SPRAR DI RODI GARGANICO, UN PROGETTO VINCENTE

Un convegno del Rotary club Gargano accende i riflettori sulla tutela dei migranti non accompagnati
Il Rotary Gargano, su iniziativa della sua presidente Angela Masi, sabato 19 maggio ha organizzato, presso l’Auditorium Filippo Fiorentino dell’IISS “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico, un convegno sulla tutela giuridica dei minori migranti non accompagnati.
Sono intervenute l’avv .Gerarda Carbone, che ha illustrato l’attuale legislazione, i regolamenti e le direttive in materia di immigrazione che tutelano i minori migranti, e l’avv. Daniela Tafanelli che ha descritto la funzione del “tutore” del minore non accompagnato.
Carmine d’Anelli , Sindaco di Rodi Garganico, ha portato i suoi saluti e quelli della cittadinanza.
Durante il convegno sono stati illustrati gli interventi dello Sprar Villa San Michele, una struttura ubicata in località “Piano” tra Rodi e Lido del Sole, gestita operativamente dalla LIA srl, un’agenzia bergamasca individuata quale ente attuatore, rappresentata dalla dottoressa Elisabetta Scabrosetti. La LIA garantisce assistenza sociale, sanitaria ed educativa specifica, volte alla integrazione ed inclusione sociale dei migranti minorenni, in collaborazione con il Comune di Rodi Garganico e l’IISS “Mauro del Giudice” che ha attivato un corso di prima alfabetizzazione in L2 e di potenziamento culturale in diritto.
Maria Voto, assessore ai Servizi Sociali, che sta seguendo personalmente, sin dall’inizio, l’iniziativa dello Sprar, ha affermato che si tratta di un importante progetto triennale che favorirà, attraverso percorsi seri e mirati di integrazione, il dovere di accogliere e dare una mano a questi giovani migranti minori e non accompagnati. Al contempo, sul piano sociale, la presenza dello Sprar contribuisce ogni giorno a rafforzare la cultura dell’accoglienza a Rodi Garganico, che include questi ragazzi, con altruismo e rispetto, quotidianamente.

Si è parlato ancora di integrazione, prima attraverso un video realizzato dallo Sprar e poi con una relazione della vice coordinatrice della struttura rodiana, dott.ssa Luigia Bocale, che ha illustrato le procedure per l’accoglienza dei 15 minori e le varie attività svolte nel corso di quest’anno, in collaborazione con due scuole (IISS “Mauro del Giudice” di Rodi e IPPSAR di Vieste), Associazioni come “Euro Form Lavoro”, “I bambini di Antonio”, “Il Gruppo Enigma”, Pro Loco, con partecipazione attiva in manifestazioni come “Il Carnevale rodiano” e la “Sagra delle Arance”.

Ma cos’è lo SPRAR?

E’ l’acronimo con cui viene denominato il “Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati in Italia” che garantisce interventi di “accoglienza integrata” attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. E’ costituito dalla rete degli Enti locali che, con il concorso delle realtà del terzo settore, accedono al Fondo nazionale per la realizzazione dei progetti di accoglienza. La nascita del Sistema ha segnato una svolta nella storia dell’asilo in Italia. In primo luogo perché, per la prima volta, si è iniziato a pensare e a programmare in termini di “sistema”, in secondo luogo perché l’accoglienza è uscita dalla dimensione privata per entrare in quella pubblica. Mentre, fino al 2001 gli interventi in favore di richiedenti asilo e rifugiati erano esclusivo appannaggio delle realtà del terzo settore, che gestivano l’accoglienza in totale autonomia e al di fuori di una cornice istituzionale definita e omogenea, con l’avvio del PNA si è concretizzata l’assunzione di responsabilità da parte degli Enti locali e dello Stato centrale.
Tante le figure professionali impegnate nelle attività quotidiane dei progetti: operatori di accoglienza, mediatori culturali, persone occupate in attività amministrative, operatori legali, personale ausiliario, insegnanti di italiano, coordinatori di équipe.
Durante il periodo di accoglienza si interviene perché le persone ospiti acquisiscano strumenti che possano consentire loro di agire autonomamente dopo l’uscita dai programmi di assistenza. Gli interventi si incentrano soprattutto sull’apprendimento dell’italiano (obiettivo prioritario), sulla conoscenza e sull’accesso ai servizi, sull’individuazione di reti sociali di riferimento. Il processo di autonomia socio-economica della persona prende avvio e si consolida attraverso la conoscenza del territorio e il recupero dei propri background (personali, formativi, lavorativi), associati all’acquisizione di nuove competenze. Sul fronte dell’inserimento occupazionale, nella quasi totalità dei casi, si procede a una mappatura del fabbisogno lavorativo del territorio, attivando tirocini o borse lavoro e promuovendo inserimenti lavorativi nei settori in cui è avvenuta la formazione.
Aprire un centro Sprar, che accoglie un numero limitato di minori (max 15), oltre ad essere un gesto di profonda umanità, scongiura l’apertura dei CAS  “Centri di accoglienza straordinaria”, dove vengono trasferiti tantissimi rifugiati (fino a un massimo di 150) senza distinzione di età e genere. Infatti, nei Comuni in cui è prevista l’apertura degli Sprar, il Ministero non può, per legge, disporre l’apertura di CAS, in caso di arrivi consistenti di migranti.  Tali strutture sono individuate dalle prefetture, in convenzione con cooperative, associazioni e strutture alberghiere, secondo le procedure di affidamento dei contratti pubblici, sentito l’ente locale nel cui territorio la struttura è situata. Ad oggi I CAS costituiscono la modalità ordinaria di accoglienza e generalmente provocano una diffusa ostilità da parte delle popolazioni residenti.
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Quel maledetto febbraio del ’56 che portò la miseria sul Gargano. Non sempre la neve è gioia

QUEL MALEDETTO FEBBRAIO DEL ’56 CHE PORTÒ LA MISERIA SUL GARGANO

NON SEMPRE LA NEVE È GIOIA

 

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Processione con il Sacro Quadro per scongiurare la nevicata 1956 a Rodi Garganico                            archivio Antonio Laidò

La nevicata del ’56. (Non sempre la neve è gioia )” è l’incipit di un post apparso,  il pomeriggio del 28 febbraio sul profilo Facebook di Carmine d’Anelli, sindaco di Rodi Garganico, in un momento di pausa dell’alacre lavoro per l’emergenza neve che ha interessato in questi giorni il Gargano nord.  “Io nascevo un anno dopo – racconta d’Anelli –   ma gli echi del disastro mi furono chiari quando nel 1965, abitavo in Corso Umberto al 17 e guardavo dalla finestra una moltitudine di persone che in una notte da lupi portavano in processione la nostra amatissima Madonna della Libera. Mi ricordo che mio padre aveva gli occhi madidi di lacrime. In lui e in tanti padri c’era lo spettro del ’56, quando una tormenta come questa distrusse i nostri agrumeti, compromettendo il futuro di intere generazioni. Molte furono le famiglie che, a causa di quel disastro, dovettero emigrare in cerca di fortuna. Stanotte ed oggi, mi sono tornati alla mente quei ricordi e quel dolore!”.

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Nevicata 1956 a Rodi Garganico, archivio Antonio Laidò

Non lo nego, ma mi è subito venuta la curiosità di sapere cosa fosse successo in quelle fatidiche annate, citate dal sindaco, in cui la neve cadde in modo eccezionale sui nostri paesi garganici, provocando le gelate che misero K.O. gli agrumeti rodiani e vichesi.

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Nevicata 1956 a Rodi Garganico archivio Antonio Laidò

Da una rapida ricerca sul sito http://www.internetculturale.it, riguardo alla prima nevicata, quella del febbraio 1956, ho trovato le copie di giornali d’epoca, “Il Faro”, e “Il Foglietto”, e un ordine del giorno del Consiglio Provinciale.

Dagli “Atti del Consiglio provinciale di Capitanata (1956, numero unico, vol. 1 pag 95 )” si evince che il  Consiglio, presieduto da Luigi Allegato, riunito in sessione straordinaria il 18 febbraio 1956, in prima convocazione approvò all’unanimità il seguente “Ordine del giorno per le popolazioni di Capitanata colpite dalle recenti nevicate”:

“Il Consiglio provinciale di Foggia, considerate le gravissime condizioni di disagio in cui versano le popolazioni della intera provincia a causa delle persistenti avversità atmosferiche che con particolare crudezza continuano ad imperversare nei centri di questa provincia; constatato che lo stato di miseria e la disoccupazione hanno assunto tragiche proporzioni,  nella convinzione che l’Amministrazione provinciale per la sua parte ha erogato somme notevolissime per andare incontro alle necessità delle popolazioni pur nelle ristrettezze delle possibilità consentite dal bilancio; ritenuto necessario ed indispensabile un urgente intervento del Governo, decide di inviare al Presidente del Consiglio dei Ministri ed al ministro dell’agricoltura e foreste, del lavoro e delle finanze, il seguente telegramma: Consiglio provinciale Foggia chiede sollecito intervento Governo assegnazione adeguato contributo in favore popolazioni questa provincia colpite attuali avversità atmosferiche. Chiede finanziamenti tempestiva apertura cantieri lavoro per facilitare massimo assorbimento lavoratori nonché pagamento sussidi disoccupazione ed erogazione primo trimestre assegni familiari lavoratori agricoltura. Chiede altresì proroga mesi tre pagamento tributi et concessione credito agrario piccoli agricoltori mite interesse con dilazione scadenze in atto”.

L’odg era stato presentato dai consiglieri Bios De Maio (PSI) e Biagio Di Giovine (PCI), oltre che dall’assessore Salvatore Piazzolla (PCI).

L’Amministrazione provinciale erogò a favore dei Comuni della provincia la complessiva somma di L. 108.589.072, di cui lire 61.637.320 versate agli ECA e L. 46.951.752 versate direttamente ai Comuni per spalatura neve e disoccupazione.  Il presidente Allegato legge una dettagliata relazione dell’Ufficio tecnico provinciale con la quale vengono messi in rilievo i notevoli danni subiti dalle strade provinciali a causa delle abbondanti nevicate e delle acque provenienti dallo scioglimento delle nevi e dalle precipitazioni piovose. L’infiltrazione delle acque nel sottosuolo provocò numerosi avvallamenti, cedimenti   del piano viabile e formazione di buche. Tali inconvenienti si verificarono maggiormente sulle strade di pianura e del sub appennino, che unitamente a quelle del Gargano, meno danneggiate, erano in condizione da intralciare notevolmente il traffico. Il pericolo delle frane minacciava di isolare alcuni centri abitati.

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Nevicata 1956 a Rodi Garganico archivio Antonio Laidò

“Il faro di Vieste” del febbraio 1956 (a pag. 4) ci informa che l’eccezionale nevicata, che durante il mese di febbraio aveva investito tutta l’Italia, non risparmiò neppure Vieste, il paese più “sperduto” del Gargano.  La neve, che nell’abitato della cittadina non si vedeva dal 1947, cadde abbondante per tutta la giornata del 15 febbraio, raggiungendo un’altezza di circa 15 centimetri mentre in campagna, specie verso Sagro, raggiunse punte di un metro e più. Per qualche giorno, le strade rimasero interrotte al traffico e per una settimana il servizio postale restò paralizzato. Il termometro, cosa mai verificatasi da parecchi anni, scese fino a tre gradi sottozero.

Per alleviare lo stato di disagio in cui venne a trovarsi larga parte della popolazione, specie fra i braccianti agricoli, le autorità competenti intervennero distribuendo aiuti di ogni genere, alimentari e in denaro, ai numerosi lavoratori rimasti privi di lavoro. Si mobilitò persino il Vaticano e la Pontificia Commissione di assistenza inviò 10 quintali di pasta, 10 quintali di farina e “un forte quantitativo di formaggini”. Tali soccorsi furono distribuiti a 400 braccianti agricoli dal reverendo don Domenico de Simio, coadiuvato da una commissione di braccianti. La locale ECA (Ente comunale di Assistenza), a sua volta, assistette 600 famiglie di bisognosi con buoni di farina, pasta e denaro, spendendo complessivamente la somma di un milione e quarantamila lire. Spese anche 346 mila lire per dare lavoro ad un congruo numero di disoccupati ingaggiati per spalare la neve nelle vie dell’abitato e per le strade di comunicazione. Di tale somma, lire 60.000 servirono a pagare la manodopera che il giorno 16 liberò il pullman rimasto bloccato a Sagro, la sera del 15 febbraio. Dalle colonne del giornale si eleva “il più sentito ringraziamento al signor Prefetto della provincia, alla Pontificia Commissione di Assistenza e al consiglio provinciale per la fraterna comprensione e per la sollecitudine con cui sono venuti incontro ai bisogni della nostra popolazione”.

La situazione è ancora molto tragica e l’editoriale del “Faro di Vieste”, dal titolo “Eco di un amaro febbraio” firmato da Mario Romano, invoca un intervento del governo, vista la crescente disoccupazione della popolazione. Tanti erano  stati duramente provati dagli avversità atmosferiche del mese di febbraio,  tanti che, per lunghe ed estenuanti settimane non avevano percepito una sola giornata di salario: “E dai diversi paesi del Gargano quelli sperduti su un picco o nel cuore dello sperone o su un breve pezzo di terraferma bagnata ai quattro lati continuano a pervenire allarmanti notizie in merito allo stato di miseria nella quale si dibattono, (e da tempo!) le generose popolazioni che, oltre tutto, hanno visto compromesso il raccolto degli agrumi, altra loro risorsa. “Un’annata così nera non si ricorda da secoli”.  Noi vogliamo appena ricordare a chi di ragione che molta gente, nonostante lo sciogliersi delle nevi e la quiete dei mari vive nel desolante squallore della sofferenza fisica e morale, che per molta gente   il bel sole, il quale ogni cosa fa rilucere, non ancora è tornato a splendere. Si aiutino perciò questi esseri viventi siano essi di Ischitella, Carpino, Peschici, Le Tremiti, Vieste, anche perché, come tutti i bravi cittadini, essi contribuiscono al progresso della Nazione, pagando i tributi sui redditi di lavoro, servendo in grigio verde il Paese dando alla collettività figli illustri che onorano” (Il faro di Vieste 1956 febbraio pag 1).

Il “Foglietto”, sempre nel febbraio 1956, lancia un Appello alla solidarietà che fa leva sul “Cuore di Foggia”.

“Se il sole è tornato a splendere in Capitanata, ciò non significa che siano cessati i bisogni di quanti vivono in montagna. Non tutti i comuni della provincia, infatti, risultano sbloccati e molta è la gente che ha bisogno di viveri e indumenti. Interprete di queste necessità e sensibile alle esigenze delle popolazioni maggiormente colpite dall’ondata di freddo e di gelo, il Prefetto avv. Giuseppe Meneghini  si rivolse ai Foggiani: “Cittadini, il Governo, attraverso il Ministro dell’interno ha lanciato un nobile appello al Paese: una nuova abbondante nevicata ha annullato tutti gli sforzi precedentemente compiuti a favore delle popolazioni colpite dalle recenti avversità atmosferiche:  occorre, perciò riprendere l’opera, sia pure affrontando maggiori difficoltà, essendo aumentati i bisogni di assistenza in numero e in necessità. E per questa azione umana e sociale occorre l’ausilio di tutti, indistintamente: di quanti, cioè, possono dare qualcosa a favore di chi sta peggio! Foggia, pronta e generosa, non mancherà di offrire una nuova prova dei suoi sentimenti di spiccata sensibilità, e di manifestare la sua solidale partecipazione inviando offerte alla Prefettura”.

Sullo stesso numero del Foglietto (febbraio 1956) un altro articolo, dal titolo “Branchi di lupi a Monte Sant’Angelo, ci informa che le forti tempeste di neve avevano stretto nella gelida morsa anche la città dell’Arcangelo dove la neve aveva raggiunto oltre un mezzo metro di altezza, rendendo impossibili le comunicazioni con altri centri. Nelle campagne circostanti erano comparsi branchi di lupi famelici e nelle contrade “Sardelle” e “Vergore del lupo” furono trovate uccise una quindicina di pecore. Da una ventina di anni, i lupi non davano più segno di vita e si riteneva che si fossero ormai estinti sul Gargano. Si presumeva che per il maltempo fossero scesi dai monti degli Abruzzi per rifugiarsi nei folti boschi “Umbra” e “Quarto”.

LA NEVICATA DEL FEBBRAIO 1965

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“VICO, CANCELLATO DALLA CARTINA PER 5 GIORNI”

Riguardo alla nevicata del febbraio 1965, il periodico “Il Gargano: organo di Rinascita garganica”, il 28-02 1965, in prima pagina, pubblicò un ampio reportage che faceva il punto della situazione. Diversi comuni, fra cui Vico del Gargano e San Marco in Lamis, erano rimasti completamente isolati per vari giorni. Sensibili i danni alle colture e rilevanti quelli derivanti dalla perdita di bestiame. Furono disposti urgenti provvedimenti del Prefetto di Foggia, Eduardo Zappia. Davvero encomiabile fu l’opera delle forze dell’ordine; censurabile quella dell’Anas, che l’inviato (anomino) critica un bel po’… invitando i Comuni a consorziarsi per acquistare uno spalaneve a turbina.

Pubblichiamo uno stralcio del servizio.

“Un detto popolare ammonisce che se i giorni di febbraio fossero tutti, in quel mese gelerebbe anche il vino nelle botti. (…) Intanto, mentre le belle giornate del trascorso gennaio facevano ritenere che anche questo inverno avrebbe avuto un tranquillo decorso, ecco che arriva febbraio a sconvolgere la stagione.  Freddo e neve, pioggia e neve, vento e neve. Con la furia dei suoi temporali, febbraio non ha risparmiato nulla e nessuno. La sofferenza è stata comune per tutti: per gli uomini e per gli animali, per i campi e per gli edifici. Non che non si fosse preparati a fronteggiare una invernata rigida. Il fatto è che questo febbraio è stato eccezionalmente   inclemente. Per cui, anche i mezzi di cui si poteva disporre e la cui acquisizione era stata suggerita dalle invernate precedenti, si sono rivelati insufficienti. Metri e metri di neve hanno ricoperto le vie di comunicazione, interrompendo i contatti stradali, elettrici e telefonici, postali e radiotelevisivi. Paesi rimasti isolati dal mondo per lunghi giorni, per settimane. L’opera delle forze dell’ordine non sempre, peraltro, ha potuto aver ragione della tormenta, mentre i mezzi meccanici di cui disponevano gli enti civili hanno anch’essi tentato l’impossibile per raggiungere e soccorrere le popolazioni dei centri isolati. Si è fatto ricorso persino agli aerei per far giungere in alcuni centri generi di conforto e medicinali; gli stessi aerei hanno fatto cadere dall’alto foraggi e mangimi per gli animali. I danni sono gravi. Il patrimonio zootecnico è stato particolarmente colpito, creando seri problemi specialmente per quelle aziende di nuova formazione, le quali, in vista di un migliore impiego del proprio lavoro e delle proprie risorse, si erano indirizzate verso l’allevamento del bestiame. Anche i danni alle colture sono ingenti. Migliaia di piante sono state abbattute. I centri abitati hanno sofferto anch’essi seri danni: compromessa la stabilità delle abitazioni più modeste; tetti crollati o scoperchiati; strade disselciate (…)”.

OLTRE UN METRO DI NEVE A VICO DEL GARGANO

“A Vico del Gargano la neve non è una cosa insolita e, purtroppo, non è nemmeno insolito che ad ogni nevicata, il paese rimanga nel più assoluto abbandono. In occasione dell’ultima neve, abbiamo avuto la riconferma di come, Comune, provincia e Servizi pubblici siano dotati di scarsi mezzi per venire incontro alle esigenze della popolazione e, dove e quando si riesca a trovare uno spiraglio di luce, i famigerati “troppi galli” fanno a   gara per accrescere il caos, già creato dalla situazione problematica. Una ondata così eccezionale e abbondante di neve da noi non c’era mai stata: un metro di neve si è ammucchiato nelle zone meno esposte; in quelle zone invece in cui la tormenta ha infierito più intensamente, la neve ha raggiunto e superato i due metri.   I primi mezzi ad essere inefficienti sono stati i pullman di linea, i soliti “mastodonti” inservibili per le nostre strade di montagna, che dovrebbero essere servite da macchine più piccole, più agevoli e dotate di catene. Alla paralisi dei pullman è seguita quella dell’ufficio postale. Abbiamo ascoltato le lamentele dei forestieri, ivi compresi turisti o cacciatori, bloccati negli alberghi; i pianti delle famiglie che, nonostante i loro disperati appelli, non hanno potuto ricoverare i propri ammalati in ospedale; le invettive degli avieri e delle guardie forestali, bloccati per 3 giorni nella Foresta Umbra senza viveri e le imprecazioni dei cittadini tutti Ad evitare i lamentati inconvenienti sarebbe bastato un solo spazzamento efficiente, magari uno dell’ANAS che, per la verità, non ci è mancata la opportunità di vederli… ma solo in foto. Insomma, Vico del Gargano, per 5 giorni è stato cancellato dalla carta geografica”.  

AMARCORD 2/ IL CASO SAN MARCO IN LAMIS

“Scarsità di viveri a san Marco in Lamis, che per quindici giorni è stata completamente coperta di neve, che in alcuni tratti verso Borgo Celano ha raggiunto i due metri di altezza. In questi giorni di isolamento è mancato il latte ed i viveri sono diventati scarsi. I prezzi sono saliti da un’ora all’altra vertiginosamente e la situazione è diventata caotica.  Dopo alcuni giorni di attesa uno spartineve dell’ANAS, che per alcuni giorni si era trastullato per le vie secondarie di un paese vicino, stanco poi di fare capriole se ne tornava a Foggia, seccato di vivere in mezzo alla neve. Senonché dopo le reiterate richieste e proteste del Sindaco finalmente lo spartineve apriva un varco. (…) Siccome tutto ciò accade ogni inverno, sarebbe quanto mai opportuno che i Comuni di San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo, Montesantangelo, Rignano Garganico e San Nicandro Garganico si consorziassero per acquistare uno spalaneve, in modo da aprire le strade”.

Teresa Maria Rauzino

Il presente reportage è stato pubblicato sul QUOTIDIANO “L’ATTACCO” del 3 marzo 2018 pp. 24-25.

attacco 3 marzo 2018

 

 

AMARCORD, DOMENICO SANGILLO!

SPAZI DENSI ALLA MOVIOLA DELL’ANIMA

Spazi densi alla moviola dell’anima per l’artista rodiano “dal singolare estro”, che fece rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana.

Il Gargano, con i colori della sua naturale tavolozza mediterranea, da sempre è stato un magnetico polo di attrazione per i “maestri del colore” italiani e stranieri. Domenico Sangillo (Rodi Garganico 29 gennaio 1922- 8 gennaio 2016) , fu uno di quelli che decise di andarsene. Ma dalla Capitale, divenuto uno degli artisti più significativi del “tonalismo” romano che faceva capo a Mafai, lanciò l’immagine dello Sperone in tutta Italia.

E’ sempre il Gargano ad attrarlo come un ricordo atavico, una necessità del sangue: dopo molti anni vi ritorna, e continua a dipingere finchè ne ha la forza, con fulmineo tocco tonale, suggestivi olii su tela, quasi che l’improvvisa “illuminazione” gli possa sfuggire, come acqua tra le dita aperte. Scaglie di colore, fuso e sovrapposto a creare un tipico fermento, vibrazione, lievitazione. E’ soltanto la luce a far questo oppure è l’irrequieta sensibilità di Sangillo che trasmette alle cose il fremito che porta dentro?

L’atmosfera soffusa è creata dalla magia del mezzo tono. Eppure il colore trionfa in ogni tela con alternanze di toni ora tenui, ora violenti, sempre vitali.

“I ritmi melodici che formano la vasta sinfonia dei quadri di Sangillo – osserva Milo Corso Malverna – sono come una musica suonata in sordina, un magico coro a bocca chiusa”. Rocce, lago e cielo non hanno bisogno di essere amati, lo sono già da tempo immemorabile…

La sua Terra gli si presenta nella sua essenza ancestrale: “Gargano eterno: Carsico cetaceo, / mistero / dei remoti universi”.

Un ricordo antico lo lega alla sua Terra rocciosa lambita dal grecale: “In cima / al Talero / una casetta vetusta, / dove si accapigliano / i venti di mare, / dove inerti / marciscono / le foglie del castagno, / dove, sbiaditi / dimorano / i miei giuochi / di un tempo”.

Il Gargano assurge a Purgatorio dei vivi: “Reclini / gli ulivi del Mileto: / amorfi fantasmi / dai venti condannati!” .

Ama le atmosfere brumose. Il Varano diventerà il suo rifugio. Qui, gli sarà possibile “addormentarsi e svegliarsi in un capanno, avvertendo il sommesso respiro del lago”: “Gocce di luna / smerlettano la giuncaia. / Un leggero zeffiro / soffia sul lago, / mentre eco dei pescatori / si perde nel gorgo del mistero”.

Lunghe notti passate, nell’attesa del giorno, a osservare il Firmamento: “Cade una stella; / nel tempo della sua scia / si dissolve la mia memoria”.

Una vita segnata da quotidiani incroci tra la vita e la morte: “Due usci contigui: / un fiocco rosa / un drappo nero. // Incontro / di inesausti / viandanti”.

Una sofferenza rinverdita da ricordi che non lasciano varchi: “Lapilli / di ricordi / ardono / nella memoria, / or che / martoriata / cerca / requie”.

Ma il vitalismo dell’artista emerge con forza nella lirica d’amore. Un sentimento che continua a ispirargli “palpiti” profondi:

“Vorrei spandermi / dentro di te / come acqua / tra le rocce, / lambire / i granelli del tuo mistero; / ma tu / sei / chiarore lunare, / ove scivola / il mio tempo”.

La forza di Sangillo è proprio qui. E continua, ogni giorno, a emozionare i suoi lettori.

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CHI E’ DOMENICO SANGILLO

Fin dalle prime “personali”, Sangillo viene definito dalla critica un artista “dal singolare estro”, che fa rivivere nelle sue tele le innumerevoli e selvagge bellezze del Gargano e della campagna romana, in un tenue distacco dalla realtà contingente.

La suggestione estetica, prodotta dallo spettacolo della natura e dall’eleganza e dalla raffinatezza di un ambiente carico di memorie storiche e di opere d’arte, è chiamata a fare da impareggiabile sfondo alla sua produzione.

Proprio a Roma vive la stagione più feconda della sua parabola artistica, proponendo le sue tele, oltre che nelle Quadriennali e nelle mostre di rango, nelle rassegne “en plein air” della Montmartre italiana: Via Margutta.

La “Strada degli artisti”, negli anni della “dolce vita”, diventa due volte all’anno una “parata di arcobaleni”, illuminata a giorno nelle suggestive notti di giugno. Secondo le cronache romane di “Il Tempo”, in quelle tiepide serate “è tutta un fantasmagorico quadro, formicolante umanità a coriandoli, dentro la cornice di tetti che si rincorrono da Trinità dei Monti al Pincio”.

Sino a notte fonda, uomini e donne di tutte le età e tutti i gusti, anche di nazionalità estera, si incontrano e si scontrano negli apprezzamenti e nelle polemiche davanti ai quadri “che sembrano offrirsi crocifissi e indifesi al supremo giudizio della folla”.

Sangillo vi afferma il suo stile personalissimo. Ed espone nelle più prestigiose gallerie italiane, tra cui la Gussoni di Milano, presentato da Valerio Mariani, noto critico d’arte, titolare della rubrica “La Ronda delle Arti” alla Rai di Roma.

La mostra vede la presenza costante di Carlo Carrà, che esprime giudizi lusinghieri all’artista, e si intrattiene con lui per interi pomeriggi a parlare dei quadri, affascinato dalla sua vena creativa.

Sulla “performance” milanese scriverà una bella recensione Raffaele De Grada, allora in forza alla sede Rai della città lombarda.

Nell’ultimo ventennio Sangillo ha pubblicato varie sillogi, rivelando un’ispirazione poetica intensa e originale. Le liriche di “Figure e palpiti di vita” (1982), “Sapore del tempo” (1985), “Specchio di antiche lune” (1989), sono confluite nelle sillogi “Segni di un uomo nel tempo” (1991), “Parole e silenzi” (1992), “Sogno e memoria” (1996), “Approdi” (2002), tutte edite da Schena.

Il pittore Manlio Guberti, nel 1985, dopo aver ricevuto le sue prime sillogi,  gli scrive: “Caro Sangillo, grazie per le sue righe e le belle, delicate liriche che mi hanno riacutizzato la nostalgia del Gargano: terra che, come Lei sa, mia moglie ed io abbiamo profondamente amato e rispettato prima che la speculazione ne facesse l’attuale grossolano, banale caravanserraglio. Non sapevo che avesse anche il dono di scrivere in versi, in molti dei quali traspare la sensibilità della visione pittorica. Spero tuttavia che non abbia smesso di dipingere, anche se ha lasciato Roma: proprio nella sua terra dovrebbe ritrovare, se pure in zone remote e nascoste, il suo fascino e l’impulso e l’impulso a dipingere ancora di più. Noi abbiamo lasciato Grottarossa da 18 anni, dopo aver trovato un pascolo di 13 ettari a una trentina di chilometri da Roma (presso la via Flaminia); ci abbiamo piantato tantissimi alberi, costruito lo studio e infine la casa in piena campagna. Continuiamo inguaribilmente a far le stesse cose di prima, scrivere, imparare, dipingere, coltivar la terra senza veleni, insegnare, far musica: abbiamo sviluppato l’arte di viver nascosti, altrimenti non potremmo fare quello che facciamo in un mondo così ridicolmente mercificato. Dopo ben sette anni, l’anno scorso sono ritornato nel Gargano per una settimana d’inverno, e spero che in futuro ci tornerò qualche volta per camminare nelle zone ancora non guastate. In tal caso, dovremo fare in modo di incontrarci. Buon lavoro e i migliori saluti da Manlio”.

E’ stato lo scrittore Giuseppe Cassieri, nella prefazione a “Specchio di antiche lune”, a definire per primo la superiore “essenza” dell’arte e della poesia di Sangillo:

“Figli della stessa terra, vittime delle medesime inquietudini ambientali, entrambi sedotti dal medesimo paesaggio garganico: il Varano, Santa Barbara, il Taléro. Lui però ha avuto il merito di scommettere tutto nel poco spazio che gli veniva concesso, radicarsi fino all’osso carsico sottostante, alimentare i propri doni creativi di quotidiane ansie, di infinite tenerezze. Se il prezzo pagato in termini di sopravvivenza personale è oggettivamente alto, le Muse in compenso sono state generose con l’artista, rinnovandogli i loro favori a ogni rinascita del giorno. Non solo il poeta del disegno e del colore, che certo è preminente e gli assicura un posto di rilievo nelle correnti figurative del Mezzogiorno, ma anche il poeta in versi. Da leggere, oso suggerire, in lieve abbandono, accostando l’orecchio alle minime crespature del cuore e del lago (il referente elettivo di Sangillo), così come occorre spalancare l’occhio sulle minime vibrazioni dei verdi e degli azzurri in disperata sinergia sulla tela, quanto più tetre si rivelano le corrispondenze umane, e come refrattario, inibito, il senso del mondo. C’è un’immagine – in realtà un bell’ossimoro – che estrarrei dal Canzoniere amoroso e la porrei emblematicamente al centro dell’esperienza lirica che accompagna il nostro autore: ‘Il tuo gelo / mi ustiona’. Ecco: ho l’impressione che turbamenti e aspre veglie, malinconie e rare esultanze, passino di lì”.

Teresa Maria Rauzino

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BIBLIOGRAFIA

“Domenico Sangillo Opere”, a cura di Teresa Maria Rauzino, Claudio Grenzi Editore, Foggia 2000.