S.O.S. KALENA: SE NON ORA, QUANDO?

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I monasteri benedettini del Gargano furono centri di vita e di spiritualità. I ruderi di questa civiltà, dimenticati tra i rovi e le ortiche, in questi ultimi anni sono stati rivisitati, e richiamati in vita per testimoniare il loro illustre passato, ma anche per richiamare l’attenzione dei tanti visitatori che affollano le spiagge del Gargano, nell’intento di limitare l’asimmetria economica tra i Comuni dell’interno e quelli rivieraschi. E così l’Abbazia di Pulsano, affacciata sul magnifico golfo, e l’Abbazia di Monte Sacro, in un’oasi di silenzio e di pace, compaiono negli itinerari culturali e spirituali del Gargano, insieme al Santuario di San Michele Arcangelo.
Manca all’appello l’Abbazia di Kàlena, in agro di Peschici (Foggia).
Finita nelle disponibilità di un patrimonio privato, l’Abbazia è al centro di un contenzioso che si trascina da anni tra la Proprietà e le Istituzioni dello Stato preposte alla sua tutela. Una Proprietà (la famiglia Martucci) che ha depositato qualche tempo fa in Soprintendenza e al Comune di Peschici un progetto per la trasformazione dell’Abbazia di Kàlena in un relais a cinque stelle, con annessi campo da golf e piscina. La notizia non sorprende nessuno vista la devastazione del paesaggio da Vieste a Peschici. Indigna, però, perché Càlena è l’unica e l’ultima reliquia storica, in un territorio sovraccarico di stelle cadenti che emanano fumo di pizze e panzerotti. Giuseppe Martella, un uomo di mare uscito da una pagina di Conrad, cui è stato titolato il nostro Centro Studi, passò gli ultimi anni della sua lunga vita, a Peschici, a indagare su Kàlena e sui trascorsi della Puglia con le terre illiriche, sicuro che le stelle della storia non saranno mai cadenti e continueranno a essere «coscienza critica della modernità».
E’ dal 1997 che stiamo sollecitando le istituzioni e la cittadinanza (non solo di Peschici ) a salvare
l’ abbazia, ma il nostro appello è rimasto in parte inascoltato. Mille promesse, i fatti pochi, anche se importanti rispetto al passato. L’abbazia oggi, al contrario del 1997, è totalmente vincolata, compresa una piccola area prospiciente (la cosiddetta area di rispetto). C’è stato un piccolo intervento della Soprintendenza per risanare le creste murarie, a spese della proprietà (chiamasi intervento a danno). La statuetta della Madonna di Kàlena è stata restaurata ed affidata alla Chiesa Matrice di sant’Elia profeta.
Ma il nostro sogno è di vedere l’abbazia restaurata nella sua interezza e restituita alla fruizione dei fedeli e dei cittadini del mondo, desiderosi di conoscere la nostra storia millenaria. Solo la volontà politica (che finora è stata velleitaria per non dire assente) potrebbe realizzare questo sogno. Basterebbe espropriare l’abbazia per pubblica utilità! Sarebbe veramente ora di fare questo passo decisivo! Altrimenti l’abbazia è persa! Ha raggiunto uno stato di degrado davvero inaccettabile per un monumento del IX secolo d.C.
Si spera che anche il FAI prenda a cuore le sorti di Kàlena, da noi segnalata nelle varie edizioni dei censimenti “I Luoghi del cuore”.

S.O.S. KALENA: SE NON ORA, QUANDO?

Teresa Maria Rauzino

presidente Centro Studi Martella di Peschici

Post Scriptum: Con il recentissimo caso di Villa Massoni, a Massa, si è creato un importante precedente per i casi di beni culturali di proprietà privata in precarie condizioni di conservazione.
“La Procura, in via assolutamente inedita, ha aperto un fascicolo a carico dei due proprietari […] i quali dovranno adesso rispondere dell’accusa di danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale, come previsto dell’articolo 733 del codice penale” (“La Nazione”). E la villa è stata posta sotto sequestro. La procura ha semplicemente applicato la legge, il dispositivo dell’art. 733 del Codice Penale che recita: “Chiunque distrugge, deteriora o comunque danneggia un monumento o un’altra cosa propria di cui gli sia noto il rilevante pregio, è punito, se dal fatto deriva un nocumento al patrimonio archeologico, storico, o artistico nazionale, con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda non inferiore a duemilasessantacinque EURO. Può essere ordinata la confisca della cosa deteriorata o comunque danneggiata”.
Trattasi di reato proprio, in quanto può essere commesso solo dal proprietario e, secondo l’orientamento dottrinale ora maggioritario, anche dal possessore o dal detentore.

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IL “PLANCTUS MARIÆ” A PESCHICI

 

 Suggestione e commozione nei riti della Passione rivissuti dalla religiosità popolare della cittadina garganica. Splendida trasposizione della Via Crucis nella Chiesa Madre di Peschici (FG) opera dell’indimenticato artista italo-tedesco Alfredo Bortoluzzi

 

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Soffermarsi davanti alle immagini che raffigurano la passione di Cristo è una devozione molto antica della Chiesa. I cristiani si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme proprio per pregare nei luoghi in cui il Signore aveva vissuto le ultime ore della sua vita terrena e dove il suo corpo era stato deposto dopo la morte. Tornati dal lungo viaggio, volevano tenerne vivo il ricordo: ecco perché commissionavano a un pittore o a un ceramista di raffigurare gli eventi della Passione del Signore, la cosiddetta “Via Crucis”.

In tal modo anche coloro che non potevano recarsi in Terra Santa erano in grado, guardando queste scene, di “rivivere” la passione di Gesù. Fermandosi a pregare davanti a ogni stazione, il fedele si sentiva un suo discepolo, uno di quella schiera che lo seguiva a distanza, fedelmente, e talvolta anche infedelmente. La pratica della Via Crucis si affermò nel primo trentennio del Settecento. Il merito va ai grandi predicatori missionari: Sant’Alfonso de’ Liguori, San Paolo della Croce e San Leonardo da Porto Maurizio.

La “missione” fu, senza dubbio, uno dei più importanti eventi religiosi della storia della Chiesa. Vi ricorrevano gli stessi vescovi per portare una parola di fede in mezzo alle rudi popolazioni contadine, vissute per secoli nella superstizione. Le “missioni” erano un fatto popolare, coinvolgevano emotivamente paesi interi per alcune settimane, e l’evento era ricordato a lungo dai fedeli. Il ritmo della vita ordinaria era rotto dall’arrivo dei “Padri”, che si impegnavano in un duro lavoro pastorale per farsi capire, suscitare un’emozione religiosa, introdurre un clima di fede spontanea e immediata. La chiesa diventava il luogo delle pubbliche confessioni e del perdono: lì accadeva qualcosa di nuovo che si sarebbe ricordato per generazioni.

I cristiani del mondo occidentale sono rimasti, attraverso i secoli, molto legati al rito della Via Crucis divulgato dai missionari.

Le confraternite peschiciane del SS. mo Sacramento e del Purgatorio ripetono, nelle domeniche di Quaresima antecedenti la Pasqua, la versione di Sant’Alfonso de Liguori (1696-1797). Tramandata per generazioni e generazioni, la Via Crucis di Peschici ha conservato in gran parte ritmi e cadenze antiche e presenta sfumature originali. Il contenuto fa riferimento alle singole raffigurazioni della Passione di Gesù. Riassume l’idea del pellegrinaggio e della sacra rappresentazione: le meditazioni davanti alle singole Stazioni, officiate dai confratelli, sono intervallate da “quadri cantati”. Voce narrante è un pellegrino, il quale segue la passione di Gesù: “Signore, con te vorrei oggi portare la Croce, nel tuo atroce dolore, vorrei seguirti. Ma sono malato e stanco, dammi tu il coraggio per non smarrirmi nel grande Viaggio”.

I “quadri” più significativi sono quelli che focalizzano il ruolo della Madonna durante la Passione del Figlio. Nella IV Stazione avviene il primo incontro con Gesù. Ricca di pathos è l’immagine del pianto della madre, che “gira tra la gente” in cerca del suo “perduto ben”.

La VII Stazione  rappresenta Gesù che cade per la seconda volta. La voce narrante commenta: “Sotto i pesanti colpi della scellerata scorta, un nuovo ostacolo fa inciampare e cadere a terra il mio Signore” ed esorta i sassi, che ostacolano il cammino di Gesù, a essere più pietosi degli uomini: “Più teneri dei cuori degli uomini siate voi, o duri sassi, non ingombrate più i passi al vostro Creatore!”.

La IX Stazione  ci fa rivivere il drammatico momento della terza caduta, provocata a Gesù dal pensiero che la sua salita sul monte del dolore, il suo sacrificio, saranno forse inutili. Originale è la personificazione dell’ispido Monte Calvario che, profondamente commosso, osserva la scena: “L’aspro Monte guarda il Redentore sofferente, sa che per molti la sua salita sarà inutile, il suo sacrificio vano. Quest’orribile pensiero così al vivo gli tocca il cuore, che languido gli trabocca e si sente morire”.

La XI Stazione  – Gesù inchiodato in croce – è senz’altro la sequenza più drammatica di tutta la Passione. La “voce narrante” ci descrive i particolari: “Vedo il mio Diletto disteso sul duro tronco della Croce; e aspetto il primo colpo della sacrilega crudeltà. Quelle mani divine, tanto perfette che sembrano levigate al tornio, ahimè il martello le inchioda, senza pietà”.

La scena è visualizzata nella relativa stazione della Via Crucis realizzata in stile Bauhaus da Alfredo Bortoluzzi per la Chiesa Madre di Peschici. Fu l’ultima tela a essere eseguita dall’artista,  senz’altro la scena più difficile da realizzare. Quando don Giuseppe Clemente, arciprete del tempo, nel contare le tele si accorse che mancava proprio la Crocifissione, lo fece notare al pittore. Bortoluzzi rispose: “Non è che manca, ma ci vuole molto tempo per convincere me stesso a eseguirla, perché mettere dei chiodi alle mani del Cristo non è poca cosa”. Gli sembrava di uccidere Gesù per la seconda volta, di commettere un’azione empia nei confronti dell’«uomo Dio».

Nella XII Stazione  il Sole, la Terra, il Cielo, perfino i marmi si personalizzano per poter piangere la morte di Gesù: il Sole non vuole assistere a questo orrendo spettacolo, si oscura in segno di dolore. La Terra, commossa, trema, il Cielo è spezzato dai fulmini; piangono persino “i marmi più duri”.

Nella XIII Stazione  c’è la sequenza più drammatica, che dà vita al “Planctus Mariae”, col personaggio-chiave della Via Crucis: la Madonna Addolorata che tende le braccia verso il Figlio appena deposto dalla Croce. Afflitta prende in grembo il suo “morto ben”, attraverso gli occhi “riversa il suo cuore ormai sciolto in lacrime”, bacia quel freddo Volto e se lo stringe al seno. Un’immagine toccante: nella metafora del cuore che si scioglie in lacrime e quindi sgorga attraverso gli occhi, in questo bacio sul freddo volto del suo amato bene, in questo prendere in grembo e stringere al seno il figlio morto, la Madre divina si umanizza e diventa simbolo della sofferenza di tutte le mamme quando perdono un figlio.

Nei riti funebri di Peschici e dell’area garganica è presente questa figura di madre che, sul letto della morte, piange il proprio figlio, descrivendolo come una persona ideale. E continua a parlare con lui, di quello che ha fatto, magnifica la bellezza del suo corpo perfetto, in un disperato tentativo di negare la realtà della perdita irreparabile, di accettare la realtà della morte.

La sera del Venerdì santo, due cortei processionali, uno con la statua del Cristo morto, accompagnato da tutti gli uomini del paese e l’altro con la statua dell’Addolorata seguita dalle donne (un tempo velate a lutto), percorrono nei due sensi, senza incontrarsi, le vie del centro storico e del paese. Si incontreranno alla fine in Piazza del Popolo. Il sacerdote reciterà un’accorata omelia che ha per tema il dolore della Vergine Addolorata che ha finalmente ritrovato il figlio morto dopo una lunga e affannosa ricerca. E’ questo il punto culminante del dramma della Settimana Santa: il sacerdote svolge in tal modo una parte importante del “lavoro del dolore”, la cosiddetta “elaborazione del lutto”.

L’omelia del sacerdote ha una funzione di rinforzo del “Planctus Mariae”, cioè del pianto della Madonna Addolorata per il figlio morto, cantato dalle donne alla fine della Via Crucis e durante la processione.

“Stava Maria dolente”, libera versione italiana dello “Stabat Mater” di Sant’Alfonso De Liguori, ha l’andamento di una nenia: la melodia si snoda nella forma caratteristica del lamento, con tutti i suoi aspetti terapeutici. Le donne, eseguendo il ‘planctus’, sanno trovare parole, suoni e gesti per svolgere il loro personale “lavoro del dolore”. Lamentano la perdita del Cristo che rappresenta simbolicamente le proprie perdite.

Trovare i modi per “dire” il dolore attraverso parole, gesti e suoni, è il primo passo verso la sua trasformazione, il suo superamento e la reintegrazione nella realtà delle persone colpite dal lutto. Ed è l’esperienza del dolore che rende l’Addolorata una figura così umana, così vicina a tutte le donne del Mediterraneo cristiano che si trovano alle prese con la sofferenza nella loro vita quotidiana. Non possiamo dimenticare la massiccia incidenza del fenomeno dell’emigrazione in questa regione che ha rinforzano la grande sensibilità femminile di fronte ai temi del distacco e della perdita.

Una bella raccolta di “pianti di Maria” effettuata da Tullia Magrini, musicologa dell’Università di Bologna, la quale ha studiato testi e canti dell’area calabra e sarda, conferma questo dato.

Chiudiamo con una piccola nota etnografica: le donne di Peschici, come quelle pugliesi e dell’intero Sud, per ornare i sepolcri, mettono alcune piante di grano in una camera senza luce in modo che perdano il colore naturale e diventino il simbolo del corpo morto di Cristo. Queste piante, poste in piccoli vasi, sono collocate nei sepolcri o sugli altari assieme alle statue di Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Rappresentano il grano che non è potuto crescere, le vite precocemente spezzate da secoli di fame e povertà.

Teresa Maria Rauzino

 

ECCO PERCHE’ KALENA NON DEVE MORIRE…

Cresce il movimento civico in difesa e protezione della ultramillenaria Abbazia DI peschici (FG) 

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“Incuria e degrado incombono sui tesori che abbiamo avuto in consegna e non riusciamo a conservare integri per i nostri figli.” 

I COMMENTI DEI FIRMATARI PETIZIONE SU CHANGE.ORG


Veronika Pelikan (da Wien, Austria): “Perché è un importante marchio di cultura europea. Perchè fa parte della identità del Gargano. Perchè è bellissima”.

Rocco Matteo Elia Vescia :”Appartiene al mio territorio”

Vanessa Piemontese: “Riprendiamoci il nostro patrimonio!

Luca Elia Costantino (Malalbergo): “Perchè rappresenta la memoria dei Peschiciani”.

Girolamo Arciuolo “Perché a Santa Maria di Pulsano è stato possibile invertire la rotta anche quando sembrava tutto perduto”-

Maria Sipontina Ferrara: “Un bene intramontabile deve rimanere tale. E bisogna sostenerlo”.

Maria Grazia Nassisi: “Perchè è parte della nostra storia e non può essere dimenticata”.

Roberto Sciamannini: “Questi monumenti, come tanti altri, non sono solo beni artistici ma rappresentano il nostro patrimonio culturale”.

Maria Maggiano: “Perché posti così belli vanno lasciati in eredità ai nostri figli, ai nostri nipoti; sono tesori che non si possono perdere!”.

Gloria Tavaglione: “Perchè vivo a Peschici e l’Abbazia di Calena si vede dal mio terrazzo e ci andavo sin da quando ero piccola. ora e’ sempre chiusa e ogni anno che passa sempre più abbandonata a se stessa. Che peccato!”.

Walter Mazzilli: “La cultura prima di tutto”.

Nicola Acerra: “Perché Calena è patrimonio artistico e culturale di immenso valore lasciato in abbandono dall’attuale proprietà. La legge dello stato tutela il patrimonio artistico e in caso di negligenza permette l’esproprio.

Cristofaro Lotito: “E’ la nostra storia!”.

Marco Del Gaudio: “Continuare a scriverla la storia e non solo raccontarla, come disse un grande personaggio italiano”.

Michele Biscotti: “Perché è la storia di Peschici e vederla cadere mi piange il cuore”.

Michele Mascolo fu Domenico (da Bari): “Perché l’Abbazia di Kàlena è uno dei luoghi più significativi della memoria cristiana, e dunque della memoria, nel Gargano e in tutta la Puglia. Ecco perché”.

Adolfo Nicola Abate (Da Foggia) “E’ un simbolo della cultura della mia terra e di un intero popolo”.

Alessandro Massaro (Da Galatina): “E’ importante, perché è veramente da stolti lasciare che dei pezzi così importanti della nostra memoria vadano in frantumi. L’uomo senza la il senso della storia è meno di un animale: perde la sua dignità. Ogni testimonianza storica è un opportunità per chiunque di riconoscersi nella storia, sia per cogliere, anche solo emotivamente, il senso della propria esistenza e sia per acquisire un’idea del proprio ruolo nella storia stessa, quindi maggior coscienza del tempo presente, che dovrebbe essere un’opportunità di tutti”.

Pinuccio Cosacco (da Putignano) aderisce con la prolocoputignano@gmail.com

Michele Falcone (da Vieste):”È un pezzo della nostra storia da tutelare!”

Ludovico Centola (da San Marco in Lamis): “Perché è uno dei pezzi di storia del Gargano più importanti”

Alessia Biscotti: “Si”.

Carmela Biscotti: “Perché è parte della nostra storia”.

Grazia Russi (da Milano):” Perché è la mia terra”.

Edmond Malaj (da Shkodër -Albania); “I Siti medievali sono molto importanti per la cultura, storia, l’ identità, ecc.”.

Giuseppe Moscaritolo: (da Iglesias): “E’ un monumento di valore inestimabile”.

Loris Castriota Skanderbegh (da Foggia): “Una testimonianza della vita spirituale del Medio Evo, sopravvissuta nel cuore del Gargano, che rappresenterebbe un formidabile attrattore turistico-culturale, non può essere lasciata deperire solo perché i privati proprietari non ne curano la manutenzione. Le istituzioni preposte devono intervenire!”.

Gianni Pellegrini (da Foggia): “Firmare questa petizione è davvero importante: è un’ottima occasione per dimostrare che l’Italia può, sa, deve investire sul proprio patrimonio storico, artistico e culturale. E’ una vicenda fortemente simbolica: un capolavoro fortemente identitario per la storia del territorio, dei privati che lo “utilizzano” in maniera certamente non consona, istituzioni che non hanno fin qui vigilato e/o non sono intervenute, lo spettro di una speculazione commerciale che nulla avrebbe a che fare, a quanto pare, con il complesso e con il suo territorio. FIRMARE E’ COSA BUONA E GIUSTA! fatelo tutti. Ora”.

Giuseppe Mastromatteo: “E’ un bene culturale della nostra terra”.

Lucia Lopriore (da Foggia): “Perché è un monumento importante per la storia del Gargano e non solo”.

Sandro Siena (da Vieste)” Presidente Nichi Vendola, oltre a finanziare aeroporti nel tarantino e ospedali nel nord barese, si ricordi anche del Gargano, territorio che trasuda storia e che è il polmone dell’economia pugliese”.

Enzo D’Amato (da Foggia): “Da 17 anni si parla di Kàlena, positivamente e negativamente di quest’abbazia che è un bene comune di tutti e di ciascuno. E’ stato detto infinite volte: faremo! Solo vaghe promesse di impegni. Talleyrand giustamente affermava: «La lingua fu data agli uomini affinché potessero meglio nascondere il loro pensiero». Su Kàlena finora soltanto tante parole, parole…. sempre parole. Ci chiediamo: «Quali pensieri nascondono?».

Luigi Martino (dalla Germania): “Per un foggiano é molto doloroso vedere come il nostro patrimonio artistico si sgretoli nell’indifferenza”.

Antonio Russo: “Salvare una testimonianza del passato per avere un occhio al futuro”.

Santa Picazio (Archeoclub Foggia): “Siamo ancora costretti alle petizioni per scongiurare un delitto, per salvare dalla morte una storica Abbazia…abbiamo avuto almeno 60 anni per organizzare la tutela dei nostri Beni Culturali…invece si continua ad annaspare fra scuse e cavilli mentre il degrado divora inesorabile quanto di meglio abbiamo!”.

Nicola Tricarico : “E’ Importante per tutto il territorio”.

Michelino Esposito: “Fa parte della nostra storia”.

Giuseppe Fabio Ciccomascolo: “L’intera abbazia di Kàlena rappresenta non solo la fede del sud del Gargano, ma è un vero e proprio simbolo di un territorio dilaniato da abusivismo edilizio e incuria della propria storia. Kàlena non deve morire e merita un occhio di riguardo da parte di tutti, soprattutto quei politici che la utilizzano solo in prossimità delle elezioni per fare promesse che poi non verranno mantenute. Salvare Kàlena significa salvare noi garganici da un tracollo non solo strutturale, ma religioso, culturale e storico. Cerchiamo di trovare tracce di redenzione in noi stessi e ridiamo dignità ad un patrimonio del Gargano!”.

Ottavio Casolaro: “Il patrimonio culturale è sempre da salvaguardare e promuovere, soprattutto quando la sua valorizzazione in una terra antica come quella del Gargano è utile a produrre anche posti di lavoro e turismo. Aiutateci a firmare questa petizione. Grazie.”

Virginia Alicia Galetti (dall’Argentina): “Perché io amo la bellezza”.

Maria Mattea Losito: “E’ la mia terra!!!”.

Daniela Cherchi:  “Perché il Gargano è un territorio unico e merita di conservare il suo meraviglioso patrimonio artistico-culturale troppo spesso dimenticato o volutamente abbandonato forse perché non facilmente raggiungibile ma forse è proprio questo il suo valore aggiunto. E’il caso di meditarci su!!!”.

Assunta Del Duca: “Per migliorare la mia terra”.

Emiliano Tarluttini : “Gargano libero !!!”

Giuseppe Possidente (da Avigliano): “Perché unire il valore storico-religioso alla bellezza del paesaggio garganico (in cui spesso trascorro le vacanze estive) può essere reale volano di sviluppo per una terra meravigliosa ma cieca verso le proprie ricchezze”.

Annamaria Gamini: “Inimmaginabile non preservare tutto il nostro patrimonio senza distinzione. E’ questo che può far risorgere l’Italia”.

Vincenzo Aniello (da Cappelle la grande): “Ci son passato migliaia di volte…ogni volta una bestemmia verso chi lascia in rovina luoghi simili che andrebbero preservati e custoditi gelosamente!!”.

Renzo Infante: “Perché si tratta di uno dei monumenti medievali più antichi della Capitanata”.

Matteo Vocale (da San Nicandro): “Un complesso di importanza storica di notevoli dimensioni e con rilevanti testimonianze della storia del Gargano intero, dal Medioevo in poi. Vastissime potenzialità della struttura in ambito culturale e turistico”.

Umberto Capurso (dalla Germania) : “La Cultura in Italia … Kalena non devono morire!”.

Maria Luigia D’Aiello (da Treviso): “Perché è storia della mia terra”.

Vincenzo Cilenti: “Mi dispiacerebbe che muoia un simbolo della nostra storia”.

Lucrezia Biscotti (dalla Germania): “Bisogna tutelare la cultura di Kalena! Non deve morire!!

Fiorenzo Rauzino (da Wels, Austria). “Origini, Cultura….futuro”.

Domenico Martino: “…Non può morire! Rappresenta le nostre origini, è il nostro patrimonio….”.

Beniamino Piemontese (da Lecce): “La Chiesa, anzi le due Chiese costituenti l’Abbazia di Santa Maria delle Grazie in Kàlena a Peschici (Fg), come la Chiesa ipogea di S. Lucia a Lecce, come la Chiesa bizantina di S. Salvatore presso Gallipoli (Le), così come tutto il vasto patrimonio architettonico e monumentale di Fede, Arte e Cultura che, dal Gargano al Salento, versa in stato di miserabile abbandono e degrado, NON DEVE MORIRE! Mi sento onorato di essere stato chiamato dall’esimia e illustre Prof.ssa Teresa Maria Rauzino, Presidente del Centro Studi “G. Martella” di Peschici, a dare il mio contributo al movimento di volontariato culturale in difesa di Kàlena. KALENA NON DEVE MORIRE! Se abbiamo fede, o se siamo giunti ad un momento estremo, preghiamo se è messa in pericolo la nostra vita o quella di un nostro familiare, o di un amico. Quante volte abbiamo chiesto l’intercessione della Madonna… ora è venuto il momento di pregare perchè non venga distrutto un edificio consacrato alla Madonna di Kàlena, e di attivarci per strapparlo alla rovina. Sapremo farlo, o ci ricorderemo della Madonna solo in punto di morte?”.

Giovanni Diurno (da Vieste):”E’ importante perché rappresenta le nostre radici”.

Matteo Costantino: “Perché è un patrimonio culturale inestimabile del mio paese e vorrei fosse di tutta l’ umanità sempre con rispetto!”.

Lorena Micheli: “Fa parte del patrimonio di un paese al quale sono molto legata e quando ci passo davanti non posso non pensare che bisogna assolutamente fare qualcosa per salvaguardarla”.

Giovanni Rinaldi (Da Foggia):” Sì, perché è importante per me e tanti altri abitanti di questa terra. L’Italia si aggiusta un pezzetto alla volta, solo così ce la faremo”.

Antonio Basile (da San Giorgio in Piano): “Perché è un simbolo per il Gargano e il presidente Vendola dovrebbe intervenire per tutelare l’identità della nostra Puglia”.

Mattea Vecere:”In quell’abbazia e’ racchiusa tutta la nostra storia”.

Domenica Pupillo: “E’ la nostra storia, la nostra ricchezza!”

Maria Gaetana Maggiano (Da Senago) : E’ un patrimonio da proteggere per gli abitanti di Peschici e per tutti quelli che potranno avere la possibilità di visitarla ed apprezzarla.

Teresa Di Maria (San Menaio): “E’ un bene culturale che il popolo garganico ha vissuto con intensa fede e partecipazione”.

Marino Cassio : “E’ un bene storico comunitario. L’unico che abbiamo”.

Michele Delli Santi (Vieste): “…Non mi piace essere una pianta …senza radici!…ne sarei estirpato!…”

Domenico La Porta: “E’ con Montecassino, San Vincenzo al Volturno e Santa Maria di tremiti…il DNA della storia italiana”.

Carlo Silvano: “Non possiamo e non dobbiamo perdere nessun pezzo della nostra Storia”.

Michele Masella: ” Passo lì vicino tutti i giorni. Fa parte delle nostre origini, della storia”.

Marcello Amoroso (da San Severo): “Unico avamposto abbaziale garganico”.

Gianluigi Cofano: ” Perché l’abbazia di Kàlena è un bene storico-culturale-architettonico di primaria importanza”.

Dario Altomare: “Perché la storia… non si butta via!”.

Francesca Manfredonia (Foggia) “Perché il patrimonio artistico dell’Italia va difeso con tutti i nostri mezzi”.

Gianluca di Lella: “Salvare il territorio”.

Lamonica Giuseppe: “Un monumento storico non può andare allo sfascio!!!

Francesco Alaura: “Perché oltre ad essere un immenso patrimonio artistico e storico del Gargano è un monumento simbolo della società civile garganica che non si arrende alle speculazioni a cui spesso è soggetto il territorio tra cui l’agonia della abbazia di Kàlena”.

Pietro Lombardi: “Perché cade a pezzi un’opera”.

Celeste Santopietro (da Modena) : “Perché appartiene alla Storia”

Filippo D’Errico (da Vieste): “La nostra storia non si vende!!!”

Anna Maria Mastrodomenico : “Perché ciò’ che ci è stato tramandato non deve morire!!!”.

Domenica Pupillo (da Casorate) : “E’ anche la mia storia ed è la storia di tutti noi!”.

Giovanni Sornatale: “Patrimonio storico!!!!!”.

Debay Marie-Anne (da Bruxelles, Belgio) : “Non bisogna dimenticare il passato”.

Pasqualino Silvestri (da Roma): “Salvare l’abbazia già luogo di culto di grande interesse storico”.

Claudio Silvestri ( da Rodi garganico): “Patrimonio del Parco del Gargano”.

Carmela Pupillo: “Perchè la storia è il nostro passato”.

Francesco Granatiero (da Torino).

Rosaria Losito: “Kalena è un pezzo importante della nostra storia ed un gioiello di architettura che deve poter sopravvivere per le generazioni future”.

Maria del Giudice (da Villejuif, Germania): “Perché è un pezzo di storia …e la storia non può morire”.
Savino Campana (da Bari): “Preservare la storia per conoscere meglio il nostro passato ed affrontare coscienziosamente il futuro che lasceremo ai posteri”.
Orlando Giuffreda (da Napoli):”Perché contiene la storia e la cultura di un intero territorio, tuttavia, aggiungo, a S. Maria di Pulsano è stato possibile perché era chiaro laistinazione d’uso e la disponibilità di religiosi ad ufficiarla, il che permette, ed è importante, una continua manutenzione dopo i restauri. Altrimenti vale come se nulla fosse accaduto!”.
NICOLA Bonfitto (da San Marco in Lamis): “Perché è la storia del Gargano e noi che ne facciamo parte non possiamo far perdere un tesoro così grande e importante”.
Michele Giampaolo (da Foggia): “Perché non è più possibile assistere inerti a questo ed altri scempi”.
Flora Tealdi (da Milano): “Una qualsiasi struttura, che sia una chiesa o un palazzo d’epoca o un castello, è importante tenerlo in buono stato per i turisti per i pellegrini che passeranno sulla via Francigena del sud ed anche per gli stessi pugliesi. E’ un pezzo della nostra storia e deve essere tenuta in buono stato!”.
Giuseppe Inserra (da Foggia): “Per salvare un pezzo importante della storia e del cuore del Gargano e della Puglia”.
Lello Patruno:  “Non basta lo spazio per elencare i motivi..”
Gennaro del Viscio: “Per valorizzare un bene artistico-culturale che sta andando in rovina”.
Aldo Redavid: “Perchè è patrimonio storico del Gargano”.
Gianfranco Savino: “I beni storici si preservano e non vanno cancellati. Le speculazioni edilizie, seppure legittime, non possono essere realizzate a danno della collettività. Gli attuali proprietari vanno adeguatamente compensati, per realizzare altrove i loro progetti, oppure, nel realizzarli devono rispettare quel bene, anche nei loro interessi in quanto potrebbe rappresentare una attrattiva per ciò che, nell’area, intendono realizzare”.
Antonio Soimero (da San Severo): “Ogni monumento appartiene alla memoria, la memoria non si può distruggere, o lasciare che accada”.
Flaviano Walter Cristalli (da San Severo): “E’ parte di Noi che viene dal passato ma lascia Nostre tracce nel futuro”.
Ciro Nardella: “Dobbiamo salvaguardare il nostro patrimonio culturale perché è l’unica testimonianza della nostra cultura”.
Claudio Botta: “Perché il futuro non può prescindere dalla tutela e della conservazione delle testimonianze del nostro passato”.
Maria Pia Perelli: “E’ ovvio!”.
Walter Tauber (da Peschici): “Un patrimonio storico non deve essere lasciato morire. Appartiene a tutti”.
Carlo Silvano: “Non possiamo e non dobbiamo perdere nessun pezzo della nostra Storia”.
Michele Masella: “Passo li vicino tutti i giorni. Fa parte delle nostre origini, della storia”.

Antonietta Zangardi: “Sono legata, da molto tempo, con Teresa Rauzino per le comuni passioni culturali e proprio per questo Kàlena mi è entrata nel cuore insieme ai luoghi della mia storia personale, come San Nazario, santuario alle pendici del Gargano, e Bosco Isola che divide la laguna di Lesina dal mare. Non potrò mai dimenticare una visita che facemmo all’Abazia con un gruppo di devoti l’8 settembre 2000, festa della Madonna e mons. D’Ambrosio, attuale arcivescovo di Lecce, a cavalcioni su due volontari, per vedere nell’interno di un magazzino chiuso i resti di quelli che erano i luoghi della sua infanzia e della storia di molti fedeli del Gargano. Non voglio aggrapparmi alla nostalgia e alla retorica per invitare a salvaguardare il patrimonio artistico e culturale delle nostre radici, ma in fondo se i buoni sentimenti e i tesori artistici devono essere veicolati in questo modo, ben vengano anche nostalgia e retorica per prendere dal passato ciò che vi è di buono e riportarlo nel presente per farlo rivivere”.

Scrive Michele Mascolo in una nota dal titolo: ” L’abbazia, il rettore e la memoria” su FB :
” L’impegno civile del Rettore Petrocelli e della Prof. Teresa M. Rauzino, per il salvataggio dell’abbazia di Santa Maria di Kàlena, ha toccato quest’oggi il mio misterioso e irreperibile punto “E” (quello dell’emozione senza pudore), e ho commentato così quei ricordi riapparsi, impetuosi e sorgivi, dai meandri della memoria: “Càlena (o Kalena, in greco, o croato ?) è la mia infanzia, estate 1943. Con mia madre e i miei due fratelli più grandi, provenienti da Peschici, attraversavamo il tratturo (“chianara”) di Calena, coperto dai ciottoli (“rascilli”) portati lì dalla “piena”; e ci fermavamo, per qualche minuto, nella “corte”, ospiti di Matteo “Malanotte”, fattore dei Martucci, proprietari della chiesa-fattoria-fortezza; dopo di che proseguivamo per la “Torre” nostra (il piano – terra), sita nel centro del podere, con lo stazzo per le vacche e la cisterna di acqua piovana, già di proprietà dei miei antenati Zaffarano e Finizio; durante i pochi chilometri di percorso, mia madre portava con sé, nella borsetta, un piccolo revolver calibro 6,38, regalatole da mio padre, di cui rammento ancora il manico di madreperla. Alloggiavamo in tre famiglie, con il camino, il paiolo in rame zincato e la catena per reggerlo e per sollevarlo; sopra di noi, al primo piano, abitava la famiglia dei Della Torre. Mio padre lavorava a San Severo, nell’agenzia delle Assicurazioni Generali di Venezia, e non riceveva più stipendio, perché i flussi monetari furono bloccati, per seicento giorni, dalla linea gotica. E poi, da ragazzo, l’otto settembre di ogni anno, la Madonna di Càlena (allora si chiamava così) significava la festa in campagna, la funzione religiosa, le noci con il mallo verde, eventualmente da seppellire in un “follone” segreto. E anche i primi sguardi d’amore tra adolescenti, in un quadro collettivo di ristrettezze, di emigrazione a Torino, di dispettucci da dozzina, sino all’estate 1960, quando, con il servizio “Itinerario romantico” di “Grazia”, di qualche mese prima, giunsero i primi turisti e villeggianti dal Nord, e la storia di Peschici cambiò. Ma non è cambiata la storia di Càlena. Che appartiene a tutti i pugliesi, me compreso.”. E, ai primi segni di vita di qualche amico, ho aggiunto: “Ma c’era anche tanta povertà, dignitosa e schiva, di cui si è perduto il ricordo e l’odore di pulito, dovunque. Succede”. Non ho mai smesso di appartenermi; ieri, difendendomi senza cipiglio dal rilievo di dedicarmi, nientemeno, a “liturgie medievali”, per il fatto di aver in uggia i furbacchioni del pacifismo canzonettaro e miliardario degli anni settanta, mi sono riferito alle tracce musicali che sforano i secoli ed alla poesia che non muore (tracce medievali, appunto, come il canto gregoriano e Francesca da Rimini, condannati all’eternità del bello, dell’eterno femminino, della fede sofferta, che si fa storia), prefigurando, al contrario, per i gettonatissimi messaggi da una botta e via – sei mesi, un anno al più, un sereno avvenire “nella giusta pace delle discariche”.Oggi, parole accorate, da parte di docenti che non dimenticano il dovere del quotidiano Kulturkampf, mi hanno riportato ai giorni della guerra, all’estate della svolta sulla carta militare del mondo, alla mia scoperta, a poco più di due anni e mezzo di età, delle tracce dei miei progenitori, della mia “gente” contadina, delle loro povere cose, da esibire comunque, senza vergognarsi, “pezzenti e altezzosi”. Quando tutto va per il verso sbagliato, senza tua colpa, ti mangi pane e dignità. Tanto…Mi appartengo, naturalmente, sempre più simile all’uomo di Oswald Spengler, che riesce ad essere solo in piena metropoli, ed a trovare sempre, come scriverà Ernst Jünger nel dopoguerra, la via della libertà, la “via del bosco”.Il bosco di Kàlena, naturalmente; da settant’anni negli occhi, così come l’immagine venerata della Regina pulchrae delectationis; da settant’anni nel fondo del cuore”.cassio kalena2

Foto Abbazia di Kalena (Peschici FG) by Marino Cassio 

“Novelle di questi e d’altri tempi” di Oronzo Marangelli

Autore: Teresa Maria Rauzino

Durante gli anni del regime fascista, Oronzo Marangelli, grazie ad un’ispezione ministeriale sollecitata dai “presidi-duce” del Lanza e del Poerio, viene allontanato da Foggia e confinato a Benevento perché personaggio ritenuto “pericoloso” per la scuola. Chi la pensava in modo diverso dall’ideologia dominante non poteva insegnare nel “Palazzo degli Studi”, allineato su strette posizioni governative. Esperto paleografo, autore di opere elogiate dal Kehr, Marangelli era stato già allontanato dalla Biblioteca Minuziano di San Severo a causa delle sue idee politiche: nei suoi articoli sul «Popolo nuovo» parlando dell’importanza dell’Acquedotto Pugliese per “l’arsa Puglia”. si era permesso di “ignorare” i meriti del fascismo e di Postiglione. Confinato a Benevento, non riuscendo a sopportare tale situazione, Marangelli pur di ritornare a Foggia dalla sua famiglia, si era imposto di “rientrare nei ranghi”… ma tutto fu inutile. Dovette rifare il concorso nazionale (risultò primo) per tornare ad insegnare in Puglia.
Negli anni in cui vive a Benevento non resta inerte e si dedica, oltre che alle ricerche paleografiche, alla narrativa. La raccolta “Novelle di questi e d’altri tempi” di Oronzo Marangelli (riproposta recentemente, con altri scritti inediti a cura di Luigi Pietro Marangelli, ne “L’ultimo rifugio”, Editrice Parnaso, Foggia) fu pubblicata per la prima volta il 10 aprile 1941 dall’editore beneventano Fallarino. L’evento fu festeggiato in casa dell’industriale Guido Alberti: il salotto più “in” della città, ritrovo degli intellettuali del Sannio. Alberti, attore di teatro, cultore di storia medievale, era il proprietario della nota ditta di liquori che nel 1947 sponsorizzerà il Premio Strega, ancora oggi il più prestigioso riconoscimento letterario italiano. 

Oronzo Marangelli, la sera della presentazione delle “Novelle di questi e d’altri tempi”, intervenne in casa Alberti con tutta la sua famiglia, che da Foggia, dopo due anni di lontananza, lo aveva finalmente raggiunto a Benevento. Quella sera fu al centro dell’attenzione perché accompagnò al pianoforte un soprano “dalle splendide fattezze creole”, che cantò romanze in suo onore.

Una giornata diversa, questa di Marangelli, rispetto alle solite che lo vedevano impegnato a tempo pieno nell’Istituto Magistrale “Guacci” diventato, in assenza della sua famiglia, la sua prima casa. Dopo i primi momenti “tragici” segnati dall’allontanamento forzato da Foggia, e soprattutto dal lutto familiare che gli aveva portato via il figlioletto più piccolo, “fiore del suo giardino”, Marangelli aveva trovato un ambiente accogliente sia a scuola dove il preside Mundo e i colleghi lo onoravano della loro stima sia negli ambienti frequentati dall’intellighentia sannita dove si respirava odore di fronda al fascismo. Qui aveva conosciuto Alfredo Zazo, docente di paleografia latina e diplomatica all’Università di Napoli, fondatore e direttore di Samnium, che lo invitò a pubblicare i suoi saggi sulla sua prestigiosa rivista. Per il paleografo Marangelli, la città di Benevento, ricca di vestigia medievali come la chiesa di Santa Sofia, era una continua scoperta. Trascrisse tutti i documenti che attestavano contatti con la Puglia ed in particolare la preziosa pergamena, risalente al luglio 1114, in cui veniva citato per la prima volta il nome della città di San Severo.

Un ambiente, quello di Benevento, stimolante sotto tutti i punti di vista. Oronzo vi attinse linfa vitale per “estraniarsi” dal ricordo quasi ossessivo dei responsabili del suo forzato allontanamento da Foggia. In che modo? Sublimando Aluisio Polemio e Flaviano nel ruolo di protagonisti delle sue “Novelle di questi e d’altri tempi”. Dietro il nome grecizzante Aluisio Polemio ritroviamo, nella veste di vittima, l’integerrimo ex collega e preside del Lanza Matteo Luigi Guerrieri, che diventa bersaglio di uno scherzo irriverente di un suo alunno. Marangelli delinea con tratto felice la figura di Alfredo Bono, fantasioso studente ogni anno alle prese con i docenti di latino e greco da “studiare” nei loro punti di debolezza, per ottenere alla fine dell’anno l‘agognata “seificazione”, cioè il fatidico sei. Gli permetterà di passare alla classe superiore, nonostante l’insufficienza in due materie fondamentali del liceo-ginnasio.

Alfredo Bono diventa insuperabile nel capire la psicologia dei suoi docenti più ostici. Il professore ha la “simpatica” abitudine di pescare la pagina bianca del libro, che presuppone non sia stata mai studiata dall’alunno? E lui sottolinea tutte le pagine mai studiate, ad eccezione dell’unica pagina di cui ha imparato a memoria lettura, traduzione e commento. Il gioco è fatto… e puntualmente arriva la “meritata” promozione. Ma ogni anno Bono ha la sfortuna di cambiare i professori. Ed ogni anno deve iniziare tutto daccapo, superando se stesso. E’ una sfida che lo vede impegnato da anni: dalla prima ginnasiale per schivare la bocciatura in latino, dal IV ginnasio per superare l’arduo scoglio del greco.

Finchè in terza liceo accade l’imprevisto! È il secondo anno di guerra, mancano i professori. I vuoti vanno colmati ed il preside Aluisio Polemio assume l’insegnamento del latino e del greco proprio nella terza liceale frequentata da Alfredo Bono. Che fare? Il signor preside è l’incorruttibilità personificata, e boccia senza pietà soprattutto chi si va a raccomandare!

Anche se non è una cima, gode fama di essere “terribile, terribilmente terribile, intransigente con gli alunni, severo, abilissimo a non farsela fare “capacissimo di bocciare anche per il solo greco”. Afferma spesso che “chi non sa il greco non può fare neanche il facchino!”. Sì, perché dalle sue parti facchino si dice “vastaso” che, se proprio si vuole scomodare l’etimologia, deriva dal termine greco “bastazo”. Comincia l’anno e si avverano le più nere previsioni di Alfredo: vede fioccare i due e i tre nel primo trimestre. Quei voti negativi sono un’aperta sfida alla sua intelligenza! Scopre subito il tallone d’Achille di Aluisio Polemio. Durante le lezioni costui parla continuamente dei razionamenti alimentari cui si era forzatamente sottoposti nel periodo di guerra. Olio, pasta e zucchine mancano sulle tavole degli italiani, per non parlare del risotto alla milanese. Certo c’è la guerra; Trento, Trieste. Ma intanto si muore di fame e il governo non provvede in alcun modo. L’ amor di patria del preside comincia pian piano a vacillare … per non parlare del suo “colore politico”, che sembra orientarsi, in vista delle elezioni postbelliche, in direzione opposta a quello “ufficialmente” proclamato.

Ed Alfredo Bono che fa? Comincia a presentarsi … infagottato di ogni ben di Dio a casa del preside: e l’inflessibilità personificata alza ineluttabilmente bandiera bianca. Lo studente viene “seificato” anche per quell’ultimo anno. Finalmente può concedersi una soddisfazione che negli anni precedenti ha assaporato soltanto silenziosamente. Il trionfo stavolta sarà plateale: infierirà crudelmente sulla sua vittima. Manda l’ufficiale giudiziario a casa del Preside. Alla ferale notifica del debito, Aluisio Polemio riacquisterà tutta la sua dignità: con un volitivo moto d’orgoglio inoltrerà a Bono un minaccioso redde rationem, insieme al danaro richiesto.

Nella seconda novella, dal titolo “Flaviano”, che evoca il nome di Flaviano Pilla, preside del Poerio, Oronzo Marangelli ci trasporta in un mondo agreste dove il protagonista disabile psichico, viene crudelmente bersagliato da tutta la comunità. La padroncina, i bambini, le donne e gli uomini ridono di lui, provocandolo con le loro domande ed i loro scherzi di cattivo gusto. E lui gode di trovarsi al centro dell’attenzione generale quando, novello samurai, ingaggia sanguinose battaglie con un coltello, che sa lanciare con precisione millimetrica contro nemici visibili ed invisibili. Il suo idolo è la padroncina Maria. Ella non lo schiva, ma si ferma ogni volta con suo veloce calessino per sorridere delle sue smorfie e parlare con lui. Inconsciamente Flaviano diventerà il suo protettore, una sorta di giustiziere della notte, eliminando un pericolo che si profila minaccioso all’orizzonte.

La novella si snoda con un ritmo incalzante, con felici incursioni “visionarie” e surreali. La risata folle di Flaviano echeggia nella notte mentre egli combatte solitario contro le ombre lunghe che si profilano sul paesaggio della campagna …

Le altre due novelle di Marangelli si inseriscono nell’atmosfera di fiducia che avvolge l’Italia nel 1941, anno in cui le sorti della guerra sembrano propizie alle forze dell’Asse. Emergono gli echi dell’intensa campagna propagandistica con cui da anni si incitano gli italiani a sottrarre il Mediterraneo all’egemonia inglese, a rivendicare i diritti millenari di Roma, e quindi dell’Italia, sul mare Mediterraneo, enfatizzandone l’importanza vitale per il territorio nazionale. La propaganda bellica incita “all’odio contro i nemici per i loro secolari soprusi”.
Ripete ossessivamente che dal Convegno di Plombiéres all’occupazione di Tunisi, dall’arbitrario possesso di Malta a Versailles, dalla Guerra d’Africa fino a quella attuale, Francia e Inghilterra hanno sempre tradito l’Italia, ostacolato il suo cammino, intralciato il suo progresso. L’implacabile guerra sottomarina che i sommergibili del tripartito conducono su tutte le rotte del nemico, il valore della marina, dell’esercito e dell’eroica aviazione, sono viste come garanzia di successo. La vittoria toccherà finalmente all’Italia. Ne sono tutti convinti. Oronzo Marangelli, da sempre allergico alla retorica guerrafondaia del Regime fascista, ne prenderà spunto per creare due originali situazioni narrative. In “Louis Warrier”, il conflitto che contrappone l’Italia alla nazione che da secoli esplica la sua massima potenza sui mari, “la perfida Albione”, si somatizza nella rottura di un rapporto familiare profondo, che lega un vecchio ufficiale della marina inglese al nipote Angelo Mari, giovane guardiamarina della flotta italiana. Un rapporto quasi filiale che si incrina profondamente appena l’Italia entra in conflitto con l’Inghilterra. La profonda venerazione che Angelo nutre per il nonno si trasforma in gelida freddezza che porterà l’anziano ufficiale a spegnersi lentamente, fino alla tragica fine. La notizia dell’affondamento della sua nave, simbolo dell’orgoglio di un’intera vita, porrà fine a una lenta agonia…

“Il voto” ha per tema l’eterna rivalità che contrappone gli italiani ai “cugini” francesi. La trama si può riassumere in poche battute. Un alto ufficiale, dopo aver subito durante la prima guerra mondiale un disonorevole affronto da parte di un ufficiale francese, si ritira in convento sotto mentite spoglie per meditare vendetta. Esce allo scoperto soltanto molti anni dopo, dopo l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia. Dopo il regolamento del conto in sospeso con la signora Francia, sedata finalmente la sua inquietudine, decide di ritornare nel sereno silenzio del chiostro, schivando ogni onore.

La raccolta “Novelle di questi e d’altri tempi” è stata ripubblicata a cura di L. P. Marangelli, ne “L’ultimo rifugio” di Oronzo Marangelli Editrice Parnaso, 2006 Foggia , € 15.00

Teresa Maria Rauzino