Caso Kàlena. Monsignor D’Ambrosio scrive al Ministro dei beni culturali Franceschini

Prot. 23P/16

On.le

Avv. Dr.  DARIO  FRANCESCHINI

Ministro dei beni e attività culturali e turismo

Via del Collegio Romano  27

00186   ROMA

 Lecce 12 gennaio 2016

                   Signor Ministro,

da tempo sto rimandando questa  lettera che indirizzo a lei quale Ministro dei Beni  e delle Attività Culturali e del Turismo e dunque all’Autorità competente nella questione che lei già conosce e che ora vengo ad esporre.

Devo confessarle che ciò che mi ha spinto a mettere mano a questo scritto è l’evidenza del suo impegno, della sua passione, della sua tenacia e della sua competenza nella difesa e tutela del nostro patrimonio artistico, non ultimo i bei risultati raggiunti a Pompei.

Come legge sono l’Arcivescovo della capitale del ricamo della pietra, come amo definire la mia Lecce. Ma per ora non  vengo a parlarle o a presentarle i molti problemi che mi travagliano come vescovo di questa città per tutelare le sue stupende e inimitabili Chiese e monumenti sacri, espressioni raffinate del ‘barocco leccese’.

Sarei contento e onorato di una sua visita in questa nostra città perché ne ammiri la sua bellezza e ci dia una mano nel tentare di mettere mano al degrado di molte sue Chiese.

Ma ciò che mi spinge a chiedere il suo autorevole intervento   è una ‘questione di cuore’. La mia terra natale è il Gargano, in particolare la cittadina  che pochi giorni fa dal Touring Club è stata annoverata fra i primi dieci borghi marinari d’Italia più belli: Peschici. Il Dio Creatore non è stato avaro nel distribuire i tratti della sua bellezza nelle opere create.

Accanto alle meravigliose bellezze naturali: spiagge, coste, insenature, grotte marine, pinete – devastate qualche anno fa da un terribile, rovinoso incendio -, c’è una perla artistica del X-XII secolo: l’Abbazia di Santa Maria di Calena che ha mosso i suoi primi passi nel IX-X secolo con la presenza di una comunità monastica benedettina.

Una lunga storia. I monaci benedettini per secoli sono stati maestri di fede, di arte, di cultura, di lavoro (vigneti, oliveti, pesca,….)

Una storia che conosce il suo arresto verso la fine del XVIII secolo quando passa al Demanio  l’Abbazia con tutte le sue pertinenze: due chiese, fattorie, scriptorium in forte degrado.

A questo periodo si parla di un’asta che assegna alla famiglia Martucci di Peschici l’intero complesso abbaziale trasformandolo in una azienda agricola.

Il grande storico dell’arte E. Bertaux ha analizzato  nelle sue pubblicazioni le due Chiese presenti nel complesso abbaziale che presentano rare e interessanti tipologie di architettura pugliese con evidenti influssi borgognoni. Delle due Chiese sono in piedi solo i muri perimetrali  con alcune monofore e vari elementi decorativi. Scomparsi quasi del tutto gli affreschi che erano nella Chiesa più antica trasformata in officina meccanica e rifugio per mezzi agricoli.

Circa due anni fa è crollata l’ultima parte del tetto che era rimasto in piedi dopo il crollo avvenuto negli anni ’40 dello scorso secolo, non per una incursione aerea come sostengono alcuni , ma per il suo totale degrado e abbandono.

Sarebbe troppo lungo continuare nella presentazione della situazione attuale, frutto di abbandono, incuria da parte dei proprietari e di mancata tutela da parte dell’autorità preposta: lo Sovrintendenza di Bari.

Sono intervenuto varie volte presso la  suddetta Sovrintendenza negli anni 2003-2009 quando ero arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo e quindi interessato e deputato alla conservazione e al rispetto dei luoghi sacri.

I risultati:  quali? Ormai c’è l’Abbazia che assiste da sola e con la sofferenza di pochi,  alla sua ’agonia di pietre’ che rotolano nell’indifferenza e ignavia  delle proprietà, nel quasi silenzio assordante dell’autorità tutoria, leggi Sovrintendenza e nel pilatesco gesto di lavarsene le mani da parte delle altre autorità istituzionali.

Ormai siamo in pochi a non tacere. In primis il Centro Studi Martella di Peschici e il suo presidente nella persona della prof. Teresa Rauzino   – la stessa in data 16 settembre u.s le ha inviato una richiesta  sul caso in questione – alla quale va la mia più sentita gratitudine, perché continua nel suo esercizio di Cassandra: grida, denunzia, promuove compagne di sensibilizzazione, ma nessuno di quelli che dovrebbero ascoltare interviene presso  la proprietà perché tuteli e difenda un patrimonio di arte, di fede e di storia che ci è stato consegnato dalle generazioni che ci hanno preceduto nel corso di mille anni.

Signor Ministro, prenda a cuore questa situazione: siamo al Sud. Ma possibile che nel nostro Sud  dobbiamo continuare ad assistere alla latitanza di chi dovrebbe farsi presente secondo norme e leggi che regolano la tutela e difesa del patrimonio artistico, del nostro Paese?

Non vorrei rubare molto del suo impegno per la tutela del nostro patrimonio che con generosità intelligente sta portando avanti. Lei conosce bene la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone: poveraccio! Doveva lottare con i cani per sfamarsi con qualche briciola! Lo stiamo facendo da anni. A noi di questo profondo Sud ne avanzano proprio poche di queste briciole, per latitanze, distrazioni, assenze…

Forse oso troppo: ma le andrebbe di fare una visita a questa secolare Abbazia abbandonata, dimenticata,  bistrattata, depredata della sua bellezza e della sua arte?

Io sono un vescovo che serve la Santa Chiesa di Dio e gli uomini, miei fratelli. Non sono un’ autorità e non mi rivesto di essa. Parlo da figlio di Peschici, questo pezzo di terra benedetta da Dio per le sue bellezze e maltrattata dagli uomini per tutte le ragioni di cui sopra.

Forse  le chiedo troppo: una sua  visita!  Sarebbe un bel regalo! Diversamente mi accontenterei di poterla incontrare e aggiungere a voce  molto altro e consegnarle e illustrare  un dossier abbastanza completo sull’intera vicenda.

La ringrazio per l’attenzione , ne sono certo,  che non chissà quando ma da Adesso  (dicevano i Latini: intelligenti pauca )vorrà prestare a questa mia accorata e sofferta denunzia.

Il Signore l’accompagni con la sua benedizione nel servizio che, con generosità e impegno intelligente sta donando al nostro Paese.

Con sensi di stima

+ Umberto Domenico D’Ambrosio

Arcivescovo di Lecce

 

Monsignor Domenico D'Ambrosio

 

 

 

 

 

 

 

 

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PAPA FRANCESCO RICEVE L’SOS PER KALENA

L’appello del pellegrino peschiciano trapiantato a Torino è arrivato sulla scrivania del Santo Padre. Vincenzo Roncone scrisse a Papa Francesco

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Scrisse a Papa Francesco, si mise in cammino verso Santiago e sulla via Francigena, e finalmente, dopo alcuni mesi, dal Vaticano arrivano risposte. È la storia di Vincenzo Roncone, pellegrino peschiciano che vive però da anni a Torino, che ha percorso i due lunghi cammini per pregare per l’abbazia di Santa Maria di Kàlena di Peschici. 
La storia della struttura ecclesiale è ormai nota ai più: sorta nel 800 d.C., dopo anni di splendore, ha visto un lento deperimento culminato con l’abbandono totale da parte dei proprietari – sì, appartiene ad una proprietà privata – e, nonostante le incessanti richieste di esproprio arrivate dai cittadini, dai religiosi e soprattutto dal centro studi ‘Giuseppe Martella’ con la presidentessa Teresa Maria Rauzino, l’abbazia rimane lì a perire a causa dell’incuria per via dell’abbandono. Roncone si era messo in cammino per pregare, per chiedere che venisse data una mano a un simbolo di Peschici e dei peschiciani, per il quale in tanti ne chiedono ancora oggi e a gran voce l’apertura almeno domenicale. “Deve sapere, Santità, che verso la fine del Settecento, tutti beni dei monasteri del Regno borbonico passarono al regio Demanio che li vendette ai privati. Molti furono usurpati. In quel periodo, era molto facile ottenere con la forza e prepotenza proprietà non tue. Bastava occuparle. Kàlena, con le sue terre intorno al Monastero, fu acquisita dai Martucci. Diventarono i nuovi proprietari o possessori. Non si sa esattamente in che modo: dicono di averla acquistata all’asta, ora di averla avuta in eredità con un dotalizio” scriveva Vincenzo Roncone a Papa Francesco, e ancora “La famiglia Martucci non cambiò le tradizioni ultrasecolari della fede. Anche se mancava il presidio apostolico, i peschiciani, durante il giorno, potevano andare in chiesa e pregare la Madonna. E dal pozzo del cortile abbeverare asini, muli, cavalli, pecore e capre. La porta era sempre aperta a tutti. Oggi, Santità, tutto questo non è più possibile. Nel 1943 cadde una parte del tetto, il resto è cosa recente. Verso la fine degli anni ’80 del Novecento, gli ultimi eredi chiusero il monastero e si stabilirono a Foggia. Va tutto in abbandono. I peschiciani non possono andare a pregare nella Chiesa di Kàlena la loro Madonna, come avevano fatto i nostri avi per tanti secoli. Lo so, Santità, si può pregare in altre Chiese. Ma quella Chiesa noi l’abbiamo dentro il nostro Dna. Ci manca una parte di noi!I nostri avi pregavano in quella Chiesa, con i lori figli, perché non possiamo più farlo?”.
Il lamento del pellegrino peschiciano trapiantato a Torino è arrivato fin sulla scrivania del Santo Padre, che, nonostante la risposta piuttosto esigua, ha fatto sapere di pregare per l’abbazia di Kàlena di Peschici. “La Segreteria di Stato, nel comunicare che quanto è stato inviato al Sommo Pontefice è regolarmente pervenuto a destinazione, esprime a Suo nome viva riconoscenza per il premuroso pensiero e ne partecipa la Benedizione, pegno di abbondanti grazie celesti”. 
Certo, una risposta che non corrisponde ad un impegno importante del Vaticano in favore dell’abbazia di Kàlena, ma per i fedeli peschiciani, che ormai da anni si erano rassegnati a vedere chiusa quella struttura tanto cara chiusa per un capriccio della famiglia proprietaria, è comunque qualcosa. Il Clero, inoltre, si era già movimentato affinché si facesse di tutto per l’apertura dell’abbazia. Testimoniato, ciò, dall’impegno dell’ex Vescovo di Manfredonia, Domenico D’Ambrosio, ora titolare della Diocesi di Lecce, che disse: “C’è stato un momento in cui mi sono impegnato io direttamente come vescovo, concordando una convenzione tra la Diocesi, che mi sembrava più logico, e la famiglia Martucci. Mi stava aiutando nella stesura Michele Di Bari ed eravamo arrivati a un punto buono. Sembrava che tutto potesse andare avanti”. Poi, la cosa non andò in porto. Oggi, forse, a riaccendere la flebile speranza per Kàlena ci pensa la lettera di Papa Francesco.

Giuseppe F. Ciccomascolo 
sul quotidiano l’ATTACCO 8 marzo 2014

 

foto di Il Gargano Nuovo.

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