fruizione dell’abbazia di Santa Maria di Kàlena. L’oblio in cui Peschici ha relegato, insieme agli altri, uno dei suoi monumenti più importanti e insigni, scrigno prezioso che contiene al proprio interno, tra l’altro, affreschi ormai ridotti a ombre e all’esterno un prezioso bassorilievo di una Madonna orante del XIII secolo, ci lascia sconcertati.

E’ amaro constatare che i monumenti di tutto il Gargano stanno sgretolandosi inesorabilmente sotto inostri occhi. A Kalena è crollato il tetto dell’abside, le torri del Varano sono fatiscenti, l’ex Idroscalo di San Nicola Imbuti è un deserto dei tartari, è crollato il tetto del convento cagnanese.  Dove sono gli organi preposti alla tutela, dove sono i Comuni?

Non si tratta solo della noncuranza dei possessori o dei soliti furfanti prezzolati e della insipienza delle nostre Istituzioni che un siffatto patrimonio dovrebbero proteggere ma che malamente conservano. La colpa è anche di una popolazione insensibile, che si lascia scivolare tutto addosso, ignorando la propria storia e un patrimonio monumentale e archeologico che sta perdendosi irrimediabilmente. Dove sono i cittadini che reclamano la fruibilità dei monumenti che sono la ricchezza del territorio? La società civile garganica è inesistente, e i politici pensano solo ai loro egoismi.

Non si può dare tutto per scontato,  dalla salvaguardia alla cura e tutela: tali beni, più di ogni altra cosa, hanno bisogno di un’attenzione continua che mai si è voluto riservare ad essi; questi beni hanno bisogno di continue cure, di essere vissuti e protetti, tutelati, valorizzati e rilanciati.

Il Convento di Stignano sembrava un esempio virtuoso, in questo senso. La storia raccontata ieri sull’Attacco parlava di un bene restaurato dagli Enti pubblici grazie alla donazione della struttura da parte dei proprietari, i Centola. Parlava di un bene valorizzato con la creazione di posti letto nelle antiche celle dei monaci per i pellegrinidi passaggio lungo la Via Langobardoum.

Possiamo consolarci pensando che i tombaroli, i ladri delle memorie del passato sono sempre esistiti, ma si impone una domanda: che fare?

Bisogna fare restaurare immediatamente il pozzo così barbaramente deturpato ed oltraggiato, scuotendola soprintendenza e soprattutto le Istituzioni  locali.

Ma soprattutto bisogna far risorgere l’antica badia di Stignano, rilanciarla, farne un qualcosa di vivo, animarla, inserirla nella nostra quotidianità. Farla nostra!

Che la triste vicenda della distruzione del pozzo del Chiostro di Stignano possa costituire un punto di partenza per la valorizzazione dell’abbazia e per una vera attenzione all’ingente patrimonio storico-architettonico di san Marco in Lamis e del Gargano.

Facciamo di questa brutta storia un punto di partenza perché fatti simili non si verifichino più!

 

TERESA RAUZINO

su L’ATTACCO del 16 gennaio 2014

 

SUPPLICA A PAPA FRANCESCO PER SALVARE L’ ABBAZIA DI CÀLENA

Supplica al Santo Padre FRANCESCO
affinché illumini le menti di chi può salvare l’antica abbazia di Santa Maria di Càlena (Peschici- Foggia)
papa francescoabbazia di santa Maria di Kàlena
Santità,
mi chiamo Vincenzo Roncone. Sono un umile pellegrino, in cammino sulla via Francigena.
Se il Signore mi darà la forza, vorrei portare questo mio umile corpo a Roma. Per pregare nella nostra amata chiesa e sulla tomba di San Pietro. Questa estate sono stato a pregare sulla tomba di San Giacomo, a Santiago de Compostela, in Galizia ( Spagna).
Io sono nato il 15/05/1949 a Peschici, un piccolo paese della costa garganica in provincia di Foggia.
Volevo dirle che nella piana di Peschici vi è un piccolo monastero di nome Santa Maria di Càlena, costruito intorno all’anno Mille dai frati dell’abbazia delle isole Tremiti.
Si dice che qui passò San Francesco, quando venne sul Gargano a venerare San Michele nella Sacra grotta di Monte Sant’Angelo. L’abbazia ebbe molte controversie negli anni. Passò dall’Ordine benedettino a quello cistercense e poi ai Canonici Lateranensi. In quel monastero vi era una statua in legno raffigurante la Santissima Mamma di noi tutti.
I Peschiciani erano molto devoti alla Madonna di Càlena.
L’8 Settembre si venerava la santissima Madre di Dio, con messe e processione. Noi ragazzi portavamo un fagottino di noci. E, insieme ad altri ragazzi, si socializzava e si vedeva chi aveva una noce in più. Si giocava con le noci, ma poi li mangiavamo.
Ho ancora negli occhi il viso di mia madre quando entrava in quella chiesa. Pregava la Madonna e usciva dalla chiesa rasserenata, con gli occhi lucidi, ma contenta. Eravamo poveri ma con tanta dignità.
PAPA’ FRANCESCO, mi perdoni di chiamarLa in questo modo, ma lei è il Padre di tutti noi. E’ il nostro PADRE e noi TUTTI le vogliamo tanto bene.
Ritornando a Càlena, deve sapere, Santità, che verso la fine del Settecento, tutti beni dei monasteri del Regno borbonico passarono al regio Demanio che li vendette ai privati. Molti furono usurpati. In quel periodo era molto facile ottenere con la forza e prepotenza proprietà non tue. Bastava occuparle.
Càlena con le sue terre intorno al Monastero fu acquisita dai Martucci. Diventarono i nuovi proprietari o possessori. Non si sa esattamente in che modo: dicono di averla acquistata all’asta, ora di averla avuta in eredità con un dotalizio.
La famiglia Martucci non cambiò le tradizioni ultrasecolari della fede. Anche se mancava il presidio apostolico, i Peschiciani durante il giorno potevano andare in chiesa e pregare la SANTISSIMA MADONNA. E dal pozzo del cortile abbeverare asini, muli, cavalli, pecore e capre. La porta era sempre aperta a tutti.
Oggi, Santità, tutto questo non è più possibile. Nel 1943 cadde una parte del tetto, il resto è cosa recente. Verso la fine degli anni ’80 del Novecento gli ultimi eredi chiusero il monastero e si stabilirono a Foggia. Va tutto in abbandono. I Peschiciani non possono andare a pregare nella chiesa di Càlena la loro Madonna, come avevano fatto i nostri avi per tanti secoli.
Lo so, Santità, si può pregare in altre chiese. Ma quella chiesa noi l’abbiamo dentro il nostro D.N.A. CI MANCA UNA PARTE DI NOI!
I nostri avi pregavano in quella chiesa, con i lori figli, perché non possiamo più farlo?
E mi chiedo: quando i possessori di Càlena moriranno, cosa diranno al cospetto del SIGNORE?: ” Nella nostra vita abbiamo impedito ad altri uomini di pregare nella TUA CASA?”.
Varie volte, le amministrazioni comunali di Peschici hanno cercato un compromesso con la proprietà, ma fino ad ora nessun risultato.
Alcuni di noi avevano proposto, oltre al restauro delle due chiese, un Centro studi per ragazzi del mondo. Con annesso un ostello per dormire e dare ospitalità ai pellegrini che, sempre più di frequente, iniziano il cammino da Peschici per arrivare a Montesantangelo attraversando la Foresta Umbra. Ristrutturando le chiese, chiunque volesse andare a pregare, potrebbe farlo, i Peschiciani ritornerebbero a pregare nelle chiesa dei nostri avi. Oggi, Santità, è un giorno triste per me.
Ho dovuto abbandonare il “camino” della via Francigena. Ieri, per percorrere quaranta km, ho impiegato dieci ore di cammino. Le gambe legnose, alla pianta dei piedi sentivo il fuoco e non riuscivo a camminare. Le mie paure di non farcela più si sono avverate. Oltre le bolle ai calcagni, è comparsa una grossa bolla sulla pianta del piede destro. Per tutta la notte ho meditato, Santità, questa mattina non riuscivo a camminare. Ho preso questa decisione di non continuare, non per mancarle di rispetto e dedizione, ma perchè vorrei arrivare in buono stato per poterla abbracciare. Come ho abbracciato San Giacomo nella Chiesa a San Giacomo de Compostela. Mi rimetterò in cammino appena guarisco, per venire a pregare sulla tomba di San Pietro.
Oggi, sconfitto da un paia di scarpe, torno a casa ferito dentro. Ma sono sicuro che la Francigena mi aspetta e io ritornerò, mi mancano solo 270 km.
Santità, ritornando al problema di Calena, io, come tanti amici a Peschici che hanno tentato varie azioni di sensibilizzazione in questi anni, non so come fare a risvegliare le coscienze degli uomini, spero in DIO che li illumini. Affinchè non lascino Càlena tutta in abbandono e pericolante.
Con tanta devozione, LA ringrazio e LA abbraccio, e con tanta umiltà mi inchino a LEI.
Grazie, Grazie, Grazie!
Un SUO umile servo.
Vincenzo Roncone
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L’ABBAZIA DI KALENA NEL CONTESTO DEL MEDIOEVO ITALIANO

Alla scoperta dell’ideale che i monaci di Càlena hanno cercato di realizzare lungo il corso di oltre sette secoli nella struttura conventuale che li ospitava e al tempo stesso li proteggeva, abbiamo dedicato le nostre indagini e l’impegno di una vita. Le voci dirette dei protagonisti, attraverso gli scritti, le loro meditazioni e riflessioni, avrebbero potuto comunicarci al meglio le esperienze, il loro messaggio. Purtroppo tali testimonianze mancano. Ci resta la possibilità di consultare i documenti di carattere giuridico: regole, privilegi, conferme o revoche di elezioni abbaziali, testamenti, contratti, donazioni. Proprio qui cercheremo di cogliere, al di là delle frasi e delle parole, l’atteggiamento profondo e le intenzioni di chi le ispirò.

Qualsiasi discorso preliminare sulla storia benedettina calenense non può esimersi dal richiamare la Regola di San Benedetto; essa non è soltanto un codice di norme disciplinari, ma anche un programma di vita spirituale; rappresenta il meglio di tutta la tradizione monastica precedente. Basata su un solido senso pratico e sulla conoscenza realistica della natura umana, non esige dai suoi aderenti sforzi impossibili,come era invece consueto in altri gruppi monastici di quel periodo. Il monaco benedettino deve pregare, ma anche leggere, insegnare agli altri, coltivare la terra ed accudire i bisognosi.

L’attenzione per l’individuo si manifesta nella virtù della “discrezione”, richiesta soprattutto all’abate: nell’amministrare le faccende quotidiane del convento, egli deve tener conto delle diverse esigenze dei suoi confratelli, deve alternare il rigore e la dolcezza dimostrando, a seconda delle circostanze, la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre. Composta per la comunità di Montecassino, questa Regola si diffuse in quasi tutti monasteri d’Europa.

In Puglia si affiancò in un primo tempo alla tradizione locale, su cui era notevole l’influsso del monachesimo basiliano.

Sembra non abbiano fondamento storico le notizie di comunità fondate dai santi Mauro e Placido, anche se quasi tutti i monasteri, specialmente i più ricchi e potenti, cercarono di costruirsi una nobiltà di origine, vantando la tempestiva adozione della Regola, ricevuta dalle mani stesse dei discepoli di san Benedetto.

NelI’XI e XII secolo varie abbazie benedettine, ancorate al tetragono motto “Ora et labora”, si stanziarono in area garganica. Esercitarono una straordinaria influenza spirituale ed economica, testimoniata dalla grande estensione dei possessi territoriali e dall’imponenza delle strutture insediative.

L’ordine monastico fondato da San Benedetto, con il sostegno della nuova potenza normanna e sotto la spinta della riforma gregoriana si impegnò in uno sforzo di capillare penetrazione nelle regioni meridionali.

In tale contesto, la comunità monastica di Santa Maria di Càlena presso Peschici, a partire dall’XI e per un lungo arco di secoli, svolse un ruolo importante nello sviluppo economico e culturale del Gargano nord-occidentale.

Ciò è emerso con evidenza dall’esame delle fonti documentarie e dalla lettura dei resti monumentali dell’abbazia effettuati dalla storica dell’arte Adriana Pepe, in occasione della mostra “Insediamenti benedettiniin Puglia”, svoltasi a Bari nel 1980. La successiva mostra “Architettura sacra medievale del Gargano”, promossa dal Gruppo Archeologico “Silvio Ferri” di Vico del Gargano, offrì alla Pepe un’ulteriore occasione per riproporre all’attenzione di tutti queste preziose testimonianze della storia e della cultura garganica, sollecitando una necessaria azione di tutela.

Le fabbriche di questa antica abbazia benedettina, oggi utilizzate come azienda agricola, distano un chilometro e mezzo dal centro abitato; sono protette sui fianchi dal promontorio di Peschici e dai boschi di Monte Pucci, con la possibilità di un rapido collegamento con il mare, distante meno due chilometri.

I benedettini, nella scelta dell’ubicazione delle loro badie, miravano all’utilizzo di un approdo sul mare o alla foce di un fiume: Santa Maria di Càlena è un monastero costruito in posizione privilegiata sulla costa. Fu proprio la favorevole posizione topografica a permetterne il rapido sviluppo.

La prima fase della storia di Càlena, strettamente connessa con quella della potente abbazia di S.Maria di Tremiti da cui dipendeva, risulta sufficientemente documentata; ciò non può affermarsi peril periodo successivo. Molte sequenze della sua complessa vicenda restano oscure. L’archivio di S. Maria di Càlena, unito nel 1455 a quello dell’abbazia di Tremiti, ne condivise le sorti: i documenti, confluiti nel fondo “Pergamene” dell’Archivio di Stato di Napoli, furono incendiati a Villa Belsito nel 1943 dai tedeschi.

A tutt’oggi sembra perduto anche quel “Memoriale di Càlena”, citato nel 1592 dal canonico lateranense Timoteo Mainardi nel suo manoscritto “Raggioni del monastero di S. Maria di Tremiti cavate da diversi istromenti, donazioni et altre”.

Il Memoriale, contenente i regesti e i documenti dell’abbazia di Càlena, era stato rinvenuto dal Mainardi nell’archivio tremitense.

I canonici lateranensi erano impegnati in un difficile tentativo di recuperare gli antichi possedimenti delle abbazie di Santa Maria di Tremiti e di Càlena, usurpati sia dai feudatari laici sia dalle varie università e lo facevano documentando le varie donazioni ricevute da papi, principi, imperatori e privati, registrate scrupolosamente negli inventari.

Il Regesto del Mainardi, che abbiamo vagliato in una specifica indagine, riporta dati inediti, senza dubbio interessanti per determinare esattamente l’estensione e la consistenza del patrimonio calenense. Non ci documenta la notizia della fondazione del“monastero” di Càlena nell’872, ad opera di Ludovico II, riportata dal Giannone.

Il primo documento a noi noto(1023) resta l’atto con cui Leone, vescovo di Siponto, donò a Roccio, abate del monastero benedettino di Tremiti, «una ecclesia deserta in loco que vocatur C(K)àlena, cuius vocabulum est Sancta Maria».

Esso attesta la presenza in questa località di una chiesa preesistente all’insediamento monastico attuale. Per consentire un autonomo insediamento sulla terraferma dei benedettini di Tremiti, Leone dotò i modesti beni di Càlena, «una terricella in circuitu de ipsa ecclesia cum ipso pastinello», di quattro appezzamenti di terra acquistati da alcuni componenti della colonia slava di Peschici, con i boschi vicini.

Alcuni anni dopo, precisamente nel 1053, questi slavi strinsero ulteriormente il proprio rapporto con Tremiti, donandole la chiesa di Santa Maria che avevano costruito nella vicina piana di Calenella, una chiesa rurale di fondazione privata, con una piccola estensione di terreno e i boschi circostanti. Queste prime donazioni costituirono il primo nucleo dei futuri, consistenti possessi fondiari diCàlena.

Adriana Pepe ipotizza un rapido sviluppo della nuova comunità monastica, sulla scia della crescente influenza spirituale e conseguente ascesa economica della casa madre di Tremiti che, disimpegnandosi abilmente fra comitati longobardi, autorità bizantine e nuove forze di pressione normanne, già entro la prima metà dell’XI secolo controllava vasti territori in Abruzzo, nel Molise e sulle coste settentrionali del Gargano.

Càlena, enumerata nel 1053 da papa Leone IX tra i possessi di Tremiti quale semplice chiesa, appena qualche anno dopo, nel 1058, venne riconosciuta da Stefano IX come abbazia indipendente, sotto la diretta protezione della Santa Sede.

Da questo momento in poi sarà inclusa soltanto formalmente fra i  possessi di Tremiti.

La sua piccola dotazione iniziale si trasformò in un cospicuo complesso di beni fondiari, concentrati lungo la fascia costiera settentrionale del Gargano, dalle sponde del lago di Varano al territorio di Vieste.

In questi anni e negli anni successivi le vennero donati numerosi terreni, vigne, oliveti, casali, case, castelli, corti, chiese, mulini, bestiame.

Questa generosità nelle donazioni alla Chiesa era molto diffusa nel Medioevo: trovava le sue motivazioni emotive nel desiderio dei donatori di assicurarsi la remissione dei peccati dopo la morte. Ciò è confermato dalle formule che spesso accompagnano gli atti di donazione: «pro animo meo, pro mea salute, pro remedio animae». Una pratica che si spiega anche come un “prudente calcolo politico” per sottrarre le proprietà immobiliari ai pericoli di guerre, devastazioni, alienazioni ed espropri, mettendole al sicuro nelle mani della Chiesa.

In effetti, i grandi feudatari, ma soprattutto i piccoli proprietari che non avevano alcuna protezione giuridica nelle instabili condizioni politiche e sociali di quel tempo, con saggia cautela amministrativa, posero i loro beni sotto il sacro segno del “bonum ecclesiae”, non dimenticando tuttavia di riservare per sé e per i propri eredi l’usufrutto sugli immobili donati.

L’abbazia di Càlena diventa, quindi, un centro civile in cui si intrecciano e confluiscono istanze e significati religiosi, sociali, economici e politici. «La difficoltà di far collimare con la realtà attuale del territorio i generici riferimenti topografici e la ripetitività delle formule notarili della documentazione medievale – sottolinea Adriana Pepe – non consentono una completa ed esatta ricostruzione dell’area di pertinenza dell’abbazia.

Ma un dato emerge: alle terre incolte e ai boschi, che costituivano gli iniziali possessi fondiari, si sostituisce una rete di nuclei produttivi, dotati di impianti di trasformazione. Terre seminative e vigneti caratterizzano il paesaggio agrario dell’area di pertinenza dell’abbazia; questi nuclei daranno origine a nuovi abitati rurali».

La cella della SS.ma Trinità di Monte Sacro era molto decentrata rispetto agli altri possedimenti di Càlena, ma le comunicazioni con essa erano assicurate da alcune vie mulattiere, che sin dall’antichità collegavano i centri abitati della costa settentrionale garganica al porto di Siponto.

La Alvisi le ha individuate con il sussidio della fotografia aerea.

Una strada che collegava Peschici a a Monte Sacro è citata espressamente in un documento del Codice Diplomatico pubblicato da Armando Petrucci.

L’utilizzo di queste strade si intensificò con lo sviluppo del Santuario di Monte Sant’Angelo e la creazione delle grandi abbazie garganiche. È proprio nel quadro dei rapporti con il centro più importante della spiritualità garganica che il possesso di Monte Sacro assunse un particolare interesse per i benedettini di Càlena. Di qui ebbe origine la lunga e difficile contesa che nel corso del XII secolo oppose l’abbazia di Peschici alla sua antica dipendenza (1127-1198).

La comunità benedettina di Monte Sacro aveva raggiunto uno straordinario prestigio proprio per la sua vicinanza alla Grotta dell’Arcangelo, meta dei grandi pellegrinaggi medievali. Riceveva ricche donazioni immobiliari anche nei maggiori centri portuali pugliesi come Trani, Bisceglie, Molfetta, Bari ed era diventata molto influente.

Nel 1198 riuscì ad affermare la propria autonomia dalla casa madre di Càlena, offrendole in cambio le sue proprietà di Molfetta, tra cui la chiesa di San Giacomo, case, vigne ed oliveti.

Secondo la Pepe, la vertenza rivela aspetti interessanti, che la documentazione disponibile non chiarisce a sufficienza: nelle prime fasi della contesa, Onorio II avrebbe imposto a Càlena, in cambio del riconoscimento dei suoi pieni diritti su Monte Sacro, l’adesione all’ordine monastico che faceva capo alla potente abbazia di Cava dei Tirreni (Ordo Cavensis).

Nella seconda metà dell’XI secolo anche S. Maria di Càlena aveva dovuto difendere la propria indipendenza. Secondo fonti cassinensi, durante il concilio di Melfi del 1039, il principe Riccardo di Capua aveva donato l’abbazia di Càlena a Montecassino; successivi privilegi papali comproverebbero tale donazione, mentre una bolla di Niccolò II del 1061, confermata da successivi pontefici, include ancora Càlena fra i possessi di Tremiti.

Il Leccisotti è del parere che «nei documenti medievali, per una di quelle che a noi sembrano contraddizioni, non è raro trovare riconosciuti a vari pretendenti i diritti su uno stesso luogo. Era però una platonica affermazione rilasciata dal concedente, che spesso non verificava attentamente titoli relativi, fondandosi sulla semplice proposta dell’interessato. Che poi questi potessero passare al possesso effettivo era tutt’altra cosa».

Al di là delle polemiche degli storici circa l’autenticità del documento cassinense, la contraddittorietà di tali testimonianze, secondo Adriana Pepe, evidenzia una complessa vicenda che vide Montecassino e Tremiti, da sempre impegnate nel disfare vecchi equilibri e nel tesserne di nuovi, per adeguarsi alla nuova potenza normanna.

Filippo Fiorentino, nel saggio “Il Gargano nel secolo XI alla luce del Chartularium tremitense”, sottolinea i motivi politici che spinsero il normanno Riccardo a scegliere l’influenza dei monaci cassinensi, più fedeli alla Chiesa di Roma,piuttosto che il diretto controllo dei benedettini di Tremiti, i quali continuavano a fare causa comune con i rappresentanti del governo di Bisanzio.

Le motivazioni politiche sono evidenti. S. Maria di Càlena, nonostante la perdita di Monte Sacro, la più ricca delle sue dipendenze, fra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo possedeva consistenti beni immobili; controllava oltre ai pascoli, i diritti di pesca sul lago di Varano, mulini sui piccoli corsi d’acqua nella zona di Montenero, Rodi e Vico, ed alcune saline nei pressi di Canne; tutti elementi di fondamentale importanza nell’economia medievale, come dimostrano le numerose controversie, documentate dal Mainardi, tra Santa Maria di Càlena ed alcuni signori feudali per il controllo del Lago di Varano.

Il diritto di ricevere “redditum sertarum anguillarum”, cui i monaci tenevano molto per il loro strettissimo vitto di magro, proveniva proprio dal Gargano: avere possessi sulle rive dellago di Varano era un privilegio ambito. Le anguille copiose di quella laguna costituivano una risorsa per le mense monastiche che non conoscevano la carne. Questa fu una delle ragioni per cui anche alcuni monasteri lontani, come Montecassino e Cava, cercavano di procurarsi delle “pescherie” nei laghi costieri garganici.

Santa Maria di Càlena si trasformò in una vera e propria signoria ecclesiatica, secondo un processo comune anche ad altre abbazie del Gargano e della Capitanata. Il monastero esercitava diritti feudali sui castra di Imbuti, di Peschici e Montenero (in agro di Vico del Gargano); numerosi borghi rurali, che si erano sviluppati intorno agli originari nuclei produttivi delle “celle”, erano soggetti alla sua giurisdizione.

Nell’ambito di questi rapporti feudali, si inquadrano le liti con alcuni signori laici, quali Raone di Devia nel 1173 e, più tardi, Enrico de Girardo nel 1305 che, a più riprese,tentarono di sottrarre all’abbazia i casali di Imbuti e Montenero, punti chiave dell’economia calenense.

A partire dal XIII secolo, la documentazione relativa a Càlena diventa assai lacunosa. La Pepe suppone che l’organicità del suo patrimonio fondiario, concentrato nel Gargano ad eccezione di alcune proprietà a Campomarino, a Canne e a Molfetta, rese possibile l’amministrazione diretta da parte dei benedettini.

Càlena non fu colpita dalla generale crisi spirituale ed economica che nel corso del Duecento investì le abbazie garganiche. Mentre i benedettini di Tremiti, sottoposti a processo, ne l 1237 furono costretti a lasciare le isole per far posto ad una comunità di frati Cistercensi provenienti dall’abbazia abruzzese di Civitella Casanova, la comunità benedettina di Càlena riuscì a mantenere la propria autonomia. Anzi, sottraendosi ai tentativi dei cistercensi di ricostruire integralmente l’antico patrimonio di Tremiti, proprio nel corso del XIII secolo, i monaci calenensi aprirono un impegnativo cantiere per il rifacimento della chiesa abbaziale più recente.

Il Concilio Lateranense IV(1215), indetto ed attuato alla fine del pontificato di Innocenzo III, di fronte ad una situazione generale difficile, di profonda crisi delle varie comunità monastiche benedettine, aveva cercato di correre ai ripari, raccomandando l’istituto del capitolo generale che già aveva dato buoni risultati nell’ordine cistercense.

Furono imposte riunioni triennali a tutti gli abati e ai priori di ogni regione o di ogni Stato, allo scopo di scegliere di comune accordo i cosiddetti “visitatori”, per controllare e riformare le comunità. Al tempo stesso venne interdetta la creazione di nuovi ordini monastici e di nuove regole religiose.

Furono emanate norme precise per l’elezione degli abati; se una comunità non giungeva ad accordarsi sul candidato entro tre mesi, perdeva automaticamente il diritto di elezione, che passava all’autorità superiore. Questa clausola consentì, per i secoli successivi, molti interventi della Santa Sede nei monasteri pugliesi. Non sembra che il Concilio abbia prodotto grandi effetti, se in seguito dovette intervenire con un tentativo più organico.

La bolla “Summi magistri” del 20 giugno 1336, conosciuta comunemente come la “bolla benedictina”, fissò in 39 articoli il programma di riforma monastica; i monasteri furono raggruppati in 36 province, ognuna delle quali era tenuta ogni triennio a radunarsi in capitolo. Nel periodo successivo al Concilio, e particolarmente nell’epoca avignonese, si registrarono vari interventi da parte dei pontefici. Ne annotiamo uno riguardante proprio l’abbazia di Peschici: nel 1313 Clemente V non conferma l’elezione dell’abate, ma preferisce inviarvi il monaco Nicola, di San Paolo di Roma.

Indubbiamente si tratta di una realtà nuova nella storia del monachesimo. Ma cosa ancor più sorprendente è il trasferimento di abati da un monastero ad un altro, in contraddizione con la tradizione della stabilità che prevedeva un legame indissolubile tra l’abate, legittimamente eletto, e la propria comunità: ne era segno esteriore l’anello che ogni abate portava al dito. La stessa Curia romana riconosceva una tale consuetudine se ogni volta, in occasione dei trasferimenti, riteneva opportuno sciogliere il neo-eletto dal vincolo che lo legava al primitivo monastero con la formula: «… a vinculo quo ipsi monasterio tenetur absolvens».

Quali motivi profondi determinarono gli interventi della Santa Sede?

Indubbiamente il desiderio di arrestare la decadenza dei monasteri, in crisi quasi dappertutto.

Non si può escludere, secondo il Lunardi, che i papi approfittassero di questo mezzo per rafforzare il loro potere, specialmente in epoche in cui la lotta contro l’impero toccò i momenti più drammatici.

Di certo la loro azione riuscì solo a rallentare l’inesorabile decadenza dei monasteri pugliesi: nel corso del XIV secolo, ridotti ad un’ombra della gloria passata, uno dopo l’altro divennero benefici ecclesiastici devoluti alla Santa Sede e affidati ad abati commendatari.

Alle soglie del 1400 anche Càlena, dopo secoli di effettiva indipendenza, non riuscì a sottrarsi all’ormai generalizzato istituto della“commenda”: fu affidata per qualche decennio al vescovo di Lucera, prima di essere annessa nuovamente all’abbazia di Tremiti (1445-1446).

La comunità benedettina fu sostituita dai Canonici Regolari Lateranensi, da alcuni decenni insediati nell’arcipelago, che riorganizzarono le sue ancora consistenti proprietà fondiarie e ricostruirono le fabbriche conventuali.

Le sorti dell’abbazia di Càlena resteranno legate a quelle di Tremiti: con la soppressione di quest’ultima, nel 1782, essa passò al Regio Demanio e successivamente (la data è ignota) fu acquisita dalla famiglia Martucci, che la utilizzò come azienda agricola.

La vicenda storico-economica, fin qui delineata, è oggi verificabile nelle tappe costruttive del complesso monastico, più volte ampliato a seconda delle esigenze e delle possibilità finanziarie della comunità. La stratificazione delle varie fabbriche è ancora leggibile, nonostante gli adattamenti contemporanei.

Nelle strutture murarie attuali non sono riscontrabili tracce dell’edificio anteriore al 1023, ad eccezione di alcune lastre frammentarie in pietra calcarea decorate con motivi a intreccio (una è murata nella recinzione dell’attuale cortile). I frammenti sono databili al X secolo; il tipo di decorazione è presente nelle aree di cultura longobarda.

Secondo le ipotesi della Pepe, i benedettini provenienti da Tremiti restaurarono o addirittura ricostruirono l’edificio abbandonato avuto in dono dal vescovo Leone, fin dai primi decenni della loro presenza a Càlena; sicuramente prima del 1058, anno in cui il cenobio fu elevato ad abbazia.

Questa fase è testimoniata dalla più antica delle due chiese presenti nel complesso conventuale. L’edificio, ubicato sul lato sud dell’odierno cortile, appartiene al noto gruppo di chiese pugliesi con cupole “in asse” sulla navata centrale e con volte a semibotte sulle navatelle, i cui esempi conosciuti sono in gran parte benedettini.

Se la chiesa con le cupole in asse si inserisce nel solco della tradizione pugliese, la “chiesa nuova”, che si addossa all’edificio più antico e ne prosegue l’orientamento, è costruita secondo modelli architettonici di vasta circolazione europea ed extraeuropea.

La navata centrale, che si conclude con un’abside semicircolare, è suddivisa in due campate quadrate di dimensioni leggermente diverse, originariamente coperte a crociera. Le navate laterali, alte circa la metà di quella centrale, sono coperte da una serie di volte a “botte”.

Questa originale struttura si rifà a modelli costruttivi giunti dalla Francia, precisamente dalla Borgogna, nei regni crociati e reimportati in Europa dalla Terra Santa da maestranze itineranti di scalpellini che percorrevano nei due sensi la “via francigena”, con tappe al Santuario dell’Arcangelo e al porto di Siponto.

Sullo scorcio del XII secolo, queste tipologie architettoniche si diffusero, oltre che a Càlena, nelle abbazie garganiche di Monte Sacro, di Pulsano e in alcune città come Monte Sant’Angelo, Barletta, Molfetta, Lecce, Otranto dove transitavano pellegrini e crociati.

Alcuni storici dell’arte hanno ipotizzato la presenza a Càlena di artigiani-artisti di scuola cistercense. Adriana Pepe ha escluso questa ipotesi, perché le notevoli asimmetrie della fabbrica non rispecchiano il rigore geometrico, la proporzionalità del loro linguaggio architettonico.

Che le maestranze di artigiani presenti nel cantiere di Càlena fossero del tutto, o in larga misura, “laiche” è dimostrato, secondo la Pepe, dai “contrassegni dei tagliapietra”, presenti sulla muratura della “chiesa nuova” dell’abbazia. Tale caratteristica accomuna questo edificio ad alcune fabbriche di età sveva e angioina: un confronto con i contrassegni presenti sui conci delle torri angioine del castello di Lucera offrirebbe spunti interessanti di ricerca.

In particolare, la parete sud della chiesa abbaziale di Càlena si distingue all’esterno per l’eleganza del paramento murario, articolato in una serie di arcate cieche e marcato da una gran varietà di contrassegni. Entro ogni arcata sono presenti raffinati elementi decorativi, fra cui un mascherone virile, una scodella intagliata a corolla, rosoncini variamente appiattiti o rigonfi, di ispido intaglio.

La scelta dei motivi e la qualità dell’esecuzione trovano riscontri in Terra Santa, oltre che sulle facciate delle chiese di Capitanata, Molise e Abruzzo.

Questi motivi ornamentali testimoniano, ancora una volta, l’itineranza delle maestranze, intensificatasi dalla Terra Santa verso l’Italia meridionale dopo la caduta di Gerusalemme (1187).

La Pepe ha cercato di verificare se le scelte artistiche dei benedettini di Càlena, nelle varie fasi di costruzione dell’abbazia, abbiano inciso nelle soluzioni architettoniche degli edifici monastici rientranti sotto la sua diretta giurisdizione.

La ricerca è stata condotta a Peschici, Vico, Rodi, Ischitella.

Fra i siti citati dalle carte medievali ne sono stati rintracciati soltanto alcuni. Presentano resti degli antichi insediamenti, ma la possibile influenza delle scelte architettoniche elaborate a Càlena non è risultata verificabile, in quanto le suddette fabbriche hanno subito consistenti modifiche.

L’ubicazione delle chiese superstiti, la loro reciproca posizione e i loro rapporti con i vicini corsi d’acqua offrono comunque – sottolinea la Pepe – un significativo esempio del sistema di controllo del territorio e di utilizzo delle risorse adottato dai benedettini.

Queste testimonianze della presenza monastica nel territorio del Nord Gargano sono, oggi, un patrimonio di memorie in gran parte sconosciuto ai più.

E’ necessario intervenire con urgenza, per evitarne la scomparsa.

Nonostante sia stata dichiarata patrimonio artistico-culturale e sia tutelata dalla legge, l’abbazia di Càlena versa oggi in uno stato di abbandono e di decadenza: solo un tempestivo intervento di iristrutturazione potrebbe salvarla da un irreversibile degrado.

La valorizzazione di questo notevole manufatto architettonico dell’agro peschiciano è importante, oltre che dal punto di vista storico-religioso, per il turismo culturale.

Come cittadini di Peschici, speriamo nell’esproprio e nel restauro dell’abbazia nella sua interezza, per rendere fruibile questo prezioso monumento a chiunque desideri visitarlo. Ci auguriamo altresì che esso possa essere inserito negli itinerari della“Francigena”, con un percorso lungo l’asse delle sue antiche pertinenze.

Teresa Maria Rauzino

Presidente Centro Studi Martella di Peschici

Abbazia Càlena. Portale esterno. Stemma Canonici Lateranensi. Foto Tonino Guerra