Caso Kàlena. Monsignor D’Ambrosio scrive al Ministro dei beni culturali Franceschini

Prot. 23P/16

On.le

Avv. Dr.  DARIO  FRANCESCHINI

Ministro dei beni e attività culturali e turismo

Via del Collegio Romano  27

00186   ROMA

 Lecce 12 gennaio 2016

                   Signor Ministro,

da tempo sto rimandando questa  lettera che indirizzo a lei quale Ministro dei Beni  e delle Attività Culturali e del Turismo e dunque all’Autorità competente nella questione che lei già conosce e che ora vengo ad esporre.

Devo confessarle che ciò che mi ha spinto a mettere mano a questo scritto è l’evidenza del suo impegno, della sua passione, della sua tenacia e della sua competenza nella difesa e tutela del nostro patrimonio artistico, non ultimo i bei risultati raggiunti a Pompei.

Come legge sono l’Arcivescovo della capitale del ricamo della pietra, come amo definire la mia Lecce. Ma per ora non  vengo a parlarle o a presentarle i molti problemi che mi travagliano come vescovo di questa città per tutelare le sue stupende e inimitabili Chiese e monumenti sacri, espressioni raffinate del ‘barocco leccese’.

Sarei contento e onorato di una sua visita in questa nostra città perché ne ammiri la sua bellezza e ci dia una mano nel tentare di mettere mano al degrado di molte sue Chiese.

Ma ciò che mi spinge a chiedere il suo autorevole intervento   è una ‘questione di cuore’. La mia terra natale è il Gargano, in particolare la cittadina  che pochi giorni fa dal Touring Club è stata annoverata fra i primi dieci borghi marinari d’Italia più belli: Peschici. Il Dio Creatore non è stato avaro nel distribuire i tratti della sua bellezza nelle opere create.

Accanto alle meravigliose bellezze naturali: spiagge, coste, insenature, grotte marine, pinete – devastate qualche anno fa da un terribile, rovinoso incendio -, c’è una perla artistica del X-XII secolo: l’Abbazia di Santa Maria di Calena che ha mosso i suoi primi passi nel IX-X secolo con la presenza di una comunità monastica benedettina.

Una lunga storia. I monaci benedettini per secoli sono stati maestri di fede, di arte, di cultura, di lavoro (vigneti, oliveti, pesca,….)

Una storia che conosce il suo arresto verso la fine del XVIII secolo quando passa al Demanio  l’Abbazia con tutte le sue pertinenze: due chiese, fattorie, scriptorium in forte degrado.

A questo periodo si parla di un’asta che assegna alla famiglia Martucci di Peschici l’intero complesso abbaziale trasformandolo in una azienda agricola.

Il grande storico dell’arte E. Bertaux ha analizzato  nelle sue pubblicazioni le due Chiese presenti nel complesso abbaziale che presentano rare e interessanti tipologie di architettura pugliese con evidenti influssi borgognoni. Delle due Chiese sono in piedi solo i muri perimetrali  con alcune monofore e vari elementi decorativi. Scomparsi quasi del tutto gli affreschi che erano nella Chiesa più antica trasformata in officina meccanica e rifugio per mezzi agricoli.

Circa due anni fa è crollata l’ultima parte del tetto che era rimasto in piedi dopo il crollo avvenuto negli anni ’40 dello scorso secolo, non per una incursione aerea come sostengono alcuni , ma per il suo totale degrado e abbandono.

Sarebbe troppo lungo continuare nella presentazione della situazione attuale, frutto di abbandono, incuria da parte dei proprietari e di mancata tutela da parte dell’autorità preposta: lo Sovrintendenza di Bari.

Sono intervenuto varie volte presso la  suddetta Sovrintendenza negli anni 2003-2009 quando ero arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e quindi interessato e deputato alla conservazione e al rispetto dei luoghi sacri.

I risultati:  quali? Ormai c’è l’Abbazia che assiste da sola e con la sofferenza di pochi,  alla sua ’agonia di pietre’ che rotolano nell’indifferenza e ignavia  delle proprietà, nel quasi silenzio assordante dell’autorità tutoria, leggi Sovrintendenza e nel pilatesco gesto di lavarsene le mani da parte delle altre autorità istituzionali.

Ormai siamo in pochi a non tacere. In primis il Centro Studi Martella di Peschici e il suo presidente nella persona della prof. Teresa Rauzino   – la stessa in data 16 settembre u.s le ha inviato una richiesta  sul caso in questione – alla quale va la mia più sentita gratitudine, perché continua nel suo esercizio di Cassandra: grida, denunzia, promuove compagne di sensibilizzazione, ma nessuno di quelli che dovrebbero ascoltare interviene presso  la proprietà perché tuteli e difenda un patrimonio di arte, di fede e di storia che ci è stato consegnato dalle generazioni che ci hanno preceduto nel corso di mille anni.

Signor Ministro, prenda a cuore questa situazione: siamo al Sud. Ma possibile che nel nostro Sud  dobbiamo continuare ad assistere alla latitanza di chi dovrebbe farsi presente secondo norme e leggi che regolano la tutela e difesa del patrimonio artistico, del nostro Paese?

Non vorrei rubare molto del suo impegno per la tutela del nostro patrimonio che con generosità intelligente sta portando avanti. Lei conosce bene la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone: poveraccio! Doveva lottare con i cani per sfamarsi con qualche briciola! Lo stiamo facendo da anni. A noi di questo profondo Sud ne avanzano proprio poche di queste briciole, per latitanze, distrazioni, assenze…

Forse oso troppo: ma le andrebbe di fare una visita a questa secolare Abbazia abbandonata, dimenticata,  bistrattata, depredata della sua bellezza e della sua arte?

Io sono un vescovo che serve la Santa Chiesa di Dio e gli uomini, miei fratelli. Non sono un’ autorità e non mi rivesto di essa. Parlo da figlio di Peschici, questo pezzo di terra benedetta da Dio per le sue bellezze e maltrattata dagli uomini per tutte le ragioni di cui sopra.

Forse  le chiedo troppo: una sua  visita!  Sarebbe un bel regalo! Diversamente mi accontenterei di poterla incontrare e aggiungere a voce  molto altro e consegnarle e illustrare  un dossier abbastanza completo sull’intera vicenda.

La ringrazio per l’attenzione , ne sono certo,  che non chissà quando ma da Adesso  (dicevano i Latini: intelligenti pauca )vorrà prestare a questa mia accorata e sofferta denunzia.

Il Signore l’accompagni con la sua benedizione nel servizio che, con generosità e impegno intelligente sta donando al nostro Paese.

Con sensi di stima

+ Umberto Domenico D’Ambrosio

Arcivescovo di Lecce

 

Monsignor Domenico D'Ambrosio

 

 

 

 

 

 

 

 

L’abbazia di San Mauro a Sannicola (Le) è diventata una pietraia! (esposto-denuncia di Beniamino Piemontese)

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ESPOSTO-DENUNCIA AL MINISTERO DEI BENI CULTURALI E DEL TURISMO

L’Abbazia di San Mauro nel territorio del Comune di Sannicola (Le), presso Gallipoli, è diventata una pietraia!

Il sottoscritto PIEMONTESE Beniamino, recatosi in data 1 novembre u.s. presso l’Abbazia di San Mauro in territorio di Sannicola (Le), per partecipare all’incontro “Tutti a San Mauro!” indetto dall’Osservatorio Torre di Belloluogo congiuntamente a Speleo Trekking Salento, ha potuto osservare de visu lo stato pietoso del suddetto Monumento, chiuso ed in stato di semi-abbandono, come documentano le fotografie che si allegano alla presente lettera.
La Chiesa è sbarrata, l’interno presenta segni evidenti di abbandono e trascuratezza, come si evince da una bottiglia di plastica lasciata dentro negligentemente, e tutt’intorno è diventata una pietraia!
Persino un cartello con sopra scritto di passati interventi di restauro giace abbandonato per terra, mentre i gradini della vecchia scalinata d’accesso alla Chiesa sono stati malamente ricoperti da pietre sassi e macigni, come per cancellarne le tracce.
Un grosso serbatoio di metallo è stato lasciato abbandonato a pochi metri dalla Chiesa… tutto sembra caduto in rovina e il Monumento condannato ad essere un rudere piuttosto che una testimonianza vivente del grande Patrimonio storico-artistico-architettonico e monumentale del nostro Salento, della nostra Puglia, della nostra Italia!
Non ci si meravigli dunque che i nostri giovani, i nosti “cervelli” diplomati e laureati, emigrino verso le altre regioni d’Italia e verso l’Europa ed il mondo in cerca di occpazione, di lavoro e di dignità, se questo nostro Paese è così mal ridotto…

Contro questo terribile ed inaccettabile stato di cose, il sottoscritto -cittadino italiano- preannuncia una propria manifestazione di protesta culturale e civile.

In fede

Beniamino Piemontese

Lecce, 4 novembre 2015

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Seguito dell’iniziativa di volontariato culturale intitolata
“Alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari”

“Marcia K” per tromba solista (B. Piemontese) alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari

Riferimenti:

1) Lettera del 7 settembre 2015 al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (e altre Istituzioni regionali e comunali)

2) Documentazione pubblicata sui siti web www.torredibelloluogo.com e www.messapi.info

3) Articolo pubblicato sul blog URIATINON a cura della Prof. Teresa Maria Rauzino (docente, giornalista, scrittrice e presidente del Centro Studi “G. Martella”)

https://rauzino.wordpress.com/2015/09/07/alla-torre-di-belloluogo-per-s-maria-di-kalena-san-mauro-san-salvatore-e-san-pietro-dei-samari/

Allegati:

fotografie scattate dallo scrivente presso l’Abbazia di San Mauro in Sannicola (Le) in data i novembre u.s. a seguito di un sopralluogo effettuato in situ insieme con la Prof.ssa Carla De Nunzio, Presidente dell’Associazione Ideale Osservatorio Torre di Belloluogo – www.torredibelloluogo.com , ed il Sig. Riccardo Rella, Presidente dell’Associazione Speleo Trekking Salento –www.trekkingsalento.com

———- Messaggio inoltrato ———-
Da: Beniamino Piemontese
Socio fondatore dell’associazione Ideale Osservatorio Torre di Bello luogo
www.torredibelloluogo.com

Alla Preg.ma DIREZIONE GENERALE BELLE ARTI E PAESAGGIO
Servizio II – Tutela del patrimonio storico artistico,
architettonico e demoetnoantropologico

LETTERA

A S. E. Avv. Dario Franceschini
Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo

per il cortese tramite di:
Ill.mo Prof. Giampaolo D’Andrea
Capo di Gabinetto del Ministro
E-mail: gabinetto@beniculturali.it

e p. c. a:

S. E. Rev.ma Mons. Domenico Umberto d’Ambrosio – Arcivescovo Metropolita di Lecce

Ill.mo Dott. Michele Emiliano – Presidente della Regione Puglia

Ill.mo Dott. Paolo Perrone – Sindaco di Lecce

E il Ministero scrive alla Soprintendenza, chiedendo lumi su abbazia di Kàlena ….

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Novità su abbazia di Kàlena,
La  richiesta di esproprio del centro Studi Martella inviata al ministro Franceschini è giunta  a destinazione, finalmente ….  ci hanno risposto dal Ministero dei beni culturali mandandoci questa mail.

Con riferimento alla tematica in oggetto si trasmette in allegato

Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo

Direzione generali belle arti e paesaggio

Servizio II

 Prot. N 25014

Class. 342200

 

Roma 16 ottobre 2015

Alla Soprintendenza belle arti e paesaggio

Per le province di Bari, BAT e Foggia

sbeap-ba@beniculturali.it

 

al Segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali per la Puglia

sr-pug@beniculturali.it

 

e, p.c. alla Prof.ssa Teresa Maria Rauzino

teresarauzino@gmail.com

 

 

Oggetto: Peschici (FG) Abbazia benedettina di Càlena- richiesta di esproprio

 

Per le valutazioni di codesti uffici, si trasmette l’istanza qui rivolta dal Presidente del Centro studi “Giuseppe Martella” affinché questo Ministero espropri l’abbazia in argomento per sottrarla al paventato degrado.

Si resta in attesa di aggiornamenti sulla situazione attuale del bene dal punto di vista della tutela e di eventuali iniziative allo studio per la sua valorizzazione e pubblica fruizione.

Il Direttore del servizio

Dott.ssa Marica Mercalli

 

 

All’attenzione di Dario Franceschini
Ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo

e p. c. a:

Mons. Domenico Umberto d’Ambrosio – Arcivescovo Metropolita di Lecce

Michele Emiliano – Presidente della Regione Puglia

OGGETTO: Richiesta del Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici (Foggia) di esproprio per pubblica utilità dell’Abbazia Benedettina di Càlena (872 d.C.)

Gent.mo Ministro Franceschini
L’abbazia di Santa Maria di Càlena, in agro di Peschici (Foggia) è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico in suo “affido”. Ma è anche lo specchio di una colpevole dimenticanza della Soprintendenza ai beni culturali e architettonici della Puglia, Ente preposto alla tutela dell’ abbazia stessa. Infatti, nonostante dal 1997 l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sia molto forte su Càlena, l’Ente di tutela ha imposto ai possessori soltanto una minima parte delle opportune misure di “conservazione” previste dalla normativa sui beni culturali, per l’irrisoria somma di 25mila euro.
Contravvenendo in toto ai suoi proclami di tutela!

Ricordiamo che il Ministero dei beni culturali aveva invitato da tempo la Soprintendenza di Bari a muoversi in questo senso: il 23 aprile 2003 il soprintendente Gian Marco Jacobitti rispondeva con questa nota rassicurante al Ministero che lo sollecitava ad applicare la normativa della legge 490/99 per l’abbazia di Càlena:

“Questo Ufficio, con nota n. 23673 del 23.09.2003, invitava i proprietari a contattare il funzionario tecnico di zona per concordare la data del sopralluogo e le modalità di presentazione degli atti progettuali. A seguito di sopralluogo congiunto, i proprietari si erano impegnati a predisporre atti progettuali volti alla realizzazione delle seguenti opere:
a) risanamento delle creste murarie della chiesa e del recinto del complesso e successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio;
b) consolidamento e restauro della copertura lignea della campata absidale;
c) impermeabilizzazione degli estradossi delle navate laterali;
d) ricomposizione e bloccaggio degli elementi lapidei dell’ambito sommatale della vela campanaria e posa in opera di massetto protettivo in cocciopesto di colore grigio;
e) rifacimento dei canali di gronda e dei discendenti pluviali (in rame) sul prospetto laterale (lato cortile) della chiesa e dell’edificio adibito ad abitazione dei proprietari;
f) interventi di stilatura dei giunti dei conci lapidei lungo le sconnessioni della tessitura muraria;
g) bonifica dei vani della primitiva chiesa.

A riguardo, il soprintendente Jacobitti faceva presente al Ministero che i proprietari di Càlena erano prossimi a trasmettere al suo Ufficio il progetto delle misure conservative del bene, concludendo con questa secca nota:

“Qualora i suddetti Proprietari disattenderanno agli impegni assunti, questo Ufficio procederà immediatamente ai sensi degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99”.

Jacobitti quantificava il preventivo di spesa dell’intervento da realizzarsi a Càlena: il costo del restauro dell’intero complesso poteva attestarsi presumibilmente intorno a un milione e mezzo di euro; riguardo poi alla sua funzionalità, la spesa (non inferiore a 750mila euro) poteva variare a seconda della tipologia funzionale che si intendeva conferirgli (museo, struttura di accoglienza, o altro).
Negli anni successivi, la Soprintendenza di Bari, nonostante una forte pressione della stampa e dell’opinione pubblica nazionale, nonostante i pressanti  interventi dell’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, si è quasi dimenticata di Càlena… Ha quasi completamente rimosso la sua dichiarazione d’intenti di procedere all’applicazione degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99.
Solo quando nel 2009 crollò la residuale copertura dell’abside della Chiesa nuova di Càlena, annessa alla millenaria struttura, la Soprintendenza di Bari e il direttore regionale Ruggero Martines inviarono due INGIUNZIONI ai componenti della famiglia Martucci, possessori della Abbazia di Càlena, e al Comune di Peschici.
Ingiunzioni rimaste lettera morta fino al 2012, quando finalmente si profilò un “intervento a danno”, limitato però al solo risanamento delle creste murarie della chiesa nuova, per l’irrisoria cifra di 25mila euro.
I restanti interventi di recupero, richiamati nella nota del 2003 dal Soprintendente Jacobitti e non ancora attuati, oggi assolutamente inderogabili per la sopravvivenza del monumento, non sono mai stati imposti in toto alla proprietà che andava obbligata fin dal 2003 all’esecuzione delle opere necessarie alla reintegrazione del bene culturale.
Perché la Soprintendenza in tutti questi anni non ha mai dato un reale seguito all’invito ministeriale di portare avanti la questione del restauro di Càlena?
Perché ha quasi ignorato la legge vigente, limitandosi a un intervento assolutamente inadeguato alle necessità e impedendo al Ministero di procedere nelle misure del restauro coatto e dell’esproprio?
Il fatto che la Legge sia stata disattesa da anni ha, infatti, determinato la mancata soluzione del problema della proprietà e la perdita di un vecchio finanziamento (del Ministero dell’Economia) di 350mila euro.
In seguito, la Soprintendenza di Bari non avendo proceduto con celerità al progetto che avrebbe permesso di utilizzare i 500mila euro stanziati dal ministro Rutelli, ne ha determinato l’azzeramento del finanziamento nella finanziaria del Governo Berlusconi perché l’opera non era stata ancora cantierizzata.
E non finisce qui. Negli anni seguenti la mancata determinazione della Soprintendenza ha impedito l’uso dei fondi comunitari del POIN Turismo, nonostante la Regione Puglia avesse dal 2009 avviato un percorso di concertazione con la proprietà, con la Soprintendenza stessa e gli altri enti (Provincia di Foggia, Comune di Peschici), che purtroppo non ha dato i frutti sperati. In Regione Puglia il tavolo tecnico, dal 2012 è giunto a un tale punto di stallo che solo il Ministero potrebbe incisivamente sbloccarlo.
I principi richiamati nella nota Jacobitti al Ministero sono stati riconfermati dall’attuale normativa, vigente dal 2004: il codice Urbani sui “beni culturali e sul paesaggio” mette in primo piano la conservazione dell’integrità dei beni sottoposti a tutela, la loro valorizzazione ed il rispetto dell’interesse pubblico generale. L’articolo 95 del Codice prevede l’estrema ratio: se c’è un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica di monumento, esso può essere espropriato direttamente dal Ministero per causa di pubblica utilità.
Visto che la pubblica utilità è un fatto incontrovertibile per la valorizzazione turistica non solo di Peschici ma della Puglia intera, pensiamo sia giunta l’ora che la normativa dell’esproprio venga finalmente applicata anche per Càlena.
Ministro Franceschini, Le chiediamo di adoperarsi direttamente per l’esproprio immediato dell’abbazia di Peschici. Càlena non può aspettare oltre. Sta crollando!

Attendiamo con fiducia un suo pronto riscontro!

Il presidente del Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici

prof.ssa Teresa Maria Rauzino

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“Marcia K” per tromba solista (B. Piemontese) alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari

Iniziativa di volontariato culturale intitolata
“Alla Torre di Belloluogo per S.Maria di Kàlena, San Mauro, San Salvatore e San Pietro dei Sàmari”

Torre di Belloluogo (Lecce) – 8 settembre 2015 (ore 19)

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All’Ill.mo Dott. Michele Emiliano – PRESIDENTE REGIONE PUGLIA

e a:

Ill.mo Dott. Paolo Perrone – Sindaco di Lecce

Ill.mo Dott. Francesco Tavaglione – Sindaco di Peschici (Fg)

Ill.mo Rag. Cosimo Piccione – Sindaco di Sannicola (Le)

Ill.mo Signor Presidente della Regione Puglia Dott. Michele Emiliano,
Ill.mo Signor Sindaco di Lecce Dott. Paolo Perrone,
Ill.mo Signor Sindaco di Peschici Dott. Francesco Tavaglione,
Ill.mo Signor Sindaco di Sannicola Rag. Cosimo Piccione,

il sottoscritto Piemontese Beniamino, nato a Foggia il 20-05-1953 e residente a Lecce, è socio fondatore dell’Associazione Ideale “Osservatorio Torre di Belloluogo” di Lecce – Internet: www.torredibelloluogo.com – nata alla fine del 1993 e per molti anni (si potrebbe anche dire per decenni, dato che è una passione sentita e coltivata sin dalla giovinezza) lo scrivente si è battuto in difesa dei Beni Culturali della propria terra, la Puglia.

Tra i tanti Beni monumentali, in provincia di Foggia per l’Abbazia di Santa Maria di Kàlena, nella piana di Peschici, ora in possesso della famiglia Martucci, che versa purtroppo in condizioni disastrose sebbene depositaria di un fortissima devozione e sede di un antichissimo rito per la Madonna di Kàlena che si rinnova ogni anno nel giorno dell’8 settembre. Chi scrive ha raccolto l’appello lanciato strenuamente dalla esimia Prof.ssa Teresa Maria Rauzino, fondatrice e presidente del Centro Studi “G. Martella”.

A Lecce innanzitutto per la tanto amata per la Torre di Belloluogo, di proprietà pubblica del Comune di Lecce, sita alle porte del capoluogo, Bene monumentale che oltre vent’anni fa versava in condizioni pietose, abbandonato e in rovina. Dalla battaglia in sua difesa è sorta l’associazione di cui ancora oggi lo scrivente fa parte, insieme a tanti eccellenti intellettuali, artisti e poeti leccesi e salentini, come la Prof.ssa Carla De Nunzio, docente; la Prof.ssa Ada Donno, docente e giornalista; il Prof. Maurizio Nocera, poeta e scrittore; il M° Costantino Piemontese, artista e scrittore.

Nel Salento, per le Abbazie bizantine di S. Mauro (di proprietà pubblica comunale) e S. Salvatore, ricadenti nel territorio del Comune di Sannicola, e della Chiesa di S. Pietro dei Sàmari, presso Gallipoli, queste ultime due in mano ai privati.

Dappertutto, dal Gargano al Salento, molto spesso -troppo spesso- il nostro Patrimonio artistico, culturale, monumentale e religioso giace quasi sempre nel degrado e rischia la distruzione. Che fare? I volontari come il sottoscritto tentano con le sole forze culturali e morali di opporsi, ma il nemico da battere è ricco di risorse… come nel caso di Sannicola dove accanto ad un gioiello millenario strappato con le unghie e con i denti alla rovina, San Mauro, appartenente finalmente al Comune di Sannicola dopo tante lotte combattute insieme ai precedenti Sindaci e Amministratori Comunali, tra cui il Dott. Sergio Bidetti, già Sindaco di Sannicola e Presidente del Consiglio Provinciale di Lecce; il Prof. Giuseppe Nocera, già Sindaco di Sannicola, e l’attuale Consigliere Provinciale Danilo Scorrano, già Assessore alla Cultura; si lascia andare a completa distruzione, rovina e sparizione un Bene enormemente carico di testiminianze archeologiche, ambientali e paesaggistiche: l’Abbazia di San Salvatore, come avviene sostanzialmente anche in Galipoli per San Pietro dei Sàmari.

Quanto dolore procura al sottoscritto questa situazione aberrante!

Sono commosso per il fatto che da fuori provincia ci siano persone che sentano l’urgenza di accorrere in soccorso ai volontari di altre province. Come la valente presidente Prof.ssa Teresa Maria Rauzino, dal promontorio del Gargano sua terra natìa, che in più occasioni ha sentito la necessità di partecipare all’indignazione e alla protesta che monta in tanti leccesi e salentini per lo stato avvilente delle cose, offrendo la sua adesione morale, mentre qui nel Salento tanti, tantissimi, anzi la maggior parte di cosiddetti “intellettuali” continuano a restare indifferenti ai travagli e alla disperazione dei loro colleghi delle altre province che si battono in difesa dei Beni Culturali del proprio territorio.

Per suggellare una osmosi e uno scambio intellettuale, culturale e morale con la Capitanata e il Gargano, propria terra natìa mai dimenticata, e per scendere ancora una volta in difesa di un Bene culturale a cui si sente tanto legato, lo scrivente alle ore 19 di domani martedì 8 settembre 2015, intonerà all’ombra della Torre di Belloluogo a Lecce con la sua tromba una musica dal titolo “Marcia K” dedicata col pensiero a Santa Maria di Kàlena di Peschici, nel giorno dello svolgimento dell’antichissimo rito sacro della processione a devozione della Madonna di Kàlena che si svolge dalla Chiesa Matrice fino all’altare della Chiesa principale presso il santuario posto nella piana ai piedi del centro abitato, e per le abbazie bizantine di San Mauro e San Salvatore di Sannicola e alla Chiesa S.Pietro dei Sàmari a Gallipoli, ed alla stessa Torre di Belloluogo, luogo incantato che farà da cornice e da scenario a questa azione di puro volontariato culturale, dato il grande amore che lo lega a questo straordinario e singolare monumento a cui è legato da circa un quarto di secolo la propria vita culturale, personale e familiare.

In fede.

Beniamino Piemontese

Lecce, 7 settembre 2015

Anno di grazia 1592, Kàlena salvata da Mainardi

 

Il “Centro Studi Giuseppe Martella”,  cogliendo l’occasione della annuale festività religiosa dedicata alla Madonna di Kàlena, chiama a raccolta le Associazioni garganiche,  martedì 8 settembre alle ore 18.00  a Peschici,  per rinnovare proponimenti e comunione d’intenti. E per porre, ancora una volta, all’attenzione di tutti, la fine ingloriosa di un prezioso monumento che ha conosciuto secoli di gloria, potenza e ricchezze. Incuria e abbandono stanno gradualmente distruggendo l’unica testimonianza-matrice della nascita e crescita della cittadina garganica. Senza che le istituzioni preposte alla sua tutela alzino un dito per salvarla. Una vergogna senza fine. Ma l’abbazia di Kàlena non può morire, come non morì alla fine del Cinquecento, quando era letteralmente assediata dalle prepotenze dei feudatari garganici e dal clero slavo di Peschici, che avevano cominciato ad usurpare i suoi numerosi possedimenti. Il canonico lateranense Timoteo Mainardi sferzò i propri superiori affinchè reagissero a tali “ sfrisi in faccia”, denunciando gli usurpatori e pretendendo la restituzione dei beni di Kalena.

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Abbazia di Kalena (Peschici FG) in tre scatti d’epoca di Romano Conversano 

I DIRITTI DI KÀLENA USURPATI FURONO RIVENDICATI DA TIMOTEO MAINARDI 

 

Agli inizi del 1500, numerosi naviganti “facevano vela” per le Isole Diomedee o verso il porto di Peschici. Per motivi di commercio e di momentanea sosta, ma anche spinti dalla devozione. Prima di proseguire il viaggio via mare, oppure via terra, per raggiungere il Santuario dell’Arcangelo del Monte Gargano, si fermavano nel monastero di San Nicola di Tremiti ed in quello di Santa Maria delle Grazie di Kàlena, nella piana di Peschici.

Uomini famosi ed illustri “matrone” avevano offerto alle due prestigiose abbazie, nel corso dei secoli, consistenti “beni solidi”: oltre a numerose chiese con le loro rendite e i relativi diritti, il possesso perpetuo di castelli, terre, pascoli, boschi. Avevano donato addirittura un lago, i diritti sui fiumi comprensivi dell’impianto dei mulini, e persino delle imbarcazioni per la pesca, il commercio e gli spostamenti in mare aperto. Erano stati indotti a ciò dalla speranza di redimere i loro peccati, ma molti lo avevano fatto per i più terreni motivi di stretta convenienza “politica”, per salvare le loro proprietà nei momenti delicati di passaggio tra vecchi e nuovi dominanti. Per salvare il salvabile. 

I beni venivano “donati”, ma l’usufrutto vita natural durante era a favore degli ex proprietari e della loro discendenza. I documenti di ratifica, redatti da scrivani e notai pubblici, e sottoscritti da nobili, principi e re, vennero conservati con quanta più cura possibile negli archivi di Kàlena e di Tremiti. È qui che prima il Cochorella e poi il Mainardi li consultarono, il primo per stilare, nel 1508, la Tremitanae olim Diomedae Insulae accuratissima descriptio ; il secondo, nel 1592, per  compilare un accurato Regesto in cui si rivendicavano le proprietà delle abbazie di Tremiti e di Peschici usurpate nel corso dei secoli.

Benedicto Cochorella e Timoteo Mainardi appartenevano all’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, detti “Lateranensi del Salvatore”, subentrati ai Cistercensi alla guida del monastero di Tremiti fin dal 1412. Papa Eugenio IV incorporò l’Abbazia di Peschici a Santa Maria di Tremiti nel 1445. Kalena  ritornò sotto l’ala protettiva della sua casa madre ed i Canonici ne presero effettivo possesso un anno dopo, nel 1446.

Di origine lombardo-veneta, questi monaci possedevano un livello culturale notevolmente alto e si adoperarono con zelo a ricostruire tutti gli edifici sacri e civili distrutti dagli an­ni, sia per poterli abitare in modo sicuro, sia perché potessero accogliere i pellegrini. Anche a Kàlena, prima della loro venuta, le rovine erano talmente evidenti che non era più riconoscibile nessuna forma dell’antico Convento e del tempio. Furono i monaci a  fortificare l’abbazia, con mura alte e solide, per difenderla dai pericoli esterni e dai nemici.

Timoteo Mainardi, conscio della grave crisi economica che travagliava Tremiti e le sue  pertinenze in terraferma, elaborò un progetto per risanarne le collassate finanze. Egli consigliò di eliminare l’importazione di grano, di carne, di animali, aumentando progressivamente le colture ad orzo e frumento e promuovendo l’allevamento intensivo del bestiame, ma anche di recuperare le terre usurpate all’abbazia di Kàlena dai feudatari locali e dal clero slavo di Peschici.

Effettuò, in primis, un minuzioso riordino dell’archivio  dell’abbazia, procedendo ad un’attenta ricognizione degli antichi diritti goduti un tempo in terraferma dai Benedettini e dai Cistercensi. Rispolverò vecchi documenti per dimostrare «le raggioni» della Madonna di Kàlena e le ricostruì confine per confine, chiedendo la reintegra dei termini lapidei, che molto spesso erano stati deliberatamente “spiantati” dagli usurpatori, con metodi violenti e minacce contro chi tentava di impedire queste loro azioni. Tutti questi documenti furono rimessi in circolo dal Mainardi, per dimostrare le «raggioni», cioè i diritti usurpati, affinché i Canonici li rivendicassero, per riacquistare le terre perdute di Tremiti e di Kàlena. A sostenerlo nelle sue tesi c’era un quadro normativo favorevole, mai applicato: i papi Eugenio IV e Nicolò V avevano emanato due specifiche “bolle” contro gli usurpatori e occupatori, detrattori, malfattori dei beni spettanti ed appartenenti alle chiese abbaziali di Santa Maria di Tremiti e di Kàlena. Papa Giulio II, nell’anno 1504, aveva emanato un’altra bolla contro coloro che si erano impossessati “ingiustamente” dei beni di Tremiti. 

Oltre a non rispettare  le bolle papali, gli usurpatori di Kàlena contravvenivano gli indulti, gli ordini ed i privilegi dei re Ruggiero e Guglielmo e di altri sovrani, i quali avevano confermato ed ampliato le donazioni dell’arcivescovo Leone all’Abbazia di Peschici: i territori, i Casali, le terre, i Castelli limitrofi, con boschi e selve tagliati e non tagliati, liberi da ogni gravame, affinché li godesse in perpetuo.

Perché gli usurpatori avevano continuato, nel frattempo, ad appropriarsi dei beni dell’abbazia? Perché avevano visto che nessuno le cercava tali ragioni, nessuno muoveva loro lite»Ad esempio, non era consentito, se non su espressa licenza degli Agenti del monastero, andare a caccia di animali «selvadeghi» nei territori di Kàlena, nei suoi boschi e nelle sue selve.  Invece accadeva il contrario: i baroni si erano prepotentemente arrogati questo diritto spettante solo al monastero. Non solo li usurpavano per sé, ma addirittura pretendevano che i cacciatori pagassero la ricognizione della quarta parte della caccia direttamente a loro. Essi non si usurpavano soltanto le predette cose, «ma anche la decima delle pescagioni delle sarde ed altri pesci».

Il Mainardi denuncia un altro fatto gravissimo: «I fattori di Kàlena non possono reclamare alla Regia Udienza, perché con scuppette sarebbero ammazzati”. Ecco perché tacciono: ne va della loro vita.

Che fare allora? Conviene che gli “Abbati” di Tremiti e per loro i Procuratori generali che stanno addetti a risolvere le controversie a Napoli e a Roma la denuncia la facciano loro. In alto loco. Essi possono, con una forte azione legale, «farli scomunicare» dal Pontefice, se non restituiranno ogni ragione e giurisdizione della Madonna nel territorio di Peschici.

Dopo aver affermato che tutte le «raggioni» di Tremiti e di Kàlena in questi luoghi e altri sono state smarrite, perse e usurpate, il Mainardi rimprovera duramente la persistente inerzia e la  grande incuria di chi era tenuto a vigilare affinché ciò non accadesse ossia gli agenti e anche gli abati, i quali dovrebbero vigilare sui confini dei territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e dove i trovano i confini o luoghi usurpati, cercare di reintegrarle con la ragione, e rinnovare dappertutto i termini a poco a poco, acciò non siano fatti maggiori usurpazioni.

Chi sono gli usurpatori? Sono i signori Marchesi di Vico e di Ischitella,  che godono e usurpano o personalmente, o attraverso l’Università che fa loro capo, tutti i territori.

Il Mainardi lancia un forte j’accuse contro i feudatari garganici che calpestano i diritti delle due abbazie: «Usurpano tutti i territori della Madonna di Tremiti e Kàlena e ne ricavano frutto ed entrata come se fosse loro?».

Nella sua ricognizione, il Mainardi elenca le numerose vertenze che avevano contraddistinto il conflittuale rapporto dell’abbazia di Tremiti e di Càlena con i baroni. 

Nel 1518 c’era stato un accordo tra il monastero di Tremiti, il Magnifico Galeazzo Caracciolo, il magnifico Giovanni di Sangro e madama Adriana Dentice, baroni di Peschici ed Ischitella, per la lite che aveva loro mosso il detto monastero di Tremiti, a causa della decima della pesca ed emolumenti del lago di Varano che per molti anni non avevano pagato all’abbazia di Kàlena. 

Un altro reddito fruito al minimo derivava dai numerosi pascoli di proprietà di Tremiti e di Kàlena.

Anche la Regia Dogana era tenuta a pagare a Tremiti somme variabili a seconda che si trattasse di capo grosso, cioè buoi, vacche, giumente, cavalli, muli e simili o capo piccolo, cioè pecore e capre.

Le somme stabilite, in verità, non venivano rispettate, in quanto Tremiti e Kàlena ne ricevevano soltanto una minima parte. C’era però, da parte della Regia Dogana, il riconoscimento della “proprietà” dei pascoli. Cosa che non facevano i signori baroni, che volevano fruire dei pascoli senza pagare alcunché, ritenendosi i padroni assoluti dei luoghi, boschi e pascoli della Madonna.

Una copia di una  lettera antica, ritrovata l’anno 1584 a Tremiti attestava che i pascoli e gli erbaggi dei territori della Madonna di Tremiti e di Kàlena erano stati usurpati ingiustamente dai Turbolo, baroni di Peschici ed Ischitella nelle seguenti  località: 1)    Isola dell’Imbuti, sul lago di Varano; 2)    Lago Pantano e fiume di Varano; 3)    Manatec, Montecalena, Circaprete;  4)    Valle, colline del Gravalone e Monte Kàlena. 

 Cosa propone Timoteo Mainardi? Che i baroni restituiscano tutti i territori usurpati alla Madonna di Tremiti e di Kàlena. Pena: la scomunica e la perdita dei propri beni.

Gli abati non devono mai più «subire e tenere tali sfrisi in faccia», umiliazioni così cocenti.

Lo sfriso in faccia più eclatante è che, nei luoghi boscosi di Peschici, i signori baroni Turbolo fecero tagliare, e continuano ancora a farlo, tanti legnami da opera che «coglie uno stupore»… Con l’aggravante che anche i “fattori” di Kàlena «fanno anche loro tagliare tanti legnami da opera e ne fanno vendita in modo di mercanzie».  Per Mainardi è un fatto inaccettabile, uno scandalo. E questo accade mentre «la casa di Kàlena sta scoperta e senza solaro, con travi vecchi nudi».

Ad usurpare le «raggioni» di Kàlena non erano soltanto i feudatari, ma anche il Clero di Peschici. La Chiesa di Sant’Elia era officiata da preti “morlacchi”, cioè appartenenti alla comunità slava che all’inizio del Cinquecento aveva rifondato il paese dopo l’assalto dei Turchi. Questi preti avevano usurpato trecento tomoli di terra, aggiungendoli agli altri trecento tomoli che gli abati di Kàlena avevano loro regolarmente concessi nella località denominata “Coppe Gentili”. Ne fa fede un documento del Regesto del 1588. Si riferisce di una pietra piana con l’impronta del marchio di Tremiti (che limitava la proprietà) spezzata e spiantata. Gli agenti del monastero di Tremiti e Càlena, con licenza del commissario della  Regia Sommaria, si recarono sul posto per rimettere al posto la pietra predetta, ritrovata vicino alla fondazione di una «fabbrica in piano», vicino circa venti passi dalla Grotta del Fico. Ma, ad un tratto, per impedire che simile “piantumazione” venisse effettuata si presentò l’arciprete di Peschici con tutta la Corte, armata di tutto punto. Con cotte e campanelle, com’era usanza a quel tempo, l’arciprete slavo gettò una scomunica e minacciò di scomunicare chiunque avesse osato rimettere al suo posto originario il termine lapideo con il marchio di Tremiti e Kàlena.

Lo fece a nome, anzi, come disse, “per ordine” dell’arcivescovo di Manfredonia, il quale, però, interpellato successivamente dagli agenti di Kàlena, smentì categoricamente tale circostanza. Il termine di confine intanto fu portato via e non fu “piantumato”. Il  luogo restò sfornito della demarcazione che ne denotava la proprietà, con grave danno per Kàlena. Per di più, i Morlacchi, istigati da qualche malo spirito e dalla Corte di Peschici, continuarono a  “levare anche i termini lapidei fatti piantare per ordine di Bahordo Carafa, viceré della Puglia al tempo della controversia tra il venerabile monastero di Tremiti e Kàlena e Giovanni Dentice, barone di Peschici”, quando anche costui aveva usurpato le «raggioni» e i territori di detti monasteri.

Il Mainardi chiude la sua filippica contro chi è inadempiente o usurpatore con un lapidario verrà un giorno: certamente tutti costoro dovranno rendere ragione nell’aldilà di questo loro comportamento così lassista e negligente nei confronti delle sacre proprietà.  

A chi? Alla «maestà del Signore Iddio ed alla Madonna».

Teresa Rauzino

sul quotidiano “L’ATTACCO” del 5 settembre 2015

S.O.S. KALENA: SE NON ORA, QUANDO?

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I monasteri benedettini del Gargano furono centri di vita e di spiritualità. I ruderi di questa civiltà, dimenticati tra i rovi e le ortiche, in questi ultimi anni sono stati rivisitati, e richiamati in vita per testimoniare il loro illustre passato, ma anche per richiamare l’attenzione dei tanti visitatori che affollano le spiagge del Gargano, nell’intento di limitare l’asimmetria economica tra i Comuni dell’interno e quelli rivieraschi. E così l’Abbazia di Pulsano, affacciata sul magnifico golfo, e l’Abbazia di Monte Sacro, in un’oasi di silenzio e di pace, compaiono negli itinerari culturali e spirituali del Gargano, insieme al Santuario di San Michele Arcangelo.
Manca all’appello l’Abbazia di Kàlena, in agro di Peschici (Foggia).
Finita nelle disponibilità di un patrimonio privato, l’Abbazia è al centro di un contenzioso che si trascina da anni tra la Proprietà e le Istituzioni dello Stato preposte alla sua tutela. Una Proprietà (la famiglia Martucci) che ha depositato qualche tempo fa in Soprintendenza e al Comune di Peschici un progetto per la trasformazione dell’Abbazia di Kàlena in un relais a cinque stelle, con annessi campo da golf e piscina. La notizia non sorprende nessuno vista la devastazione del paesaggio da Vieste a Peschici. Indigna, però, perché Càlena è l’unica e l’ultima reliquia storica, in un territorio sovraccarico di stelle cadenti che emanano fumo di pizze e panzerotti. Giuseppe Martella, un uomo di mare uscito da una pagina di Conrad, cui è stato titolato il nostro Centro Studi, passò gli ultimi anni della sua lunga vita, a Peschici, a indagare su Kàlena e sui trascorsi della Puglia con le terre illiriche, sicuro che le stelle della storia non saranno mai cadenti e continueranno a essere «coscienza critica della modernità».
E’ dal 1997 che stiamo sollecitando le istituzioni e la cittadinanza (non solo di Peschici ) a salvare
l’ abbazia, ma il nostro appello è rimasto in parte inascoltato. Mille promesse, i fatti pochi, anche se importanti rispetto al passato. L’abbazia oggi, al contrario del 1997, è totalmente vincolata, compresa una piccola area prospiciente (la cosiddetta area di rispetto). C’è stato un piccolo intervento della Soprintendenza per risanare le creste murarie, a spese della proprietà (chiamasi intervento a danno). La statuetta della Madonna di Kàlena è stata restaurata ed affidata alla Chiesa Matrice di sant’Elia profeta.
Ma il nostro sogno è di vedere l’abbazia restaurata nella sua interezza e restituita alla fruizione dei fedeli e dei cittadini del mondo, desiderosi di conoscere la nostra storia millenaria. Solo la volontà politica (che finora è stata velleitaria per non dire assente) potrebbe realizzare questo sogno. Basterebbe espropriare l’abbazia per pubblica utilità! Sarebbe veramente ora di fare questo passo decisivo! Altrimenti l’abbazia è persa! Ha raggiunto uno stato di degrado davvero inaccettabile per un monumento del IX secolo d.C.
Si spera che anche il FAI prenda a cuore le sorti di Kàlena, da noi segnalata nelle varie edizioni dei censimenti “I Luoghi del cuore”.

S.O.S. KALENA: SE NON ORA, QUANDO?

Teresa Maria Rauzino

presidente Centro Studi Martella di Peschici

Post Scriptum: Con il recentissimo caso di Villa Massoni, a Massa, si è creato un importante precedente per i casi di beni culturali di proprietà privata in precarie condizioni di conservazione.
“La Procura, in via assolutamente inedita, ha aperto un fascicolo a carico dei due proprietari […] i quali dovranno adesso rispondere dell’accusa di danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale, come previsto dell’articolo 733 del codice penale” (“La Nazione”). E la villa è stata posta sotto sequestro. La procura ha semplicemente applicato la legge, il dispositivo dell’art. 733 del Codice Penale che recita: “Chiunque distrugge, deteriora o comunque danneggia un monumento o un’altra cosa propria di cui gli sia noto il rilevante pregio, è punito, se dal fatto deriva un nocumento al patrimonio archeologico, storico, o artistico nazionale, con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda non inferiore a duemilasessantacinque EURO. Può essere ordinata la confisca della cosa deteriorata o comunque danneggiata”.
Trattasi di reato proprio, in quanto può essere commesso solo dal proprietario e, secondo l’orientamento dottrinale ora maggioritario, anche dal possessore o dal detentore.

https://www.facebook.com/Mo6n9stre/posts/831430576949263?pnref=story

Urge cambiare verso su Kàlena. L’abbazia va salvata perchè vale!

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I monasteri benedettini del Gargano furono centri di vita e di spiritualità. I ruderi di questa civiltà, dimenticati tra i rovi e le ortiche, in questi ultimi anni sono stati rivisitati, e richiamati in vita per testimoniare il loro illustre passato, ma anche per richiamare l’attenzione dei tanti visitatori che affollano le spiagge del Gargano, nell’intento di limitare l’asimmetria economica tra i Comuni dell’interno e quelli rivieraschi. E così l’Abbazia di Pulsano, affacciata sul magnifico golfo, e l’Abbazia di Monte Sacro, in un’oasi di silenzio e di pace, compaiono negli itinerari culturali e spirituali del Gargano, insieme al Santuario di San Michele Arcangelo.
Manca all’appello l’Abbazia di Kàlena, in agro di Peschici (Foggia).
Finita nelle disponibilità di un patrimonio privato, l’Abbazia è al centro di un contenzioso che si trascina da anni tra la Proprietà e le Istituzioni dello Stato preposte alla sua tutela. Una Proprietà (la famiglia Martucci) che ha depositato recentemente in Soprintendenza e al Comune di Peschici un progetto per la trasformazione dell’Abbazia di Càlena in un relais a cinque stelle, con annessi campo da golf e piscina. La notizia non sorprende nessuno vista la devastazione del paesaggio da Vieste a Peschici. Indigna, però, perché Càlena è l’unica e l’ultima reliquia storica, in un territorio sovraccarico di stelle cadenti che emanano fumo di pizze e panzerotti. Giuseppe Martella, un uomo di mare uscito da una pagina di Conrad, cui è stato titolato il nostro Centro Studi, passò gli ultimi anni della sua lunga vita, a Peschici, a indagare su Kàlena e sui trascorsi della Puglia con le terre illiriche, sicuro che le stelle della storia non saranno mai cadenti e continueranno a essere «coscienza critica della modernità».
E’ dal 1997 che stiamo sollecitando le istituzioni e la cittadinanza (non solo di Peschici ) a salvare
l’ abbazia, ma il nostro appello è rimasto in parte inascoltato. Mille promesse, i fatti pochi, anche se importanti rispetto al passato. L’abbazia oggi, al contrario del 1997, è totalmente vincolata, compresa una piccola area prospiciente (la cosiddetta area di rispetto). C’è stato un piccolo intervento della Soprintendenza per risanare le creste murarie, a spese della proprietà (chiamasi intervento a danno). La statuetta della Madonna di Kalena è stata restaurata ed affidata alla Chiesa Matrice di sant’Elia profeta.
Ma il nostro sogno è di vedere l’abbazia restaurata nella sua interezza e restituita alla fruizione dei fedeli e dei cittadini del mondo, desiderosi di conoscere la nostra storia millenaria. Solo la volontà politica (che finora è stata velleitaria per non dire assente) potrebbe realizzare questo sogno. Basterebbe espropriare l’abbazia per pubblica utilità! Sarebbe veramente ora di fare questo passo decisivo! Altrimenti l’abbazia è persa! Ha raggiunto uno stato di degrado davvero inaccettabile per un monumento del IX secolo d.C.
Come presidente del Centro Studi Martella, credo di aver fatto il possibile, e talvolta l’impossibile, per salvare l’abbazia di Kàlena. 17 anni dedicati a questa causa. Io credo ancora nella rinascita dell’abbazia. Contro ogni logica “peschiciana” e affaristica.
Peschici dovrebbe “cambiare verso” su Kàlena.
Nichi Vendola e l’assessora Angela Barbanente, che avevano suscitato in noi grandi speranze, si sono rivelati velleitari.
Speriamo nella sensibilità e nel decisionismo del nuovo governatore della Puglia. Chiunque esso sia!
Kalena va salvata!
Perchè vale!

Teresa Maria Rauzino

Un documentario del TEAM ARGOD su Kàlena
I Parte

II parte

Votate on line l’abbazia di Kàlena (Peschici FG) come “luogo del cuore”.
Se non ora, quando?

http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248

VOTIAMO KALENA COME “LUOGO DEL CUORE” DEL FAI !

Totale 1382 firme per “Kalena luogo del cuore”: 946 firme sui moduli cartacei raccolte da me, da Angela Campanile, da Enzo D’Amato, da Piero Giannini, da Maria Cassio e Matteo Gioiosa e inviate stamattina al Fai + 436 firme on line.
Restano ancora due giorni (fino al 30 novembre) per continuare a votare on line l’abbazia di Kàlena come “luogo del cuore”.
Cliccate sull’icona, quindi su vota, ma perchè il voto venga registrato dal FAI, dovete continuare accedendo direttamente con il vostro account facebook.
Kàlena conta sul vostro voto.
Se non ora, quando?
http://iluoghidelcuore.it/luoghi/4248

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Ecco la lettera di accompagnamento alla raccomandata del Centro Studi Martella inviata al FONDO AMBIENTE ITALIANO:

Spettabile FAI –
Fondo Ambiente Italiano
Via Foldi, 2 – 20135 Milano
Oggetto: Invio 946 firme per il 7 ° Censimento “Luoghi del cuore” in favore dell’Abbazia di Kàlena (Peschici-FG) raccolte dal Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici (Foggia).

I monasteri benedettini del Gargano furono centri di vita e di spiritualità. I ruderi di questa civiltà, dimenticati tra i rovi e le ortiche, in questi ultimi anni sono stati rivisitati, e richiamati in vita per testimoniare il loro illustre passato, ma anche per richiamare l’attenzione dei tanti visitatori che affollano le spiagge del Gargano, nell’intento di limitare l’asimmetria economica tra i Comuni dell’interno e quelli rivieraschi. E così l’Abbazia di Pulsano, affacciata sul magnifico golfo, e l’Abbazia di Monte Sacro, in un’oasi di silenzio e di pace, compaiono negli itinerari culturali e spirituali del Gargano, insieme al Santuario di San Michele Arcangelo.
Manca all’appello l’Abbazia di Kàlena, in agro di Peschici (Foggia).
Finita nelle disponibilità di un patrimonio privato, l’Abbazia è al centro di un contenzioso che si trascina da anni tra la Proprietà e le Istituzioni dello Stato preposte alla sua tutela. Una Proprietà (la famiglia Martucci) che ha depositato recentemente in Soprintendenza e al Comune di Peschici un progetto per la trasformazione dell’Abbazia di Càlena in un relais a cinque stelle, con annessi campo da golf e piscina. La notizia non sorprende nessuno vista la devastazione del paesaggio da Vieste a Peschici. Indigna, però, perché Càlena è l’unica e l’ultima reliquia storica, in un territorio sovraccarico di stelle cadenti che emanano fumo di pizze e panzerotti. Giuseppe Martella, un uomo di mare uscito da una pagina di Conrad, cui è stato titolato il nostro Centro Studi, passò gli ultimi anni della sua lunga vita, a Peschici, a indagare su Kàlena e sui trascorsi della Puglia con le terre illiriche, sicuro che le stelle della storia non saranno mai cadenti e continueranno a essere «coscienza critica della modernità».
E’ dal 1997 che stiamo sollecitando le istituzioni e la cittadinanza (non solo di Peschici ) a salvare
l’ abbazia, ma il nostro appello è rimasto in parte inascoltato. Mille promesse, i fatti pochi, anche se importanti rispetto al passato. L’abbazia oggi, al contrario del 1997, è totalmente vincolata, compresa una piccola area prospiciente (la cosiddetta area di rispetto). C’è stato un piccolo intervento della Soprintendenza per risanare le creste murarie, a spese della proprietà (chiamasi intervento a danno). La statuetta della Madonna di Kalena è stata restaurata ed affidata alla Chiesa Matrice di sant’Elia profeta.
Ma il nostro sogno è di vedere l’abbazia restaurata nella sua interezza e restituita alla fruizione dei fedeli e dei cittadini del mondo, desiderosi di conoscere la nostra storia millenaria. Solo la volontà politica (che finora è stata velleitaria per non dire assente) potrebbe realizzare questo sogno. Basterebbe espropriare l’abbazia per pubblica utilità! Sarebbe veramente ora di fare questo passo decisivo! Altrimenti l’abbazia è persa! Ha raggiunto uno stato di degrado davvero inaccettabile per un monumento del IX secolo d.C.
Si spera che il FAI prenda a cuore le sorti di Kàlena, da noi segnalata nelle varie edizioni dei censimenti sui Luoghi del cuore.
Ci contiamo!
Cordiali saluti.

Il presidente del Centro Studi Martella
prof.ssa Teresa Maria Rauzino

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Un percorso virtuale Gargano – Mediterraneo: sulle rotte dei pirati.

Un percorso virtuale Gargano – Mediterraneo, per risalire le rotte mediterranee di Kair ad-din e Draguth, i leggendari corsari che saccheggiarono le coste del Gargano.

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SULLE ROTTE DEI PIRATI

“Is Morus! Is Morus! Li turchi Li turchi”. Così gridavano i torrieri del mar Tirreno e dell’Adriatico quando avvistavano le navi dei pirati all’orizzonte. E gli abitanti dei paesi costieri fuggivano verso l’interno, cercando di salvare il salvabile…
Niente di nuovo sotto il sole. La pirateria era praticata sin dall’antichità dai «popoli del mare»: i Cretesi, i Fenici, i Greci e gli Etruschi, forti della loro talassocrazia, attaccavano le navi nemiche per impossessarsi di merci e uomini. I Romani, non riuscendo a debellare il fenomeno, avevano varato un’apposita legge, la “Lex Gabinia de piratis persequendis” (67 a.C.), che diede a Pompeo i pieni poteri. Ci fu una tregua, ma a partire da VII sec. d.C. il Mediterraneo tornò ad essere “infestato” dai pirati, questa volta musulmani: la “Gihàd” islamica (lotta contro gli infedeli) si tradusse in attacchi alle navi cristiane, costrette a ridurre i traffici nel Mediterraneo.
Il Gargano e le Tremiti rappresentarono un prezioso punto di appoggio, per la Repubblica di Venezia, sulla rotta che conduceva a Levante. E furono un importante centro di raccolta delle notizie sui movimenti dei Turchi in Adriatico.

LA LIBERAZIONE DI BARI DEL 1002 IN UN’EPIGRAFE DI VIESTE

La presenza nell’Adriatico della flotta veneta, alleata con quella dell’impero d’Oriente, una flotta che nel 997 al comando del doge Pietro Orseolo II aveva sconfitto i dalmati Narentini, impedì alle flotte saracene di poter far valere la loro presenza che, in tempi precedenti, nell’875, le aveva portate nelle vicinanze di Venezia. Malgrado questa sconfitta, le navi della Mezzaluna non desistevano dal portare i loro repentini attacchi lungo le coste pugliesi sia dell’Adriatico che dello Ionio.
L’episodio più eclatante fu la conquista di Bari nel 997 ad opera di un fuoriuscito pugliese di nome Smaragdo. Cessata ogni belligeranza per l’intervento di Bisanzio, il conflitto si riaccese ad opera di un certo Luca soprannominato Kafir (rinnegato). Nel maggio del 1002, sfidando l’impero d’Oriente, cinse d’assedio Bari, per terra e per mare. Tale situazione si protrasse per sei mesi, e tutto indicava la fine prossima: mancavano viveri e di generi di prima necessità. Quando ogni speranza sembrava preclusa, il 18 ottobre apparve all’orizzonte una potente flotta veneziana al comando del doge Pietro Orseolo II. Quali motivi spinsero Venezia a soccorrere Bari, che era una entità del catepanato d’Italia? La risposta è ovvia: motivi esclusivamente economici. Ma grandissima fu la riconoscenza della città pugliese nei riguardi di Venezia. Una traccia dell’avvenimento, nella memoria dei Baresi, rimase nella festa della “Vidua vidue” che si svolgeva, fino agli anni sessanta, l’8 maggio, nel giorno dell’Ascensione, in via Venezia, già via “delle mura”, in onore del capoluogo veneto, protagonista della millenaria liberazione. La manifestazione si svolgeva in concomitanza con la cerimonia dello “Sposalizio del mare” che aveva luogo, e si ripete ancora oggi, a Venezia, in ricordo dell’antico dominio sui mari .
Una cronaca di quanto accadde nei giorni precedenti la liberazione di Bari, e di cosa avvenne in seguito, è riportata in un’iscrizione posta in una grotta di tufo, ubicata nell’Isolotto del Faro posto all’imboccatura del porticciolo di Vieste . Il contenuto dell’epigrafe racconta dell’aiuto della flotta veneta alla città di Bari assediata dalle truppe saracene. In particolare, riferisce dell’entrata nel porto di Vieste di cento navi al comando del Doge Pietro Orseolo II, avvenuta, secondo la datazione bizantina, il 3 settembre del 1003. L’autore, un dominus presbiter, un membro della chiesa locale di Vieste (forse di quella rupestre di Sant’Eufemia), ritenendo la liberazione di Bari un trionfo della cattolicità sul paganesimo, ritenne opportuno evidenziare e tramandare, con un “articolo” da prima pagina, le gesta del «dux Venetiquorum et Dalmatianorum». Riportiamo la traduzione dell’epigrafe, riportata da Bressan :

“Nel nome del Signore e di Gesù Cristo nostro salvatore,
nell’anno millesimo terzo della sua incarnazione,
terzo giorno del mese di settembre, indizione prima,
entrò in questo porto Messer Pietro
Doge dei Veneziani e dei Dalmati
con cento navi pronte alla guerra
contro i Saraceni che opprimevano
Bari e combattè
contro quelli: alcuni aveva ucciso,
altri aveva messo in fuga.
+ Dominus presbitero.

LE TORRI VICEREGNALI IN CAPITANATA

La caduta di Costantinopoli, il 29 maggio 1453, destò un’enorme impressione in tutto l’Occidente. I Turchi non si accontentarono del grande successo conseguito. Sfruttando l’ondata di panico suscitato nel mondo cristiano, si lanciarono in una serie di campagne militari a lungo raggio, per controllare tutto il bacino del Mediterraneo. Le ripercussioni più traumatiche si ebbero nelle zone più direttamente coinvolte. Sotto costante pericolo furono soprattutto i territori veneti dell’Istria e della Dalmazia; fu allertata la stessa inviolabile Venezia.
Acmet Pascià (o Acomet Basnà), un feroce rais al servizio di Maometto II, dopo aver distrutto la città di Otranto e fatto trucidare 800 cristiani sul colle della Minerva, per disorientare ed ostacolare l’avanzata dell’esercito napoletano guidato dal Duca di Calabria, inviò, alla fine di agosto del 1480, circa 70 navi verso il Gargano. A sorpresa attaccò Vieste e, come si apprende dalla relazione di un certo “Oratore Estense” «con uccisione di molte anime… il turco [la] ruinò e brusiò fino a li fondamenti». Il re Ferdinando, informato da Antonio Miroballo, governatore forse di Vieste, si prodigò immediatamente per la sua ricostruzione e la colmò di privilegi.
A partire dal 1537, per contrastare le scorrerie dei pirati, Carlo V aveva dato l’avvio alla costruzione delle torri lungo tutte le coste del vicereame. Il piano difensivo fu ideato dal vicerè Pedro di Toledo, ma soltanto a partire dal 1559 Parafan De Ribera lo attuò sistematicamente. Un’esigenza accentuata dalle continue scorrerie di pirati e predatori ai danni dei territori costieri, soprattutto dopo la presa di Otranto nel 1480 e di Castro nel 1537.
Accanto alle torri cilindriche ne comparvero di quadrate, specie nei punti nevralgici e maggiormente esposti, denominate torri “cavallare” perché poste sotto la guardia di un uomo a cavallo, in grado di poter dare rapidamente l’allarme al più vicino presidio militare. Le nuove torri, affiancate alle precedenti allo scopo di creare un’ininterrotta catena difensiva, ospitavano un piccolo distaccamento di soldati. L’avvicinamento di navi sospette veniva annunciato di giorno con l’elevazione di colonne di fumo, di notte con l’accensione di fiaccole, il cui numero di fuochi doveva essere pari al numero delle imbarcazioni nemiche avvistate.
La distanza tra le torri variava in funzione della morfologia della costa lungo la quale esse erano distribuite: poteva raggiungere i 30 chilometri nel caso di zone concave di spiaggia o di coste rocciose senza insenature e ridursi a circa 10 chilometri nel caso di costa frastagliata.
Salvo pochi casi particolari, le torri furono costruite con grande parsimonia, sia per gli alti oneri che comportavano, sia per la presenza di città costiere fortificate a distanza ravvicinata l’una dall’altra. Quelle costruite precedentemente da privati oppure dalle varie Università (i Comuni), vennero incamerate dallo Stato, previo rimborso delle spese sostenute per la loro costruzione. Le Università dovettero farsi carico del pagamento dei salari dei militi e dei cavallari in servizio presso le torri, e anche delle spese di manutenzione della stesse, somme rimborsate solo successivamente dallo Stato. L’appaltatore (partitario) doveva rilasciare una garanzia (tra i 300 ed i 500 ducati per ogni torre) alla Regia Corte. Durante lo svolgimento i lavori era sorvegliato da un “soprastante”, che lo controllava affinché si attenesse alle prescrizioni.
Tra il 1558 e il 1567 nella sola Puglia vennero costruite 96 torri. In Capitanata nel 1748 se ne contavano 25: la maggior parte fu costruita tra il 1568 e il 169 quando l’alto funzionario della corte di Napoli, Alfonso Salazar visitò la regione e appaltò la costruzione di 21 torri a Giovanni della Monica. Si spiega per questo l’omogeneità delle torri del Gargano: sono quasi tutte quadrangolari a tronco di piramide e la lieve scarpatura (inclinazione) dei muri si conclude in un coronamento che presenta quattro o cinque caditoie per ogni lato. L’accesso alle torri era in alto con scale di legno retrattili, in seguito sostituite da rampe in muratura. Per lo più ad un solo vano e con una sola porta, le torri avevano una cisterna per la raccolta delle acque piovane.
Torri realizzate secondo questo modello sono Torre Mileto tra i laghi di Lesina e Varano, e Torre Rivoli a Nord di Zapponata; molte altre (Sfinale, Calalunga, Portonuovo, San Felice, Torre Petra, Monte Pucci) hanno perso il coronamento per le vicende del tempo o lo hanno visto sostituito da sovrastrutture più moderne che ne permettono l’abitabilità.
Le torri più antiche, probabilmente della fine del Duecento, sono quelle che sorgono alla foce Est del lago di Varano: cilindriche e di dimensione media, hanno merli ghibellini (a coda di rondine) molto rari nella nostra regione. Da Nord a Sud le torri che restano, alcune allo stato di rudere, sono:

– Torre Mozza, ruderi a nord della foce del Fortore;
– Torre Fortore, tra il Fortore e il Lago di Lesina, è tra le più grandi e rimaneggiate;
– Torre Scampamorte, a metà della duna lagunare di Lesina;
– Torre Mileto, sulla strada tra i laghi di Lesina e Varano;
– Torri di Varano, alla foce Est, sulla strada;
– Torre Montepucci, tra Calenella e Peschici, sulla strada, è piccola e senza coronamento
– Torre Usmai, vicino Manacore;
– Torre Calalunga, vicino Manacore;
– Torre di Sfinale, dopo Manacore:
– Torre di Porticello, prima di Vieste;
– Torre di Portonuovo, dopo la spiaggia di Vieste;
– Torre Gattarella, vicino all’omonima spiaggia;
– Torre San Felice, sulla Testa del Gargano;
– Torre di Portogreco, poco prima di Pugnochiuso;
– Torre del Segnale, nei pressi di Baia delle Zagare;
– Torre Vaccaio, in vista di Manfredonia;
– Torre Rivoli, tra Manfredonia e Margherita di Savoia;
– Torre Pietra tra Manfredonia e Margherita di Savoia.

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KHAIR AD DIN, IL CORSARO DEL SALADINO, A KALENA

Dopo il 1492 le isole e le coste del Mediterraneo divennero il rifugio di centinaia di migliaia di mori, cacciati dopo l’unificazione della Spagna da Ferdinando il Cattolico e Isabella di Castiglia. La politica spietata dei “re cattolicissimi” contro i moriscos contribuì alla fondazione di veri e propri stati barbareschi, che trovarono nei pirati e corsari dei leader spregiudicati e intelligenti, strenui oppositori degli spagnoli.
Essi si spinsero nel Mediterraneo, effettuando sbarchi e saccheggi lungo le sue coste. I nomi dei pirati che terrorizzavano le popolazioni del Gargano sono ancora vivi nell’immaginario collettivo dei paesi di mare. Fra i più noti vi fu Kair ad-Din (1475–1546), detto il Barbarossa .
Non mancano suggestioni e leggende legate a questo famoso corsaro, riferibili a un luogo-simbolo dell’immaginario collettivo di Peschici. Dall’abbazia benedettina di Santa Maria di Kàlena, un camminamento sotterraneo portava alla “caletta” del Jalillo: serviva ai frati per sfuggire alle frequenti scorribande saracene. Si racconta di un antico tesoro di Kair ad-Din: un vitello d’oro posto come cuscino a una fanciulla morta e seppellita nella cripta nell’abbazia di Peschici (probabilmente la giovane moglie del corsaro). Denominato il Barbarossa , questi fu al servizio del sultano Solimano (1520-1566), che gli affidò il comando supremo della flotta ottomana.
Khair-ad-din e i suoi fratelli Arug e Isac ereditarono lo spirito combattivo e l’amore per il mare dal padre Giacobbe (un giannizzero musulmano che dopo aver partecipato alla spedizione per la conquista dell’isola di Lesbo, stabilita qui la sua residenza, si era trasformato in un marinaio dedito al commercio nell’arcipelago greco); la madre, figlia di un prete copto, inculcò loro una forte religiosità, che si tradusse nello stimolo alla guerra santa (gihad). Al comando di una galea, i fratelli Barbarossa esercitarono il commercio e la pirateria al largo di Rodi. In seguito ad un attacco dei Cavalieri di Malta (irriducibili nemici dei musulmani), Isaac morì; Arug e gli uomini dell’equipaggio furono catturati. Incatenati ai banchi di voga delle galee, per un paio d’anni, remarono a suon di scudisciate come tutti i “galeotti” di quel tempo.
Arug, liberato dopo il pagamento di un riscatto, si diede alla pirateria con i fratelli, concludendo un accordo con il sultano di Tunisi: in cambio di un decimo del bottino, trovò un sicuro rifugio in quel porto. Il commercio cristiano subì perdite considerevoli.
I fratelli Barbarossa spadroneggiavano sul tratto di costa da Tripoli a Tangeri. Arug si proclamò re di Algeri. Quando questi fu sconfitto e ucciso con tutti i suoi uomini, fu un momento di tragedia e di lutto per la sua famiglia. Khair ad-din dopo averlo atteso invano ad Algeri, assunse il comando della flotta. Selim I, sultano di Costantinopoli ricevette la notizia della morte di Arug da una galea inviata da Khair ad-din alla “Sublime Porta”, che gli donò le province del nord Africa da lui conquistate. Il Barbarossa sapeva che il sultano era impegnato nella conquista della Siria e dell’Egitto, e non poteva occuparsi di questi territori. Selim, infatti, lo ringraziò e lo nominò suo “Beylebey” vale a dire governatore. Khair ad-din ottenne così la protezione della potenza ottomana, e, di fatto, il riconoscimento del governo personale su queste terre.
Carlo V di Spagna corse ai ripari: nel 1519 incaricò l’ammiraglio Ugo de Moncada di procedere alla riconquista d’Algeri, ma la sua flotta fu distrutta da una violenta tempesta. Khair ad-din consolidò il suo potere conquistando, tra gli anni 1520 al 1529, tutta la costa africana. Organizzò una flotta potente, che operò nel Mediterraneo con azioni mirate, seguendo un piano generale, e attaccando le navi cristiane dalle Baleari alla Sicilia, dalla Sardegna al Lazio e alle coste spagnole. Con lui vi erano i migliori marinai musulmani: Draguth; Sinam (“l’ebreo di Smirne”); Aydin (cristiano rinnegato detto il “terrore del diavolo”) e molti altri. Tutte le navi che incapparono nella potente flotta dei luogotenenti di Khair ad-din furono saccheggiate e gli uomini dell’equipaggio schiavizzati.
Nel 1533 Solimano invitò a corte Khair ad-din, affidandogli un incarico importante: la ricostruzione e l’organizzazione della flotta ottomana. Il Barbarossa si gettò con entusiasmo in questa nuova impresa. Gli arsenali della Sublime Porta lavorarono a ritmo serrato per tutto l’inverno del 1534: in primavera più di 80 navi furono pronte agli ordini del nuovo ammiraglio. Quando Khair ad-din lasciò il “Corno d’Oro”, accompagnato dall’ammirazione dei figli di Maometto, il terrore corse lungo le isole cristiane dell’Egeo, e si propagò man mano sui lidi più lontani dove, dalle torri di guardia, vedette timorose scrutavano il mare. Le acque azzurre dello Ionio furono rotte dalla voga ritmata dei turchi, il Barbarossa si diresse a nord, mise a sacco le coste italiane, attaccò Sperlonga. A Fondi (in provincia di Latina) cercò di rapire Giulia Gonzaga, augusta preda destinata a Solimano, che riuscì a fuggire nella notte.
La Tunisia in mano del Barbarossa era una minaccia talmente grave per i possedimenti spagnoli di Sicilia e dell’Italia meridionale che Carlo V ordinò un attacco decisivo. Una spedizione al comando di Andrea Doria investì La Goletta: il 14 giugno del 1535, navi spagnole, del papa, del vicerè di Napoli e dei cavalieri di San Giovanni, sbarcarono uomini e cannoni. Una sommossa interna di schiavi cristiani accelerò la caduta di Tunisi. In Europa un sospiro di sollievo salutò questa vittoria cristiana. A Bona, dove si era ritirato, il Barbarossa armò prontamente 26 galeotte e prese il mare, arrivò alle Baleari. Il saccheggio fu spietato, uomini e donne trasportati ad Algeri, furono rivenduti come schiavi.
Il Doria e il Barbarossa non si scontrarono mai direttamente: ora è Andrea Doria che cattura navi turche nello Jonio, ora è il Barbarossa che infierisce sulle coste pugliesi.
Nel 1537 i turchi cinsero d’assedio Corfù con un grande spiegamento di forze, 100 galee e 25.000 uomini, i cristiani resistettero. Nel 1538 una nutrita flotta di navi venete, genovesi, spagnole e pontificie si concentrò nei pressi dell’isola, e attese Andrea Doria con i suoi 50 galeoni. Khair ad-din aveva già schierato le proprie navi, 150 galee nel golfo di Arta, su una linea a mezzaluna che consentiva di concentrare il fuoco di tutti i cannoni sullo stretto canale d’ingresso. Gli avversari studiarono le rispettive mosse: Andrea Doria si diresse verso sud con l’intenzione di attaccare i possedimenti del sultano, Kair ad-Din salpò e inseguì la flotta cristiana, che per il cattivo tempo si disperse lungo le coste.
Solo a Lepanto ci sarà la riscossa cristiana. Il 19 ottobre del 1540, 200 galeoni, 50 galee, 25.000 uomini al comando di Andrea Doria circondarono la città. Barbarossa era assente: il suo vice Hasan assunse la difesa, le navi spagnole furono disperse da un’improvvisa tempesta. Carlo V non aveva seguito i consigli di chi riteneva la stagione inadatta alla spedizione, e si ripetè il disastro della spedizione di Moncada: il vento di burrasca distrusse 140 navi. Gli equipaggi spagnoli furono decimati dai turchi. I Cavalieri di Malta furono gli ultimi a lasciare il campo, coprendo la ritirata. Ancora oggi quel luogo è chiamato “sepolcro dei cavalieri”.
Un fatto nuovo portò la costernazione nel mondo cristiano, Kair ad-Din si alleò, per conto del Sultano, con la cattolicissima Francia di Francesco I: nel 1543, 100 galee turche aiutarono i francesi contro Carlo V.
Mentre navigava alla volta di Marsiglia, Khair ad-din assalì Reggio Calabria dove rapì un’avvenente fanciulla diciottenne, Dona Maria, figlia di un governatore spagnolo, e la sposò. Assalì poi Gaeta e Nizza. Nella primavera del 1544 saccheggiò le isole d’Elba, di Ischia e Procida, e impose dei tributi alle isole Lipari. Il suo rientro a Costantinopoli fu un vero trionfo: venne acclamato “re del mare”. Per merito suo, la potenza ottomana si impose su tutto il Mediterraneo. Nel luglio del 1546, una violenta febbre lo uccise, all’età di 63 anni. Ancora oggi i Turchi ne ricordano le gesta. Nelle vicinanze di Galata, ad Istanbul, una maestosa cupola ricopre la tomba del protettore dell’Islam: il suo spirito indomito aleggia ancora sul Mediterraneo.

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DRAGHUT DECAPITA I VIESTANI SULLA “CHIANCA AMARA”

Le minacce dei saraceni e dei barbareschi, con repentini attacchi a sorpresa, si fecero sentire nella prima metà del millecinquecento su tutta la costa garganica.
Eppure il viceré, don Pedro di Toledo, si era prodigato nel far costruire, nei luoghi più esposti al pericolo, baluardi di difesa e di avvistamento. Il 15 luglio 1554 Vieste fu espugnata da Draguth, giunto con settanta galee.
Lo storico locale Bacco scrisse: «Ultimamente, nell’anno 1554 del mese di luglio, non senza colpa dei Governatori Provinciali di quel tempo, dopo l’esser stata sette giorni assediata da Draguth con settanta galere dell’armata del Gran Turco (Solimano il Magnifico), fu ultimamente, non potendosi più difendere, saccheggiata, presa e abbruggiata con preda notabile di cittadini e ricchezze e con perdita di sette milia anime tra presi e morti » .
E Sarnelli registrò così l’evento: «In sette giorni fu presa, messa a sacco, e privata di settemila abitanti, fra schiauvi e morti». Il dato è sicuramente esagerato, comunque il numero dei viestani fatti prigionieri fu certamente elevato, se l’eco di questo saccheggio arrivò in Vaticano.
Vicino alla cattedrale, del XI secolo, si trova ancora il masso, denominato «Chianca amara» (pietra amara), dove si racconta che Draguth abbia fatto decapitare i 7mila viestani. Quando nel luglio 1554 la sua flotta si presentò all’improvviso di fronte all’isolotto del Faro, i cittadini si erano rifugiati entro le mura fortificate. L’assedio durò sette giorni e, forse, la città non sarebbe mai caduta se il canonico Nerbis non avesse patteggiato la resa. Non appena furono aperte le porte, i turchi saccheggiarono case e chiese; torturarono e trucidarono moltissime persone, tra cui donne, bambini ed anziani. La chianca rosseggiò orribilmente di sangue, che fluì nelle vie cittadine. Mentre i giovani e le ragazze incatenati erano portati sulle navi per essere venduti come schiavi, il feroce Rais ordinò di distruggere ed incendiare la città. Quindi – come racconta lo storico Giuliani – fece ammazzare il canonico Nerbis, dandogli la punizione che meritava un traditore.
Chi era Dragut? Dove era nato? Quali furono le sue imprese?
Era originario dell’Anatolia (Turchia). Fu uno dei pochi capi musulmani, poiché gli altri erano dei rinnegati. Fin da giovane aveva cominciato a percorrere i mari come luogotenente di Barbarossa. Draguth nel 1551 era un famoso corsaro alle dipendenze di Solimano II il Magnifico. Gli era stata affidata la flotta della Mezzaluna con l’incarico di Rais. Meritò l’appellativo «Spada snudata dell’Islam», perché ogni battaglia era per lui un’opera meritoria per il Paradiso e la ferocia trovava giustificazione nei precetti del Corano.
Attaccava continuamente le coste cristiane del Mediterraneo, così Carlo V diede ordine di catturarlo. Vi riuscì il nipote di Andrea Doria, Giannettino, il quale lo sorprese mentre faceva razzia ed incendiava un villaggio della Corsica. La cattura venne così descritta:
«I pirati, ormai sicuri del successo, si stavano spartendo il bottino e, incuranti dei pianti e dei gemiti di tanti infelici, li stavano mettendo in catene per condurli in schiavitù sulle loro navi. Ad un tratto risuonò terribile alle loro spalle il grido di guerra dei marinai del Doria, che sparando da ogni parte, piombarono di corsa all’assalto dei pirati. Gli abitanti si liberarono dai legami, riconquistarono le armi e si avventarono a loro volta sugli uomini di Dragut che vennero trucidati o fatti prigionieri».
Tra essi c’era anche Draguth. Consegnato ad Andrea Doria, fu incatenato ai remi della nave ammiraglia per quattro anni. Senza nessun riguardo al suo grado, fu messo in catene, legato al banco di una galera, costretto a vogare sotto la sferza, come l’ultimo dei prigionieri. In questa umiliante posizione lo trovò, qualche mese dopo, un condottiero francese, Jean Parisot de La Vallette (fu Gran Maestro dell’Ordine di Malta, e fondatore della capitale dell’isola che ancor oggi porta il suo nome). La Vallette, che era stato egli stesso schiavo dei barbareschi, non tardò a riconoscere nel barbuto e lacero prigioniero, che vogava rabbiosamente, incatenato al banco di una delle galere del Doria, con gli occhi bruciati dalla salsedine e la pelle annerita dal sole, le spalle coperte dalle lividure delle sferzate, dimagrito per le privazioni, le fauci arse dalla sete, colui che era stato uno dei più brillanti ufficiali del Barbarossa. Gli disse che purtroppo così si usava con i vinti: «Signor Dragut, è la legge della guerra! » .
Qualche anno dopo, La Vallette cadrà prigioniero presso Kerkenna del pirata denominato «lo Zoppo»: sarà anch’egli costretto al remo. Draguth gli farà visita e gli dirà: «La fortuna è cambiata, monsieur La Vallette!», facendogli notare quanto fosse mutevole la sorte degli uomini:
Draguth era nel frattempo stato liberato da Khair-Ad-Din, che pagò un cospicuo riscatto. Ci fu chi disse che Andrea Doria, per favorire l’operazione, avesse ricevuto 3.500 ducati e il territorio di Tabarka, in Tunisia, dove i genovesi avviarono più avanti la pesca del corallo. Così Draguth poté riprendere ancora più spavaldo a correre il mare sotto il vessillo della Mezzaluna, gettando ovunque il terrore, in una travolgente ascesa che, di successo in successo, lo porterà prima ad essere il più temuto pirata tra gli “infedeli” e poi al governo della città di Tripoli.
Dalla testimonianza di un ammiraglio francese riportata dal Bradford, apprendiamo:
«Dragut era superiore a Barbarossa. Conoscitore profondo del Mediterraneo, egli univa le cognizioni teniche all’audacia. Non vi era insenatura, o canale, che egli non avesse solcato. Ingegnoso nel progettare rotte e piani di battaglia, quando intorno a lui tutti venivano presi dalla disperazione, eccelleva nell’escogitare metodi inattesi per sfuggire alle più pericolose situazioni. Era un comandante di navi incomparabile,…aveva conosciuto la durezza della prigionia e si dimostrava umano nei confronti dei suoi prigionieri Era, sotto ogni aspetto, un gran personaggio e nessuno più di lui meritava di portare il nome di re » .
Dragut successe al Barbarossa quando questi morì, diventando il capo della marineria turca. Uno dei suoi bersagli preferiti furono le galee dell’Ordine di Malta, che per il valore dei loro equipaggi erano invece scrupolosamente evitate dagli altri corsari. Egli riuscì, con un audace colpo di mano, ad impadronirsi addirittura della galea che trasportava a Tripoli, allora occupata temporaneamente dai Cavalieri dell’Ordine, la cospicua somma di 70.000 ducati per riparare le fortificazioni di quella piazzaforte. Trovando che Algeri non fosse una base abbastanza sicura, Dragut spostò la sua flotta alla grande isola Djerba che divenne presto un covo di pirati, coperta da un’inestricabile rete di fortificazioni, di trincee e di bastioni di ogni tipo. Il quartier generale era Mahdìa: successivamente Draguth si impadronì anche di Susa, Sfax e Monastir, completando così la sua presa di possesso delle coste tunisine. L’aggravarsi della situazione tornò a preoccupare gli Spagnoli, tanto più che, rinnovando le tradizioni di Khair ad-Din, Draguth si era alleato ad Enrico II, re di Francia, e la Tunisia in mano ai Barbareschi, alleati dai Francesi, era un vero cannone puntato contro i possedimenti spagnoli della Sicilia e dell’Italia Meridionale.
Draguth assediò Malta nell’estate del 1565 con 13 galee e 2 galeotte: era alla testa di 1600 soldati, detti “matasiete”, per avere giurato di uccidere ognuno non meno di sei nemici in guerra. Tali guerrieri vestivano pelli di belve, portavano un casco di ferro dorato, avevano il volto tatuato con maschere tali da incutere spavento ed erano armati di scimitarre affilatissime. Draguth incontrò Mustafa Pascià, che lo ricevette con grandi onori. A metà giugno, venne ferito alla fronte da una scheggia di pietra, provocata da una grossa palla di ferro sparata dal forte di Sant’Angelo, mentre stava guidando i suoi in un attacco contro il castello di Sant’Elmo. Portato in una tenda vicina, morì due giorni dopo, il 25 giugno 1565. Alla testa dei corsari gli successe Occhiali. Il forte di Sant’Elmo sarà conquistato a fine mese. Vi saranno ancora vivi soltanto 9 uomini, feriti in modo grave: saranno tutti uccisi sul posto. I loro cadaveri, inchiodati su delle tavole, verranno gettati in mare, affinché le onde li trasportino verso i muraglioni della città.
Draguth sarà sepolto a Tripoli nella moschea di Sarai Dragut, da lui fatta costruire al posto di una cappella dei cavalieri di Malta. Il Summonte gli dedicò il seguente epitaffio: «Barbaro corsale…La cui morte se ben dolse molto alla setta maomettana, nondimeno fu di gran giubilo a tutta la cristianità».

GLI SLAVI RIFONDANO PESCHICI DISTRUTTA DAI TURCHI

Al tempo di Ottone I di Sassonia, sovrano del Sacro Romano Impero, i Saraceni assalirono il Gargano per depredare la grotta angelica di Monte Sant’Angelo dei beni offerti dai numerosi fedeli che vi accorrevano. Correva l’anno 970. Il principe longobardo Pandolfo, duca di Benevento, e Sueripolo capitano degli Slavi, alleati dell’imperatore, venuti in soccorso dei Garganici riuscirono ad evitare lo scempio del luogo sacro e a salvaguardarne l’incolumità, sconfiggendo gli assalitori. Per l’aiuto ricevuto Ottone donò ai soldati del condottiero slavo dei territori, nei quali sorsero le “colonie” di Vico e di Peschici.
Il litorale del Gargano Nord , con le sue coste ricche di cale e insenature, costituì sempre un facile bersaglio per i corsari turchi. La dinamica era la seguente: veloci navi da corsa scendevano improvvisamente a riva e irrompevano nelle campagne, operando sistematiche razzie di bestiame e soprattutto di giovani validi d’ambo i sessi, per cui era estremamente rischioso avventurarsi fuori dalle mura per attendere ai lavori dei campi. In quegli anni il pericolo di finire, da un giorno all’altro, schiavo nei mercati d’Oriente era reale; i turchi rappresentavano una minaccia perenne.
Peschici subì le incursioni turche negli anni 1566, 1590, 1672, 1674, 1680. La più massiccia avvenne nel 1556; fu simile, se consideriamo la proporzione degli abitanti, al saccheggio che Vieste subì nel 1554 ad opera di Dragut. Solo così possiamo spiegarci il crollo quasi totale della popolazione peschiciana, che rispetto ai 207 fuochi del 1552, registra nel 1561 solo 13 fuochi .
La «rifondazione» del centro abitato distrutto avvenne ad opera degli immigrati «Schiauoni o Morlacchj». Nell’arco di trentaquattro anni si passa, infatti, dai circa 65 abitanti del 1561 ai 930 abitanti del 1595. Due documenti, custoditi negli archivi di Stato di Venezia e di Foggia ci aiutano a far luce su questo fondamentale evento.
Il Mainardi, nel suo Regesto del 1592, elencando i territori di s.to Elia di Peschici «Chiesa gouemata da Pretj schiauoni», a un certo punto afferma che, prima della rifondazione slava, avvenuta nel corso del millecinquecento, vi era solo la Torre dei Prigionieri e poche casette dentro Peschici vecchia:
«In ditto anno 1592 ancora vi sono testimonij dj Vico quali diccono ricordarsj che a Peschici no vi era altro che la torre dellj Prigionieri et alcune poche casette dentro Peschicj vecchio, e che dalla porta della Piazza sino al Castello è statto fatto tutto nuouamente dallj Morlacchi et la Chiesja ditta di S.to Pietro in Peschicj, che chiammano le ragionj di Calena, si tiene da molti sia la Chiesia di s.to Elia, perchè in Peschicj veggio nò uj è altra Chiesia nè sito per altra Chiesia» .

Nel documento del 1618 presente nell’Archivio di Stato di Foggia, il sindaco di Peschici Matteo de Boscio, riferendosi agli Schjauoni e adventitij, li ritiene pienamente meritevoli del trattamento fiscale favorevole riservato loro da Alfonso 1 d’Aragona, perchè: «ha più d’anni cento che per loro e loro predecessori questa terra è abbitata, hanno fabricato le muraglie di essa, fatto la terra che prima non vi era sono stati sempre reali e fideli di Sua Maestà».
Gli Schiavoni erano stati esentati dal pagamento dei fiscali per vent’anni da un privilegio di Carlo V, confermato da Filippo Il con la seguente motivazione: «in ogni occasione hanno dissacrato et ammazzato più turchi che andavano dipredando in queste marine» .
Questa “Terra” era quindi abitata dagli Schiavoni. Furono essi che nel Cinquecento fabbricarono le sue “muraglie” di cinta. Grazie a queste fortificazioni Peschici divenne il baluardo delle città vicine. I suoi abitanti slavi, prima che fossero edificate le torri di Montepucci, Calalunga ed Usmai, in collegamento con tutte le altre, avevano fatto di Peschici il fulcro difensivo delle marine vicine dagli attacchi saraceni. Nello Stato delle anime del 1792 fra le case fuori ordine, rinveniamo ancora i fulcri del sistema difensivo di Peschici:
– Il Castello, con ben cinque residenze, di cui la principale risulta occupata dal governatore, le altre quattro ospitano i guardiani della casa marchesale, con le rispettive famiglie.
– La Torre di Quadranova
– La torre di Montepucci.
Peschici è ancora tutta compresa nelle mura o difesa dalle Ripe, presidio naturale a picco sul mare: le Porte del Ponte e la Porta di basso, oltre a quella sotto il Castello, costruito a picco sull’inaccessibile Rupe, e fortificato nel Recinto baronale, realizzato nel 1500 rendevano la cittadella pressoché inespugnabile.
La Torre del Ponte, sita affianco alla porta principale della città protetta da un fossato e ponte levatoio, oltre a permettere il passaparola con chi stava per entrare in città, permetteva di comunicare a destra, attraverso le torri di Manacore, Usmai e Calalunga con la città di Vieste, a sinistra, attraverso la Torre di Montepucci con la città di Rodi. In caso di assalto nemico, gli avvisi venivano comunicati con segnali di fumo.

IL SACCO DI MANFREDONIA

Il 16 Agosto 1620, Manfredonia venne «messa a sacco e divampata dai Turchi».
Le campane della chiesa di San Domenico, quella domenica mattina, avevano scandito le ore con un suono lugubre, quasi presagendo qualcosa di grave e irreparabile. Ben presto infatti giunse dal porto un giovane marinaio, annunciando di aver avvistato una enorme flotta di navi turche, oltre cinquanta. Una guardia confermò l’arrivo di cinquantaquattro galee con oltre cinquemila uomini. Gli abitanti, terrorizzati, scapparono fuori dalle mura, lasciando aperta la porta della città. Gli invasori misero a ferro e a fuoco tutto ciò che incontrarono sulla loro strada e catturarono tutte le persone valide per venderle come schiavi. I vecchi, i malati e i bambini furono ferocemente uccisi; le case dei più ricchi saccheggiate, quelle dei poveri incendiate. Le chiese ed i conventi furono oggetto della violenza più cruda. Il 17 Agosto venne sferrato l’attacco decisivo al Castello, debolmente difeso dal governatore Carafa. La resa fu inevitabile. La fortezza fu consegnata a Pascià Alì, capo della flotta turca, che all’alba del 19 Agosto levò le ancore e le galee turche, salpando con un ingente bottino. L’episodio è narrato dal Sarnelli e dai cronisti dell’epoca.

GIACOMA BECCARINI, RAPITA, DIVENNE GRAN SULTANA
Nel monastero delle Clarisse venne rapita dai Turchi la piccola Giacoma Beccarini, orfana di madre e figlia di un alto ufficiale dell’esercito spagnolo. Condotta a Costantinopoli, e cresciuta in ambiente nobiliare, la giovinetta sarà chiamata Zafira e diverrà sposa prediletta del sovrano Ibrahim. Qualche tempo dopo, insieme al figlio Osman, la “Sultana” si trovò a viaggiare alla volta della Mecca su un galeone turco, per un pellegrinaggio, quando fu bloccata da una squadriglia dei Cavalieri di Malta, nel 1644. Tornata nel mondo cristiano, la donna non volle rinnegare l’Islam. Morirà nel giro di qualche anno. Il figlioletto, educato dai Domenicani, si convertirà al Cristianesimo, assumendo un nome riassuntivo di un’intera vita: fra’ Domenico Ottomano. Sarà protagonista di una bella carriera nei ranghi ecclesiastici. Sulla vicenda della “Gran Sultana” si monteranno storie popolari e tradizioni orali, come è per esempio la «Storia di la prisa di la gran Surdana», una composizione siciliana in ottava rima .

GLI SBARCHI TURCHESCHI SUI LITORALI DEL GARGANO

Le incursioni continuarono per tutto il Gargano nel 1600 e nel secolo successivo.
La Cronica di Giuseppe Pisani, relativa all’ultimo scorcio del Seicento, ci fornisce una drammatica visione dei lidi e delle campagne del Gargano invase dai Saraceni. Tra i vari episodi, ne citiamo alcuni:
– Il 5 luglio 1672 sbarcarono più di duecento turchi nella chianca di Merino, venuti con tre fuste grandi; fecero schiavi due uomini e una ragazza. «Fu grazia di Dio non farne gran numero, stante la maggior parte metendo li campi et il sbarco fu a due hore dopo fatto giorno» .
– Il 16 maggio 1673, sul «giale di Mileto» alle prime ore dell’alba, era ancora buio, sbarcarono più di trecento turchi da «sei fuste dulcignane». Con bandiere e tamburi entrarono in San Nicandro. Erano guidati da rinnegati. Fecero schiavi diversi torrieri, sentinelle, «ma anco il sopracavallaro», il quale l’anno precedente era stato già sequestrato al ponte di Varano e riscattato con 115 zecchini .
– Il 25 luglio 1675 tre fuste di Turchi approdarono vicino alla grotta del Duca. Diversi cittadini armati, usciti dalle mura di Vieste, combatterono “con la maggior parte di gente di detta compagnia”. A un cittadino originario di Lecce, che si era “accasato in Vesti”, i turchi mozzarono la testa e se la portarono via come macabro trofeo; fecero inoltre 22 prigionieri .
– Il 26 giugno 1677, alle prime luci dell’alba, «giunsero due fuste turchesche di S. Maura et sbarcarono dalla parte di dietro della Chianca di Marino, fra li confini di Vesti et Peschici, et girarono il piano grande, anco da sopra l’Acqua viva, il piano piccolo, il Morello et li Mezzani et girarono di sopra il monte S. Paulo et s’andarono ad imbarcare nella detta Chianca, con portare quattordeci persone Christiane: dieci homini et quattro donne». Questo sbarco fu abbastanza clamoroso: mai i Turchi si erano così addentrati nel territorio. Il Pisani riferisce che essi erano guidati da “rinnegati nativi del Regno” e che, in fondo, il “bottino” fu minimo, da suscitare “gran meraviglia”: avrebbero potuto senz’altro fare più prigionieri, «perchè v’erano in detti luochi quattrocento persone senz , armi et non furono pigliati più delli soprastaddetti» .
– Il 4 settembre 1680, verso l’alba, nel tratto di costa tra Peschici e Vieste, sbarcarono 160 Turchi. Si recarono nella chiesa della Pietà, delle Grazie e del Carmine di Vieste, dove ruppero candelieri, carte di gloria, lampade, arredi d’altare e il SS.mo Crocifisso grande. I predoni si diedero al saccheggio e alle solite ruberie: fecero schiavi sei contadini, ammazzarono sette buoi e andarono a bollirne la carne sotto la Gattarella, dove erano ancorate le loro navi; altri assaltarono la Torre di Porto Nuovo. Finalmente, da Peschici sopraggiunsero due galee veneziane, fra cui la capitana del golfo, guidata da Geronimo Garzon. I Turchi, riconosciutala, si imbarcarono celermente sulle loro fuste, dandosi alla fuga verso Levante: lasciarono sulla spiaggia le caldaie ancora fumanti ed un barile di polvere da sparo. Era stata la guarnigione spagnola che presidiava il Castello di Vieste a dare l’allarme: con dei colpi di cannone aveva allertato gli abitanti, ma soprattutto le galee veneziane che controllavano la costa di Sfinale, verso Peschici. Inseguiti dalle due galee veneziane, i Turchi si rifugiarono a Ragusa vecchia, da dove contavano di ripartire all’assalto di Vieste. Se questo progetto non si concretizzò come ai tempi di Draguth, fu solo grazie alla vigile presenza delle navi della Serenissima sul tratto di mare antistante la costa .

LE ISOLE TREMITI, TESTA DI PONTE PER LE NAVI DELLA SERENISSIMA

Le isole Tremiti sono poste nel mare Adriatico, a poca distanza dalla costa del Gargano. L’isola di San Nicola ebbe un ruolo di notevole importanza nella storia. Augusto vi relegò la nipote Giulia e Carlo Magno inviò in esilio Paolo Diacono. L’abbazia di Santa Maria a Mare, secondo la leggenda, fu costruita da un eremita. Guidato dalle apparizioni della Vergine, egli scoprì un favoloso tesoro che gli consentì di edificare un tempio. La storia documentaria dell’isola comincia, comunque, quando vi giunsero i Benedettini di Montecassino: insieme con l’abbazia, essi edificarono le fabbriche attualmente ubicate sul versante settentrionale della chiesa. Nell’anno 1237 l’abbazia passò ai Cistercensi. Durante questo periodo, le Tremiti furono bersagliate dalle incursioni dei pirati e dei Turchi. Le fortificazioni resistettero ai continui assalti fino a che i corsari dalmati, guidati da Almogavaro, con uno stratagemma, riuscirono a penetrare nel monastero, massacrando i monaci e derubando tutti i loro beni più preziosi. Si salvarono solo l’abate, momentaneamente assente, ed alcuni monaci, che erano riusciti a rifugiarsi nei monasteri di terraferma. Correva l’anno 1313.
Nel XV secolo le costruzioni, in seguito all’arrivo nelle isole dei Canonici Lateranensi, vennero restaurate ed ampliate con l’aggiunta di nuovi elementi architettonici; le strutture difensive rafforzate. Disponendo di navi ed armigeri, l’abbazia di Santa Maria estese per vasto raggio i propri domini sulla terraferma: la sua potenza economico-militare nel corso del XVI secolo fu tale da consentirle di resistere vittoriosamente al violento assalto dei sultano Solimano II (1567).
Le Isole Tremiti rappresentavano un centro di raccolta delle notizie sui movimenti dei corsari e dei Turchi in Adriatico, e servivano di rifugio a tutte le navi minacciate da qualche pericolo. I capitani delle imbarcazioni vi approdavano per chiedere se in quel tratto di mare vi fossero dei corsari. Se vi era pericolo, si fermavano in porto anche per una quindicina di giorni, ma anche a volte un mese. Le persone di rispetto venivano ospitate nel Castello per tutta la sosta. Talvolta gli illustri ospiti superavano con il loro seguito di servitori il numero di duecento persone. Fra questi il capitano Girolamo Martinengo, morto a Famagosta nel 1572.
Le isole costituivano soprattutto per la flotta veneziana un prezioso punto di appoggio sulla rotta che la conduceva in Levante. Infatti tre o quattro volte l’anno, mentre erano impegnate nella loro campagna di perlustrazione delle coste adriatiche, le galee della flotta veneziana usavano rifornirsi a Tremiti di biscotto (gallette) e di pane fresco, confezionato con il grano che affluiva al monastero dalle sue pertinenze in terraferma, che erano soprattutto le terre cerealicole appartenenti dell’Abbazia di Càlena.
L’importanza strategica delle Tremiti per Venezia è testimoniata dalla preoccupazione che suscitò nel Senato veneto la notizia di un possibile presidio militare spagnolo nelle isole nell’anno 1638. La Serenissima rivendicò a sé, nel suo golfo, il diritto assoluto di polizia che le conferiva il dominio dell’Adriatico. Si mosse a tutti i livelli per neutralizzare il tentativo di spostare, in senso a lei ostile, l’equilibrio politico dell’Adriatico. Vi riuscì: a difesa delle Tremiti restarono i monaci, naturalmente sotto la sua vigile supervisione .

Teresa Maria Rauzino

BIBLIOGRAFIA
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AA.VV. Chiesa e religiosità a Peschici a cura di T. M.RAUZINO e L.BERTOLDI LENOCI, Vieste, 1999.
T.M. RAUZINO, Quando la Serenissima controllava le Tremiti, in «Corriere del Mezzogiorno-Corriere della sera») del 18 marzo 2003, pag. 14 “Cultura”.
L.BRESSAN, Uno sbarco a Vieste nel 1002, in http://www.mondimedievali.net/pre-testi/bressan.htm
E.LORUSSO, Torre costiera, in http://www.mondimedievali.net/Glossario/torre_costiera.htm
T. MAINARDI, Raggioni del monastero di S. Maria di Tremiti cavate da diversi Istromenti, donazioni et altre, Regesto manoscritto del 1592 (Archivio di Stato di Venezia).
M. R. TRITTO, Frammenti di storia peschiciana in GHERARDI, Peschici città dalle dodici porte
F. FIORENTINO, Saraceni, Slavi e Turchi dal Levante al Gargano, in Atti V convegno “L’Adriatico e il Gargano, Rodi, 1988.
P. SARNELLI, Cronologia de’ vescovi et arcivescovi sipontini, Manfredonia, 1680.
A. PETRUCCI, Codice diplomatico del monastero di Santa Maria di Tremiti (1005-1237), Roma, 1960.
G.PISANI, Cronica e memorie di Vieste dall’anno 1664 all’anno 1700, Vieste, 1985.
M. FINI, La pazza. Novella garganica, Barletta, 1938.
G. MARTELLA, Consoli e consolati ragusei a Peschici, Rodi, 1987.
http://www.inseguendodragut.it;
http://www.corsaridelmediterraneo.it
http://www.reciproca.foggia.it/Turismo/castelli/gargano.htm

IL “RITORNO” DELLA FESTA DELLA MADONNA DI CÀLENA

Autore: Teresa Maria Rauzino


“C’era una volta … la festa della Madonna di Càlena”

Esordì così, nel lontano 8 settembre 2002, Annamaria Tripputi, storica delle tradizioni popolari pugliesi, durante il convegno del Centro Studi Martella “Salviamo Kalena! “. Con la formula di esordio delle fiabe, con lo stesso metalinguaggio, la Tripputi intendeva descrivere un evento avvolto nelle nebbie della memoria, escluso dalla scansione “ufficiale” delle festività religiose di Peschici (Madonna di Loreto, Sant’Elia, San Matteo).

“Oggi la festa non si fa più – rimarcava la Tripputi – e si vorrebbe da più parti ripristinarla. I peschiciani continuano a rendere omaggio alla loro protettrice in modo autonomo e spontaneo”.

Fino agli anni settanta del Novecento questa ricorrenza si festeggiava ancora. Non era una festa grande, ma tutti, grandi e piccoli, si recavano, il pomeriggio dell’8 settembre, nel cuore della verde piana di Peschici (Foggia) dove sorgeva maestosa l’antichissima abbazia di Càlena. Un gioiello di architettura nel Gargano. Un luogo già allora semi-abbandonato, intorno al quale fiorivano leggende di briganti, di pirati turchi e di imperatori.

Che senso aveva questa festa? Rappresentava oltre al pellegrinaggio, il mangiare insieme, l’assaporare i cibi rituali (le noci nuove, ancora nere del mallo fresco), il rinsaldare vecchi legami sociali e il formarsi di nuovi.

La Tripputi si soffermò sulla sua importanza identitaria. Ripristinare la festa della Madonna di Càlena, che in passato era stata un appuntamento ciclico, un punto di riferimento importante per la comunità, non era solo possibile, ma necessario. Non si trattava di un falso, come certi cortei “storici” avulsi da ogni contesto tradizionale, ma di un recupero di forme ed espressioni devozionali ancora vive nell’immaginario collettivo. “Oggi la festa – continuava la studiosa – dopo aver perso le connotazioni antiche, può diventare a tutti gli effetti un bene culturale, al pari dell’emergenza monumentale, del documento, dell’oggetto d’arte. È un frammento della nostra storia che va salvaguardato, conservato e trasmesso come bene prezioso, per quell’archivio della memoria destinato alle generazioni future. Pian piano, col passar degli anni, sarà la tradizione stessa a creare nuove espressioni diverse dalle precedenti, più consone al modo di vivere e di pensare della comunità, che perpetueranno nel tempo la festa finché sarà vivo il culto per la Madonna di Càlena”.

Anche quest’anno la festa ci sarà. Una festa religiosa, sicuramente diversa dal passato, richiesta dai fedeli e rivissuta nell’attualità della fede del terzo millennio. L’appuntamento è per sabato 8 settembre alle ore 17.30 nei pressi dell’abbazia, dove padre Antonio Zoccano celebrerà alle ore 18.00, per la prima volta nel terzo millennio, la santa Messa. Lo ringraziamo di cuore per aver risposto alle nostre attese. E’ un segnale importante!

Kàlena è infatti divenuta, in tutti questi anni, “l’emblema” della disattenzione verso i “luoghi del cuore” che, specie nella montagna Sacra, cadono letteralmente a pezzi, nell’indifferenza e disattenzione degli Enti preposti alla loro tutela. Da decenni “sgarrupata”, l’antica abbazia di Peschici rischia davvero di terminare la sua storia gloriosa, se non si bloccherà il suo inesorabile degrado. Nel 2009, dopo il crollo del tetto dell’abside di una delle chiese, le pesanti travi caddero sull’altare, danneggiandolo. Intervenne la Soprintendenza ai Beni Architettonici della Puglia, con una serie di “ingiunzioni” ai proprietari. Ingiunzioni rimaste, per tre anni, lettera morta. Finalmente, pochi mesi fa, ha fatto eseguire piccoli lavori di consolidamento statico delle creste murarie della chiesa en plein air, per le cui spese (25mila euro) si rivarrà sui titolari del monumento. Una piccolissima goccia nell’oceano. Ben altri lavori sono necessari per salvare l’abbazia! La speranza degli amanti di Càlena è che siano eseguiti al più presto!

ABBAZIA SANTA MARIA DI KALENA, IN AGRO DI PESCHICI (FG)

… CONOSCIAMOLA!

L’abbazia di Santa Maria di Càlena, sita in agro di Peschici, è da annoverare fra le più antiche d’Italia. Sarebbe stata eretta nell’872. Probabilmente vi fu una prima presenza di monaci basiliani. Un edificio sacro esisteva nell’11° secolo, come testimonia un atto di donazione del 1023: il vescovo di Siponto donò «l’ecclesia deserta in loco qui vocatur C(K)àlena, cuius vocabulum est sancta Maria» all’abbazia di Tremiti, fornendo tutte le necessarie pertinenze: un orto, una vigna, dei terreni da coltivare che permettessero ai monaci benedettini di poter vivere senza problemi, trasferendosi in terraferma.

Nel 1058 il cenobio divenne una potente abbazia. Via via che papi ed imperatori le concedevano ricchi privilegi, i suoi beni si estesero oltre l’area garganica fino a Campomarino e a Canne. L’abbazia di Monte Sacro, presso Mattinata, era una di queste ricche dépendances, ed ebbe un secolare contenzioso con la casa-madre, che non voleva concederle assolutamente l’autonomia. Per rendersi conto dell’entità del prestigio di Santa Maria di Càlena, basta ricordare che nel 1420, quando era già in declino, i beni in suo possesso consistevano in circa trenta chiese del Gargano Nord, con relative pertinenze di mulini, case, terre, oliveti, diritti di pesca sul Varano e diritti feudali sulla città di Peschici e sul Casale di Imbuti. Contesa dai potenti monasteri di Tremiti e Montecassino, riuscì a restare indipendente fino al 1445, quando fu inglobata definitivamente a Tremiti, sotto i Canonici Lateranensi.

E’ certo che l’abbazia di Santa Maria di Càlena accolse molti pellegrini, famosi e non, che sbarcavano sui litorali del Gargano Nord per recarsi al Monte dell’Angelo. I redditi derivanti dalle numerose donazioni dei fedeli le servirono indubbiamente per assolvere degnamente questa funzione di ospitalità. Giuseppe Martella, citando l’abate Benedicto Cochorella (che nel 1508 scrisse una Cronaca Istoriale di Tremiti), afferma che l’abbazia si rese importante e ricca per concessioni e privilegi di principi, papi, imperatori e fedeli. Questi, per recarsi alla miracolosa grotta dell’Arcangelo San Michele, facevano lungo il cammino la prima tappa a Càlena e dopo presso i Santuari siti nella montagna garganica.

I monaci benedettini coltivavano, in un esteso orto botanico, innumerevoli varietà di erbe officinali proprio per curare i pellegrini bisognosi di cure e di ristoro. La presenza di pellegrini stranieri all’abbazia di Santa Maria di Càlena è documentata dai resti delle sue fabbriche conventuali, visibili a tutti ancora oggi. Critici e storici dell’arte come Emile Bertaux e Adriana Pepe hanno analizzato, nelle loro pubblicazioni, le due chiese presenti nel complesso badiale: presentano rare ed interessanti tipologie di architettura pugliese, europea ed extraeuropea. Se la prima chiesa dell’abbazia si inserisce infatti nel solco di un’originale tradizione costruttiva pugliese, quella delle cupole in asse, la più recente seconda chiesa, che si addossa all’edificio più antico, fu costruita con soluzioni architettoniche di vasta circolazione europea ed extraeuropea da quelle maestranze itineranti di scalpellini, di origine borgognona, che percorrevano nei due sensi, con il traffico di pellegrini e crociati verso la Terrasanta, la Via Francigena.

Giuseppe Martella, in “Peschici illustrata”, citando un documento del 1275 (un privilegio con cui Carlo I d’Angiò concede a suo fratello, il re di Francia Luigi IX, del legname tagliato nei boschi garganici) rileva che soltanto due porti dell’Adriatico erano adibiti per l’imbarco di legname per la Francia: quello di Manfredonia e quello di Peschici. Questo interessante dato lo autorizza ad affermare che “a Peschici a quel tempo esistevano delle strutture portuali che evidentemente erano ben note, se non paragonabili a quelle sipontine, tuttavia valide e attrezzate per imbarchi di materiali. Differentemente il porto di Peschici non sarebbe stato citato nel documento angioino”.

Lungo l’itinerario ‘classico’ della Via Sacra dei Longobardi vi era la cella della Santissima Trinità di Monte Sacro, nei pressi di Mattinata, che appartenne all’abbazia di Càlena dal 1058 fino al 1198. Secondo Adriana Pepe, è proprio nel quadro dei rapporti con il santuario del Monte Gargano, che il possesso della Santissima Trinità di Monte Sacro assunse un particolare interesse per i monaci benedettini calenensi. Una lunga e difficile contesa nel corso del 12° secolo (1127-1198) oppose l’abbazia alla sua antica ‘cella’, che si era resa, di fatto, indipendente. Oggi Monte Sacro risulta molto decentrata, rispetto alle altre pertinenze di Santa Maria di Càlena, ma un tempo non era così. La Alvisi, con il sussidio della fotografia aerea, ha individuato una fitta rete di strade mulattiere che, sin dall’antichità, collegavano i centri abitati della costa settentrionale al porto di Siponto, e il cui utilizzo dovette intensificarsi con lo sviluppo del Santuario di Monte Sant’Angelo.

Intorno a Càlena, luogo-simbolo dell’immaginario collettivo di Peschici, non mancano suggestioni e leggende. Dall’abbazia, un camminamento sotterraneo portava alla ‘caletta’ del Jalillo: serviva ai frati per sfuggire alle frequenti scorribande saracene. Da un’acquasantiera, posta in fondo alla navata sinistra della chiesa nuova, giungerebbe il rumore della risacca marina. Si racconta anche di un antico tesoro di Barbarossa. Forse, era l’ammiraglio turco Khair ed-Din, attendente di Solimano I, che assediò Tremiti. Una leggenda popolare narra che Federico Barbarossa, in cammino verso la grotta dell’Angelo, vi fece una sosta dolorosa: seppellì nella cripta la sua figlia prediletta, ammalatasi durante il viaggio. Le pose, come singolare cuscino, un vitello d’oro.

Questo tesoro prezioso gli abitanti di Peschici lo hanno cercato invano, dimenticandosi che è in piena luce, sotto i loro occhi…

Teresa Maria Rauzino

Presidente Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici

http://www.messapi.info/documenti/L_Attacco_11-0-2012.pdf