QUARANTANNI E PIU’. ANNALI DEL LICEO “VIRGILIO” DI VICO DEL GARGANO

Gli Annali del liceo classico e scientifico di Vico del Gargano in questa pubblicazione, che potete leggere on line  o scaricare cliccando su questo link:

QUARANT’ANNI E PIU’ ANNALI LICEO VIRGILIO VICO DEL GARGANO

Ringrazio il preside Michele Afferrante, l’attuale D.S. Maria Carmela Taronna e l’editore Michele Lauriola per aver gentilmente concesso di pubblicare on line il volume degli Annali “QUARANT’ANNI E PIU” del Liceo “Virgilio” di Vico del Gargano. Buona Lettura a tutti!

copertina annali

 

Pietro Giannone e il primato della Scuola giuridica italiana in un volume di Mauro Del Giudice

Dopo il recente convegno del 17 marzo, Ischitella ha tenuto ancora vivo il ricordo di Pietro Giannone, il grande storico e giurista illuminista cui diede i natali nel 1676, celebrando il 341° anniversario della sua nascita con un evento che si è tenuto il 7 maggio 2017 nella Sala Convegni dell’ex Cinema. Sono intervenuti, in rappresentanza della Società di Storia Patria della Puglia sez. Gargano, Mario Giuseppe d’Errico e Teresa Rauzino. L’organizzatore della serata Giuseppe Laganella ha analizzato alcuni stralci di una pubblicazione settecentesca su Pietro Giannone. Don Francesco Agricola ha sollecitato il dibattito, invitando il pubblico presente in sala a proporre delle iniziative da intraprendere per ricordare e rivalutare la figura e le opere di Giannone. Pubblichiamo l’intervento di  Teresa Rauzino che ha recensito un volume di  Mauro del Giudice su Giannone considerato, dal grande magistrato rodiano, il più importante fondatore della Scuola storica italiana del diritto.

giannone

 

 

Nel 1918, il grande magistrato rodiano Mauro Del Giudice pubblicò con la casa editrice Colitti un libro dal titolo “La Scuola Storica Italiana del Diritto e i suoi fondatori”, che fu accolto favorevolmente da autorevoli quotidiani e riviste. L’autore traccia un quadro storico delle condizioni politiche e sociali del Mezzogiorno d’Italia fra Seicento e Settecento. Il clero numeroso, ricchissimo, carico di privilegi e immunità, di pingui feudi e dì rendite intangibili, aveva esteso la sua potenza e la sua autorità nella Corte, nelle magistrature, nei consigli pubblici e persino all’interno delle famiglie; i diritti del potere laico o civile erano stremati; le regalie usurpate dalla Chiesa crescevano a dismisura. Una sequenza nefasta che trovò negli illuministi napoletani dei polemisti radicali e irriducibili.

Nella prefazione, il noto giurista Donato Faggella evidenzia come le argomentazioni di Mauro Del Giudice siano tutta una rivendicazione dell’ingegno italiano in campo storico- giuridico: «Il lettore vi troverà tracciato un quadro completo della scuola meridionale dei giureconsulti-filosofi e dei giureconsulti-politici, che trasse le sue origini luminose dal Vico, dal Gravina, dal Giannone. Congiungendo gli ardimenti del pensiero al metodo scientifico, questa scuola sorse e prosperò in tempi assai difficili, ma mantenne sempre vivi nel Mezzogiorno d’Italia gli ideali di libertà e di giustizia. Fu merito di questa scuola, che ha ora nell’Autore il suo ultimo e lontano rappresentante, l’avere non solo migliorato il metodo degli studi, ma elevato la concezione stessa del diritto».

Del Giudice rivendica per questi tre intellettuali il ruolo di precursori: nessuno potrà oggi negare l’impulso dato allo sviluppo della storiografia, della filosofia del diritto e delle scienze politiche. Purtroppo i loro scritti, ad eccezione di quelli di Giambattista Vico, sono quasi negletti «essendo brutto e antico costume degli Italiani sottovalutare le glorie della patria per correre dietro alle novità forestiere, anche quando non meritano di essere accolte e seguite ». E ancora: i giureconsulti testimoniano, con le tristi vicende della loro vita, una dolorosa verità: «Ove nella storia apparisce un genio, si eleva accanto a lui immantinenti un Golgota. Ma il genio – e qui Del Giudice cita Chateaubriand – è un Cristo: sconosciuto, perseguitato, battuto con le verghe, coronato di spine, posto in croce dagli uomini e per gli uomini, muore lasciando in eredità ad essi la luce, e risuscita adorato».

Il magistrato si sofferma sulle origini di Pietro Giannone, descrivendo nei particolari Ischitella «piccola terra del Monte Gargano in Capitanata poco lungi dalle coste dell’Adriatico rimpetto alle isole di Tremiti e specchiantesi nelle azzurre acque del bel lago di Varano, che dal Montedelio si estende fin quasi ai piedi della deliziosa collina, su cui a guisa di castello medioevale si erge il paese, tutto contornato di vigneti, uliveti e aranceti».

Del Giudice ci restituisce particolari inediti della biografia di Giannone, soffermandosi su un percorso di vita simile a quello di tanti studenti d’ingegno, privi di cospicui mezzi finanziari, che dai vari paesi del Sud confluivano a Napoli, capitale del Regno. Qui si impegnavano con notevoli sacrifici nelle materie giuridiche e, dopo aver conseguito la laurea, nell’affermazione professionale: «Giannone restò sul Gargano fino all’età di 18 anni. Suo padre Scipione nel marzo 1694 lo mandò a Napoli a completare gli studi. Studiò legge sotto la disciplina del celebre giureconsulto D. Domenico Aulisio, il quale, scorto l’ingegno vivace del giovanotto, prese a ben volergli e gli inculcò lo studio della storia romana. Postosi con ardore a studiare, il Giannone non avendo mezzi per comperarsi i cinque libri de Feudis del Cujacio, si pose a copiarli e durò in questa improba fatica mesi e mesi. E nel mentre attendeva allo studio della giuresprudenza positiva, dava assidua opera ad approfondirsi negli studj filosofici, e così divorò i libri del Cartesio, del Gassendi e di altri filosofi in quel tempo in voga. Nel 1701, essendosi addottorato in utroque jure, intraprese il duro tirocinio dell’avvocheria civile, nelle strettezze in cui gli scarsi guadagni della professione lo costringevano a vivere».

La vita e l’opera di Giannone furono una continua battaglia contro gli abusi e le invadenze della Chiesa sul potere dello Stato. Del Giudice sottolinea come, per le idee espresse nella Storia civile del regno di Napoli, Giannone fu arrestato, imprigionato e finì la sua vita travagliata nella cittadella di Torino: «Agli occhi del Papato, Giannone aveva commesso un delitto inespiabile: aveva cioè, con franca parola e senza veli, narrata la storia lunga e dolorosa degli abusi del clero nel Napoletano, e ciò facendo, aveva gravemente offeso e danneggiato gli interessi materiali degli eredi del santuario, interessi materiali e mondani che si è poi cercato ad arte confondere con gli interessi spirituali della Chiesa. Come Arnaldo, come Dante, come Savonarola, come Sarpi, Giannone amava la religione dei suoi avi; ed è per questo appunto che, contemplandone il decadimento ai tempi suoi, vagheggiava il ritorno della Chiesa alla semplicità e alla santa purezza di costumi dei primi secoli, quando i sacerdoti erano per i fedeli specchio di moralità e di carità e, per usare la frase di S. Clemente d’Alessandria, bevevano nei calici di legno, perché i loro cuori erano d’oro».

Perché – si chiede Del Giudice, parafrasando Luigi Settembrini – il Re di Sardegna fece arrestare il Giannone? Non si dice, ma si intuisce. I Gesuiti, sempre potenti in quella Corte, dovettero far intendere al Re che Giannone a Ginevra avrebbe prodotto gran danno alla Chiesa pubblicando altre opere scandalose; e che per impedirlo bisognava arre starlo. Il Re diede l’ordine: i Gesuiti trovarono l’uomo e il modo. «Per dodici lunghi anni – osserva Del Giudice – l’infelice languì in carcere. Invano replicatamente supplicò per riavere la libertà, non avendo offeso in alcuna guisa le leggi punitive, né avendo mai fatto male a chicchessia: le sue supplicazioni rimasero inascoltate». Fu durante questa lunga prigionia che egli scrisse le Memorie autobiografiche, Delle dottrine morali, teologiche e sociali dei Padri della Chiesa, I Discorsi su Tito Livio e La Chiesa durante il Pontificato di Gregorio il Grande.

La figura di Giannone, attraverso le sue opere e la sua biografia, è così posta in piena luce: è questo uno dei pregi notevoli del libro di Mauro Del Giudice, che dimostra come lo storico di Ischitella fu il primo a concepire e a trattare la storia come scienza sociale, storia della civiltà. Nella Storia civile del Regno di Napoli, la narrazione degli avvenimenti esteriori serve di base e si congiunge allo studio della politica, dell’economia e soprattutto della legislazione.

Secondo Del Giudice è priva di fondamento l’accusa di plagio, che pregiudizialmente critici illustri rivolsero a Giannone, ignorando la summa della sua storiografia:

« Come confutazione al decreto che poneva all’Indice la sua Storia Civile, (Giannone) compose la famosa Apologia, che venne alla luce tra il 1725 e il 1726. In questo scritto, confutando tutti gli addebiti che gli venivano mossi, dà prova di quanta copiosa erudizione e dottrina sia fornito in materia di Diritto Canonico, di Storia della Chiesa, di Diritto Pubblico e anche di teologia morale e dommatica. Coloro, che ancora oggi accusano Giannone di plagio, dovrebbero leggere e meditare quest’opera pregevolissima per conoscere chi è l’uomo, al quale si fa rimprovero di avere nella propria Storia trascritti dei brani narrativi di storici oscuri, quali il Summonte, il Parvino, il Nani».

Dal Vico e dal Giannone derivò una schiera di illustri pensatori e scrittori nel campo della scienza giuridica, nell’economia e nella storia. Questi intellettuali prepararono lo spirito di riforma che ispirò l’opera politica del ministro Bernardo Tanucci nelle province del Regno di Napoli, inaugurando in Italia una rivoluzione intellettuale che sorse indipendentemente dalle masse popolari.

Il volume di Mauro Del Giudice – secondo il giurista Donato Faggella – si chiude con un monito agli studiosi italiani, che è anche un augurio: «Invece di andar raccattando formule e distinzioni dalle opere dei giuristi stranieri, per offrir l’apparenza d’una profondità d’idee, o di seguirne servilmente i metodi, occorre ritornare allo studio dei nostri grandi pensatori e riprendere un posto degno nella cultura e nella scienza! ».

Teresa Rauzino

su L’ATTACCO del 10 maggio 2017

Relazione tenuta al Convegno di Ischitella del 7 maggio 2017, per ricordare il 341° anniversario della nascita di Pietro Giannone

A Ischitella domenica 7 maggio un convegno su Pietro Giannone

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Dopo il recente convegno del 17 marzo,  Ischitella terrà ancora vivo il ricordo di  Pietro Giannone, il grande storico e giurista illuminista cui diede i natali nel 1676, celebrando il 341° anniversario della sua nascita con un evento che si terrà domenica  7 maggio  dalle ore 19.00 alle ore 21.00 nei locali dell’ex Cinema Giannone

Previste le relazioni di  Giuseppe Laganella, giornalista e scrittore, che analizzerà una pubblicazione inedita su Pietro Giannone; di Mario Giuseppe d’Errico, socio di storia patria della Puglia sezione Gargano, che parlerà degli anni trascorsi  da Pietro Giannone a Ischitella; del sacerdote Francesco Agricola che proporrà delle iniziative da intraprendere per ricordare e rivalutare Pietro Giannone.

Interverranno nel corso della serata  Giuseppe Vivola,  Commissario Prefettizio del comune di Ischitella e Rocco Ruo, presidente facente funzioni del Parco Nazionale del Gargano.

Siete tutti invitati!

CONFINDUSTRIA SI PRESENTA AGLI STUDENTI DELL’IISS “MAURO DEL GIUDICE” (reportage studenti III CAT)

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Venerdì 28 Aprile 2017 le classi terze e quarte, frequentanti i corsi di alternanza scuola-lavoro dell’ITCG “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico e dell’I.P.S.I.A. di Ischitella, hanno partecipato all’evento organizzato dalla Confindustria di Foggia, che ci ha dato l’opportunità di confrontarci sul tema “Impresa” con quattro giovani imprenditori e una dottoressa dell’Università di Foggia.

Gli imprenditori hanno deciso di interpretare l’argomento ai ragazzi nella maniera più semplice e suggestiva che esista, cioè raccontando le proprie storie, questo è un modo molto creativo per catturare l’attenzione di un pubblico “giovane”.

Raccontandoci le loro esperienze, hanno cercato di farci capire che nella vita non tutto proviene dallo studio universitario e che si può trovare una posizione, ma soprattutto un lavoro, facendo ciò che ci piace. Perché se facciamo un lavoro che ci piace, lo svolgeremo con passione.

A ribadire fortemente questo concetto è stato il Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Foggia, Nicola Altobelli, classe 1979, direttore commerciale di Eceplast, azienda innovativa nella produzione di imballaggi industriali operante a Troia, ma fortemente internazionalizzata.

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Un altro intervento che ci ha colpito molto è stato quello del mastro fornaio Pascal Barbato, amministratore unico della Fulgaro Panificatori 1890, che ha saputo resistere alla tentazione del suicidio nonostante avesse €700000 di debiti. Ciò che ci ha colpito è stata la semplicità con cui ci ha raccontato la propria esperienza. Adesso lui è un mastro fornaio importante, cioè è a capo di un forno che gestisce, con successo, con altri fornai.

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Un altro intervento che ci è piaciuto molto è stato quello del giovanissimo imprenditore di san Severo che si è cimentato nel campo dei vini e che è riuscito, dopo aver perso del tempo all’università, a creare un’azienda vinicola, nonostante suo padre avesse già una solida azienda di trasporti.

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Ciò che in particolare ci hanno spiegato questi imprenditori è che il mondo del lavoro corre rispetto alle nostre aspettative e che noi giovani dobbiamo essere competitivi, cercando di farci valere per la nostra intelligenza.

Si è parlato di nazioni come la Cina che sfornano tantissimi ingegneri ogni anno e quindi non tutti potranno avere un posto assicurato, ma solo i più vogliosi e coloro che hanno le idee ben chiare e già immaginano quello di voler fare, già proiettati sul mondo del lavoro. Quindi ognuno di noi deve concentrarsi al meglio su quello che gli piace e sfruttare tutta la propria intelligenza per raggiungere degli obiettivi concreti. Per poterci far valere bisogna studiare molto, oltre le proprie potenzialità per poter essere posti al gradino più alto nel settore di ingegneria e di qualsiasi altro settore.

Bisogna sviluppare nel migliore dei modi ciò che ci piace e praticarlo, avendo un guadagno che ci permetta di vivere. Inoltre bisogna ricordare che non dobbiamo mai avere dei limiti, ma cercare di migliorare. aggiornandoci anno per anno, così da sviluppare il nostro intelletto e la nostra intelligenza che ci permetterà di immetterci nel mondo del lavoro, cercando di dare il meglio di noi stessi. Infine hanno sottolineato che noi giovani siamo ricchi di opportunità che possono rendere il nostro futuro migliore senza chiedere l’aiuto di nessuno”.

“La maggior parte di quello che state studiando vi servirà a ben poco nella vita” la provocazione lanciata da Altobelli, che ovviamente ha spiegato le motivazioni e il perché di questa frase, ribadendo che comunque studiare resta una cosa importante, però i giovani devono abituarsi ad un mondo che cambia in continuazione. L’Italia sta vivendo una periodo di crisi economica, la percentuale dei laureati in Italia è meno del 7%, ed è stato dunque necessario riparare i danni, e il punto di forza della nostra nazione sono i giovani italiani, quindi è giusto che si cominci da subito a far capire che il lavoro è un diritto, questo è il messaggio che gli imprenditori della Confindustria di Foggia, focalizzando quindi , che il futuro è dei giovani e che il nostro territorio ha bisogno di noi… “Noi siamo il futuro, Non il passato”.

Il discorso che ci è piaciuto è stato quello dell’imprenditore che ha parlato di “consapevolezza” , una parola che ci ha fatto capire che ognuno di noi non deve intraprendere un percorso perché ci è stato consigliato o imposto, ma deve essere consapevole delle sue scelte e di quello a cui sta andando incontro. Ha parlato anche di continuità, in quanto non bisogna studiare solo la lezione scolastica che ci viene assegnata se si vuole diventare qualcuno, ma studiare costantemente senza imporsi dei limiti.

Tutte le parole che più ci hanno rappresentato e che ci serviranno sono infine state scritte su una lavagna con degli “hashtag”, ovvero dei riferimenti. La parola deriva dall’inglese hash (cancelletto) e tag (etichetta), la sua popolarità è legata all’introduzione su Twitter come caratteristica per contrassegnare parole chiave, che richiamano così l’attenzione degli utenti su temi particolari.

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Cos’è il successo? Cosa significa avere successo? domanda fatta ai ragazzi, ove alcuni hanno dato la scontata risposta “fare i soldi” oppure “la bella vita”.

Pascal Barbato dice di no, è sbagliata questa mentalità del fare successo, in fondo il successo non è nient’altro che quello che noi vorremmo che succeda, il successo è la realizzazione di un sogno.

Sognare, immaginare, questo può trasformarsi in CREARE, perché qualsiasi oggetto abbiamo tra le mani, ad esempio uno smartphone, è stato creato due volte, la prima volta nell’immaginazione di qualcuno.

Nella vita per raggiungere il successo bisogna sognare, e credere nei propri sogni: come ha detto un imprenditore “sognare è gratuito ed infinito”.

Speriamo che questo incontro si ripeta con altre persone che hanno avuto delle esperienze simili e che possano darci utili informazioni su come muoverci nel mondo del lavoro, cercando così di migliorare il nostro territorio.

Non vogliamo più essere ragazzi che scappano dal Sud per cercare lavoro al Nord o addirittura in altri paesi esteri. Basta con la fuga dei cervelli!

 Reportage di Giuseppe Cirelli, Piero del Viscio, Antonio Fabbiano, Aldo Pupillo, studenti della Classe III C CAT dell’IISS “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico 

 

IL LUOGO DELLA MEMORIA RITROVATO: ISCHITELLA, PATRIA DI GIANNONE

Nella cittadina garganica, Giannone visse per 18 anni (dal 1676 al 1694), ma le dedicò solo una pagina della sua opera “Vita scritta da lui medesimo”

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In un ideale percorso giannoniano, il luogo della memoria ritrovato è la piccola Ischitella.

Trent’anni prima della nascita di Pietro Giannone, il piccolo borgo dell’entroterra garganico, abitato da 1235 anime,  era stato quasi cancellato dal distruttivo terremoto del 31 maggio 1646. In quel drammatico evento si registrarono 96 vittime. Solo 26 case rimasero in piedi.

I Principi Pinto y Mendoza Capece Bozzuto, presero possesso del feudo di Ischitella il 19 novembre del 1674, due anni prima della nascita di Giannone. Le immense ricchezze derivanti dalla mercatura permisero alla famiglia, di origine portoghese, di acquistare un intero feudo sul Gargano, con il relativo blasone principesco.

Nel 1680, Ischitella viene descritta dall’erudito Pompeo Sarnelli come “terra baronale”, murata. Situata «su un colle eminente, gode di buon’aria», conta 258 famiglie, 1219 anime, di cui 894 in età di comunione. Vi sono 29 sacerdoti, 30 chierici, 7 romiti. Il borgo ha due chiese intra moenia: la parrocchiale di Santa Maria Maggiore e quella di Sant’Eustachio. Fuori le mura vi sono ben otto chiese: la chiesa ed il Convento dei Padri Francescani dell’Osservanza, le chiese di sant’Antonio Abate, di san Rocco, di San Michele, di san Pietro in Cuppis, di san Martino, della ss.ma Annunziata di Varano e di santa Maria dell’Oliveto. La chiesa di santa Maria del Pantano è stata sconsacrata da Orsini nel 1678. Vi sono tre Confraternite (Santissimo Corpo di Cristo, SS.mo Rosario, e SS.ma Concezione), la Congregazione di sant’Eustachio, un Ospedale e il sacro Monte della Pietà, tutti soggetti alla giurisdizione dell’Arcidiocesi di Siponto.

A Ischitella, Pietro Giannone visse per ben diciotto anni dal 1676 al 1694, ma gli dedicò soltanto una pagina della “Vita, scritta da lui medesimo”. Non sappiamo il perché dell’omissione. Questo “poco attaccamento” alla sua terra d’origine gli verrà rimproverato da Michelangelo Manicone che all’amato Gargano dedicò due libri: La Fisica Appula e La Fisica Daunica.

Effettivamente, Giannone dedica solo l’incipit della sua autobiografia agli anni trascorsi ad Ischitella. «Io nacqui da onesti parenti a’ sette di maggio dell’anno 1676, in una terra del monte Gargano, nella Puglia de’ Dauni chiamata Ischitella, prossima a’ lidi del mare Adriatico, dirimpetto all’isole Diomedee, ora dette di Tremiti».

Allevato nell’infanzia dalla pia e savia madre Lucrezia Micaglia, ed «erudito negli esercizi di pietà con somma accuratezza e religione», Pietro Giannone fu mandato «ad apprender grammatica» dall’arciprete della parrocchia di Santa Maria Maggiore di Ischitella, «uomo versato nella lingua latina per quanto comportava la condizione del luogo, ma molto più commendabile per la sua probità e per l’esemplari ed incorrotti suoi costumi».

Durante l’adolescenza, Giannone rischiò di morire: fu colpito da una febbre altissima ed il medico di famiglia, non tenendo conto sulla  sua gracilità, gli somministrò una eccessiva dose di antimonio, che gli provocò gravi effetti collaterali: «Mancò poco che non esalassi l’anima fra le braccia della mia cara madre – scrive Giannone –  Ma, sicome il pericolo fu grave, così, quelli cessati, in breve tempo tornai al pristino stato di perfetta salute».

Lo stato sanitario del Gargano, in quegli anni, era molto precario. Il Pisani attesta che nell’anno 1679 si verificarono “diverse sorte d’infirmità”, fra cui una grave epidemia malarica, che fece strage di bambini. La febbre del Giannone, per fortuna, non ebbe questa causa letale.

All’età di quindici anni, Giannone fu indirizzato dal padre Scipione agli studi di filosofia presso un frate francescano, valente professore e teologo rinomato nel suo ordine, il quale era stato nominato “lettore giubilato”.  Chi aveva avuto questo onorificenza poteva scegliere come dimora il convento più gradito.  Giannone ricorda che il suo maestro, «naturale del luogo, s’elesse il convento de’ suoi frati, costrutto da antichissimi tempi in Ischitella sua patria, e quivi venne a dimorare». Grazie a costui, che gli insegnò la filosofia con grande amore e diligenza, in pochi anni il giovane Giannone, applicandosi con somma attenzione, dopo aver seguito il corso di logica, fisica e metafisica, divenne un “piccolo filosofo” scolastico-scotista. Terminato il corso sulla filosofia d’Aristotele, i genitori, per fargli studiare giurisprudenza, decisero di mandarlo a Napoli. Avrebbe potuto contare sull’aiuto economico di uno zio di sua madre, che gli era molto affezionato: essendo questi un sacerdote «agiato di beni di fortuna», avrebbe potuto ospitarlo e sostenerlo negli studi.

Qui si chiude il sipario sugli anni vissuti ad Ischitella. Giannone partì per Napoli e non farà alcun cenno della sua “patria” nelle sue opere, se non in questa pagina autobiografica.

Il nostro intento, in questo saggio, sarà  di ricostruire il contesto socio-culturale di Ischitella e del Gargano tra Seicento e Settecento, ricorrendo ai pochi documenti coevi.

Tra la fine del 1675 e l’inizio del 1676, anno di nascita di Giannone, Ischitella fu visitata per diciotto giorni, dal 23 dicembre all’8 gennaio 1676, dal ventiseienne arcivescovo di Siponto Vincenzo Maria Orsini. Orsini ritornò ad Ischitella nel novembre del 1678, per una seconda ricognizione di quattro giorni. Le due visite pastorali furono preparate accuratamente, secondo i dettami tridentini e l’esempio dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo. Nel Diario delle pontificali funzioni, Orsini annotò minuziosamente gli eventi delle giornate pastorali trascorse ad Ischitella. Un arido elenco di cerimonie sacre da lui presenziate con cambio di vari abiti e paramenti sacri a seconda delle circostanze. Orsini diventerà papa con il nome di Benedetto XIII. Innocenzo XIII nel 1723 aveva messo all’indice l’Istoria civile del Regno di Napoli e la persecuzione contro Giannone fu proseguita dal 1724 al 1730 da Benedetto XIII.

Il giudizio di Giannone sul suo pontificato sarà crudo: “Così faceva in Roma, essendo papa, come essendo arcivescovo, non comprendendo, finché visse, che si fosse l’essere papa: e, per ciò, niente curando delle cose grandi di Stato, né della papal monarchia, era tutto inteso alle cerimonie e funzioni ecclesiastiche, a battesimi, a consacrar templi e altari, a benedir campane, alla mondizia e polizia degli abiti ed ornamenti di sacristia, e cose simili”.

IL CONTESTO SOCIO-CULTURALE GARGANICO DEL SETTECENTO

Il Settecento è caratterizzato  da un notevole incremento demografico. Dal riscontro del numero degli abitanti dei paesi del Gargano effettuato sugli “Stati delle Anime”, i paesi rispecchiano fedelmente la crescita demografica che si verificò in tutta l’Europa. Il territorio, ricco di agrumeti,oliveti e vigneti, assicurava il benessere degli abitanti, soprattutto per l’esportazione dei prodotti  tipici in direzione di Venezia e della Dalmazia. Estrazione e lavorazione della pece, raccolta della manna, rappresentano altri elementi caratterizzanti l’economia garganica.

Dal punto di vista culturale, il Gargano sa aprirsi a stimoli provenienti da Napoli  e da più lontane realtà culturali elaborando idee originali rispetto alla cultura dei lumi francese. Qui gli illuministi si riuniscono a Vico del Gargano nell’Accademia degli Eccitati viciensi, fondata il 3 maggio 1759 nella Chiesa extra-moenia di Santa Maria del Refugio (oggi detta del Purgatorio). E’ l’unico sodalizio illuminista di Capitanata di cui oggi si abbiano fonti documentarie, pubblicate dallo storico Filippo Fiorentino.

Dell’Accademia fece parte don Pietro De Finis, che aveva trentasei anni nel 1759. Già nel 1751 aveva aperto a sue spese, per tre anni, una scuola per tutti. Suo discepolo fu Michelangelo Manicone (che lo ricorderà come «il maestro (suo) di grammatica»).  Manicone non sarà  tra i soci fondatori dell’Accademia degli eccitati (aveva allora  soltanto 14 anni) ma respirò l’aria illuministica diffusasi nel 1759-60 a Vico del Gargano. Nella “Dottrina Pacifica” già dal 1790 grida contro gli abusi dei tiranni, invoca la riforma della Chiesa. Questo suo atteggiamento lo renderà inviso alle gerarchie ecclesiastiche conservatrici che lo relegheranno nel convento di San Francesco di Ischitella, un luogo-simbolo della vicenda familiare di Pietro Giannone, per la presenza delle spoglie materne ivi sepolte.

Descrivendo il territorio di Ischitella, Manicone mette in evidenza i precari equilibri ambientali, che rendono critica la salubrità di tutta l’area gravitante intorno al lago: l’acqua stagnante vizia l’aria, e decima la popolazione, nonostante il territorio sia ricchissimo di boschi, con alberi di faggi, cerri, carpini, e nonostante la sua valle sia sempre verde, «per l’amenità de’giardini d’agrumi e circondata da deliziose e fruttifere colline». Manicone individua un’altra causa di insalubrità ambientale nelle infime condizioni igieniche dell’abitato e lancia uno strale polemico verso i principi Pinto, «illustri Possessori dei luoghi cennati». La speranza di cambiamento, di un futuro diverso, é vivissima in Manicone, che lancia il seguente proclama: «Abitanti d’Ischitella, fate festa. Il Regno dello Spirito pubblico è già venuto; dunque l’Egoismo finirà!».

Teresa Maria Rauzino

Relazione al convegno su Pietro Giannone, tenutosi ad Ischitella il 17 marzo 2017 per commemorare il 279° anniversario della sua morte.

Galiani e Giannone, due garganici, due storie (saggio di Michele Eugenio Di Carlo)

Galiani fu uno dei principali diffusori del newtonianesimo in Italia; Giannone si collocò nel solco di un “giurisdizionalismo” che pretendeva di ridimensionare vigorosamente le prerogative della Chiesa negli Stati italiani ed europei

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Non sarebbe possibile esprimere la cultura napoletana della prima metà del Settecento senza essere continuamente rimandati alle illustri personalità di Pietro Giannone e di Celestino Galiani.

Galiani era nato nel 1681 a San Giovanni Rotondo – appena un casale alle dipendenze del monastero di San Giovanni in Lama, in una provincia definita «barbara» essendo stata completamente asservita alle esigenze fiscali del Regno.

Volle entrare nell’ordine dei Celestini e svolse il noviziato nel monastero della Trinità a San Severo con un tale fervore da meritarsi nel 1701 dai superiori gli studi presso il monastero di Sant’ Eusebio a Roma; luogo non secondario per la sua crescita culturale e per la sua futura preparazione.

Ed è infatti qui – nel monastero di Sant’ Eusebio – che, avendo a disposizione una biblioteca straordinariamente fornita, la sua vita prende la decisa direzione di quegli studi che lo porteranno verso una vita di successi e di soddisfazioni quale lettore di Teologia morale e Sacra scrittura, procuratore generale dell’Ordine dei Celestini presso la Santa Sede nel 1723 e generale degli stessi dal 1728, arcivescovo di Taranto nel 1731 e, addirittura, cappellano maggiore del Regno nel 1732.

Ed è sempre in questa biblioteca romana che Galiani, negli anni compresi tra il 1701 e il 1718, viene a contatto con le discipline che gli forniranno una preparazione matematico-scientifica  più congeniale alle proprie attitudini: dalla geometria euclidea e cartesiana fino allo studio del calcolo infinitesimale. E’ in questa biblioteca che Galiani si accosta all’ Ottica di Isaac Newton per poi affrontare i Principia mathematica. E non ha dubbi: tra le teorie cosmologiche di Cartesio e di Newton – da attento e appassionato scienziato qual era – sceglie quest’ultimo scrivendo le Osservazioni sopra il libro di Newton detto Principia mathematica. Nel 1714 la conferma della sua visione newtoniana della realtà arriva con La Lettera sulla gravità e i vortici cartesiani.

Celestino Galiani risulta, quindi, da studi documentati uno dei principali diffusori del newtonianesimo in Italia, diventando nel tempo un assoluto protagonista nella difficile e complessa mediazione tra le spinte culturali settecentesche dei «nuovi filosofi» e le tendenze conservatrici della Chiesa cattolica. Galiani svolgerà la sua attività culturale con prudenza, facendo circolare i suoi manoscritti – saggiamente mai pubblicati – tra i pochi intimi collaboratori e seguaci, tanto più che sin d’allora era risaputo che la Chiesa non accettava si superasse la linea «muratoriana».

Proprio la linea tracciata da quel Ludovico Antonio Muratori –  scrittore e storico nato a Vignola nel 1672 –  che studiando dai Gesuiti si era laureato in filosofia e in giurisprudenza diventando sacerdote e che nel 1700 era stato incaricato archivista e bibliotecario a Modena da Rinaldo I d’Este, presso il quale avrebbe svolto il delicato ruolo di consigliere fiduciario. Quello stesso Muratori che aveva gettato le basi metodologiche e scientifiche affinché la ricerca storica ponesse fondamento esclusivo nell’attenta e circostanziata analisi delle fonti, emulato e seguito da Giambattista Vico nella  propria vasta concezione ideale della storia.

Non era forse quanto aveva provato a fare lo stesso Giannone?

Benché Muratori, convinto assertore del rinnovamento della Chiesa e dello Stato, pur risoluto contro pregiudizi e superstizioni, circoscriverà l’estensione della ragione davanti a dogmi e sacre scritture, dettando il limite al cattolicesimo illuminato accettato dalla Santa Sede.

Eppure Alessandro Verri, nel suo Saggio sulla storia d’Italia del 1766, oserà scrivere – riferendosi a Giannone – che non gli è «mai riuscito di ritrovare nella sua Istoria il motivo de’ grandi tumulti ch’ha eccitati […] Il sig. Muratori negli Annali e nelle Dissertazioni dove tratta di storia ecclesiastica ha avuto maggior coraggio di lui, e non le sue sfortune. Questa m’è ognor paruta una contraddizione.»

Celestino Galiani – sebbene avrebbe occupato importanti ruoli sia sotto gli Asburgici sia sotto i Borbone – si dimostrerà nei fatti certamente più attento di Pietro Giannone nel tentativo riuscito di non provocare le reazioni dell’Inquisizione. E questo diverso atteggiamento tattico condurrà i due conterranei del primo Settecento verso destini del tutto dissimili.

Ben altra sorte del Galiani e del Muratori toccherà infatti al Giannone – l’altro grande garganico – il quale si colloca nel solco, profondamente scavato, di un «giurisdizionalismo» che pretende di ridimensionare vigorosamente le prerogative della Chiesa negli Stati per mezzo del controllo della pubblicazione degli atti ecclesiastici (placet o exequatur), delle relazioni tra papa  e autorità religiose di altri stati, della facoltà di intervento nelle competenze contestate del foro ecclesiastico sul territorio nazionale e che spinge verso una legislazione volta a limitare gli ordini religiosi ritenuti inutili e ad escludere l’estenzione del patrimonio immobiliare ecclesiastico con imposizioni di natura fiscale e vincoli all’acquisizione di nuove proprietà.

Pietro Giannone – giurista e storico nato ad Ischitella nel 1676, diventato dottore in diritto nel 1698 – aveva esercitato l’avvocatura presso lo studio Argento a Napoli, inserendosi pienamente nell’ambito della tradizione anticuriale napoletana. Nel 1723 pubblicherà il testo che darà la svolta alla sua esistenza e segnerà profondamente la cultura illuministica del Settecento non solo a Napoli, bensì in tutta l’Europa: Dell’Istoria civile del Regno di Napoli.

Un testo nel quale Giannone rivendica i diritti dello Stato contro le ingiuste pretese della Chiesa. L’Istoria, infatti, ripercorre la storia delle usurpazioni ecclesiastiche, nega l’origine divina del papato, critica persino le politiche ecclesiastiche di Carlo Magno con relative donazioni e l’acquisito potere temporale della Chiesa, polemizza con le invadenze della Chiesa nelle istituzioni civili del Regno: Exequatur, foro, immunità ecclesiastica, diritto d’asilo, privilegi feudali, ecc.

La dura requisitoria contro il potere temporale del papato e l’anticlericalismo acceso costano sin dal 1723 l’esilio a Giannone che, perseguitato a vita, morirà incarcerato a Torino nel 1748 sotto la dinastia dei Savoia.

E mentre Giannone vive dolorosamente l’esilio, appena preso possesso della diocesi di Taranto nel 1731, Galiani viene nominato cappellano maggiore del regno di Napoli: una carica prestigiosa decretata da Carlo d’Asburgo, che gli consentirà di essere l’arbitro delle scuole pubbliche e private, quale prima autorità amministrativa, disciplinare e giudiziaria nei riguardi di professori e studenti dell’Università di Napoli. Come cappellano maggiore detiene anche i poteri derivanti dalla giurisdizione ecclesiastica del regno, sempre in conflitto di competenza col foro ecclesiastico riguardo alle numerose cause inerenti diritti, privilegi e rendite delle chiese e delle cappelle regie sul territorio dello stato napoletano. Spettava, inoltre, al cappellano maggiore fornire il parere sulla concessione o meno dell’ exequatur  relativo a motupropri, brevi, pastorali, encicliche e bolle provenienti dallo Stato Pontificio.

In qualità di cappellano maggiore, finalmente può promuovere una riforma universitaria al fine di rilanciare la centralità degli studi statali nei riguardi di scuole private e di seminari religiosi; una riforma che prevede la chiusura di cattedre ormai obsolete e l’istituzione di numerosi nuovi corsi di studi riferibili alle scienze moderne e sperimentali: Astronomia, Fisica, Chimica, Botanica.

Da questo posizione di potere, prestigio e forza, Galiani fonda nello stesso anno con Nicola Cirillo (1671-1734) e Bartolomeo Intieri (1678-1757) l’ Accademia delle Scienze di Napoli, dove numerosi studiosi, accademici, ricercatori, scienziati si impegnano a diffondere le idee e le opere illuministiche di Isaac Newton, John Locke, Pierre Bayle, John Toland, Mattew Tindal, in contrapposizione con la scolastica e in perfetta antitesi con l’azione culturale dei Gesuiti in particolare.

A presiedere l’Accademia nei primi anni, fino alla sua morte, sarà Nicola Cirillo ( Grumo Nevano, 1671 – Napoli, 1735), scienziato e medico, che nel 1726 aveva ottenuto direttamente dalla corte viennese la cattedra più prestigiosa, quella di medicina pratica. Non senza le raccomandazioni del bibliotecario imperiale Garelli, lo stesso della cui amicizia si servirà per soccorrere e prestare aiuto all’amico dolorosamente in esilio a Vienna in quegli anni: Pietro Giannone.

All’insediamento di Carlo III di Borbone nel 1734 Giannone spera di rientrare in patria, ma, nell’ambito delle trattative per il riconoscimento del regno di Carlo da parte della Santa Sede, gli viene proibito il rimpatrio. Giannone perde la pensione e da Vienna si trasferisce a Venezia, da dove l’anno dopo viene espulso a causa delle pressioni dei Gesuiti e degli inquisitori di Stato. Si rifugia a Modena sotto falso nome e incontra, secondo Franco Venturi, il Muratori. Poi Milano, Ginevra e Torino nel 1736, dove tratto in inganno da Carlo Emanuele di Savoia per sottostare alla volontà di papa Clemente XII, viene arrestato e imprigionato.

Nel frattempo, da politico e diplomatico di classe, Galiani svolge un ruolo determinante nelle relazioni diplomatiche che porteranno al Concordato tra Stato Pontificio e regno di Napoli nel 1741, con importanti risultati per i Borbone.

Infatti, secondo Eugenio Di Rienzo, «le complicate e delicate trattative, nelle quali il Galiani riuscì ad attuare un’opera di difficile mediazione tra le pretese pontificie e spagnole e la difesa delle prerogative del Regno […], si protrassero ben oltre la data del 10 maggio 1738, giorno in cui il pontefice riconobbe formalmente Carlo di Borbone come re di Napoli. Incagliatisi sulle cruciali questioni del diritto d’asilo, dell’estensione dei poteri dell’Inquisizione, della sottomissione dei beni ecclesiastici ai tributi, della giurisdizione ecclesiastica, i colloqui diplomatici, interrottisi nel 1740 per la morte di Clemente XII, portarono solo il 2 giugno 1741 alla firma del concordato, nelle clausole del quale si poteva leggere in ogni caso un netto rafforzamento della posizione diplomatica del Regno di Napoli all’interno della penisola e sul piano internazionale, in gran parte dovuto all’opera del Galiani».

Ma come era stato possibile che lo Stato Pontificio, solo da alcuni anni costretto a legittimare Carlo di Borbone re di Napoli, accettasse e firmasse un trattato che lo sminuiva enormemente nell’arco dei tanto contestati – proprio da Giannone – poteri temporali, consegnando al regno di Napoli e al casato dei Borbone una affermazione sul piano politico-culturale che, passata alla Storia,  desta ancora ammirazione e rispetto?

La risposta è nel papa subentrato a Clemente XII, il quale non solo ci ricollega a Galiani, ma per vie dirette ci riconduce sorprendentemente alla storia della diocesi di Vieste e alla famiglia Cimaglia. Era il bolognese Prospero Lambertini, diventato papa col nome di Benedetto XIV e passato alla storia come il papa che ambiva a sopprimere il potere temporale per favorire in pieno clima illuministico la rinascita spirituale della Chiesa.

Prospero Lambertini aveva già conosciuto Celestino Galiani e i due avevano avuto modo di condividere una visione del mondo e della Chiesa scevra da pregiudizi, superstizioni, falsità storiche, diventando amici. Infatti, nella delicata questione dell’Apostolica Legazia di Sicilia, che aveva acuito i contrasti tra l’imperatore Carlo VI, quale re di Sicilia, e il papa Benedetto XIII, i colloqui diplomatici nel 1725 erano stati condotti da Prospero Lambertini, quale rappresentante della Santa Sede, e da Celestino Galiani, quale rappresentante dell’ imperatore. L’amicizia dei due, nel 1728, condusse ad una soluzione che si tradusse nella bolla pontificia Fideli,  che provocò le rimostranze sia degli ambienti più conservatori del papato, sia le proteste degli ambienti anticuriali e anticlericali di cui Pietro Giannone in esilio era diventato un emblema.

È senz’altro lecito, e attuale, chiedersi perché – nonostante l’avvento al papato di Prospero Lambertini e i notevoli risultati acquisiti dal concordato in direzione delle tesi giannoniane – Pietro Giannone continuerà ad essere prigioniero nelle carceri di Torino, fino a morirne nel 1748.

Davanti agli immani sforzi dei lumi «per l’affermazione dei diritti civili (tolleranza, libertà religiosa, emancipazione di etnie e generi fino ad allora oppressi)» possiamo oggi commuoverci, come Eugenio Di Rienzo nei suoi preziosi Sguardi sul Settecento. E, come lui, ci pare tuttora che «quelle battaglie non sarebbero state neppure possibili se non fossero state precedute dall’affermazione del più importante di tutti i diritti, quello della proprietà dell’individuo sulla sua persona, sui frutti del suo lavoro, sui suoi beni».

Michele Eugenio Di Carlo

Relazione tenuta ad Ischitella il 17 marzo 2017 al convegno in memoria del 279° anniversario della morte di Pietro Giannone e pubblicata dal quotidiano “L’ATTACCO” il 22 marzo 2017.

Facìmice Carnuàle e po ci ni parle (by Angela Campanile)

CARNEVALE 2017

Presentazione di Angela Campanile (Società Storia Patria sez Gargano) della sua piéce “Facìmice Carnuàle e po ci ni parle”, al Convegno del Centro Studi Martella” Carnuàl, Zeza e Quarandanna”, tenutosi nella sala Consiliare del Municipio di Peschici il 23 febbraio 2017, giovedì Grasso.

 

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Questa breve rappresentazione vuole dimostrare come il Carnevale fosse particolarmente sentito nei ceti poveri poiché era un’occasione per lasciarsi andare e dimenticare  miseria e affanni. Ci si mascherava con tutto ciò che si riusciva a reperire in casa o a farsi prestare da qualche conoscente: un vecchio lenzuolo, una divisa militare, la gonna della mamma e della nonna. A mascherarsi, più che i bambini, erano  gli adulti che poi giravano in gruppo per il paese e si recavano nelle case dove era possibile ballare al suono di una vecchia fisarmonica nei tempi più antichi, o di un grammofono a manovella più di recente.

Il penultimo giovedì, detto magro, era la festa dei poveri e tutti, ma proprio tutti i poveri, anche se a credito, si concedevano finalmente un bel pezzo di carne di maiale al sugo. L’ultimo giovedì, giovedì grasso, era la festa dei ricchi ed in questa occasione erano i benestanti a festeggiare con banchetti e canti.

Ogni quartiere preparava il suo fantoccio di Carnevale, fatto di paglia, carta e abiti i più malandati che ci fossero in circolazione; la mattina di martedì, ultimo giorno di Carnevale, i fantocci con in braccio l’immancabile bottiglione di vino, venivano appesi ai crocevia, sostenuti da robuste corde. A mezzogiorno tutti mangiavano i maccheroni fatti in casa, con il sugo di carne per i più ricchi e  con il sugo di polpette e ventresca per i meno ricchi. Era usanza mischiare agli altri maccheroni, un maccherone più lungo nell’unico piatto in cui tutta la famiglia una volta mangiava e chi, per sorte capitava questo maccherone veniva preso in giro come cannaroute, cioè il mangione della famiglia.

Dopo aver mangiato e bevuto, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese; non mancava chi si improvvisava attore e si esibiva in scenette umoristiche.  Poi si “operava” Carnevale. Nella pancia del fantoccio che veniva “operato” vi si infilava di tutto: scarpe vecchie, cipolle, corde, patate, barattoli ecc. e questo era il Carnevale che si metteva a cavalcioni su di un asino ed in processione era portato per le strade del paese seguito da un finto chirurgo, dalla finta moglie di Carnevale stesso e da tutte le maschere. L’operazione, che consisteva nell’estrarre tutto ciò che v’era in pancia, veniva ripetuta in diverse  strade del paese, accompagnata da  urla, frastuono e risate. All’imbrunire, l’asino con il suo carico e il suo seguito, si dirigeva verso il castello dalla cui rupe il fantoccio veniva gettato  in mare.

Negli anni trenta, oltre all’operazione chirurgica, si improvvisava la “Zeza, Zeza”, una sceneggiata cantata  i  cui personaggi,  sia maschili che femminili, sono stati interpretati per anni sempre dagli stessi attori, e così con la loro scomparsa anche la tradizione è scomparsa con loro.

La festa di Carnevale si concludeva nelle sale da ballo per i più giovani e nelle cantine per gli amanti del vino.

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 La piéce di Angela Campanile, dal titolo “Facìmice Carnuàle e po ci ni parle”, è stata interpretata da Raffaella d’Ambrosio, Angela Corleone e Michelina Tavaglione. Regia di Stefano Biscotti, presidente di Ars Nova. Ecco il testo.  

 

Si incontrano per strada per caso Vunginzelle e Luciette

 

L          Cummà Vunginzè, bbiate chi ti vàide! T’ava perse di ssimegghie, addunghe iè auàire che marìtite ti tàine n’ghiòuse!

 

V         Sci cummà Luciè, marìtìme mi tàine attaccate ca zuculelle, accàume nu purcilluzze  pi nan ci nu fa fuì! Ma tu che iè che dèice! Chi ti l’à ditte sta mupeie? Accàume a marìtime nan ci ni stanne, mi tàine accàume a na riggèine!

 

L          E manumale che nan ci ni stanne cchiù accàume a qua nimale di macchie di marìtite, almàine iè perse u stambe! Àvite che riggèine, vu dèice che à fatte a facce da salvariggèine!

 

V         Quande ni tèine di chiàcchire! Dandò vèine chi sta ceste n’gape?

 

L          Songhe iòute o mulèine a macinà cu morse di grane da spiculatòure, u ggiuste mi le stipate apposte pi sti ccassiòune!

 

V         Pi sti ccassiòune? Che tèine da fistià!

 

L          Addunghe iè Carnuale, e fa finì u munne, che no sa pinnende tu, accàume sta ndràite!

 

V         Aggià Carnuale iè!

 

L          Mo ave che iè Carnuale, mo ci sta pòure finenne, no sa che iogge iè u ggiuideie di puurette, ij iogge cucèine carne e maccaròune, cià discerne da tutte l’ate iurne! Du ggiuideie grasse, u ggiuste na mi ni pràime, quille che ciù fistiggiàssine i ricche!

 

V         O vèide quanda priezze ti vàine a te che iè Carnuale!

 

L          Nagnè fatte di priezze, iè che da mmane a mamme u carnuale iè state sembe fistiggiate, ci discirnàive, ci stàive nu morse di lligreie!

 

V         Pòure màmite tinàive a capa fresciche accàume a te!

 

L          Ij na chiamasse capa frèsciche, i uaie i tinèime tutte e agnè che ci ni vanne si fa nu morse di lligreie, ci allundànine nu morse, ma po so sembe i toue!

 

V         Sci che pòure mamme a tinàive fresciche a cape! Tate accàume a iogge vulàive i maccaròune, diciàive che u ggiuideie prèime du ggiuideie grasse iàive a feste di puurette, ijsse iàive puurette e vulàive fa feste. Mi ricorde che mamme, che na tinàive sòlite, pigghiave l’aue di iallèine nostre, mittàive acchiù pane che casce e faciàive i pulipette, po, pi dà a màure o sucarille, mittàive nu morse di vindresciche e cu sòuche tinàive na ddàure che mi iè rumaste ijnde i daie!

 

L          U sinde che màmite na iàive accàume a te, senza ggenie! Tu, no sacce dandò si asciòute. Sàura meie, attìvite nu morse, ij na dèiche che ta mbuà, ma almàine fa i cunde che ci vonne, addunghe i iurnate che ànna iesse tutte di na manàire! Si ci miname n’derre da sòule, accàume cià chinghiòude!

 

V         Cummà Luciè, agnè che no sa che passe ij, a cape na sta pinnende a fa quille che dèice tu. Po vòune cià nasce, ij, manghe da vagniàune mi songhe maie vistòute da mascicarelle. Stèvine tutte sòrime, cunziprìnime e i vucèine di case che ci sfrinàvine a lùtima sittimane di carnuale, ièvine turniturne truanne vistimende pi vestice da mascichire e nan ci pirdèvine manghe na sale da bballe.

 

L          E n’ànna fatte bbàune, che si megghie tu che na tèine nende da ccundà a sta sorte di ijtà! Martideie na me veste da mascichire, picchè nan ti viste pòure tu?

 

V         Accuscì ama fa, a vicchiezze a unnella verde! Addunghe mo ti le ditte che na le fatte maie manghe quanne iàve ggiòvine! Mo vidèime, capace che u lùtime iurne di carnuale  i facce pòure ij dòuie maccaròune!

 

L          Fatte i fatte toue, ciavessa mette a chiaue e n’avessima putè fa manghe a mascicarate!

 

V         A pigghie a pavòure angàure ta pirde a mascicarate!

 

L          Sàura meie, bbàune facisse si finalmende t’arriggilisse pòure tu di cape ijnde a sti iurne. Nouia puurette agnè che facèime feste e fistizzàule accàume i ricche, quiste sonne i feste nostre:  Natale, Pasque Sand’Aleiee a Carnuale! (passa G)

 

G         Paràule sande, cummà Luciè, ij aggià mi le fatte i maccaròune, i facce iogge, che iè u ggiuudeie di puurette e i facce u iurne di carnuale, u martideie, du ggiuudeie grasse na mi ni pràime, quille nagnè càusa nostre.  Venghe da pigghià nu morse di carne e osse di porche, a vogghie ammiscicà chi pulipette, sinnò troppe ci ni vò, agnè che ni sèime vòune e dòuie ijnde a case, acchiù di nu stuzzarelle di carna pidòune nan ci ni pozze mette!

 

L          Fa bbàune, ij pòure accuscì facce, sinnò quande ci ni vonne di sòlite!

 

V         Uvidè che à fatte pòure u maccaràune longhe?

 

G         Cummà Vunginzè, tu dandò ijsce! No sa che quille ci fa martideie che iè propie u iurne di Carnuale!

 

V         Agnè che no, ij mo accuscì mi songhe truate!

 

L          Nan ci fa case, cummà Ggiuannè che queste iè senza ggenie, na fa i fatte che ci fanne, à ditte che auanne i vo fa pòure iesse i maccaròune martideie,(risatina) e ditte fatte i fatte toue, avissa fa chiaue!

 

G         Addauàire cummà Vunginzè che na fa a lligreie di Carnuale!

 

V         Na tenghe ggenie, cummà Ggiuannè!

 

G         U ggenie, si no tèine, ti la fa minì n’grazie di Ddeie, i iurne aggià sonne triste, si i fa divindà angàure acchiù triste, che ciama attaccà na lenze n’fronde e ciama iì a minà a mare!

 

L          A’ fatte bbàune che ci l’à ditte, cummà Ggiuannè . queste na l’à capèite pinnende che a stu munne accàume ta pigghie ta purte! Fa i maccaròune e fa pòure quille longhe! U maccaràune longhe che facce ij u ccappe sembe marìtime, quille ci fa accàume na bbruttabbestie, mofalanne ci sèime accèise,  u bbucchirucce di vèine di cchiù ci l’avemmea bbìvite, na vi dèiche che iè successe!

 

V         U sinde a iesse accàume tringhe, po dèice paràule o marèite quanne ci arritèire mbriache da candèine! Bbiata te che u sippurte, nziamaie mu bbivesse ij nu morse di vèine, iarreie facenne pàuche a ndraulate, a cape aggià m’aggèire!

 

L          Tu mo che ti crèide quande mi ni bbàive! Pare che paidisce megghie chi na stizze di vèine!

 

V         O sinde che ti magne che, nandimàine, ci vò u vèine pi fàrite paidì! Agnè che ti magne i porche sane!

 

L          Iè megghie che nan ti risponne pinnende, vòune chi te ciavessa semba liticà!

 

G         Madonna meie, facìtile finòute! Cummà Luciè, picchè sèite liticate chi marìtite, accunde u fatte!

 

L          Pruffidiave che u maccaràune longhe ci le misse a bbellaposte ijnde u piattelle soue! Ma nagnè auàire pinnende!Na vo iesse ditte che iè magnamagne. Ma auanne le fricà ij, e ministrà tutte ijnde u piatte grosse, magname tutti nzàime e cu pigghia pigghie u cacchie du maccaràune longhe,  nan cià po pigghià chi me che ci le misse apposte!

 

G         E che magnate ijnde i piattelle assimite vouie!

 

V         Quille sonne ggindèile cummà Ggiuannè!

 

L          Nan ci vò né ggindèile e né nende, cu fatte che chi ci ammache di cchiù ci abbenghie, a me mi dà o càure! Ijnde u piattelle ogniadòune tàine a raziàuna soue!

 

G         Ogniadòune fa accàume cràide! Nouie magname tutte ijnde nu piatte, sàule che la lavà tutte qui piattelle, ij manimane mi spicce!

 

V         A cummà Luciettee ci làvine i figghie i piatte, ni tàine na morre di figghie fèmine!

 

L          Cianna mbarà a fa i suurizie!

 

V         Nzomme che marìtite na vo iesse ditte che iè cannaròute!

 

L          Iè tanda cannaròute, ci fricarreie casa vecchie e casa naue, iè talequale a qua bbelle da mamme, nagnè iòute nu pèile n’derre. A sàire, quanne ci finisce u piattelle, che iè pi dàuie vòlite du meie, tu sinde: “nende cchiù ci sta da magnà”! E che cià sta, po dèiche ij!

 

V         O sinde! E che tàine u sbulmine marìtite!

 

L          Quille fateie, u cristiane e a sàire i tàine fame!

 

V         Sàule ijsse fateie, marisse!

 

G         Cummà Luciè, ti ricurde quanne iemme ggiùvine nouie quanda bballe ci facemme di carnuale? Nan ci rumanemme manghe na sale da bballe!

 

L          Càume na mi ricorde! Stàive Nuculette  avvucèine a nouie che, quanne iàive carnuale, mittàive bballe tutte i dumeniche!

 

G         Mi ricorde, ij no sacce accàume nan ci scunfidave a svacandì a case ogne vòlite che mittàive bballe!

 

V         Vu dèice accàume nan ci scunfìdine! Sta cainàtime che quelle iè l’arte che fa, schimbaune e chimbàune case pi mette bballe!

 

L          Fanne bbàune, quille sonne i cunde che vòune ci ricorde, sinnò che avèssime accundà! Ij mi ricorde che iàive propie di carnuale quanne me fatte u prèime bballe chi marìtime, tanne iemme zèite, stàive tate che nan ci luave manghe nu minòute l’occhie da ngolle!

 

G         Che pigghiave pavòure che t’asciuppave nu stozze zìtite!

 

L          Tate iàive ggilòuse straurdinarie, pinze che m’à fatte fa a foue da ijnde a case, na mi faciàive manghe fa na parlate aggarbate cu zèite!

 

G         A vidè tate meie che iàive!

 

L          Cummà Ggiuannè, che ti truasse qualiche giacca vecchie! Martideie ama fa u carnuale, ij mo tutte e truate: cavizàune, scarpòune, cappelle, na camèisce tutte arripizzate, mi manghe sàule na ggiacche!

 

G         A tenghe vòune, ma ci l’ama mette a carnuale che facèime o capistrate nostre. Na cià putèive luà a giacche a carnuale di mofalanne prèime di minarle a mare, ij accuscì e fatte!

 

L          Nan ce pinzate, auanne nan ci facèime fricà!

 

G         Però u carnuale da strata meie iaive u cchiù bbelle di tutte Pèschice, l’ànna ditte tutte i cristiane.

 

L          Bbelle iàive, ma quanne l’ate appèise mmezze o capistrate nan ci l’ate attaccate bbàune u bbuttigghiàune du vèine, manumale che na passave nulle pi sotte quanne iè cadòute, sinno ci l’ava fa bbàune u carnuale u puurette che ci capitave!

 

G         Na mi fa pinzà che angàure tràime quanne u penze! No sa accàume iè quanne i cunde ne fa da sòule, tu pi me e ij pi te e nisciòune l’à ttaccate u cazze du fiasche. E che pavòure quanne iè cadòute, à fatte nu rimàure che na sapemme che iàive, sèime asciòute tutte da ijnde i case!

 

V         Ma si vi facèssive i fatte vostre nan ci capitasse propie nende!

 

L          Citte tu, sta senza ggenie, si fòssine tutte accàume a te i cristiane, pòvire paiàise!

 

G         Nan ta veste da mascichire martideie cummà Vunginzè, n’amma iì appresse a carnuale!

 

L          U dèice pòure! Me veste da pacchianelle, me bbuscicate nu sciallette che iè a fèine u munne!

 

G         Ij mi veste da òmine, mi tegne a facce accuscì na mi canòscine!

 

L          Ij mofalanne mi songhe vistòute da òmine, me misse i rrobbe du suldate di marìtime, pòure ij me tinde a facce e cu cappelle n’gape, na m’à canisciòute nisciòune nisciòune!

 

G         Ogne anne cagne vistimende, nan ciagghie ggènie a vèstime sembe di na manàire!

 

L          Pòure ij songhe accuscì! Pinze che, quanne stàive angàure zèite, n’anne mi songhe vistòute pòure da zèite cu vistèite di zia Mariette!

 

V         Si vistòute da zèite e po ti sì maritate! Nan ci dèice che iè malaùrie a vèstice da zèite prèime di spusàrice.

 

G         A sti mupeie crèide Vunginzè, quiste sonne fatte che ci dìcine, agnè che sonne auàire!

 

L          Sonne mupeie sci, no vèide che mi songhe maritate lustesse! Ammacare fosse state malaùrie, accuscì mi rumanàive zitelle!

 

V         Sacce ij, accuscì e sindòute e accuscì vi dèiche, agnè che mi le cacciate ij da cape!

 

L          Va troue auanne si fanne a zàiza zàize!

 

G         U dèice pòure, a fanne ogne anne, picchè na l’avèssina fa!

 

V         Ij agghie ggènie l’upiraziàune che fanne a Carnuale, ti fanne propie rèide! Da ca trippe iesce tutte quille che siste: scarpe vecchie, bbuatte cambradarie, bbiscicòune,sicchiotte, ij no sacce accàume penzine a mette tutte qui cunde e po, appresse a carnuale sta chi mai ti crèide!

 

L          Che ànna iesse tutte accàume a te i cristiane! Ijsce da ijnde sta case, iè certe che si fa nu tramòute u iurne di carnuale, sàule tu t’à ccappà sotte, sàule tu sta ijnde a case, che càusa iè!

 

G         Ciave raggiàune cummà Luciette, ta mucà a sta sembe ijnde a case. Po, ij no sacce accàume ti fèide a sta!

 

V         Vòune che sta abbituate nan ci fa case.

 

L          Ci ni ijscèime chi sti chiàcchire morte! Dille accàume iè u fatte, dì che iè marìtite che nan ti fa iesce e che ti fa sta chi dòuie pàide ijnde na scarpe!

 

V         Tu che iè che dèice! Ggiuannè, na bbadà che nagnè auàire!

 

G         Vu sapè u ggiuste? Questae iè a vàuce che ggèire ijnde u paiàise! Nagnè na càuse che dèice sàule cummà Luciette! Mo iè auàire o no, ta vèide tu cu màise di magge!

 

V         nagnè auàire e nagnè auàire. Anze, mo u sapèite che facce? Mi veste pòure ij da mascichire a vicchiaie, iè sàule che na sacce accàume me veste!

 

G         Vèine a casa meie che ci penze ij!

 

L          Pu minì pòure a casa meie, pòure che na rrangiame! Ci vidèime, fammicine iì!

 

G         Fàmmicine iì pòure a me! Stìtive bbàune!

 

V         Ij na v’abbaste a ringrazià, ci vidèime! (rimane sola) avogghie làure a spittà! Ata viste maie vouie che l’òua nàire iè divindate bbianghe? Va, va, avogghie a spittà! Stitive bbàune e bbàune carnuale a tuttiquande!

 

ANGELA CAMPANILE 

ECCO IL VIDEO : Facìmice Carnuàle e po ci ni parle

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