I PRESEPI NAPOLETANI DEL PRINCIPE DI ISCHITELLA (E PESCHICI)

I presepi allestiti nei palazzi nobiliari di Napoli erano qualcosa di unico. La meraviglia delle scene costruite con ricchezza di particolari, la plasticità dei volti dei pastori, attiravano un pubblico numeroso e di ogni estrazione sociale, suscitando nei visitatori “diletto e meraviglia”. Il tutto con una ricchezza inaudita di sete e stoffe, gioielli, ori ed argenti che dovevano dimostrare lo status socio-economico del nobile casato che allestiva il presepe.

Le cronache della «Gazzetta di Napoli» citano a più riprese, durante il periodo austriaco (1707-1734), la visita dei Vicerè ai presepi napoletani. È singolare apprendere che il più celebre presepe in città era quello di Emanuele Pinto, principe di Ischitella (FG). In un articolo è riportata la notizia che l’ultima Viceregina austriaca, «vi andò preceduta da un drappello di guardie tedesche ed accompagnata da alcune dame.
Il principe e la principessa d’Ischitella la ricevettero ai piedi della scala ed era con loro anche l’architetto del presepe, Desiderio de Bonis». La viceregina restò incantata dal magnifico corteo dei Re Magi.
Ancora oggi, quando si parla dei personaggi che hanno dato lustro alle città del Meridione, la famiglia Pinto viene ricordata nelle conferenze che hanno per tema la storia e l’araldica.

Di origine portoghese, la famiglia apparteneva all’Ordine di Avis, corrispondente portoghese del nobilissimo Ordine di Calatrava, uno dei quattro Ordini Nobiliari più prestigiosi di Spagna. I Pinto che si trasferirono a Napoli (probabilmente per sfuggire al famigerato tribunale dell’Inquisizione), aggregati al Patriziato del Seggio di Porto, dopo l’abolizione dei Sedili (1800), furono iscritti nel Libro d’Oro Napoletano. Nel 1671 Luigi Emanuele Pinto y Mendoza acquistò dalla famiglia Turbolo i feudi di Ischitella e Peschici, in provincia di Capitanata, e nel 1681 fu insignito dei titoli di principe di Ischitella e barone di Peschici.
Francesco Emanuele Pinto (Napoli,1697 † ivi 1767), marchese di San Giuliano, terzo principe di Ischitella e terzo barone di Peschici (nel 1728 insignito anche del titolo di principe nel cognome), nel 1718 aveva sposato in prime nozze Giulia Caracciolo, e nel 1738 in seconde nozze Zenobia Miroballo.

Il principe, molto religioso ed osservante della novena del Santo Natale, era un raffinato collezionista di presepi. Ne aveva di ogni materiale e disposti in ogni stanza del sontuoso palazzo di Napoli, considerato all’epoca uno dei più ambiti salotti della città per l’assidua presenza di artisti e letterati, e per l’ingente raccolta di opere d’arte. Gli allestimenti, fatti eseguire nel suo palazzo a Chiaia nella prima metà del Settecento, dovettero essere qualcosa “di inusitato” anche per un pubblico avvezzo a questo genere di “sacre figurazioni”, al punto che ancora alla fine del Settecento ne restava memoria. Nel Natale del 1733 ne aveva diretto l’allestimento il citato architetto Desiderio de Bonis, un artista oggi quasi sconosciuto, ma che fu il più quotato “specialista” del genere.

Pietro Napoli Signorelli, autorevole fonte sulla storia del presepe, alla fine del Settecento, lamenta la progressiva dispersione e gli smembramenti già in atto delle collezioni presepiali napoletane antiche, tra cui quella un tempo appartenente ai Pinto: «Sontuoso e magnifico in tutte le sue parti era il presepe che vedevasi in casa del principe d’Ischitella, lodandosi con ispecialità l’eccellenza de’ pastori lavorati dà più celebri scultori e la pompa e la ricchezza indicibile del corteo dei magi e la gloria che componevano un tutto per ogni riguardo eccellente. Ma tutto è terminato né credo che alcun frammento più sussista di così splendida suppellettile».

Il fatto che il principe Pinto, fin dal 1765, sia stato costretto ad impegnare i gioielli dei Magi e gli ori delle popolane del suo presepe denota la natura precaria delle imponenti costruzioni presepiali che erano nate, più che dalla devozione natalizia e da scopi religiosi o mistici, per la funzionale esigenza di consolidare, attraverso l’ostentazione, il prestigio personale raggiunto dalle grandi famiglie napoletane.

Nel corso dell’Ottocento, molti presepi furono progressivamente smembrati e i Perrone, grandi appassionati di presepi, ne acquistarono i migliori esemplari, una parte dei quali confluì nella Raccolta Perrone, oggi custodita nel Museo della Certosa di San Martino. Lo storico Gian Giotto Borrelli, nel volume “Pastori e Presepe napoletano” (Elio de Rosa editore, Napoli 1998) ricorda che nello sterminato inventario (apprezzo) dei beni del Principe, redatto a Napoli nell’ottobre del 1767, pochi giorni dopo la sua morte, compaiono undici presepi di ogni dimensione e materiale, dal legno di bosso intagliato alla cera modellata, dallo stagno dipinto alla terracotta.

Ad un certo punto del documento si riporta la seguente notazione: «In tre stanze consecutive è piantato il Presepe grande con tutti i pastori». Probabilmente era quello composto dalle “figure” acquistate dal principe nel 1743-44 per l’ingente somma di oltre 2.000 ducati».

I redattori dell’inventario reperirono in un altro ambiente del palazzo, precisamente «nel camerino dove dormono le Donne detto de’ Pastori», una serie di oggetti che oggi suscitano grande curiosità. Si trattava di gruppi di figure e di pezzi di scenografie custodite in casse:

«una carrozza ricca a due cavalli con un Cardinale dentro, e Vescovi, una stanza con moltissimi personaggi in piccolo di creta, che fanno diverse azioni” (forse un bozzetto per un presepe), un Baroccio a quattro cavalli tinto di verde con un Cavaliere di Malta dentro, un volantino a due cavalli con due volanti alli lati, e servidori dietro con la livrea di Policastro, e li cavalli sono di capezza di moro, un carro con due botti sopra, e due personaggi, e due bovi, un milordo a cavallo».

Vi erano inoltre scene che riproducevano una cella del Monastero di S. Chiara con diversi personaggi, e ornamenti, la guglia di S. Gennaro di sughero colorato, un ospizio con diversi personaggi, e la sua cappella, un monastero di campagna con vari personaggi, e la sua cappella, e così via.

I pezzi citati nell’inventario del 1767 dovevano far parte, probabilmente, del presepe più antico ideato dal de Bonis, e che non aveva trovato posto in quello montato successivamente nel palazzo dei Pinto.

Emanuele Pinto morì indebitato nel 1767. I suoi creditori sequestrarono il feudo di Peschici e concorsero sul feudo di Ischitella. Oltre alla passione per i presepi, il Principe nutrì quella per l’arte ed il giardinaggio: fu un vero esteta. Lasciò sul Gargano notevoli palazzi ed opere artistiche di indiscutibile valore. Nel 1714 aveva restaurato l’antico castello di Ischitella (oggi Palazzo Ventrella), arricchendolo con una facciata monumentale e con finestre elegantissime; vi aggiunse alcune stanze al primo piano ed innalzò il secondo piano.

Nel 1735 restaurò il castello di Peschici, che ancora oggi è possibile ammirare per la posizione a picco sulla Rupe e per l’imponenza della costruzione. In Campania, il giardino di Palazzo Pagano di Quadrelle (Avellino) conserva ancora oggi la geometria, le fontane, le mura, le specie botaniche volute dal Principe di Ischitella, che ne fu il feudatario.

Ritornando ai presepi dei Pinto e delle altre famiglie nobiliari, che si rinnovavano ogni anno nel chiuso dei palazzi nobiliari e per la gioia esclusiva di pochi, essi furono un divertissement profano, da ricchi, riservato ad una ristretta élite che poteva permettersi il lusso di investire il suo danaro in quell’arte multiforme cui concorrevano artefici specializzati. Molto probabilmente il popolo di Napoli non vi si riconosceva affatto, perché erano, in fondo, un’invenzione delle classi colte committenti, mediata dalla fervida creatività dei grandi artisti del barocco.

Quel popolo di pupi vestiva stoffe sontuose degne della corte borbonica; sprizzava soddisfazione e contentezza in ogni situazione, aveva rimosso la negatività, la miseria e l’abiezione in cui vivevano le plebi napoletane; talvolta le sembianze stesse dei pupi ritraevano quelle dei loro nobili committenti (era una vera sciccheria avere il proprio ritratto in miniatura nel presepio di casa); la stessa regina Maria Carolina pare sia stata ritratta in una contadina del presepe della collezione Catello. In tal senso il presepe napoletano fu, oltre che un “divertissement” o hobby di corte, anche un “instrumentum regni” dei Borboni verso il popolo suddito, vezzosamente rappresentato e blandito proprio dalle classi dominanti.

Teresa Maria Rauzino

 

Il Castello del principe Pinto sulla Rupe di Peschici
Il Castello del principe Pinto sulla Rupe di PeschiciPalazzo Pinto (oggi Ventrella) a Ischitella
Palazzo Pinto (oggi Ventrella) a Ischitella
Palazzo Principe Ischitella a Chiaia (Napoli)
Palazzo Principe Ischitella a Chiaia (Napoli)
Fontana Monumentale  Giardino Palazzo Pinto  (oggi Palazzo Pagano) a  Quadrelle
Fontana Monumentale Giardino Palazzo Pinto (oggi Palazzo Pagano) a Quadrelle
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I GARGANICI CHE DISOBBEDIRONO (UN PO’) AL DUCE …

FAMIGLIE DI REGIME/LA GRANDE STORIA

Gli abitanti delle zone limitrofe al lago di Varano non aderirono all’autarchia del Regime fascista in fatto di scelta dei tessuti. Ma reclamavano i premi per le famiglie. Singolare una lettera di protesta del 1937 per un mancato “premio” di natalità a un’attivista di Cagnano Varano

Un figlio della lupa

 

Il fascismo, in vista all’autarchia, aveva incoraggiato le ditte che producevano prodotti tessili sintetici. Dalla guerra etiopica in poi la qualità dei tessuti era progressivamente degradata. Secondo Venè, l’italiano medio continuò ad associare mentalmente il senso di calore con la lana, quello del fresco con il cotone, quello della robustezza con il cuoio e forse usò ancora per poco le stesse parole per definire la stoffa dell’abito pesante, della giacchetta estiva, le buone scarpe. Ma nei fatti capì che, per un tempo indefinito, forse per sempre, non avrebbe più potuto permettersi indumenti fatti con quei prodotti.

Fu Andrea Ferretti, Commendatore e poi Cavaliere del lavoro, il primo a studiare l’utilizzo dei cascami del cuoio, dalla cui lavorazione inventò il “cuoio rigenerato” che brevettò con il nome di salpa. Fu ancora lui a scoprire che dalla caseina del latte si poteva ricavare un prodotto tessile, qualitativamente simile alla lana: il lanital.

Niente più seta, ma raion; niente più cotone, ma cafioc, ossia fiocchi di canapa. Questi nuovi tessuti si imposero presso i ceti medio-bassi come espressione tangibile della modernità italiana, come conquista il cui merito, oltre che al genio nazionale, andava a tutta la nuova Italia.

Nel dicembre del 1940 arrivò, nel comune di Cagnano, una lettera della ditta Leumann di Torino: «Nell’Aprile scorso, il Duce, cui abbiamo l’onore di sottoporre tessuti autarchici al 100% di nostra nuova produzione, ci impartì precise direttive per la divulgazione di questi nostri tessuti in tutta Italia, direttive che egli rese di pubblica ragione con il suo comunicato Stefani del 7 aprile scorso. Con questa consegna di “andare verso il popolo”, abbiamo messo a disposizione della battaglia autarchica tutta la nostra organizzazione produttiva e, poiché lo svolgimento di un simile programma richiede un meticoloso lavoro di penetrazione presso tutti i rivenditori di tessuti del Regno, ci rivolgiamo alla vostra cortesia, per conoscere i nominativi di tutti i negozi di stoffe e dei rivenditori di piazza (con banco), siti nel vostro comune. Vi ringraziamo sin d’ora per le comunicazioni che vorrete favorirci».

Fino a che punto l’invito della ditta Leumann fu accolto dai Cagnanesi? Forse non lo fu affatto perché non c’era bisogno di tessuti autarchici.

Nelle zone limitrofe al lago Varano, nella stagione primaverile veniva seminato, oltre al cotone ed alla canapa, il lino. Questo fatto è testimoniato da un documento del 26/12/1924 dell’Archivio comunale di Ischitella.

La Giunta Comunale si era riunita per deliberare sulla chiusura della Foce di Capoiale. Conseguenza dell’apertura di questa era la iniziata salsedine del lago, che influiva negativamente sulla macerazione del lino, lungo le rive del lago stesso.

Le piante del lino venivano carpite nel mese di agosto. Dopo aver tolto il seme, usato per l’estrazione dell’olio “siccativo”, che si impiegava principalmente per la fabbricazione delle vernici e per la preparazione del tessuto di juta, il lino si legava in fasci e si portava sulle rive del lago a macerare. Per farlo ben sommergere dall’acqua, sopra si mettevano delle pietre. Dopo una quindicina di giorni il processo di macerazione era aumentato e così si toglievano le pietre e i fasci, si portavano in un prato e si lasciavano asciugare sotto il sole cocente. Finita questa operazione il lino si portava a casa e si metteva sotto qualche capanna, fino a che non si asciugava completamente. Avvenuto questo, veniva maciullato con un arnese creato per l’occasione, poi si pettinava e si ammatassava. In seguito, la stoppa si metteva nella rocca e veniva filata dalle nostre donne durante le sere invernali. Infine si ordiva il telaio e si tesseva la tela.

I tessuti fatti in casa, con prodotti naturali, avevano qualità di robustezza che le stoffe di città certo non eguagliavano.

L’autarchia casalinga dei braccianti e contadini garganici produceva lini, maglie e calze in lana di pecora che l’autarchia statale, quella dei lanital e del cafioc, aveva di fatto e per principio, sacrificato. Certo, il contadino che, all’inizio della giornata lavorativa, infilava maglia e pantaloni non aveva gran che da scegliere, ma la sua tenuta era forse più protettiva di quella di un impiegato e con meno toppe di quella di un operaio.

La fatica delle massaie tessitrici era confortata dalla tradizione che le voleva, fin da bambine, intente alla preparazione del loro corredo, spesso prezioso per qualità di stoffa e raffinatezza di ricami.

L’artigianato delle campagne diventò un privilegio inaspettato negli anni di precipitosa decadenza del regime, dopo la dichiarazione della seconda guerra mondiale: i contadini diventarono arbitri del mercato nero di qualsiasi genere di prima necessità.

Nel 1935, dichiarata la guerra d’Etiopia e avutone come contropartita le sanzioni internazionali, Mussolini ebbe l’idea propagandisticamente più felice di tutto il Ventennio, per dimostrare non solo agli stranieri, ma anche agli Italiani tiepidi, quale fosse la forza del consenso che lo circondava: “Oro alla patria”.

Gli sposi furono invitati a donare le fedi d’oro e di argento allo stato in cambio di fedi di ferro. E’ risaputo. Pochi invece ricordano – come ci informa Vené – che in quella occasione decine di migliaia di genitori-donatori chiesero qualcosa di più: l’iscrizione, all’Opera balilla, dei figli che non avevano ancora compiuto gli otto anni regolamentari.

Probabilmente le richieste furono guidate. È certo che, in questo caso, la ricevuta delle fedi, recante la grammatura delle offerte in metallo e la caratura di eventuali pietre, era accompagnata da una lettera intestata Partito nazionale fascista, il cui testo, firmato dal segretario del fascio locale, diceva: «Pregiatissimo signor… Le rimetto la ricevuta per il versamento dell’oro da lei effettuato e La ringrazio vivamente. Ho dato disposizioni all’Opera Balilla perché il suo piccolo… sia iscritto con la data del… corrente mese. La prego perciò di rivolgersi alla Presidenza dell’Opera Balilla per il ritiro della tessera».

Sul finire del 1935, Mussolini decise, dunque, che la iscrizione all’Opera poteva essere estesa anche ai neonati. Da quel momento, le puerpere e i loro mariti ricevettero a ogni nascita di figlio un biglietto di auguri prestampato, che vale la pena di rileggere per intero, anche perché, come l’atto di ricevuta dell’oro alla patria, non risulta sia menzionato dagli storici. «L’Opera balilla di… ha appreso con vivo piacere la nascita del bambino… venuta ad allietare la sua famiglia ed a portare il suo promettente sorriso nella gaia schiera dei ragazzi di Mussolini, e, certa di far cosa gradita, porge insieme agli auguri più sinceri la tessera di iscrizione all’Opera Balilla per l’anno». In carattere molto più piccolo seguiva un “nota bene”: «Le SS.LL. vorranno versare la somma di lire 5, corrispondente al prezzo della tessera, a mezzo dell’unito modulo di versamento in c.c. postale, alla tesoreria dell’Opera Balilla in via… . In caso diverso la tessera sarà cortesemente restituita al Comitato provinciale dell’Opera Balilla in via…».

Probabilmente, nei nostri paesi, pochi ebbero la possibilità di versare le cinque lire per comprare questa tessera.

Il Regime, condizionato dal Concordato del 1929 a rispettare l’enciclica Casti Connubi di Pio XI (1930) che ammetteva rapporti sessuali solo al fine di procreare, arroccato sul principio che il numero fa la forza della nazione, si lanciò in quella ossessionante campagna demografica che, a poco a poco, da calorosa raccomandazione, prese forma e forza di legge. In effetti la campagna demografica fu un’iniziativa del regime destinata a penetrare nella vita coniugale, attentamente valutata prima di essere disattesa. Si trattava di accettare o rifiutare i benefici immediati in denaro che il fascismo offriva agli sposi e moltiplicava in proporzione al numero dei figli. Alle madri, riconosciute ufficialmente con almeno sette figli, Mussolini inviava o consegnava personalmente in fastose cerimonie a Palazzo Venezia 5000 lire, più una polizza di assicurazione di 1000 lire. Anche gli assegni familiari erano ragguardevoli. Le madri prolifiche, additate ad esempio d’italianità, venivano soprattutto dalle campagne del Sud e del Veneto.

Anche nei nostri paesi furono concessi premi per la campagna demografica.

Le somme disponibili per i premi di nuzialità venivano usate, però, più a scopi assistenziali, che per l’intensificazione della campagna demografica disposta dal Governo.

Le domande erano sempre numerose; molte venivano respinte perché non ricorrevano i termini per la concessione dei benefici richiesti.

I Cagnanesi non si scoraggiavano per le mancate concessioni e, in modo abbastanza polemico, si rivolgevano alle autorità superiori per avere spiegazioni e per ottenere “giustizia”. Lo testimoniano le lettere ritrovate nell’archivio comunale di Cagnano Varano

Il fatto che i premi di natalità non fossero distribuiti a tutte le famiglie con nascituri è dimostrato da una lettera di protesta che Papantuono Grazia scrive all’Opera Maternità e Infanzia di Foggia il 20-01-1937. La donna fa presente la situazione di favoritismo nei confronti di altre mamme che ricevono dei premi, mentre lei ne è esclusa: «Nello scorso anno uscì al pubblico un decreto che tutte le donne che partorivono nel mese di ottobre li spettava il premio. In questo paese il 18 corrente mese tutte le buone donne e le moglie dei ladri che sono sgravidate dal mese di ottobre fino a tutto dicembre li hanno segnato quasi tutto perché sono messi di accordo non solo con questa assistenza che sono tutte moglie di signori e anche la levatricia fa il suo porco comodo».

La sua vuole essere una denuncia contro le ingiustizie verso i poveri: «Chi avi di sua proprietà una casa a un solo vano è proprietario e lo stesso chi avi un pezzo di terra e proprietario, le moglie dei ladri anno capri pecore e altri cosi sono tutti povere, le mali donne anno fino a un palazzotto di fabbricato con 4 o 5 stanzi, sono tutti povere perché così vogliono tutti questi signori di questo paese». Lei invece che è “proprio sgravidata” non li può avere perché possiede giusto una casa per riparare la testa dalla pioggia.

La chiusa è rivendicativa: «Prego la S.V. Ill.ma di darmi tale schiarimenti a me povera donna che questo premio mi tocca o pure non mi tocca e voglio risposta quanto prima se non mi dati tali schiarimenti io scriverò più avanti. Saluti fascisti anticipati da me Papantuono Grazia fu Giovanni».

Teresa Maria Rauzino

 

La foto d’epoca è tratta dal volume di T. M. RAUZINO : “Il regio liceo Lanza. Dalle scuole pie agli anni del regime“, edizioni Parnaso, Foggia 2004.

IL PARADISO AD OGNI COSTO … NELL’IMMAGINARIO DEI PESCHICIANI

Dalle testimonianze raccolte da Angela Campanile in Peschici nei ricordi traspare una forte attestazione di religiosità popolare. Una fede che dava conforto e speranza di una vita migliore alle classi subalterne

In Peschici nei ricordi, una scena ci visualizza le donne dei pescatori mentre, dalla Rupe del Castello, lanciano i santini dei santi protettori nei flutti del mare in tempesta. È emblematica della dimensione che il sacro assumeva nella vita quotidiana del primo Novecento. Anche i piccoli legni, simili a gusci di noce, in balia delle onde, presenti nelle tavolette votive donate alla Madonna di Loreto, simboleggiano l’uomo che stenta a trovare la sua strada nelle temperie della vita.

Il rapporto con i santi e con Gesù era diretto, confidenziale.

I fedeli, e come vedremo, i protagonisti dei “cunti”, si rivolgevano ad essi come se fossero loro conoscenti. Il tono era decisamente familiare. I pellegrini dell’Incoronata salutavano la Vergine con un «Statti bene Madonna mia / ci vediamo l’anno prossimo / e se non vi vedremo più, / in Paradiso ci porti tu!».

L’intervento miracoloso era invocato contro la natura, che spesso assumeva le sembianze di un terribile nemico senza volto. Quando scendeva il buio sulla rocca di Peschici, nelle piccole caverne rupestri o nelle casette di venticinque metri quadri, imbiancate di calce viva, prima di addormentarsi, si recitavano alacremente le preghiere della notte.

La paura di non svegliarsi il mattino dopo era una delle costanti della vita. L’incognita dell’aldilà costituiva un forte incentivo ad arrivarci preparati, imparando tutte le preghiere salvifiche, che diventavano un pass-partout ideale per l’eternità:

Verbe sacce/ e verbe dèiche/ verbe fu nostro Signàure/ che jè misse impassiàune,/ sàupe na cràuce jerte e belle,/ nu vracce nciàile /e n avite nterre./ Alla valle di Giasaffatte,/ allà iàrrimme/ e truàrrimme,/ truàrrimme a San Giuanne/ chi nu libre d’àure mane,/ che liggiàive e che scrivàive/ e che diciàive:/ piccatàure e piccatrìce/ chi sape u verbe di Dei / che ciù dicesse,/ chi no sape/ che ciù mparasse,/ sinnò, quanne jè morte,/ zàuca nfosse,/ spèine granate/ e mazze di ferre jnte a cape!”

«Le parole che so le dico, le parole che parlano di nostro Signore che si è messo “in passione” su di una croce alta e bella, un braccio rivolto il Cielo, ed uno in Terra. Alla Valle di Giosafatte andremo, e troveremo San Giovanni, con un libro d’oro in mano. Egli leggerà, scriverà e dirà: “peccatori e peccatrici, chi sa pregare lo faccia, chi non lo sa fare lo impari, altrimenti, quando morirà, sarà punito”. Con corda bagnata, legno spinoso (spèine granate) e mazza di ferro in testa!».

L’invocazione della protezione divina si materializza nella visione di Dio, nella sua accezione trinitaria, e di tutti i santi più rappresentativi della cristianità.

Il dormiente, oltre ad avere nel cuore Gesù Cristo piccolino, con i riccioli che sono tanti fili d’oro, e la Madonna, vede intorno a sé un eccezionale schieramento di spiriti celesti.

A delimitare il sacro spazio di un sonno tranquillo, ci sono ben tredici angeli, sul letto ce ne sono altri tredici, Gesù adulto è a capo del letto, San Giuseppe è il suo avvocato difensore. «A capo del letto mio – recitava il fervente peschiciano – ci sta l’eterno Dio, sui due lati c’è lo Spirito Santo. Vicino a me c’è l’angelo che gioca, se Maria protegge la casa le disgrazie escono fuori, le cose belle restano dentro».

La protezione diventa planetaria quando, dai quattro angoli (cantoni) della casa, entrano altri super-protettori: san Luca, san Marco, san Matteo, e sant’Angelo Gabriele. Il quale non c’entra nulla con gli Evangelisti, ma è determinante per marcare la prima chiusa.

La preghiera continua ancora, con l’invocazione a «Maria Bambinella, tutta pura e tutta bella». Dovrà fare in modo che finiscano tutti i guai della casa protetta, dovrà farlo per l’amore che porta a Gesù. L’ultimo desiderio è di avere Maria per madre, san Giuseppe per padre, e soprattutto di fare una grossa “cumpagnie”, con Gesù, Giuseppe, sant’Anna, Maria, insieme a tutti gli altri santi del Paradiso.

Nella precarietà dell’esistenza, la morte era un evento da preparare per tempo. Passati i quarant’anni, la donna cuciva il corredo “specifico” per sé e per il proprio compagno, poiché non si poteva mai sapere… «nu cunte, na càuse», meglio evitare di farsi trovare impreparati ed esporsi ai pettegolezzi della gente! Ogni anno, l’insolito corredo veniva lavato durante la “luscìa”: doveva essere sempre bianco e profumato di serpillo. «Nun putesse mai sirvì!»: era questo l’augurio che passava di bocca in bocca, mentre i vari capi di lino e di cotone, impreziositi da orli a giorno e da ricami, venivano lavati ed asciugati.

Ma la morte, ultima avventura della vita, arrivava spesso anzitempo. Sorretti da una gran fede, i parenti dell’infermo speravano in un miracolo: fino all’ultimo momento si accendeva la “lampe” davanti ai santi sottocampana, un “altare” consueto sul comò. Si pregava senza sosta, ma quando si sentiva il canto notturno della “mèruila marèine” era proprio la fine! Il detto era: «quando canta il merlo marino, fortunata la casa dove si posa, sfortunata quella che mira!».

Nella “Settena dei Morti”, che si recitava dal giorno di Tutti i Santi fino al giorno 7 novembre, si fa riferimento ad “alme purganti”, che innalzano mesti lamenti “nel mare del duol”. Esse, sono collocate nel Purgatorio, un carcere, un’oscura prigione, un mare di fuoco, dove l’arsura le brucia. Soffrono le pene dell’Inferno. Ma i morti temono soprattutto l’oblio e la dimenticanza. Le preghiere ed i suffragi da parte dei vivi servono affinché «le anime benedette del Purgatorio si possano rinfrescare (ci putèssine addifriscà)». Il Paradiso è “una bella cosa”. Chi ha la fortuna di arrivarci, dopo una vita di stenti e di duro lavoro, va a riposarsi: «U paravèise / jè na bella càuse / Chi va / ci va a ripàuse».

Nei racconti di Gesù Cristo, viene descritto come un luogo inaccessibile. È delimitato da una porta, a guardia della quale c’è un san Pietro poco disponibile ad aprirla. Non solo a chicchessia, ma anche a chi ha avuto modo di ospitarlo, insieme a Gesù, durante la vita terrena.

Nei “cunti” di Peschici, però, i protagonisti, con la loro arguzia e con la loro intelligenza, riescono a varcare sempre la porta d’oro del Paradiso.

Come Quagghiarelle, che quando muore, va a bussare al Paradiso. A san Pietro, che chiede chi sia, risponde senza timore, dandogli del tu: «Sono Quagghiarelle, mi fai entrare?». Al rifiuto deciso di san Pietro, egli non demorde. Chiede di poter sbirciare attraverso la porta, vuole vedere almeno com’è fatto il Paradiso. Poi butta la coppola dentro e, con la scusa di riprendersela, entra. E comincia a suonare il suo micidiale fischietto, coinvolgendo, in una sorta di ballo frenetico, molto simile ad una “taranta”, tutti i santi del Paradiso.

Quando Gesù Cristo sente tutto quel rumore, chiama a rapporto san Pietro e lo rimprovera: «Ma che vi siete impazziti oggi?»; «Cos’è tutto questo fracasso (stu ribelle) che fate in Paradiso?».

Risponde san Pietro, sconsolato: «Che vuol essere? È arrivato Quagghiarelle, e vuole stare per forza in Paradiso!». E Gesù: «Pietro, Quagghiarelle a noi ci ha ospitato, e noi “l’amma fa stà o Paravèise!”».

In un altro racconto, il tema del Paradiso “conquistato” si ripete, con delle significative, insolite varianti. Ntiniucce, il protagonista, in vita ha ospitato Gesù e san Pietro, sorpresi da un temporale presso la sua casella di campagna. Il Maestro, per ringraziarlo, gli concede tre grazie, tra cui quella di poter vincere sempre al gioco delle carte.

Quando l’uomo bussa alla porta del Paradiso, san Pietro non lo fa entrare: «Potevi pure chiedere la grazia del Paradiso! Hai chiesto le “mupie”? Ora vattene all’Inferno!».

Qui egli sfida Lucifero ad una partita a carte: la posta in gioco è il trasferimento al Paradiso. Ntiniucce vince, una ad una, tutte le anime dell’Inferno! Se le mette in un sacco, e ritorna a bussare insistente alla porta d’oro. San Pietro, per levarselo di torno, accetta di giocare una partita a carte: la posta in gioco è il permesso d’entrare. E fatalmente perde. Quando vede uscire dal sacco tutte quelle anime di peccatori, resta come un fesso! (nu fesse).

E Ntiniucce, senza scomporsi: «Se tu mi avessi fatto entrare prima, ero solo io. Adesso arrangiati!».

Teresa Maria Rauzino
 
Recensione del testo di ANGELA CAMPANILE, Peschici nei ricordi, 2° volume “I luoghi della memoria” Centro Studi Martella, Claudio Grenzi editore, Foggia 2000, Euro 16,52.

Natale com’ era… antiche tradizioni garganiche

ATMOSFERE NATALIZIE
Le antiche tradizioni garganiche erano molto più suggestive di quelle di oggi. Ce ne accorgiamo leggendo “Usi, costumi e feste del popolo pugliese” (1930) di Saverio La Sorsa e “Folklore garganico” (1938) di Giovanni Tancredi, opere fondamentali per gli appassionati di antiche tradizioni popolari pugliesi.
Saverio La Sorsa ci racconta che le prime note del Natale, in alcune città della Puglia, si avvertivano fin dal 6 dicembre. Era la festa di S. Nicola e nelle varie chiese l’organo suonava per la prima volta “la pastorella” o la “ ninna nanna”. A Ruvo, ed in altri paesi in provincia di Bari, nella cattedrale venivano accese dodici lampade: dal giorno di S. Lucia se ne spegneva una al giorno; l’ultima nel momento in cui nasceva Gesù Bambino. Anche Giovanni Tancredi ci descrive mirabilmente le dolci atmosfere che precedevano la festa più attesa dalle nostre antiche popolazioni. Verso i primi giorni di dicembre, nella città dell’Arcangelo Michele, come nei più piccoli e sperduti centri del Gargano, l’avvenimento più importante, quasi straordinario, era costituito dall’arrivo dei pifferai con la zampogna e la ciaramella. Giungevano dall’Abruzzo e dalla Basilicata, in piccoli gruppi di due o tre persone. Erano avvolti nei loro tipici e inseparabili mantelli a ruota (ferraioli). Accurata è la descrizione che il Tancredi ci fa del costume tradizionale di questi robusti zampognari dal viso abbronzato: cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, robone bruno (un’ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo “taurino”, calzoni di velluto marrone o verde abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, e cioce che salgono attorno ai polpacci. Il tutto avvolto da un ampio mantellone pesante di lana blu, con due o tre pellegrine (corte mantelline) una sopra l’altra. I due “mistici” pastori, uno anziano, l’altro molto più giovane, attorniati e seguiti da gruppi di ragazzini festanti, suonavano le loro “allegre novene” innanzi a ogni porta della città; si fermavano dappertutto: davanti alle botteghe, agli angoli delle vie, sulla soglia delle case, dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare. «Il più vecchio, dai capelli bianchi e dalla barba incolta, suonava la classica zampogna di legno di olivo a tre pive, stringendo l’ampio otre gonfiato fra il braccio destro ed il corpo; il ragazzo imbottava il piffero esile e snello fatto di olivo per metà e di ceraso per l’altra metà con la pivetta di canna marina. Ed entrambi accordavano le caratteristiche nenie in onore della Madonna e di Gesù. Dopo la suonata di ringraziamento, gli zampognari facevano una “scappellata” salutando il capofamiglia con un “addio, sor padrò”, con l’intesa di rivedersi l’anno successivo. Il suono melanconico, dolce della zampogna ed il trillo stridulo ed allegro del piffero – conclude poeticamente il Tancredi – si spandevano per l’aria rigida sotto l’arco limpido del cielo». La notte di Natale gli zampognari si recavano nella Grotta dell’Arcangelo. Si toglievano per innato senso di devozione il cappello, se lo mettevano sotto il braccio, e suonavano la pastorella, sulle note della bellissima pastorale di Bach. Questa semplice melodia commuoveva profondamente vecchi e giovani. Toccava soprattutto la sensibilità, e «ogni fibra» delle popolane «brune e fiorenti». «Una cara tradizione, quella degli zampognari, ormai trapassata, che si rimpiange maggiormente col passar degli anni. Ora i bambini non hanno più la gioia di correre presso i ciaramellari e di circondarli di simpatia e di festa». «Una simpatica usanza che va scomparendo, facendo venir meno la nota romantica del Natale – sospira nostalgicamente anche La Sorsa – ma, per fortuna, è ancora viva un’antica tradizione: dieci giorni prima di Natale, piccole brigate di suonatori, con chitarre e mandolini, insieme a due o tre cantori, rappresentano, di casa in casa, la lunga filastrocca della “Santa allegrezza”. Narrava la vita e la passione di Gesù». Il fascino di Folklore garganico è proprio nelle belle immagini con cui il Tancredi ci fa rivivere un tipica notte del periodo natalizio, che è uno spaccato di ciò che avveniva in tutti i paesi del Gargano, dove la temperatura era molto più rigida di adesso, e la neve era di casa: «Il vento fischia fra le alte cime degli alberi; sibila, ùlula fra le colonne della inferriata della Reale Basilica e i fiocchi di neve cadono sui rami nudi, sulla brulla campagna, sulle case bianche». Le filatrici e le tessitrici, «provvide massaie», chiaccherano allegramente tra di loro, non trascurando il lavoro: fanno contemporaneamente frullare gli arcolai (li uinnele) e muovere lestamente le forcelle (li matassere). Nell’aria gelida, stemperata dal calore degli ampi e neri camini, si sente che qualche cosa sta nascendo: rinascono la fede, la speranza. «Il popolo garganico – sottolinea Tancredi – ha un vero culto per il focolare domestico. Esso rappresenta un’idea di riposo, di pace dopo il lavoro, ed è simbolo della comunione di vita e di affetti tra le persone che si amano. Anticamente, e la tradizione si conserva ancora oggi in molte case, ogni notte si soleva serbare acceso un tizzone sotto la cenere, per accendere il fuoco la mattina seguente. Nella notte di Natale, però, nelle ampie e patriarcali cucine garganiche, la fiamma del ceppo non deve ardere soltanto sotto la cenere, ma deve brillare sempre gaia e scoppiettante». Ecco perché, per questa occasione, vengono riservati i tronchi d’albero più grossi e pesanti, in grado di illuminare la casa per tutta la notte. La Sorsa ci spiega il significato di questo rito: il ceppo simboleggia l’albero «causa del peccato originale di Adamo ed Eva. Solo consumandosi la notte di Natale avrebbe annullato la colpa, in quanto proprio in quella notte Gesù scende in mezzo agli uomini, per la nostra salvezza». Specialmente nelle case di campagna, il fuoco veniva acceso con un rituale quasi religioso. Doveva ardere lentamente per tutta la notte e restare acceso fino al giorno del battesimo di Gesù, cioè sino all’Epifania. Avrebbe così allontanato ogni disgrazia dalla famiglia. La cenere prodotta dal ceppo veniva sparsa nei campi, per propiziare un raccolto abbondante.
 I PRESEPI
Una tradizione natalizia antica è la preparazione del presepe. Lo allestivano ricchi e poveri, ognuno secondo le proprie possibilità: poteva occupare una stanza intera, oppure una panchetta in un angolo della casa. Il presepe era contornato dalla frutta più squisita, in attesa di essere gustata dal Bambinello. Racconta Tancredi che in molte case, per ricordare la santa grotta e la nascita di Gesù, si fa il presepe «con monti, valli, burroni, strade di carta cenerina o giallognola ben piegata e schizzata di colori e ornata di erbette e di muschi; con alte fra­sche verdi, fra le quali occhieggiano i corbezzoli rossi e risaltano gli aranci d’oro; con grosse zolle di terra, e con angeli sospesi sull’arco della grotta e osannanti Gloria a Dio nei cieli e pace sulla terra agli uomini di buona volontà.
Non mancano castelli, casupole di pastori, capanne solitarie a cui menano viuzze e sentieri. Il presepe con le candele accese è benedetto dal padre di famiglia». Singolare è un’usanza di Modugno (Bari), riferita da Saverio La Sorsa. Nelle case dove c’era il presepe, la sera familiari e vicini, dopo la novena, recitavano tre Ave Maria per le camicie del bambino, tre per le cuffie, e tre per le fasce: per ricordare che Gesù nacque in una povera stalla, senza corredino usuale. Nella nostra Peschici, per tutto il tempo di Natale, le case erano allietate da canzoni sul tema, intonate a varie riprese da tutti i componenti della famiglia, e in particolare dai bambini. Una nenia, in particolare, riguarda proprio la preparazione del corredino di Gesù, non prima, ma dopo la sua nascita: «Ninna nanna /o Bammnell’/ che Maria vò fatjà/ gli vò fa la camicina/ ninna nanna Gesù bambin’». Questa strofa era seguita da altre simili, a parte il capo del corredino che variava fino al completamento del cambio del neonato. Alla camicina seguivano le scarpette di lana (i’ scarpitell’), la cuffietta (a’ cuffiett’), il vestitino (u’ vestitin’). La Madonna li confezionava a mano, approfittando dei momenti in cui il suo bambino dormiva.
L’ALBERO DI NATALE
Nelle case dei signori troneggiavano anche i primi alberi di Natale. Erano ornati di arance e mandarini, abbelliti da stelle d’argento, fili d’oro, nastri di seta o piccoli pezzi di ovatta, per dare l’idea della neve. Sui rami, giocattoli, doni, chicche, cioccolatini. Dopo la benedizione del capofamiglia, venivano distribuiti ai bambini. Poi si cantava, si suonava, si ballava, ed i padroni offrivano vari dolci e rosoli ai convenuti.
PREPARATIVI … IL PANE DELLA FESTA
In ogni famiglia, nel periodo natalizio, si dedicava molto tempo e attenzione alla cucina. Si preparavano dolci e pasti degni dell’evento. Il Tancredi riferisce che, due o tre giorni prima di Natale, quasi tutte le famiglie facevano il pane bianco le ppene suttile (mentre usualmente si mangiava il pane bruno): erano grossissimi pani circolari, convessi, detti uceddete. Pesavano fino a otto, nove chili. «Uno degli uceddete si conservava, per devozione, fino al giorno di Sant’Antonio Abate, che ricorre il 17 gennaio, per farne pancotto». Ricordo una canzoncina cantata da mia nonna, originaria di Vico del Gargano. Recitava: «Mò vene Natale/ mò vene Natale/ e vene a’ fest’ di quatràre/ e nà pett’l e nà ‘ranoncke/ mamma li stenne e tate l’acconcke» (Ora viene Natale, ora viene Natale, e viene la festa dei bambini/ e una pettola e una ranocchia/ mamma le stende e papà dà loro forma). La “ranoncke” era un piccolo pane spruzzato di mandorle tritate, confezionato apposta per i bambini in occasione della festa di Natale. Ci racconta La Sorsa che a Conversano, vari giorni prima di Natale, dopo la mezzanotte i garzoni dei fornai andavano in giro per la città, battendo tegami di rame o di stagno, e gridando: «Alzàteve, femmenèlle,/ Mettite la calddarèlle, / Facite lu pane belle,/ Le dolce e le ciambèlle»… In altri paesi facevano baccano a più non posso con marmitte, cam­pane di bovi, tamburelli e fischietti, gridando per le strade: «Alzàteve megghjere de cafune/ E tembrate pèttele e calzune/ Alzàteve, megghjere d’artiste,/ E tembrate u pane a Criste:/ Alzàteve donne belle / E mettite la calddarèlle». Invitavano le massaie a servirsi del loro forno per infornare pane, dolci e ciambelle: avrebbero avuto un buon trattamento, e a un prezzo conveniente.
Anche allora esisteva la concorrenza.
… DOLCI E FRITTELLE
Molto accurati erano i preparativi per il cenone; anche nelle famiglie povere si preparavano i manicaretti di rito. Ogni paese aveva la sua specialità, e nessuno derogava dalla tradizione. I dolci hanno un significato simbolico, e ce lo spiega La Sorsa: nella fantasia popolare le “cartellate” rappresentano le lenzuola di Gesù Bambino; i “calzoncicchi” i guanciali su cui Egli posò il capo; i “calzoni di S. Leonardo” simulano la culla; “il latte di mandorle” è evidentemente il latte della Vergine, e i “mostacciuoli” sono i dolci del battesimo.
Sempre il La Sorsa ci documenta che a Peschici le donne fanno le “pettole” lunghe mezzo braccio. In effetti, ancora oggi, la specialità peschiciana sono proprio le “pettole”. Le massaie sono abilissime nello stendere la massa lievitata di questo dolce. Le frittelle raggiungono lunghezze considerevoli. Un proverbio invitava a non saltare questo rito natalizio per eccellenza: «I pett’le che nun cj fanne à Natale/ nun ce fanne manch’ à Cap’danne» (Le “pettole” che non si fanno a Natale, non si faranno per tutto il resto dell’anno).
Ci racconta La Sorsa che, in alcuni paesi delle Murgie, accorgimenti al limite della superstizione caratterizzano il rito della frittura delle “pettole”. Le donne debbono impastarle solo dalla mezzanotte all’alba della Vigilia: chi per trascuratezza lo fa in altro momento, deve aspettarsi delle disgrazie. Le contadine, secondo la tradizione, consigliano di non bere mentre si friggono le frittelle, le cartellate, le pettole, altrimenti assorbiranno troppo olio, che rischia di non bastare. Dall’ultima pasta da friggersi, tolgono un pezzo, e dopo aver recitato una preghiera, lo buttano nel fuoco del camino in segno di augurio. La donna intenta a friggere non dovrà assolutamente lodare la frittura senza dire: “Dio la benedica”, pena la cattiva riuscita dei dolci. Nel passare la frittura da un piatto all’altro, dovrà lasciare almeno un dolce, altrimenti gli altri andranno a male.
IL MERCATO DELLA VIGILIA
A Monte Sant’Angelo, nei giorni precedenti la festa, le strade sono più animate del solito, le botteghe offrono insolite leccornie: ciambelle, fichi secchi, pere, mele, nocciole. «Nella vigilia di Natale, poi, in diversi punti della città, si mettono fuori le bancarelle sul­le quali fanno bella mostra molte sporte, di varie dimensioni, in cui le anguille sottili, agili e vive. serpeggiano, si aggrovigliano, scivolano sul lastricato ed i superbi capitoni, che si pescano nei laghi di Lesina e di Varano, si muovono pesantemente; in altre ceste più eleganti si osservano i cefali, lu pesce bianche dalle squame d’argento e dagli occhi vitrei, le triglie semidorate, i merluzzi ce­nerini e le alici argentee messi in vendita da una ventina di pescivendoli, ciascuno dei quali a squarciagola vanta la propria merce». Anche il La Sorsa rileva che sulle bancarelle del mercato della Vigilia si vende ogni ben di Dio: I fruttivendoli ornano «assai bellamente» le ceste delle frutta con nastri, fiori e carte veline di vario colore; altri piantano, innanzi alle loro abitazioni, l’albero del Natale carico di arance e limoni, e attorno al tronco ammucchiano la verdura.
IL CENONE DELLA VIGILIA
Il 24 di dicembre si digiuna a mezzogiorno; un proverbio riferito da La Sorsa recita: «Chi non fasce u desciune de Natale, o è turche, o è cane», comunque alcune famiglie spezzano il digiuno con qualche “pettola” ripiena di alici o di ricotta forte. La sera si fa il cenone, con la famiglia al completo. Dice il proverbio: «Natale e Pasque che le tue, Carnevale a do te trùve». A Monte Sant’Angelo, la sera di Natale, riuniti i parenti e gli amici più intimi si cena in lieta compagnia, soprattutto per la felicità dei bambini. La cena tradizionale, in tutte le case, viene preparata nell’ampio camino. Tradizione vuole che le famiglie dei contadini mangino «li laine pli cicere clu sughe dlu baccalà», cioè fettuccine fatte in casa, con i ceci conditi col sugo di baccalà.
Il menù dei ricchi “galantuomini” prevede invece spaghetti con le alici, oppure col sugo di pesce e broccoli stufati. Altri piatti di rito sono il capitone arrostito oppure fritto, marinato e le anguille (l’ancidd). Le più squisite sono le così dette mareteche, che crescono tra la foce del mare ed il lago.
 
LA NOTTE DI NATALE
A Monte Sant’Angelo la gente si riversava nelle strade, in un continuo via vai; «numerose riunioni si formano nei caffè; i fanciulli suonano la puta puta, i giovanetti l’organetto, gli uomini la chitarra battente e la francese; i pecorai la c’iaramedd e la freschett; molti cantano, altri ballano, tutti gridano, ridono, gesticolano; si sparano piccole batterie, castagnole, razzi, bombe; si accendono bengali, mentre la gente come un fiume va, va, spinta dal desiderio di divertirsi». Con un certo anticipo sulla funzione sacra a Gesù Bambino, donne e ragazzi, con sedie e sedioline impagliate, che portano sulla testa o sotto il braccio, si avviano verso la Basilica di S. Michele, dove una folla immensa si pigia, urtandosi lungo la scalinata di ottantotto gradini e dietro la Porta del Toro ancora chiusa. Questa veniva spalancata solo quando «dal vetusto campanile angioino le grosse campane spandevano il loro armonioso suono. La millenaria Grotta in pochi minuti è gremita di gente».
La descrizione del Tancredi ci visualizza benissimo l’idea di quello stare tutti insieme, accalcati nella Sacra Grotta: saltano inevitabilmente gli austeri e puritani tabù di quel tempo, che impediscono ai giovani innamorati di stare a stretto contatto fisico. «In questa Santa Notte, nella Reale Basilica fermentano gli amori in un dolce contatto di fianchi, di braccia, di piedi». Naturalmente, nell’attesa della funzione, la Grotta dell’Angelo, come tutte le altre chiese, si trasformava in animata sala di conversazione; e si assisteva anche a curiosi scherzi: «I giovani, in questa confusione, cuciono le vesti alle giovanette, alle donne anziane, le quali, all’uscita della chiesa, trovandosi legate, gridano e inveiscono contro i giovani maleducati». Nel Salento, ad ora inoltrata, anche nelle case si compiva la cerimonia della nascita del Redentore. S’illuminava il presepe con piccole candele, e da una stanza vicina muovevano in corteo i bambini e le bambine presenti; il più piccolo portava il Bambinello di cera o di creta in una culla di coralli, gli altri con candele in mano l’accompagnavano in processione. Il padrone di casa recitava dei versetti, a cui rispondevano i presenti, delle preghiere, quindi deponeva il Bambinello nella grotta, fra Giuseppe, Maria, il bue e l’asinello. Terminata la cerimonia, si cantava la pastorella, si sparavano razzi e bombe carta, e si tornava a giocare.
ARRIVA IL GIORNO TANTO ATTESO…
Si accorre in chiesa a sentire le tre messe, in ore diverse, con un certo intervallo: la prima a mezzanotte, la seconda all’aurora, la terza a giorno inoltrato. Tutti si vestono a festa: «La notte de Natale/ Se mutene pure le ferrare»(La notte di Natale si cambiano anche i fabbri). Per le vie ognuno rivolge gli auguri alle persone che incontra. Molte famiglie si scambiano i doni: per le vie è un via vai di servette e di ragazzi che portano, avvolti in bianche salviette, piatti speciali a questa o a quella casa.
CREDENZE E SUPERSTIZIONI
Si pensava che la notte della Vigilia Gesù, accompagnato da schiere di Angeli, scendesse nelle case: portava pace e felicità fra gli uomini. Riferisce La Sorsa: «Le donne ritengono che a mezzanotte la Madonna scenda dal camino, e asciughi al calore del ceppo i pannolini che devono fasciare il Bambino».
Dopo la cena si lascia la tavola imbandita: si ritiene che debbano venire dall’altro mondo le anime dei parenti morti, i quali per gentile concessione divina potranno partecipare, solo per quella notte, alla felicità domestica. A mezzanotte gli animali, per grazia speciale del Redentore, potranno parlare; ma è vietato osservarli, pena la morte istantanea. Se si spegne il ceppo, è cattivo augurio: potrebbe morire il padrone di casa. Molte persone conservano i resti del ceppo per esporli in caso di burrasche o temporali. La cenere, posta sul collo dell’ammalato, guarirà il mal di gola; le donne la conservano in una tazza, esprimendo il desiderio di voler vivere un altro anno. Allo scocco della mezzanotte, i vecchi insegnano ai giovani gli scongiuri per evitare le tempeste, o il “pater noster verde”: allontanerà i tifoni e distruggerà il malocchio. Se una ragazza la notte del Natale si guarderà allo specchio con i capelli disciolti potrà vedere, invece della sua immagine, quella del suo futuro sposo. Le donne che impastano la farina la notte della Vigilia, possono fare a meno del lievito: Gesù farà crescere lo stesso il pane. Nei paesi del Foggiano si crede che chi nasca nel giorno destinato al Bambino, divenuto giovane, sia preso da una forma di pazzia, e diventi “lupo mannaro”. Per guarire tale malattia occorrerà, con coraggio, pungere, con la punta di un coltello, l’ammalato, allo scocco della mezzanotte, per “fargli uscire il cattivo”.
AUSPICI PER UN BUON RACCOLTO
Un grande attenzione è riservata alla campagna. I contadini, terminate le pratiche religiose, vanno in campagna a trarre gli auspici per il nuovo raccolto. Il primo augurio è che il sole regni incontrastato nella volta azzurra. Se a Natale il cielo è limpido e sereno, ed a Pasqua è oscurato da nubi, il raccolto delle biade sarà sicuro: «Natale sicche,/ massare ricche». In tale giorno si osserva la pianta della fava; se è nata e si mostra ben avviata, è buon presagio per il raccolto delle olive e delle mandorle. I caprai prevedono il tempo dal modo come in quel giorno le pecore brucano l’erba. Il giorno di Natale è quindi giorno di buon auspicio. Regolerà l’andamento dell’annata, allo stesso modo che il giorno natale d’un bambino determinerà tutta la sua vita.
UNA NUOVA SOLIDARIETÀ… NEL SEGNO DI QUELLA ANTICA
Nel rievocare il clima del tempo che fu, le antiche tradizioni di fine Ottocento, inizi Novecento, perché la memoria dei nostri padri non sia dimenticata, un dato ci colpisce: nonostante le condizioni di vita più precarie di oggi, un senso innato di solidarietà caratterizzava il popolo pugliese. Come ci racconta Saverio La Sorsa, i contadini amavano invitare nella propria casa i derelitti e gli orfani per offrire loro un buon boccone, per evitare che vadano raminghi e provino stenti in quella notte. I “poverelli”, ospitati a tavola in quel giorno, facevano le veci delle “anime dei morti”. E se c’era qualche amico, che non aveva potuto raggiungere la propria famiglia lontana, veniva invitato. Gesù Bambino, ospitato a suo tempo in una grotta, sarebbe stato felice di sapere che nessuno, il giorno della sua nascita, era senza tetto e conforto. Anche adesso, in questi giorni di Natale, c’è un uomo… ci sono uomini, donne, giovani e bambini, che non hanno una casa dove tornare, né un pranzo caldo, né amici o parenti, con cui condividerlo. Un uomo… tanti uomini… poveri, sfortunati, colpiti da eventi tristi e luttuosi, da tragedie. E noi non possiamo voltare la testa dall’altra parte, non possiamo dire “non mi riguarda”. Questi uomini senza voce, senza potere, senza speranza, non vogliono essere dimenticati. Per Natale, sforziamoci di non essere distanti! Dimostriamo una nuova solidarietà, una solidarietà concreta, non fatta soltanto di vane parole. Anche un gesto piccolo sarà importante!

IL NATALE A PESCHICI NEGLI ANNI CINQUANTA

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MANLIO, UN PITTORE INNAMORATO DEL GARGANO

Una Mostra personale, a cura di Medina ArteRoma (in via Angelo Poliziano, 32-34-36 nel quartiere Esquilino), sta celebrando nella Capitale il centenario della nascita di Manlio Guberti. La personale chiuderà il 27 dicembre.

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MANLIO fu  un artista geniale che immortalò gli splendidi paesaggi del Gargano, promuovendoli nel mondo. Ecco come i giornali d’epoca di Capitanata (IL FARO DI VIESTE, IL GARGANO, IL FOGLIETTO), nei primi anni Cinquanta, presentarono l’artista ai loro lettori. 

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Nel mese di dicembre 1950, Manlio Guberti fu Eugenio, nato a Ravenna il 27 marzo 1917, ed abitante a Roma, via Pinciana 6, di professione pittore ed incisore, presentò all’ Intendenza di finanza (Ufficio Tecnico Erariale) di Foggia una domanda per ottenere in concessione annuale rinnovabile la Torre di Monte Pucci, sita a Nord-Ovest di Pèschici (Gargano), allo scopo di usarla in taluni periodi dell’anno come base per il proprio lavoro d’artista. Guberti si impegnava a provvedere alla manutenzione dell’immobile ed a non apportarvi, né all’interno né all’esterno, alcuna modifica eccetto il fissaggio ai muri di alcuni pernetti metallici per avvitarvi i necessari infissi.

La notizia, riportata con grande evidenza, nell’articolo del 31 marzo 1951  “UN PITTORE INNAMORATO DEL GARGANO”, è accompagnata dalla seguente nota del Direttore del periodico viestano:

Da queste colonne preghiamo vivamente di accogliere la domanda, facendo anche presente che l’opera del dr. Prof. Guberti, assai bene conosciuta in Italia, e specialmente all’estero, può assai efficacemente contribuire alla conoscenza ed allo sviluppo turistico  della zona, in modo particolare da parte di stranieri”.

La domanda fu accolta e per tutti gli anni Cinquanta e parte degli anni sessanta, la Torre di Montepucci divenne la residenza di Manlio che vi aprì un ospitale “Club della Tavolozza”.

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E’ “Il Faro di Vieste”, nel numero di luglio-agosto dello stesso anno 1951, a dedicare a Manlio  in questo suo atelier d’eccezione, la prima ampia intervista, firmata da Franca Latrofa, in cui l’artista esprime il suo entusiasmo per questi luoghi che hanno inciso sul perfezionamento della sua arte.

La riportiamo integralmente:

IL GARGANO FONTE DI ISPIRAZIONE PER LA PITTURA MODERNA

“Non è mancato chi ha cercato di ricostruire la storia del Gargano, metterne in evidenza l’attuale, genuino folclore e ricordare quanto di singolare in esso è sempre nato. Si suol dire dalla maggior parte di quelli che hanno curiosato in Daunia che questa terra, ricca di bellezze antiche e naturali, sia stata ancora assai poco sfruttata dal turismo, che la civiltà, o meglio la civilizzazione in senso tutto moderno non abbia dissodato la rudezza degli uomini e delle cose. Qui avviene, inoltrandosi ai lembi della foresta Umbra, d’imbattersi in gente perennemente imbrunita dal sole che cammina al fianco dei propri muli carichi e che parla quasi in sordina con una monotona cadenza musicale, quasi la voce fosse stata attutita e repressa dall’esuberanza della natura e dalla solitudine. Per valorizzare quanto questa terra produce è necessario comprenderla ed amarla e non solo introdurvi il turismo: così ci ha detto Manlio Helfrich-Guberti. In un giro d’esplorazione a Monte Pucci, sulla SS 89, nel tratto che da S. Menaio Garganico mena a Peschici ed a Vieste, e precisamente nella zona Calenella- Bivio Peschici ci fermammo a sostare sotto le mura non ancora diroccate d’una piccola fortezza costiera a picco sul mare. Sorgono in molti punti del Gargano di questi castelletti turriti, residui della dinastia sveva, testimonianza delle lotte che gli Aragonesi ebbero a sostenere contro i Turchi cinque secoli fa, ma soprattutto simboli d’un mondo feudale le cui forme il tempo tuttora non è riuscito a mutare che esteriormente. La solitudine quasi deserta di Monte Pucci rievoca alla mente del viandante stanco i fantasmi d’un piratesco mondo medioevale; noi però non abbiamo avuto il tempo di gustare gli stupori della nostra fantasia, perché ci siamo accorti assai presto che il torrione era abitato non da fantasmi ma da persone vive e del nostro secolo. Non ci fu difficile avvicinare il supposto eremita il quale ci offrì cortesemente l’ospitalità della fortezza. Quando scoprimmo chi egli era, rimanemmo stupiti allo stesso modo che se si fosse a noi presentato un Aragonese del XV secolo. Era Manlio Helfrich-Guberti, già molto noto fra i pittori moderni per le esposizioni a Roma, alla Biennale di Venezia, a Londra, a Monaco, a Colonia, a Zurigo. Egli ci confessò molto semplicemente che deve il suo successo proprio al Gargano, dove ha perfezionato, o meglio acquisito la sua tecnica e la sua poetica dei colori su cui, come abbiamo potuto notare, si fonda la sua arte. I quadri del Guberti, che compariranno, nel prossimo settembre, alla mostra internazionale di Bruxelles, ritraggono quasi esclusivamente paesaggi garganici espressi in una parsimonia essenziale e quasi lineare di prospettive e soprattutto di colori. Il Guberti ci ha confessato che soltanto nel Gargano egli ha trovato una trasparenza di cielo tale da rendere alcune gradazioni di tinte unite e costantemente uguali, specialmente di viola e rosso terra. E’ come se i colori di questa terra e di questo cielo fossero passati attraverso un crogiolo selettore e fossero stati purificati da ogni sfumatura. La scoperta di questi colori essenziali del paesaggio garganico lo ha aiutato a rendere la struttura interna del paesaggio naturale, come richiede lo spirito della moderna pittura che egli ha saputo impersonare, lontano da ogni forma d’estremismo cubistico, ma con personale e soprattutto comprensibile chiarezza. Guberti, ravennate, non è giunto a scoprire l’anima del paesaggio garganico senza essere passato prima attraverso l’anima della gente che lo popola. Egli ci ha detto che nei contadini che popolano le nostre campagne ha trovato più raffinatezza e più civiltà che nella cosiddetta gente raffinata e civile. Ciò ci ha sorpreso molto, perché siamo abituati a sentire, specie da parte di chi viene da altri paesi, una critica affatto negativa della nostra terra. Da troppo tempo si è acquisita dai più l’abitudine di denigrare il Gargano e di escluderlo categoricamente dalla lista dei luoghi di villeggiatura e di altri soggiorni piacevoli, un po’ per snobismo, un po’ per ignoranza, un po’ anche per quello spirito demagogico e demolitore che a volte si insinua perfino nei più intelligenti trascinandoli ad un livello ad essi inferiore e per l’arditezza e per l’inesattezza dei loro giudizi. Per non correre mai il rischio di sbagliare bisognerebbe procedere, nei riguardi di ogni cosa, puri da pregiudizi e fittizie idiosincrasie che noi stessi ci creiamo. Succede per il Gargano ciò che qualche volta succede per un libro antico dalla copertina sbiadita e polverosa che lascia presupporre, al   lettore superficiale e un po’ svogliato, un contenuto barboso o comunque poco invitante. Le opinioni degli sporadici lettori già sfavorevolmente predisposti nei riguardi di tale libro sconosciuto vengono divulgate con leggerezza sufficiente a dissipare negli altri quel tantino di curiosità che li avrebbe spinti forse a leggere il libro. Basta però aprirlo per accorgersi che esso contiene inestimabili tesori. E’ accaduto per Manlio H Guberti, come può accadere a chiunque. Ci auguriamo che questo artista abbia molto successo a Bruxelles dove porterà, possiamo dire con leggero vanto, il sapore della nostra terra, il Gargano.  (Franca Latrofa su “Il faro di Vieste 1951 lug.-ago., fasc. 7-8)”.

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1952. Manlio Guberti sulla Torre di Montepucci con due amici garganici  (Archivio Luciano Cannerozzi de Grazia )

Filippo Morandi, sul “Foglietto” del 14 maggio1953 dedica un servizio a una Mostra collettiva al Pronao foggiano di giovani promettenti artisti,  tra cui Manlio Guberti.   Ne riportiamo un ampio stralcio.

ARTI PLASTICHE E FIGURATIVE A FOGGIA

A Torino Chagall, a Messina Antonello, a Milano Fra’ Garlario e compagni, a Venezia Lorenzo Lotto, a Roma Picasso. A Foggia, in ordine alfabetico, Cappiello Di Cesare, Galdo, Guberti, Miele, Milo. Unicuique suum. Questa primavera sembra aver suscitato una gara figurativa tra le città  d’Italia. Ma a Foggia si è fatto più di una semplice mostra: si è formato un “Gruppo Amici dell’arte” il cui programma consiste nel portare a conoscenza di un pubblico indifferenziato le manifestazioni artistiche “di più evoluta e sentita modernità” e promuoverne oltre all’avvicinamento anche l’accettazione. Compito da cuor di leone, quali certamente sono gli amici dell’arte. Non è detto che basterà un semplice gruppo, fino alla fine, per smuovere le acque appantanate, ma un risultato si è fin d’ora raggiunto: la gente, davanti ai quadri “evoluti e sentiti” si ferma, discute: prima questo non avveniva per il semplice ma grosso motivo che di tali cose non se vedevano. Con la mostra alla sala del Pronao il Gruppo degli amici ha registrato un successo ben più importante di quelli più o meno apparenti, quali il concorso di pubblico, le discussioni, l’interesse delle autorità e degli amatori (…). Son senza dubbio apprezzabili le prodezze coloristiche e le costruzioni formali del Guberti (…). Il Gruppo degli Amici dovrebbe anche consigliare questo ai foggiani: voi spendete soldi per il totocalcio e le lotterie; spendetene per i quadri di autori giovani e promettenti, correrete lo stesso rischio di trovarvi domani milionari. Intanto avrete la casa abbellita da una nota, se non d’arte, almeno di interessante originalità (…) (Filippo Morandi su “Il foglietto” , 14 maggio 1953)

Infine “Il Gargano”,  organo di Rinascita garganica, nel numero di ottobre 1953, dà un forte risalto all’arte di Manlio Guberti. Il direttore del mensile,  Giuseppe d’Addetta,  pubblica integralmente una corrispondenza dall’America, inviata dall’artista all’avvocato Mario Ciampi, presidente dell’Ente Provinciale Turismo.

IL PAESAGGIO GARGANICO ENTUSIASMA GLI AMERICANI

 “Stimatissimo Avvocato, le scrivo questa volta non dalla Torre di Monte Pucci nel Gargano, ma dagli Stati Uniti dove mi trovo dall’inizio dell’anno, invitato dal Governo Americano. Sono lieto di poterLe comunicare che la mia prima esposizione, tenutasi all’”Obelisk Gallery” di Washington  nel mese di marzo ha avuto un grande successo di pubblico, di stampa e di critiche. La Mostra, la cui apertura è stata trasmessa per televisione e ripresa per il cinema, fu inaugurata dall’ambasciatore italiano Turchiani e dal senatore americano Fulbright assieme ad altre personalità dei due paesi. Essa consisteva unicamente di paesaggi e di dipinti di figura da me eseguiti nel Gargano, e sono stato fiero  di far conoscere in questo paese le bellezze di quella terra che amo. Ho avuto la gioia di vedere all’esposizione un   gran numero di italiani, molti dei quali erano pugliesi e hanno subito riconosciuto la loro terra. Ho poi tenuto un’altra esposizione nel Museo dell’University of Arizona a  Tucson, e attualmente sto ultimando i preparativi per la prossima Mostra che si aprirà a  San Francisco sotto il patronato del console generale d’Italia  Barone Muzi Falcone, il 14 ottobre. Prima di tornare in Italia per la fine dell’anno,  a Chicago e a New York esporrò nuovamente i dipinti della nostra Italia e della Terra del Gargano. Mia moglie e io abbiamo trovato ovunque accoglienza cordiale e amichevole, e questo viaggio mi ha permesso di stabilire con gallerie d’arte, collezionisti e critici, dei rapporti che rimarranno efficienti nel futuro. Ma … non vediamo l’ora di tornare in Italia e riascoltare il silenzio  e la luce sovrumana della Puglia. All’inizio dell’anno prossimo ci recheremo nuovamente a Monte Pucci, e  ci fermeremo a Foggia dove spero avremo il piacere di fare personalmente la Sua conoscenza.Amici stranieri che abbiamo indotto a visitare il Gargano ci hanno scritto lettere piene di entusiasmo sulla bellezza di quella regione, che speriamo venga ancor meglio conosciuta ed apprezzata nel futuro. Voglia gradire, stimatissimo avvocato, i miei migliori saluti. Manlio Guberti”. 

Giuseppe D’Addetta fa seguire la seguente nota alla lettera di Manlio:

“Questa voce inattesa che giunge dalle lontane Americhe ci riempie l’anima di gioia e siamo grati al pittore Manlio Guberti di aver portato fin là, trasfigurata nella sua arte, la bellezza della nostra terra.  Ed attendiamo gli amici stranieri, ma sempre fratelli nel nome dell’umanità, qui sulle nostre balze dove vedranno racchiuse in piccolo spazio tutti i sorrisi del creato. Anche questa è rinascita garganica, perché la rinascita è soprattutto spirito di iniziativa e di divulgazione, affermazione di diritti, dimostrazione delle nostre possibilità in potenza, convinzione di apostolato per una giusta causa, azione in ogni momento e su tutti i fronti. (“Il Gargano: organo di Rinascita garganica”, 15 ottobre 1953).

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 CHI ERA MANLIO

Pittore, incisore e poeta, Manlio Guberti era un uomo coltissimo, curioso di tutto, che amava molto la solitudine del selvaggio Gargano, e di Montepucci in particolare. Manlio era capace di contemplare un’onda, intuendo l’ordine nell’apparente disordine e leggendovi armonie “frattali”. Scrive nel suo epistolario dal Monte Orcius: «In questi giorni ho fatto diversi studi di onde, specialmente vedendole dall’alto capisco perché gli antichi aggiogarono al carro di Poséidon i cavalli, che sono forse gli animali più belli della terra…».

Manlio 1952 Peschici vista dalla Torre di Montepucci collezione Pupillo

Guberti, nato nel 1917 a Ravenna, è morto nel 2003, a 86 anni, nella sua amata campagna a Castelnuovo di Porto, in località Monte d’Arca, nei pressi di Roma, conducendo una vita da eremita, una vita tranquilla, lontano da rumori, odori e “trastulli” del mondo moderno. Aveva studiato musica e giurisprudenza, laureandosi nel 1939 all’Università di Bologna. Dopo la guerra, era entrato all’Accademia di Belle Arti di Roma, diplomandosi nel 1944. Nello stesso anno partecipava alla Biennale di Venezia, la prima di più di 50 esposizioni personali in Italia e nel mondo. Negli Usa, Guberti incontrò il regista George Cukor e divenne amico dei famosi attori Spencer Tracy e Katherine Hepburn. Ritrasse Frances Rich, una grande scultrice americana amica della Hepburn.

Ma “Nemo propheta in patria”… nemmeno Manlio. Per consolarlo, l’amico astronomo Paolo Maffei gli scrisse: “Nulla di quanto è prodotto dal pensiero va perduto… Non capiranno i tuoi dipinti né i tuoi versi né quelli di Omero o la Divina Commedia. E tuttavia, se sapranno progredire su una strada migliore della nostra, sarà merito anche di quanto hanno fatto Omero, Dante, Guberti”.

Nella pittura di Manlio Guberti Helfrich possiamo cogliere le influenze del cubismo e del futurismo, che, con il passare degli anni, rielaborò attraverso una lettura personale ed incontaminata.

“Nessuno è profeta nel suo paese”, ribadì nel 2003 Jean-Louis Gaudet, ricordando che il museo statale russo di Yaroslav, città sul Volga a nord di Mosca, aveva acquisito molti suoi dipinti e incisioni, e annunciato l’imminente apertura di una galleria dedicata ai dipinti dell’artista. Conosciuto in tutto il mondo, Manlio fuggiva dalla notorietà. Mentre molti dei suoi colleghi corteggiavano gallerie e mostre dell’Italia del dopoguerra, Manlio rimaneva fedele ai propri principi, manteneva la propria libertà.

Manlio scrisse il primo manuale di “serigrafia” per artisti e nella prestigiosa collana dei Manuali Hoepli pubblicò «La Vela», un vero classico del genere. Il poeta e pittore, infatti, fu un appassionato di vela e come tale progettò e costruì particolari attrezzature veliche che ancora oggi sono alla base di questo sport. “Le sue invenzioni – scrive Franco Gàbici – non conobbero mai l’albo dei brevetti perché i poeti sono candidi e non pensano a queste cose. Lui guarda il mondo coi suoi occhi poeta e di tanto in tanto gratifica gli amici con un volume di versi”.

E’ sempre Franco Gàbici che ne annuncia la morte: “La cosa che mi ha colpito è stata la lettera che ho ricevuto proprio ieri, una lettera di Manlio ed era una lettera di ringraziamento per tutti i pensieri degli amici nei suoi confronti e dentro alla lettera c’era un bigliettino con su scritto “A cremazione avvenuta, vi comunico di essere morto il 12.XII.2003 – ore 17.30 c.”. Segue la sua inconfondibile firma. Manlio ha voluto essere vivo anche nel momento doloroso della morte …Oggi il mare era bellissimo, e mi è parso di vedere la vela di Manlio attorcigliata attorno all’albero maestro della vita, come un ombrellone chiuso per sempre in faccia al sole, e ho pensato con dolore a quanti hanno già sparso sulla grande spiaggia dell’eternità la sabbia delle loro clessidre e mi sono ricordato dell’eterno e delle morte stagioni, ma questo per la verità lo aveva già pensato il grande Giacomo, il poeta della Luna e della notte”.

Teresa Rauzino

su “L’ATTACCO” di martedì 12 dicembre 2017

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ANCORA IN CORSO LA MOSTRA A ROMA “MANLIO. VIAGGIO NELLA MEMORIA”

Per celebrare il centenario della nascita del pittore Manlio Guberti Helfrich (1917-2003), Medina Roma in via Angelo Poliziano, 32-34-36 nel quartiere Esquilino ospita la personale dal titolo: “Manlio. Viaggio nella Memoria”. La mostra è realizzata in collaborazione con la famiglia del pittore e il patrocinio del Comune di Roma.

Serata- Evento: sabato 16 Dicembre ore 18.00

Apertura al pubblico: 8-14 e 16-27 Dicembre 2017 | Lun- Ven 10-13 e 15-19.

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Ecco su FB gli scatti della mostra di MedinaArte

Ecco su FB gli “scatti” della Mostra del pittore Day Trinh Gilles Dinh

Sempre su FB gli “scatti” di Roberta Folgiero

 

 

 

 

 

 

I Poeti del Gargano oggi al “Mauro del Giudice” di Rodi

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Martedì 05 dicembre 2017 a Rodi Garganico, nell’Auditorium “Filippo Fiorentino” dell’Istituto di Istruzione superiore “Mauro del Giudice”, è stato presentato il libro “POETI DEL GARGANO nei dialetti dei paesi”.
Le poesie sono state declamate dalla viva voce degli autori:
Franco Ferrara (Apricena); Pietro Salcuni (Monte Sant’Angelo); Mario Iannacci (Rignano Garganico); Onofrio Grifa e Michele Totta (San Giovanni Rotondo); Maria Rosaria Vera, Michela Di Perna e Nicola Angelicchio (Vico del Gargano); Angela Ascoli e Nicola Principale (Vieste).
” Quel che più soddisfa in questo “tour” nelle scuole e nei paesi del Gargano – ha affermato la scrittrice Leonarda Crisetti, che ha presentato le liriche – è l’entusiasmo dei poeti e la partecipazione attiva degli alunni, evidentemente “emozionati”, così mirando l’obiettivo della poesia che è quello di far vibrare le corde del sentimento, perché nell’educare bisogna considerare l’uomo intero non solo quello dal collo in su”.
“Grazie alla passione di tutti coloro che si sono impegnati per la cultura poetica garganica che sensibilizza e appassiona giovani studenti e tanti – ha concluso Franco Ferrara, coordinatore del Gruppo – Grazie ai collaboratori dei Poeti del Gargano che con il loro amore per le tradizioni e la poesia dialettale continueranno in futuro all’insegna della cultura garganica”.
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Ecco le foto i video dell’incontro di oggi