Caso Kàlena. Monsignor D’Ambrosio scrive al Ministro dei beni culturali Franceschini

Prot. 23P/16

On.le

Avv. Dr.  DARIO  FRANCESCHINI

Ministro dei beni e attività culturali e turismo

Via del Collegio Romano  27

00186   ROMA

 Lecce 12 gennaio 2016

                   Signor Ministro,

da tempo sto rimandando questa  lettera che indirizzo a lei quale Ministro dei Beni  e delle Attività Culturali e del Turismo e dunque all’Autorità competente nella questione che lei già conosce e che ora vengo ad esporre.

Devo confessarle che ciò che mi ha spinto a mettere mano a questo scritto è l’evidenza del suo impegno, della sua passione, della sua tenacia e della sua competenza nella difesa e tutela del nostro patrimonio artistico, non ultimo i bei risultati raggiunti a Pompei.

Come legge sono l’Arcivescovo della capitale del ricamo della pietra, come amo definire la mia Lecce. Ma per ora non  vengo a parlarle o a presentarle i molti problemi che mi travagliano come vescovo di questa città per tutelare le sue stupende e inimitabili Chiese e monumenti sacri, espressioni raffinate del ‘barocco leccese’.

Sarei contento e onorato di una sua visita in questa nostra città perché ne ammiri la sua bellezza e ci dia una mano nel tentare di mettere mano al degrado di molte sue Chiese.

Ma ciò che mi spinge a chiedere il suo autorevole intervento   è una ‘questione di cuore’. La mia terra natale è il Gargano, in particolare la cittadina  che pochi giorni fa dal Touring Club è stata annoverata fra i primi dieci borghi marinari d’Italia più belli: Peschici. Il Dio Creatore non è stato avaro nel distribuire i tratti della sua bellezza nelle opere create.

Accanto alle meravigliose bellezze naturali: spiagge, coste, insenature, grotte marine, pinete – devastate qualche anno fa da un terribile, rovinoso incendio -, c’è una perla artistica del X-XII secolo: l’Abbazia di Santa Maria di Calena che ha mosso i suoi primi passi nel IX-X secolo con la presenza di una comunità monastica benedettina.

Una lunga storia. I monaci benedettini per secoli sono stati maestri di fede, di arte, di cultura, di lavoro (vigneti, oliveti, pesca,….)

Una storia che conosce il suo arresto verso la fine del XVIII secolo quando passa al Demanio  l’Abbazia con tutte le sue pertinenze: due chiese, fattorie, scriptorium in forte degrado.

A questo periodo si parla di un’asta che assegna alla famiglia Martucci di Peschici l’intero complesso abbaziale trasformandolo in una azienda agricola.

Il grande storico dell’arte E. Bertaux ha analizzato  nelle sue pubblicazioni le due Chiese presenti nel complesso abbaziale che presentano rare e interessanti tipologie di architettura pugliese con evidenti influssi borgognoni. Delle due Chiese sono in piedi solo i muri perimetrali  con alcune monofore e vari elementi decorativi. Scomparsi quasi del tutto gli affreschi che erano nella Chiesa più antica trasformata in officina meccanica e rifugio per mezzi agricoli.

Circa due anni fa è crollata l’ultima parte del tetto che era rimasto in piedi dopo il crollo avvenuto negli anni ’40 dello scorso secolo, non per una incursione aerea come sostengono alcuni , ma per il suo totale degrado e abbandono.

Sarebbe troppo lungo continuare nella presentazione della situazione attuale, frutto di abbandono, incuria da parte dei proprietari e di mancata tutela da parte dell’autorità preposta: lo Sovrintendenza di Bari.

Sono intervenuto varie volte presso la  suddetta Sovrintendenza negli anni 2003-2009 quando ero arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e quindi interessato e deputato alla conservazione e al rispetto dei luoghi sacri.

I risultati:  quali? Ormai c’è l’Abbazia che assiste da sola e con la sofferenza di pochi,  alla sua ’agonia di pietre’ che rotolano nell’indifferenza e ignavia  delle proprietà, nel quasi silenzio assordante dell’autorità tutoria, leggi Sovrintendenza e nel pilatesco gesto di lavarsene le mani da parte delle altre autorità istituzionali.

Ormai siamo in pochi a non tacere. In primis il Centro Studi Martella di Peschici e il suo presidente nella persona della prof. Teresa Rauzino   – la stessa in data 16 settembre u.s le ha inviato una richiesta  sul caso in questione – alla quale va la mia più sentita gratitudine, perché continua nel suo esercizio di Cassandra: grida, denunzia, promuove compagne di sensibilizzazione, ma nessuno di quelli che dovrebbero ascoltare interviene presso  la proprietà perché tuteli e difenda un patrimonio di arte, di fede e di storia che ci è stato consegnato dalle generazioni che ci hanno preceduto nel corso di mille anni.

Signor Ministro, prenda a cuore questa situazione: siamo al Sud. Ma possibile che nel nostro Sud  dobbiamo continuare ad assistere alla latitanza di chi dovrebbe farsi presente secondo norme e leggi che regolano la tutela e difesa del patrimonio artistico, del nostro Paese?

Non vorrei rubare molto del suo impegno per la tutela del nostro patrimonio che con generosità intelligente sta portando avanti. Lei conosce bene la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone: poveraccio! Doveva lottare con i cani per sfamarsi con qualche briciola! Lo stiamo facendo da anni. A noi di questo profondo Sud ne avanzano proprio poche di queste briciole, per latitanze, distrazioni, assenze…

Forse oso troppo: ma le andrebbe di fare una visita a questa secolare Abbazia abbandonata, dimenticata,  bistrattata, depredata della sua bellezza e della sua arte?

Io sono un vescovo che serve la Santa Chiesa di Dio e gli uomini, miei fratelli. Non sono un’ autorità e non mi rivesto di essa. Parlo da figlio di Peschici, questo pezzo di terra benedetta da Dio per le sue bellezze e maltrattata dagli uomini per tutte le ragioni di cui sopra.

Forse  le chiedo troppo: una sua  visita!  Sarebbe un bel regalo! Diversamente mi accontenterei di poterla incontrare e aggiungere a voce  molto altro e consegnarle e illustrare  un dossier abbastanza completo sull’intera vicenda.

La ringrazio per l’attenzione , ne sono certo,  che non chissà quando ma da Adesso  (dicevano i Latini: intelligenti pauca )vorrà prestare a questa mia accorata e sofferta denunzia.

Il Signore l’accompagni con la sua benedizione nel servizio che, con generosità e impegno intelligente sta donando al nostro Paese.

Con sensi di stima

+ Umberto Domenico D’Ambrosio

Arcivescovo di Lecce

 

Monsignor Domenico D'Ambrosio

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

L’abbazia di San Mauro a Sannicola (Le) è diventata una pietraia! (esposto-denuncia di Beniamino Piemontese)

unnamed (4)

ESPOSTO-DENUNCIA AL MINISTERO DEI BENI CULTURALI E DEL TURISMO

L’Abbazia di San Mauro nel territorio del Comune di Sannicola (Le), presso Gallipoli, è diventata una pietraia!

Il sottoscritto PIEMONTESE Beniamino, recatosi in data 1 novembre u.s. presso l’Abbazia di San Mauro in territorio di Sannicola (Le), per partecipare all’incontro “Tutti a San Mauro!” indetto dall’Osservatorio Torre di Belloluogo congiuntamente a Speleo Trekking Salento, ha potuto osservare de visu lo stato pietoso del suddetto Monumento, chiuso ed in stato di semi-abbandono, come documentano le fotografie che si allegano alla presente lettera.
La Chiesa è sbarrata, l’interno presenta segni evidenti di abbandono e trascuratezza, come si evince da una bottiglia di plastica lasciata dentro negligentemente, e tutt’intorno è diventata una pietraia!
Persino un cartello con sopra scritto di passati interventi di restauro giace abbandonato per terra, mentre i gradini della vecchia scalinata d’accesso alla Chiesa sono stati malamente ricoperti da pietre sassi e macigni, come per cancellarne le tracce.
Un grosso serbatoio di metallo è stato lasciato abbandonato a pochi metri dalla Chiesa… tutto sembra caduto in rovina e il Monumento condannato ad essere un rudere piuttosto che una testimonianza vivente del grande Patrimonio storico-artistico-architettonico e monumentale del nostro Salento, della nostra Puglia, della nostra Italia!
Non ci si meravigli dunque che i nostri giovani, i nosti “cervelli” diplomati e laureati, emigrino verso le altre regioni d’Italia e verso l’Europa ed il mondo in cerca di occpazione, di lavoro e di dignità, se questo nostro Paese è così mal ridotto…

Contro questo terribile ed inaccettabile stato di cose, il sottoscritto -cittadino italiano- preannuncia una propria manifestazione di protesta culturale e civile.

In fede

Beniamino Piemontese

Lecce, 4 novembre 2015

SAN_MAURO_1nov2015_foto_B.Piemontese (4) SAN_MAURO_1nov2015_foto_B.Piemontese (5) unnamed unnamed (1) unnamed (3)  unnamed (5) unnamed (6)

Seguito dell’iniziativa di volontariato culturale intitolata
“Alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari”

“Marcia K” per tromba solista (B. Piemontese) alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari

Riferimenti:

1) Lettera del 7 settembre 2015 al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (e altre Istituzioni regionali e comunali)

2) Documentazione pubblicata sui siti web www.torredibelloluogo.com e www.messapi.info

3) Articolo pubblicato sul blog URIATINON a cura della Prof. Teresa Maria Rauzino (docente, giornalista, scrittrice e presidente del Centro Studi “G. Martella”)

https://rauzino.wordpress.com/2015/09/07/alla-torre-di-belloluogo-per-s-maria-di-kalena-san-mauro-san-salvatore-e-san-pietro-dei-samari/

Allegati:

fotografie scattate dallo scrivente presso l’Abbazia di San Mauro in Sannicola (Le) in data i novembre u.s. a seguito di un sopralluogo effettuato in situ insieme con la Prof.ssa Carla De Nunzio, Presidente dell’Associazione Ideale Osservatorio Torre di Belloluogo – www.torredibelloluogo.com , ed il Sig. Riccardo Rella, Presidente dell’Associazione Speleo Trekking Salento –www.trekkingsalento.com

———- Messaggio inoltrato ———-
Da: Beniamino Piemontese
Socio fondatore dell’associazione Ideale Osservatorio Torre di Bello luogo
www.torredibelloluogo.com

Alla Preg.ma DIREZIONE GENERALE BELLE ARTI E PAESAGGIO
Servizio II – Tutela del patrimonio storico artistico,
architettonico e demoetnoantropologico

LETTERA

A S. E. Avv. Dario Franceschini
Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo

per il cortese tramite di:
Ill.mo Prof. Giampaolo D’Andrea
Capo di Gabinetto del Ministro
E-mail: gabinetto@beniculturali.it

e p. c. a:

S. E. Rev.ma Mons. Domenico Umberto d’Ambrosio – Arcivescovo Metropolita di Lecce

Ill.mo Dott. Michele Emiliano – Presidente della Regione Puglia

Ill.mo Dott. Paolo Perrone – Sindaco di Lecce

E il Ministero scrive alla Soprintendenza, chiedendo lumi su abbazia di Kàlena ….

kalena 4

Novità su abbazia di Kàlena,
La  richiesta di esproprio del centro Studi Martella inviata al ministro Franceschini è giunta  a destinazione, finalmente ….  ci hanno risposto dal Ministero dei beni culturali mandandoci questa mail.

Con riferimento alla tematica in oggetto si trasmette in allegato

Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

Direzione generali belle arti e paesaggio

Servizio II

 Prot. N 25014

Class. 342200

 

Roma 16 ottobre 2015

Alla Soprintendenza belle arti e paesaggio

Per le province di Bari, BAT e Foggia

sbeap-ba@beniculturali.it

 

al Segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali per la Puglia

sr-pug@beniculturali.it

 

e, p.c. alla Prof.ssa Teresa Maria Rauzino

teresarauzino@gmail.com

 

 

Oggetto: Peschici (FG) Abbazia benedettina di Càlena- richiesta di esproprio

 

Per le valutazioni di codesti uffici, si trasmette l’istanza qui rivolta dal Presidente del Centro studi “Giuseppe Martella” affinché questo Ministero espropri l’abbazia in argomento per sottrarla al paventato degrado.

Si resta in attesa di aggiornamenti sulla situazione attuale del bene dal punto di vista della tutela e di eventuali iniziative allo studio per la sua valorizzazione e pubblica fruizione.

Il Direttore del servizio

Dott.ssa Marica Mercalli

 

 

All’attenzione di Dario Franceschini
Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo

e p. c. a:

Mons. Domenico Umberto d’Ambrosio – Arcivescovo Metropolita di Lecce

Michele Emiliano – Presidente della Regione Puglia

OGGETTO: Richiesta del Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici (Foggia) di esproprio per pubblica utilità dell’Abbazia Benedettina di Càlena (872 d.C.)

Gent.mo Ministro Franceschini
L’abbazia di Santa Maria di Càlena, in agro di Peschici (Foggia) è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico in suo “affido”. Ma è anche lo specchio di una colpevole dimenticanza della Soprintendenza ai beni culturali e architettonici della Puglia, Ente preposto alla tutela dell’ abbazia stessa. Infatti, nonostante dal 1997 l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sia molto forte su Càlena, l’Ente di tutela ha imposto ai possessori soltanto una minima parte delle opportune misure di “conservazione” previste dalla normativa sui beni culturali, per l’irrisoria somma di 25mila euro.
Contravvenendo in toto ai suoi proclami di tutela!

Ricordiamo che il Ministero dei beni culturali aveva invitato da tempo la Soprintendenza di Bari a muoversi in questo senso: il 23 aprile 2003 il soprintendente Gian Marco Jacobitti rispondeva con questa nota rassicurante al Ministero che lo sollecitava ad applicare la normativa della legge 490/99 per l’abbazia di Càlena:

“Questo Ufficio, con nota n. 23673 del 23.09.2003, invitava i proprietari a contattare il funzionario tecnico di zona per concordare la data del sopralluogo e le modalità di presentazione degli atti progettuali. A seguito di sopralluogo congiunto, i proprietari si erano impegnati a predisporre atti progettuali volti alla realizzazione delle seguenti opere:
a) risanamento delle creste murarie della chiesa e del recinto del complesso e successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio;
b) consolidamento e restauro della copertura lignea della campata absidale;
c) impermeabilizzazione degli estradossi delle navate laterali;
d) ricomposizione e bloccaggio degli elementi lapidei dell’ambito sommatale della vela campanaria e posa in opera di massetto protettivo in cocciopesto di colore grigio;
e) rifacimento dei canali di gronda e dei discendenti pluviali (in rame) sul prospetto laterale (lato cortile) della chiesa e dell’edificio adibito ad abitazione dei proprietari;
f) interventi di stilatura dei giunti dei conci lapidei lungo le sconnessioni della tessitura muraria;
g) bonifica dei vani della primitiva chiesa.

A riguardo, il soprintendente Jacobitti faceva presente al Ministero che i proprietari di Càlena erano prossimi a trasmettere al suo Ufficio il progetto delle misure conservative del bene, concludendo con questa secca nota:

“Qualora i suddetti Proprietari disattenderanno agli impegni assunti, questo Ufficio procederà immediatamente ai sensi degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99”.

Jacobitti quantificava il preventivo di spesa dell’intervento da realizzarsi a Càlena: il costo del restauro dell’intero complesso poteva attestarsi presumibilmente intorno a un milione e mezzo di euro; riguardo poi alla sua funzionalità, la spesa (non inferiore a 750mila euro) poteva variare a seconda della tipologia funzionale che si intendeva conferirgli (museo, struttura di accoglienza, o altro).
Negli anni successivi, la Soprintendenza di Bari, nonostante una forte pressione della stampa e dell’opinione pubblica nazionale, nonostante i pressanti  interventi dell’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, si è quasi dimenticata di Càlena… Ha quasi completamente rimosso la sua dichiarazione d’intenti di procedere all’applicazione degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99.
Solo quando nel 2009 crollò la residuale copertura dell’abside della Chiesa nuova di Càlena, annessa alla millenaria struttura, la Soprintendenza di Bari e il direttore regionale Ruggero Martines inviarono due INGIUNZIONI ai componenti della famiglia Martucci, possessori della Abbazia di Càlena, e al Comune di Peschici.
Ingiunzioni rimaste lettera morta fino al 2012, quando finalmente si profilò un “intervento a danno”, limitato però al solo risanamento delle creste murarie della chiesa nuova, per l’irrisoria cifra di 25mila euro.
I restanti interventi di recupero, richiamati nella nota del 2003 dal Soprintendente Jacobitti e non ancora attuati, oggi assolutamente inderogabili per la sopravvivenza del monumento, non sono mai stati imposti in toto alla proprietà che andava obbligata fin dal 2003 all’esecuzione delle opere necessarie alla reintegrazione del bene culturale.
Perché la Soprintendenza in tutti questi anni non ha mai dato un reale seguito all’invito ministeriale di portare avanti la questione del restauro di Càlena?
Perché ha quasi ignorato la legge vigente, limitandosi a un intervento assolutamente inadeguato alle necessità e impedendo al Ministero di procedere nelle misure del restauro coatto e dell’esproprio?
Il fatto che la Legge sia stata disattesa da anni ha, infatti, determinato la mancata soluzione del problema della proprietà e la perdita di un vecchio finanziamento (del Ministero dell’Economia) di 350mila euro.
In seguito, la Soprintendenza di Bari non avendo proceduto con celerità al progetto che avrebbe permesso di utilizzare i 500mila euro stanziati dal ministro Rutelli, ne ha determinato l’azzeramento del finanziamento nella finanziaria del Governo Berlusconi perché l’opera non era stata ancora cantierizzata.
E non finisce qui. Negli anni seguenti la mancata determinazione della Soprintendenza ha impedito l’uso dei fondi comunitari del POIN Turismo, nonostante la Regione Puglia avesse dal 2009 avviato un percorso di concertazione con la proprietà, con la Soprintendenza stessa e gli altri enti (Provincia di Foggia, Comune di Peschici), che purtroppo non ha dato i frutti sperati. In Regione Puglia il tavolo tecnico, dal 2012 è giunto a un tale punto di stallo che solo il Ministero potrebbe incisivamente sbloccarlo.
I principi richiamati nella nota Jacobitti al Ministero sono stati riconfermati dall’attuale normativa, vigente dal 2004: il codice Urbani sui “beni culturali e sul paesaggio” mette in primo piano la conservazione dell’integrità dei beni sottoposti a tutela, la loro valorizzazione ed il rispetto dell’interesse pubblico generale. L’articolo 95 del Codice prevede l’estrema ratio: se c’è un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica di monumento, esso può essere espropriato direttamente dal Ministero per causa di pubblica utilità.
Visto che la pubblica utilità è un fatto incontrovertibile per la valorizzazione turistica non solo di Peschici ma della Puglia intera, pensiamo sia giunta l’ora che la normativa dell’esproprio venga finalmente applicata anche per Càlena.
Ministro Franceschini, Le chiediamo di adoperarsi direttamente per l’esproprio immediato dell’abbazia di Peschici. Càlena non può aspettare oltre. Sta crollando!

Attendiamo con fiducia un suo pronto riscontro!

Il presidente del Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici

prof.ssa Teresa Maria Rauzino

 unnamed unnamed (1) unnamed (2)

“Marcia K” per tromba solista (B. Piemontese) alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari

Iniziativa di volontariato culturale intitolata
“Alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari”

Torre di Belloluogo (Lecce) – 8 settembre 2015 (ore 19)

kalena conversano

Torre-di-Belloluogo2

smauro

ssalvatore-8

s_pietro-samari

All’Ill.mo Dott. Michele Emiliano – PRESIDENTE REGIONE PUGLIA

e a:

Ill.mo Dott. Paolo Perrone – Sindaco di Lecce

Ill.mo Dott. Francesco Tavaglione – Sindaco di Peschici (Fg)

Ill.mo Rag. Cosimo Piccione – Sindaco di Sannicola (Le)

Ill.mo Signor Presidente della Regione Puglia Dott. Michele Emiliano,
Ill.mo Signor Sindaco di Lecce Dott. Paolo Perrone,
Ill.mo Signor Sindaco di Peschici Dott. Francesco Tavaglione,
Ill.mo Signor Sindaco di Sannicola Rag. Cosimo Piccione,

il sottoscritto Piemontese Beniamino, nato a Foggia il 20-05-1953 e residente a Lecce, è socio fondatore dell’Associazione Ideale “Osservatorio Torre di Belloluogo” di Lecce – Internet: www.torredibelloluogo.com – nata alla fine del 1993 e per molti anni (si potrebbe anche dire per decenni, dato che è una passione sentita e coltivata sin dalla giovinezza) lo scrivente si è battuto in difesa dei Beni Culturali della propria terra, la Puglia.

Tra i tanti Beni monumentali, in provincia di Foggia per l’Abbazia di Santa Maria di Kàlena, nella piana di Peschici, ora in possesso della famiglia Martucci, che versa purtroppo in condizioni disastrose sebbene depositaria di un fortissima devozione e sede di un antichissimo rito per la Madonna di Kàlena che si rinnova ogni anno nel giorno dell’8 settembre. Chi scrive ha raccolto l’appello lanciato strenuamente dalla esimia Prof.ssa Teresa Maria Rauzino, fondatrice e presidente del Centro Studi “G. Martella”.

A Lecce innanzitutto per la tanto amata per la Torre di Belloluogo, di proprietà pubblica del Comune di Lecce, sita alle porte del capoluogo, Bene monumentale che oltre vent’anni fa versava in condizioni pietose, abbandonato e in rovina. Dalla battaglia in sua difesa è sorta l’associazione di cui ancora oggi lo scrivente fa parte, insieme a tanti eccellenti intellettuali, artisti e poeti leccesi e salentini, come la Prof.ssa Carla De Nunzio, docente; la Prof.ssa Ada Donno, docente e giornalista; il Prof. Maurizio Nocera, poeta e scrittore; il M° Costantino Piemontese, artista e scrittore.

Nel Salento, per le Abbazie bizantine di S. Mauro (di proprietà pubblica comunale) e S. Salvatore, ricadenti nel territorio del Comune di Sannicola, e della Chiesa di S. Pietro dei Sàmari, presso Gallipoli, queste ultime due in mano ai privati.

Dappertutto, dal Gargano al Salento, molto spesso -troppo spesso- il nostro Patrimonio artistico, culturale, monumentale e religioso giace quasi sempre nel degrado e rischia la distruzione. Che fare? I volontari come il sottoscritto tentano con le sole forze culturali e morali di opporsi, ma il nemico da battere è ricco di risorse… come nel caso di Sannicola dove accanto ad un gioiello millenario strappato con le unghie e con i denti alla rovina, San Mauro, appartenente finalmente al Comune di Sannicola dopo tante lotte combattute insieme ai precedenti Sindaci e Amministratori Comunali, tra cui il Dott. Sergio Bidetti, già Sindaco di Sannicola e Presidente del Consiglio Provinciale di Lecce; il Prof. Giuseppe Nocera, già Sindaco di Sannicola, e l’attuale Consigliere Provinciale Danilo Scorrano, già Assessore alla Cultura; si lascia andare a completa distruzione, rovina e sparizione un Bene enormemente carico di testiminianze archeologiche, ambientali e paesaggistiche: l’Abbazia di San Salvatore, come avviene sostanzialmente anche in Galipoli per San Pietro dei Sàmari.

Quanto dolore procura al sottoscritto questa situazione aberrante!

Sono commosso per il fatto che da fuori provincia ci siano persone che sentano l’urgenza di accorrere in soccorso ai volontari di altre province. Come la valente presidente Prof.ssa Teresa Maria Rauzino, dal promontorio del Gargano sua terra natìa, che in più occasioni ha sentito la necessità di partecipare all’indignazione e alla protesta che monta in tanti leccesi e salentini per lo stato avvilente delle cose, offrendo la sua adesione morale, mentre qui nel Salento tanti, tantissimi, anzi la maggior parte di cosiddetti “intellettuali” continuano a restare indifferenti ai travagli e alla disperazione dei loro colleghi delle altre province che si battono in difesa dei Beni Culturali del proprio territorio.

Per suggellare una osmosi e uno scambio intellettuale, culturale e morale con la Capitanata e il Gargano, propria terra natìa mai dimenticata, e per scendere ancora una volta in difesa di un Bene culturale a cui si sente tanto legato, lo scrivente alle ore 19 di domani martedì 8 settembre 2015, intonerà all’ombra della Torre di Belloluogo a Lecce con la sua tromba una musica dal titolo “Marcia K” dedicata col pensiero a Santa Maria di Kàlena di Peschici, nel giorno dello svolgimento dell’antichissimo rito sacro della processione a devozione della Madonna di Kàlena che si svolge dalla Chiesa Matrice fino all’altare della Chiesa principale presso il santuario posto nella piana ai piedi del centro abitato, e per le abbazie bizantine di San Mauro e San Salvatore di Sannicola e alla Chiesa S.Pietro dei Sàmari a Gallipoli, ed alla stessa Torre di Belloluogo, luogo incantato che farà da cornice e da scenario a questa azione di puro volontariato culturale, dato il grande amore che lo lega a questo straordinario e singolare monumento a cui è legato da circa un quarto di secolo la propria vita culturale, personale e familiare.

In fede.

Beniamino Piemontese

Lecce, 7 settembre 2015

Anno di grazia 1592, Kàlena salvata da Mainardi

 

Il “Centro Studi Giuseppe Martella”,  cogliendo l’occasione della annuale festività religiosa dedicata alla Madonna di Kàlena, chiama a raccolta le Associazioni garganiche,  martedì 8 settembre alle ore 18.00  a Peschici,  per rinnovare proponimenti e comunione d’intenti. E per porre, ancora una volta, all’attenzione di tutti, la fine ingloriosa di un prezioso monumento che ha conosciuto secoli di gloria, potenza e ricchezze. Incuria e abbandono stanno gradualmente distruggendo l’unica testimonianza-matrice della nascita e crescita della cittadina garganica. Senza che le istituzioni preposte alla sua tutela alzino un dito per salvarla. Una vergogna senza fine. Ma l’abbazia di Kàlena non può morire, come non morì alla fine del Cinquecento, quando era letteralmente assediata dalle prepotenze dei feudatari garganici e dal clero slavo di Peschici, che avevano cominciato ad usurpare i suoi numerosi possedimenti. Il canonico lateranense Timoteo Mainardi sferzò i propri superiori affinchè reagissero a tali “ sfrisi in faccia”, denunciando gli usurpatori e pretendendo la restituzione dei beni di Kalena.

calenaconversanokalena conversano2kalena conversano3

Abbazia di Kalena (Peschici FG) in tre scatti d’epoca di Romano Conversano 

I DIRITTI DI KÀLENA USURPATI FURONO RIVENDICATI DA TIMOTEO MAINARDI 

 

Agli inizi del 1500, numerosi naviganti “facevano vela” per le Isole Diomedee o verso il porto di Peschici. Per motivi di commercio e di momentanea sosta, ma anche spinti dalla devozione. Prima di proseguire il viaggio via mare, oppure via terra, per raggiungere il Santuario dell’Arcangelo del Monte Gargano, si fermavano nel monastero di San Nicola di Tremiti ed in quello di Santa Maria delle Grazie di Kàlena, nella piana di Peschici.

Uomini famosi ed illustri “matrone” avevano offerto alle due prestigiose abbazie, nel corso dei secoli, consistenti “beni solidi”: oltre a numerose chiese con le loro rendite e i relativi diritti, il possesso perpetuo di castelli, terre, pascoli, boschi. Avevano donato addirittura un lago, i diritti sui fiumi comprensivi dell’impianto dei mulini, e persino delle imbarcazioni per la pesca, il commercio e gli spostamenti in mare aperto. Erano stati indotti a ciò dalla speranza di redimere i loro peccati, ma molti lo avevano fatto per i più terreni motivi di stretta convenienza “politica”, per salvare le loro proprietà nei momenti delicati di passaggio tra vecchi e nuovi dominanti. Per salvare il salvabile. 

I beni venivano “donati”, ma l’usufrutto vita natural durante era a favore degli ex proprietari e della loro discendenza. I documenti di ratifica, redatti da scrivani e notai pubblici, e sottoscritti da nobili, principi e re, vennero conservati con quanta più cura possibile negli archivi di Kàlena e di Tremiti. È qui che prima il Cochorella e poi il Mainardi li consultarono, il primo per stilare, nel 1508, la Tremitanae olim Diomedae Insulae accuratissima descriptio ; il secondo, nel 1592, per  compilare un accurato Regesto in cui si rivendicavano le proprietà delle abbazie di Tremiti e di Peschici usurpate nel corso dei secoli.

Benedicto Cochorella e Timoteo Mainardi appartenevano all’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, detti “Lateranensi del Salvatore”, subentrati ai Cistercensi alla guida del monastero di Tremiti fin dal 1412. Papa Eugenio IV incorporò l’Abbazia di Peschici a Santa Maria di Tremiti nel 1445. Kalena  ritornò sotto l’ala protettiva della sua casa madre ed i Canonici ne presero effettivo possesso un anno dopo, nel 1446.

Di origine lombardo-veneta, questi monaci possedevano un livello culturale notevolmente alto e si adoperarono con zelo a ricostruire tutti gli edifici sacri e civili distrutti dagli an­ni, sia per poterli abitare in modo sicuro, sia perché potessero accogliere i pellegrini. Anche a Kàlena, prima della loro venuta, le rovine erano talmente evidenti che non era più riconoscibile nessuna forma dell’antico Convento e del tempio. Furono i monaci a  fortificare l’abbazia, con mura alte e solide, per difenderla dai pericoli esterni e dai nemici.

Timoteo Mainardi, conscio della grave crisi economica che travagliava Tremiti e le sue  pertinenze in terraferma, elaborò un progetto per risanarne le collassate finanze. Egli consigliò di eliminare l’importazione di grano, di carne, di animali, aumentando progressivamente le colture ad orzo e frumento e promuovendo l’allevamento intensivo del bestiame, ma anche di recuperare le terre usurpate all’abbazia di Kàlena dai feudatari locali e dal clero slavo di Peschici.

Effettuò, in primis, un minuzioso riordino dell’archivio  dell’abbazia, procedendo ad un’attenta ricognizione degli antichi diritti goduti un tempo in terraferma dai Benedettini e dai Cistercensi. Rispolverò vecchi documenti per dimostrare «le raggioni» della Madonna di Kàlena e le ricostruì confine per confine, chiedendo la reintegra dei termini lapidei, che molto spesso erano stati deliberatamente “spiantati” dagli usurpatori, con metodi violenti e minacce contro chi tentava di impedire queste loro azioni. Tutti questi documenti furono rimessi in circolo dal Mainardi, per dimostrare le «raggioni», cioè i diritti usurpati, affinché i Canonici li rivendicassero, per riacquistare le terre perdute di Tremiti e di Kàlena. A sostenerlo nelle sue tesi c’era un quadro normativo favorevole, mai applicato: i papi Eugenio IV e Nicolò V avevano emanato due specifiche “bolle” contro gli usurpatori e occupatori, detrattori, malfattori dei beni spettanti ed appartenenti alle chiese abbaziali di Santa Maria di Tremiti e di Kàlena. Papa Giulio II, nell’anno 1504, aveva emanato un’altra bolla contro coloro che si erano impossessati “ingiustamente” dei beni di Tremiti. 

Oltre a non rispettare  le bolle papali, gli usurpatori di Kàlena contravvenivano gli indulti, gli ordini ed i privilegi dei re Ruggiero e Guglielmo e di altri sovrani, i quali avevano confermato ed ampliato le donazioni dell’arcivescovo Leone all’Abbazia di Peschici: i territori, i Casali, le terre, i Castelli limitrofi, con boschi e selve tagliati e non tagliati, liberi da ogni gravame, affinché li godesse in perpetuo.

Perché gli usurpatori avevano continuato, nel frattempo, ad appropriarsi dei beni dell’abbazia? Perché avevano visto che nessuno le cercava tali ragioni, nessuno muoveva loro lite»Ad esempio, non era consentito, se non su espressa licenza degli Agenti del monastero, andare a caccia di animali «selvadeghi» nei territori di Kàlena, nei suoi boschi e nelle sue selve.  Invece accadeva il contrario: i baroni si erano prepotentemente arrogati questo diritto spettante solo al monastero. Non solo li usurpavano per sé, ma addirittura pretendevano che i cacciatori pagassero la ricognizione della quarta parte della caccia direttamente a loro. Essi non si usurpavano soltanto le predette cose, «ma anche la decima delle pescagioni delle sarde ed altri pesci».

Il Mainardi denuncia un altro fatto gravissimo: «I fattori di Kàlena non possono reclamare alla Regia Udienza, perché con scuppette sarebbero ammazzati”. Ecco perché tacciono: ne va della loro vita.

Che fare allora? Conviene che gli “Abbati” di Tremiti e per loro i Procuratori generali che stanno addetti a risolvere le controversie a Napoli e a Roma la denuncia la facciano loro. In alto loco. Essi possono, con una forte azione legale, «farli scomunicare» dal Pontefice, se non restituiranno ogni ragione e giurisdizione della Madonna nel territorio di Peschici.

Dopo aver affermato che tutte le «raggioni» di Tremiti e di Kàlena in questi luoghi e altri sono state smarrite, perse e usurpate, il Mainardi rimprovera duramente la persistente inerzia e la  grande incuria di chi era tenuto a vigilare affinché ciò non accadesse ossia gli agenti e anche gli abati, i quali dovrebbero vigilare sui confini dei territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e dove i trovano i confini o luoghi usurpati, cercare di reintegrarle con la ragione, e rinnovare dappertutto i termini a poco a poco, acciò non siano fatti maggiori usurpazioni.

Chi sono gli usurpatori? Sono i signori Marchesi di Vico e di Ischitella,  che godono e usurpano o personalmente, o attraverso l’Università che fa loro capo, tutti i territori.

Il Mainardi lancia un forte j’accuse contro i feudatari garganici che calpestano i diritti delle due abbazie: «Usurpano tutti i territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e ne ricavano frutto ed entrata come se fosse loro?».

Nella sua ricognizione, il Mainardi elenca le numerose vertenze che avevano contraddistinto il conflittuale rapporto dell’abbazia di Tremiti e di Càlena con i baroni. 

Nel 1518 c’era stato un accordo tra il monastero di Tremiti, il Magnifico Galeazzo Caracciolo, il magnifico Giovanni di Sangro e madama Adriana Dentice, baroni di Peschici ed Ischitella, per la lite che aveva loro mosso il detto monastero di Tremiti, a causa della decima della pesca ed emolumenti del lago di Varano che per molti anni non avevano pagato all’abbazia di Kàlena. 

Un altro reddito fruito al minimo derivava dai numerosi pascoli di proprietà di Tremiti e di Kàlena.

Anche la Regia Dogana era tenuta a pagare a Tremiti somme variabili a seconda che si trattasse di capo grosso, cioè buoi, vacche, giumente, cavalli, muli e simili o capo piccolo, cioè pecore e capre.

Le somme stabilite, in verità, non venivano rispettate, in quanto Tremiti e Kàlena ne ricevevano soltanto una minima parte. C’era però, da parte della Regia Dogana, il riconoscimento della “proprietà” dei pascoli. Cosa che non facevano i signori baroni, che volevano fruire dei pascoli senza pagare alcunché, ritenendosi i padroni assoluti dei luoghi, boschi e pascoli della Madonna.

Una copia di una  lettera antica, ritrovata l’anno 1584 a Tremiti attestava che i pascoli e gli erbaggi dei territori della Madonna di Tremiti e di Kàlena erano stati usurpati ingiustamente dai Turbolo, baroni di Peschici ed Ischitella nelle seguenti  località: 1)    Isola dell’Imbuti, sul lago di Varano; 2)    Lago Pantano e fiume di Varano; 3)    Manatec, Montecalena, Circaprete;  4)    Valle, colline del Gravalone e Monte Kàlena. 

 Cosa propone Timoteo Mainardi? Che i baroni restituiscano tutti i territori usurpati alla Madonna di Tremiti e di Kàlena. Pena: la scomunica e la perdita dei propri beni.

Gli abati non devono mai più «subire e tenere tali sfrisi in faccia», umiliazioni così cocenti.

Lo sfriso in faccia più eclatante è che, nei luoghi boscosi di Peschici, i signori baroni Turbolo fecero tagliare, e continuano ancora a farlo, tanti legnami da opera che «coglie uno stupore»… Con l’aggravante che anche i “fattori” di Kàlena «fanno anche loro tagliare tanti legnami da opera e ne fanno vendita in modo di mercanzie».  Per Mainardi è un fatto inaccettabile, uno scandalo. E questo accade mentre «la casa di Kàlena sta scoperta e senza solaro, con travi vecchi nudi».

Ad usurpare le «raggioni» di Kàlena non erano soltanto i feudatari, ma anche il Clero di Peschici. La Chiesa di Sant’Elia era officiata da preti “morlacchi”, cioè appartenenti alla comunità slava che all’inizio del Cinquecento aveva rifondato il paese dopo l’assalto dei Turchi. Questi preti avevano usurpato trecento tomoli di terra, aggiungendoli agli altri trecento tomoli che gli abati di Kàlena avevano loro regolarmente concessi nella località denominata “Coppe Gentili”. Ne fa fede un documento del Regesto del 1588. Si riferisce di una pietra piana con l’impronta del marchio di Tremiti (che limitava la proprietà) spezzata e spiantata. Gli agenti del monastero di Tremiti e Càlena, con licenza del commissario della  Regia Sommaria, si recarono sul posto per rimettere al posto la pietra predetta, ritrovata vicino alla fondazione di una «fabbrica in piano», vicino circa venti passi dalla Grotta del Fico. Ma, ad un tratto, per impedire che simile “piantumazione” venisse effettuata si presentò l’arciprete di Peschici con tutta la Corte, armata di tutto punto. Con cotte e campanelle, com’era usanza a quel tempo, l’arciprete slavo gettò una scomunica e minacciò di scomunicare chiunque avesse osato rimettere al suo posto originario il termine lapideo con il marchio di Tremiti e Kàlena.

Lo fece a nome, anzi, come disse, “per ordine” dell’arcivescovo di Manfredonia, il quale, però, interpellato successivamente dagli agenti di Kàlena, smentì categoricamente tale circostanza. Il termine di confine intanto fu portato via e non fu “piantumato”. Il  luogo restò sfornito della demarcazione che ne denotava la proprietà, con grave danno per Kàlena. Per di più, i Morlacchi, istigati da qualche malo spirito e dalla Corte di Peschici, continuarono a  “levare anche i termini lapidei fatti piantare per ordine di Bahordo Carafa, viceré della Puglia al tempo della controversia tra il venerabile monastero di Tremiti e Kàlena e Giovanni Dentice, barone di Peschici”, quando anche costui aveva usurpato le «raggioni» e i territori di detti monasteri.

Il Mainardi chiude la sua filippica contro chi è inadempiente o usurpatore con un lapidario verrà un giorno: certamente tutti costoro dovranno rendere ragione nell’aldilà di questo loro comportamento così lassista e negligente nei confronti delle sacre proprietà.  

A chi? Alla «maestà del Signore Iddio ed alla Madonna».

Teresa Rauzino

sul quotidiano “L’ATTACCO” del 5 settembre 2015

S.O.S. KALENA: SE NON ORA, QUANDO?

kalena 4 kalena 5 kalena martino

I monasteri benedettini del Gargano furono centri di vita e di spiritualità. I ruderi di questa civiltà, dimenticati tra i rovi e le ortiche, in questi ultimi anni sono stati rivisitati, e richiamati in vita per testimoniare il loro illustre passato, ma anche per richiamare l’attenzione dei tanti visitatori che affollano le spiagge del Gargano, nell’intento di limitare l’asimmetria economica tra i Comuni dell’interno e quelli rivieraschi. E così l’Abbazia di Pulsano, affacciata sul magnifico golfo, e l’Abbazia di Monte Sacro, in un’oasi di silenzio e di pace, compaiono negli itinerari culturali e spirituali del Gargano, insieme al Santuario di San Michele Arcangelo.
Manca all’appello l’Abbazia di Kàlena, in agro di Peschici (Foggia).
Finita nelle disponibilità di un patrimonio privato, l’Abbazia è al centro di un contenzioso che si trascina da anni tra la Proprietà e le Istituzioni dello Stato preposte alla sua tutela. Una Proprietà (la famiglia Martucci) che ha depositato qualche tempo fa in Soprintendenza e al Comune di Peschici un progetto per la trasformazione dell’Abbazia di Kàlena in un relais a cinque stelle, con annessi campo da golf e piscina. La notizia non sorprende nessuno vista la devastazione del paesaggio da Vieste a Peschici. Indigna, però, perché Càlena è l’unica e l’ultima reliquia storica, in un territorio sovraccarico di stelle cadenti che emanano fumo di pizze e panzerotti. Giuseppe Martella, un uomo di mare uscito da una pagina di Conrad, cui è stato titolato il nostro Centro Studi, passò gli ultimi anni della sua lunga vita, a Peschici, a indagare su Kàlena e sui trascorsi della Puglia con le terre illiriche, sicuro che le stelle della storia non saranno mai cadenti e continueranno a essere «coscienza critica della modernità».
E’ dal 1997 che stiamo sollecitando le istituzioni e la cittadinanza (non solo di Peschici ) a salvare
l’ abbazia, ma il nostro appello è rimasto in parte inascoltato. Mille promesse, i fatti pochi, anche se importanti rispetto al passato. L’abbazia oggi, al contrario del 1997, è totalmente vincolata, compresa una piccola area prospiciente (la cosiddetta area di rispetto). C’è stato un piccolo intervento della Soprintendenza per risanare le creste murarie, a spese della proprietà (chiamasi intervento a danno). La statuetta della Madonna di Kàlena è stata restaurata ed affidata alla Chiesa Matrice di sant’Elia profeta.
Ma il nostro sogno è di vedere l’abbazia restaurata nella sua interezza e restituita alla fruizione dei fedeli e dei cittadini del mondo, desiderosi di conoscere la nostra storia millenaria. Solo la volontà politica (che finora è stata velleitaria per non dire assente) potrebbe realizzare questo sogno. Basterebbe espropriare l’abbazia per pubblica utilità! Sarebbe veramente ora di fare questo passo decisivo! Altrimenti l’abbazia è persa! Ha raggiunto uno stato di degrado davvero inaccettabile per un monumento del IX secolo d.C.
Si spera che anche il FAI prenda a cuore le sorti di Kàlena, da noi segnalata nelle varie edizioni dei censimenti “I Luoghi del cuore”.

S.O.S. KALENA: SE NON ORA, QUANDO?

Teresa Maria Rauzino

presidente Centro Studi Martella di Peschici

Post Scriptum: Con il recentissimo caso di Villa Massoni, a Massa, si è creato un importante precedente per i casi di beni culturali di proprietà privata in precarie condizioni di conservazione.
“La Procura, in via assolutamente inedita, ha aperto un fascicolo a carico dei due proprietari […] i quali dovranno adesso rispondere dell’accusa di danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale, come previsto dell’articolo 733 del codice penale” (“La Nazione”). E la villa è stata posta sotto sequestro. La procura ha semplicemente applicato la legge, il dispositivo dell’art. 733 del Codice Penale che recita: “Chiunque distrugge, deteriora o comunque danneggia un monumento o un’altra cosa propria di cui gli sia noto il rilevante pregio, è punito, se dal fatto deriva un nocumento al patrimonio archeologico, storico, o artistico nazionale, con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda non inferiore a duemilasessantacinque EURO. Può essere ordinata la confisca della cosa deteriorata o comunque danneggiata”.
Trattasi di reato proprio, in quanto può essere commesso solo dal proprietario e, secondo l’orientamento dottrinale ora maggioritario, anche dal possessore o dal detentore.

https://www.facebook.com/Mo6n9stre/posts/831430576949263?pnref=story

Urge cambiare verso su Kàlena. L’abbazia va salvata perchè vale!

Senza nome-scandito-10

I monasteri benedettini del Gargano furono centri di vita e di spiritualità. I ruderi di questa civiltà, dimenticati tra i rovi e le ortiche, in questi ultimi anni sono stati rivisitati, e richiamati in vita per testimoniare il loro illustre passato, ma anche per richiamare l’attenzione dei tanti visitatori che affollano le spiagge del Gargano, nell’intento di limitare l’asimmetria economica tra i Comuni dell’interno e quelli rivieraschi. E così l’Abbazia di Pulsano, affacciata sul magnifico golfo, e l’Abbazia di Monte Sacro, in un’oasi di silenzio e di pace, compaiono negli itinerari culturali e spirituali del Gargano, insieme al Santuario di San Michele Arcangelo.
Manca all’appello l’Abbazia di Kàlena, in agro di Peschici (Foggia).
Finita nelle disponibilità di un patrimonio privato, l’Abbazia è al centro di un contenzioso che si trascina da anni tra la Proprietà e le Istituzioni dello Stato preposte alla sua tutela. Una Proprietà (la famiglia Martucci) che ha depositato recentemente in Soprintendenza e al Comune di Peschici un progetto per la trasformazione dell’Abbazia di Càlena in un relais a cinque stelle, con annessi campo da golf e piscina. La notizia non sorprende nessuno vista la devastazione del paesaggio da Vieste a Peschici. Indigna, però, perché Càlena è l’unica e l’ultima reliquia storica, in un territorio sovraccarico di stelle cadenti che emanano fumo di pizze e panzerotti. Giuseppe Martella, un uomo di mare uscito da una pagina di Conrad, cui è stato titolato il nostro Centro Studi, passò gli ultimi anni della sua lunga vita, a Peschici, a indagare su Kàlena e sui trascorsi della Puglia con le terre illiriche, sicuro che le stelle della storia non saranno mai cadenti e continueranno a essere «coscienza critica della modernità».
E’ dal 1997 che stiamo sollecitando le istituzioni e la cittadinanza (non solo di Peschici ) a salvare
l’ abbazia, ma il nostro appello è rimasto in parte inascoltato. Mille promesse, i fatti pochi, anche se importanti rispetto al passato. L’abbazia oggi, al contrario del 1997, è totalmente vincolata, compresa una piccola area prospiciente (la cosiddetta area di rispetto). C’è stato un piccolo intervento della Soprintendenza per risanare le creste murarie, a spese della proprietà (chiamasi intervento a danno). La statuetta della Madonna di Kalena è stata restaurata ed affidata alla Chiesa Matrice di sant’Elia profeta.
Ma il nostro sogno è di vedere l’abbazia restaurata nella sua interezza e restituita alla fruizione dei fedeli e dei cittadini del mondo, desiderosi di conoscere la nostra storia millenaria. Solo la volontà politica (che finora è stata velleitaria per non dire assente) potrebbe realizzare questo sogno. Basterebbe espropriare l’abbazia per pubblica utilità! Sarebbe veramente ora di fare questo passo decisivo! Altrimenti l’abbazia è persa! Ha raggiunto uno stato di degrado davvero inaccettabile per un monumento del IX secolo d.C.
Come presidente del Centro Studi Martella, credo di aver fatto il possibile, e talvolta l’impossibile, per salvare l’abbazia di Kàlena. 17 anni dedicati a questa causa. Io credo ancora nella rinascita dell’abbazia. Contro ogni logica “peschiciana” e affaristica.
Peschici dovrebbe “cambiare verso” su Kàlena.
Nichi Vendola e l’assessora Angela Barbanente, che avevano suscitato in noi grandi speranze, si sono rivelati velleitari.
Speriamo nella sensibilità e nel decisionismo del nuovo governatore della Puglia. Chiunque esso sia!
Kalena va salvata!
Perchè vale!

Teresa Maria Rauzino

Un documentario del TEAM ARGOD su Kàlena
I Parte

II parte

Votate on line l’abbazia di Kàlena (Peschici FG) come “luogo del cuore”.
Se non ora, quando?

http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248