Le “Compagnie” dei Sammichelari, l’arrivo a Monte sant’Angelo e l’atmosfera della festa che fu (anni Trenta)

TREKKING DI FEDE 

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Dalla fine dell’Ottocento, il pellegrinaggio micaelico assunse una vera dimensione di massa: gruppi di devoti partivano da tutta Italia per raggiungere il Gargano, a piedi o a bordo di caratteristici carretti.

I pellegrini salivano alla montagna sacra l’8 maggio e il 29 settembre, riuniti nelle “Cumpagnie” dei Sammichelari. Salivano a piedi o su carri, scandendo il cammino con canti, preghiere e riti penitenziali, fermandosi a dormire nei conventi della Via Sacra dei Longobardi: San Leonardo di Siponto, San Matteo, Santa Maria di Stignano.

Giovanni Tancredi nel 1938 descrive così i pellegrini che salgono gli impervi tornanti di Monte: «Chi vuol avere la sensazione della vera fede, venga quassù ed osservi le strade carrozzabili, gli impervi sentieri, le coste dei monti dove giovani e vecchi, uomini e donne con grossi involti sul capo, con le scarpe e le uose in mano, sgranando il rosario, salgono in lunghe file serpeggianti, oppure dispersi per le diverse scorciatoie come branchi di pecore pascenti, cantando interminabili litanie».

Nuovi mezzi di trasporto si arrampicano sul Monte Gargano: «Lungo le tortuose vie bianche filano velocemente vetturette ed autocarri, i quali non hanno sostituito interamente i vecchi carri pesanti, coperti di stuoie o di tela incerata, ben tesa su lunghe canne, per ripararsi dal sole e dalla pioggia; vere case ambulanti usate ancora dai pellegrini del Barese, del Sub Ap­pennino e dagli agiati contadini abruz­zesi, moltissimi dei quali salgono a piedi il faticoso ed aspro monte, la Monta­gna dell’Angelo, come essi la chiamano, sovente scalzi, con poco pane e pochis­simi soldi. Molte “compagnie” fanno la stra­da a piedi dal paese di provenienza al Santuario.

Quella di Sant’ Elia Fiumefreddo parte dal suo paese il primo maggio, viaggia sempre a piedi e giunge a Monte sant’Angelo, dopo sette giorni, alla vigilia di San Michele. Quella di Vasto va sino ad Apricena in treno e poi a piedi fino a Monte S. Angelo ed a Bari, impiegando sette giorni di viaggio». Ogni gruppo reca un dono all’Arcangelo. La compagnia di Bitonto porta, per conto degli abitanti dell’ in­dustriosa città barese, dei grossi recipienti pieni dell’olio per alimentare, per tutto l’anno, la lampada votiva che da secoli ardeva nella Sacra Spelonca.

Scrive ancora Tancredi: « Oltremodo interessante è la compagnia numerosissima di Potenza che da tempi remoti, per le ricche offerte fatte all’Arcangelo, ha il privilegio di es­sere accolta al suono festoso delle campane di S. Michele. Essa è chiamata “la Ferrizz” perché intorno alla “ferulizza” – una cassetta a forma di prisma quadrangolare, formata di ferule – si mettono centinaia di can­dele di varie dimensioni tenute ferme da nastri multicolori. Sulla parte anteriore campeggia la figura dell’Arcangelo». Alcune Compagnie mettevano all’asta i loro stendardi e i loro simboli di pellegrinaggio poco prima di giungere a Monte Sant’Angelo.

Un antico rituale era costituito dal lavaggio purificatore presso una fonte sita a circa 20 km dal santuario. Arrivati a Monte Sant’Angelo, i pellegrini si disponevano in ordine, precedute dal portacroce, nel luogo denominato lo Scotto, a qualche centinaio di metri dall’ingresso della basilica: era il luogo dove anticamente tutte le Compagnie, che entravano in città dalla porta di Carbonara, dovevano fermarsi a pagare la gabella a favore del clero della basilica, istituita dalla duchessa Giovanna di Durazzo e confermata dai sovrani successivi fino al 1690. In quello stesso punto, al momento della partenza, i pellegrini si inginocchiavano per chiedere all’Arcangelo la licenza di partire.

In passato, all’altare della grotta si giungeva “trascinandosi”. Drammatica la cronaca dell’arrivo dei pellegrini al santuario, raccontata da Saverio La Sorsa nel 1930: «Quando sono giunti dinanzi alle belle porte di bronzo della Basilica, s’inginocchiano, ne battono gli anelli, come invasati dalla follia, ne baciano le immagini, e perpetuando i riti dei secoli di maggiore fanatismo, traversano la sacra spelonca, strisciando a sangue la lingua per terra fino all’altare…» .

Scrive Tancredi: «Quasi tutte le compagnie, di cui la maggior parte cammina a piedi nudi, giunte alla porta del Toro, s’inginocchiano; indi a stento salgono i sei gradini semicircolari e quello rettilineo sul quale poggiano le storiche porte di bronzo, i cui anelli sono battuti rumorosamente e baciati religiosamente. Scene oltremodo impressionanti si svolgono nella famosa Grotta durante questo mese. Mentre numerose schiere di pellegrini dai più svariati costumi si pigiano, si urtano, per avvicinarsi alla ieratica figura dell’Arcangelo, irradiata da centinaia di candele che ardono sull’altare e intorno alla balaustrata di ferro, l’incessante picchiettio degli anelli delle porte di bronzo annunzia l’arrivo di altri pellegrini, i quali singhiozzando, si avanzano ginocchioni, quasi carponi e qualcuno striscia la lingua per terra: essi avanzano come fantasmi alla luce tremolante dei ceri e la moltitudine come per incanto fa largo, trattenendo il respiro, con gli occhi fissi, come stralunati, sui nuovi venuti. ..

Grida disperate rompono il profondo silenzio sotto la volta immanente della vasta Spelonca». Si usciva dalla grotta “a ritroso”, per non dare le spalle al Santo. Dopo aver rivolto fervide preghiere alla SS. Trinità ed a San Michele, i pellegrini poggiavano il piede o la mano aperta sugli scalini e ne tracciavano i precisi contorni, segnandovi la data e le iniziali del loro nome e cognome. Così fecero i loro bisnonni, così facevano migliaia e migliaia di pellegrini tanto che le scalelle, la scalinata esterna e i muri di quella interna erano tutti coperti di impronte di piedi e di mani.

Questa tradizione ricordava l’impronta del piede lasciata dall’Arcangelo San Michele nella sua seconda Apparizione. Commenta Tancredi: «I pellegrini non sanno spiegarsi il loro atto di fede, ma continueranno nei secoli ad incidere, con grande devozione, i contorni dei loro piedi e delle loro mani sulla pietra sacra della Celeste Basilica». Negli anni Trenta del Novecento, presso la porta detta del Toro, si osservavano centinaia di quadri dipinti ad olio su tela, su tavola, su cartone, su zinco, di varia forma, e di varia grandezza, nonché ali ed elmi di metallo lucente, fucili, bastoni, stampelle, corde di marinai, barche, teste, gambe, piedi e mani di cera, oltre a moltissimi altri ex voto in argento ed in argentone, a sinistra dell’ entrata alla navata Angioina, secondo la tradizione che voleva il dono votivo sulle pareti del luogo sacro.

Tancredi osserva: «Sono ex voto: li quetre dli meracule donati da tutti quei pellegrini che ricevettero la grazia da San Michele. Questi ex voto, che si conterebbero a migliaia se non fossero deteriorati dall’umidità a traverso gli anni, basterebbero da soli a dimostrare la eccezionale rinomanza del vetusto Santuario, la fede sentita per l’Arcangelo San Michele da milioni di fedeli.».Le tavolette votive, opera di pittori garganici, rappresentano incidenti di caccia, incidenti di carretto, incidenti occorsi ai tagliatori di legna della Foresta Umbra, ma anche malattie, usi antichi come il lamento funebre, le rovinose cadute in pozzi e cisterne, o da lunghe scale usate per la raccolta delle olive, oltre ai morsi di cavalli e cani rabbiosi. Attualmente, rimangono soltanto 145 tavolette dipinte (di cui 133 conservate nel Museo devozionale e 12 custodite nel Museo etnografico Tancredi), ceri di varie dimensioni e provenienza, un centinaio di ex voto anatomici in argento e in metallo dorato, ornamenti preziosi.

Sull’atmosfera a Monte sant’Angelo “della festa che fu”, scrive Tancredi: «Durante i giorni di festa, la folla variopinta ingombra il vestibolo (del Santuario micaelico), ove in bell’ordine sono messe in vendita centinaia di statuette di pietra garganica o di alabastro di Carrara, rappresentanti l’Arcangelo e scolpite dagli statuari locali. Fra i dialetti di diverse regioni si leva la voce argentina delle ragazze montanare che gridano: “Li panaredd, li mazzaredde, paisà!”. Oltre le sportelle e i bastoni, nelle vicinanze della basilica si vendono i rami di pino di Aleppo, la pece di pino (lu n’cinze, l’incenso), i cavadduzze di cacio dalle lunghe penne di gallo rosse, gialle e verdi, li pupratidd (le ciambelle di cacio), l’ostia ckiene (le ostie piene), li fascenedde (le carrube), e li turcenidde (i torcinelli), li furcedde e li varr. Si vedono ancora venditori di pianelle e di chitarre, sonatori di organetti, giocolieri di bussolotti e donne che indovinano il futuro e venditori di polveri che guariscono tutti i mali… ».

I cavallucci di cacio, con o senza cavaliere, si inseriscono nella tradizione locale che ricorda ancora le leggendarie gesta dei paladini di Francia e di Carlo Magno, di Orlando, di Guerin Meschino e dei cavalieri crociati. Storie narrate durante le lunghe veglie invernali, attorno al fuoco o nei boschi. La fantasia popolare immaginava San Michele in groppa ad un cavallo bianco pronto ad intervenire in ogni circostanza pericolosa della vita. Le piume di gallo venivano tinte per farne pennacchi con cui adornare i cavallucci, ma anche bastoni, carri, busti e animali da soma al ritorno da un pellegrinaggio. Vi erano anche centinaia di venditori di frut­ta, di limoni, arance, carrube e nocciole.

Il sette maggio, vigilia della festa di San Michele, le strade cittadine erano popolate da migliaia di pellegrini. A sera inoltrata, in onore dell’Arcangelo si ac­cendevano colossali falò, le cosiddette “fanoie”. Durante l’accensione, fanciulli e giovanette cantavano strofette osannanti al Guerriero celeste: «Lu peduzz de S. Mechele/e come ciadore e come ciadore/ ciadore lu core Gesù/ e S. Mechele aiutece tu.// La manuzz de S. Mechele/ e come ciadore e come ciadore/ciadore lu core Gesù/e S. Mechele aiutece tu.// Se S. Mechele ne ‘nteness la spete/ sarrimm murte sott li prete/e laudete sempe sij/ face ‘razij S. Mechele mij//». Nell’alto silenzio della notte su per i monti e per le valli echeggiava l’eco del canto: «Evviva S. Michele; S. Michele evviva!».

Teresa Maria Rauzino

La presente pagina è tratta dal saggio “San Michele Arcangelo” di Teresa Maria Rauzino, pubblicato dall’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia del Ministero dei beni culturali in “Feste e Riti d’Italia Sud 1” a cura di Stefania Massari, De Luca Editori d’arte, collana “Beni immateriali dell’umanità”.

San Michele Arcangelo in “Feste e Riti d’Italia Sud 1”

Pubblicato dall ’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia del Ministero dei beni culturali un saggio di Teresa Maria Rauzino sulla festa micaelica di Monte Sant’Angelo (Gargano)

feste e ritiLe angeologie che si trovano in giro sono parecchie, come anche i testi sul principe delle celesti milizie, San Michele Arcangelo. Un oceano di dati, storie, e testimonianze che non è facile legare sapientemente in una sintesi comprensibile ai molti e fruibile dai tanti.

Teresa Maria Rauzino c’è riuscita. E mirabilmente, l’ottima ricercatrice che si è rivelata non solo in questo lavoro, ma anche in altri scritti, ha qui legato un vastissimo materiale in un saggio breve pubblicato in “Feste e Riti d’Italia Sud 1”, curato dal Ministero dei Beni culturali, collana sui beni immateriali dell’Umanità diretta da Stefania Massari.

Una stesura che assicura al lettore gli strumenti per accedere ad altri e più approfonditi studi in materia: il suo linguaggio fluisce con molta semplicità, come anche la storia di ciò che è stata ed è la devozione al Santo di Monte Sant’Angelo.

Sembra un atto d’amore la maniera attraverso cui la Rauzino ripercorre l’itinerario dei pellegrini verso una terra che la storica conosce benissimo, non solamente perché è là che si concentrano, per la maggiore, le sue ricerche. Nata a Peschici, insegnante di lettere in una scuola superiore, ha condotto anni di osservazioni storiche in questo territorio e lotte stremanti per la sua difesa. L’apertura delicata e poetica dell’opera, con “le cime fronzute” del Gargano, espone un “cammino verso la salvezza”, che parte da quella via sacra Langobardorum, via dei più importanti luoghi di culto della cristianità medievale, e si lega accortamente alla descrizione dell’ “Iconografia del Principe delle Milizie”: da quella tradizionale a quella più innovativa e attuale di Lidia Croce.

Interessante, la riflessione sulle origini del culto micaelico con una testimonianza di padre Ladislao Suchy, rettore del Santuario che afferma che la santa grotta è l’unico posto non consacrato da mano umana. Viene riportata nel testo, segno di questi tempi, la preghiera che era ricorrente nei borghi e nelle chiese per la pestilenza e il terremoto del 1600: “A peste, fame et bello, libera nos Domine”. Una ricostruzione meritevole d’attenzione, le forme di pellegrinaggio, mai interrotte attraverso i secoli, che vedevano il Monte Gargano, quale tappa obbligata per un atto di purificazione.

Un viaggio, questo, di cui vengono esposti e spiegati i motivi per cui si affrontava, e la necessità di avere un animo predisposto a farlo che presupponeva una sincera confessione. Se così non fosse, sarebbe stato vano e inutile compierlo. Perciò, per chi lo praticava diveniva “devozionale, penitenziale, terapeutico,votivo, giudiziale e giudiziario,vicario o sostitutivo”. Dalla lettura del testo, scopriamo che oltre a uomini e santi come San Francesco, il Santuario fu frequentato anche da donne: la prima è stata Artellaide, nipote di Narsete che sottolinea come i Longobardi fossero legati a questo luogo benedetto da Dio. A lei si aggiungono nomi come Santa Brigida, Santa Bona e Santa Cristiana.

La Rauzino non si esime dal considerare la diffusione del culto in Italia e in Europa, anche se lo studio è rivolto principalmente verso l’apparizione dell’angelo nella grotta del Gargano ripercorrendo la sua storia dall’VIII secolo, sino a tempi più recenti. Si sofferma su “le “Compagnie” dei Sammichelari che approfondiscono il tema del pellegrinaggio divenuto alla fine dell’800 un fenomeno di massa. Nella ricostruzione del percorso alla grotta attraverso i secoli vengono menzionati gli atti e riti purificatori che venivano eseguiti, come ad esempio“il trascinarsi” all’altare con la lingua per terra. Proprio in questa sezione la storica dà una spiegazione alle impronte che sono visibili sulla scalinata esterna e sui muri interni della chiesa: impronte che ricordano quella impressa dal santo sull’altare e che venivano lasciate, tracciando i contorni della mano aperta o del piede da parte del pellegrino.

Uno spazio è dedicato anche alla festa dell’8 maggio. Si descrive come veniva vissuto e sentito dalla gente questo giorno, organizzato con cibi come i torcinelli, le ciambelle di cacio, le ricottine, la vendita di statuette del santo eseguite con pietra rigorosamente garganica,e le fanoie, accese per le strade in onore Guerriero Celeste. Conclude il saggio una riflessione sul pellegrinaggio attuale del Gargano, fermando la sua evoluzione nel presente con la celebrazione del 29 settembre che vede, finalmente riutilizzato il sentiero dei Sammekalère: un incantevole ed eccitante percorso amato soprattutto dagli appassionati di trekking.

Il lavoro della studiosa considera la tematica del pellegrinaggio in tutti i suoi aspetti e nella sua storia, ma l’interesse alla fine della stesura si posa sulla Basilica. L’autrice descrive la meravigliosa struttura calata in un’atmosfera surreale, che ottiene una nota suggestiva grazie alla statua del San Michele, scolpita in marmo bianco dal Sansovino (Andrea Contucci). La Rauzino dimostra di possederne ampia conoscenza sia delle fonti storiche, che del contesto e dei toponimi della zona. Un saggio sapientemente collocato nel versante storico culturale di una terra intelligentemente raccontata, attraverso un’attenta cronologia documentata, che sottolinea come il tempo non abbia affievolito la memoria. Basta solo saperla ricostruire.

Rosanna Maria Santoro

recensione pubblicata su http://www.laici.it

LA FRANCIGENA, NEL SEGNO DELL’ARCANGELO

LA FRANCIGENA, NEL SEGNO DELL’ARCANGELO

Autore: Teresa Maria Rauzino

 

Una grande tela di 10 metri quadri per visualizzare l’epopea della Francigena, ovverosia la Via sacra Langobardorum, il “cammino” verso il Monte Gargano dove nel 490 d.C apparve l’Arcangelo Michele.
E’ una delle più belle opere di Lidia Croce. 

L’eclettica scultrice canosina, senese d’adozione, sembra aver eletto il Gargano come fonte di ispirazione. Un luogo, il promontorio, denso di inesauribili suggestioni fin dai primi anni del suo esordio artistico: il primo concorso lo vinse con un’opera ideata proprio in questo luogo dove il sacro e il mitico vivono da secoli la stessa dimensione. Un Gargano “ottimo pubblicista” di se stesso se già dal Medioevo è riuscito a creare un mito “forte”, mai scalfito dalla modernità: quello dell’Arcangelo. 

L’attrazione che la Grotta di san Michele esercita da lungo tempo sull’immaginario di Lidia Croce non deriva dal mistero di fede, ma dalle opere d’arte presenti in quel luogo “terribilis”. L’opera che l’affascina da sempre è l’audace architettura sovrastante lo speco naturale: testimonia l’immane opera dell’uomo medievale che, pur avendo pochissimi mezzi tecnici, riuscì a fare questo piccolo miracolo d’ingegno.
Ma l’artista, in questa tela, non vuole celebrare il singolo particolare dell’architettura dei santuari della Francigena quanto il mistero di questo infinito peregrinare verso l’Arcangelo. Ha sentito l’urgenza di fissare, in un’opera di grande respiro narrativo e simbolico, il fluire di questa inesauribile forza coinvolgente. 

Un “cammino” che da Stignano va a san Giovanni Rotondo, attraversando la Foresta Umbra. 
Si notano inserimenti moderni come le chiese di Padre Pio, quella antica e quella nuova, con arcate in simbiosi. Non sono un anacronismo. Sono il frutto moderno della fede antica… Ed ecco Monte Sant’Angelo: San Giovanni in Tumba con le bifore e il portale che si interseca al grifone di Acceptus. A sinistra il portale di santa Maria Maggiore con le arcate romaniche; l’ultima a punta, è nascosta da un grande libro. Ancora più in alto c’è il Castello, e tante casette a schiera svettanti nell’infinito. Nel ripetersi in quel modulo all’infinito, si staglia l’equazione della luce. 

L’ubicazione delle due chiese di san Michele è realistica: c’è quella longobarda a crociera e quella ipogea, sotto la grotta. Qui si vedono gli interni, la torre campanaria, gli eremi. 
Al centro del quadro, verso il basso, campeggia la Madonna di Pulsano. L’icona originale è a mezzo busto, ma l’artista l’ha resa intera, inserendola nel vivo della roccia del promontorio. Un’icona contemporanea ispirata a un’icona antica. 

Due gli Arcangeli presenti nella tela: il primo richiama l’opera del Sansovino, presenza perfetta, bellissima. Lidia Croce non l’ha voluta emulare, il suo riferimento è soltanto uno schizzo. Tutta la sua creatività l’ha riservata al “nuovo” Arcangelo, diamante traslucido, prova dell’artista per una scultura bronzea del Santuario. 

Un Arcangelo che sovrasta il campanile angioino, prolunga l’ala per tutta la tela per racchiudere, proteggere ad attrarre tutto il fluire del pellegrinaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo. Un Arcangelo connotato dal mistero, al di là della possibile cognizione umana, che attrae come un grande magnete diversi campi: infinite personalità, pellegrini di ogni estrazione sociale: poveri, ricchi, stranieri. 
Pellegrini che continuano ad affluire ancora oggi sulla Via Sacra: quelli nudi, quelli in ginocchio sulla scalinata sono i più antichi, poi giungono i cavalieri, i longobardi, i re, gli imperatori. Federico II è appena abbozzato con le corone e la croce di cristallo di rocca con la scheggia di legno della vera Croce. Non è solo, c’è una donna con lui, forse Costanza. 

Dietro lo Svevo, la terza ondata, quella dei pellegrini moderni che arrivano sulle auto, motorizzati. 
Un fluire di pellegrini e di immagini generanti tante opere d’arte: un rosone, un’arcata, delle crociere. Un capitello esce da un’icona per formare un cavallo, da una zampa di un altro si genera una bifora. I cavalli sono sempre più stilizzati, ma l’artista fissa la sua attenzione su una curiosa scena di vita quotidiana: un cavallo non vuole salire le scale, si rifiuta di obbedire al suo padrone. 

Tantissimi i simboli: in alto e in basso Azazel che precipita in fondo alla roccia, il braccio, le mani reggono l’elsa della spada. Il diagramma del DNA ricorda che il demone ha la stessa origine dell’Arcangelo buono, è frutto della creazione divina. Un ossimoro che ritorna. 

Nella tela prevalgono varie tonalità “celestiali”. Unica eccezione: il verde della Foresta. Gli alberi, stilizzati come capitelli e fusti di colonne, formano una foresta architettonica felicemente inserita nello stile del quadro. 
Le rocce del promontorio sono a picco sul mare, sfaccettato come una gemma. 
Tre velieri si stagliano nell’azzurro in rotta per la Terrasanta. 
Il viaggio verso la salvezza prosegue…

©2010 Teresa Maria Rauzino











TREKKING DI FEDE A MONTE SANT’ANGELO

TREKKING DI FEDE

Autore: Teresa Maria Rauzino

 

Le “Compagnie” dei Sammichelari, l’arrivo a Monte sant’Angelo e l’atmosfera della festa che fu (anni Trenta)

Scriveva Emile Bertaux, a proposito del rituale “trekking di fede” a Monte Sant’Angelo: «Per il contadino il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita… Come i mesi estivi sono i mesi del raccolto, il mese di maggio è quello dei pellegrinaggi». Dalla fine dell’Ottocento, il pellegrinaggio micaelico assunse una vera dimensione di massa: gruppi di devoti partivano da tutta Italia per raggiungere il Gargano, a piedi o a bordo di caratteristici carretti. I pellegrini salivano alla montagna sacra l’8 maggio e il 29 settembre, riuniti nelle “Cumpagnie” dei Sammichelari. Salivano a piedi o su carri, scandendo il cammino con canti, preghiere e riti penitenziali, fermandosi a dormire nei conventi della Via Sacra dei Longobardi: San Leonardo di Siponto, San Matteo, Santa Maria di Stignano. 

Giovanni Tancredi nel 1938 descrive così i pellegrini che salgono gli impervi tornanti di Monte: «Chi vuol avere la sensazione della vera fede, venga quassù ed osservi le strade carrozzabili, gli impervi sentieri, le coste dei monti dove giovani e vecchi, uomini e donne con grossi involti sul capo, con le scarpe e le uose in mano, sgranando il rosario, salgono in lunghe file serpeggianti, oppure dispersi per le diverse scorciatoie come branchi di pecore pascenti, cantando interminabili litanie». 

Nuovi mezzi di trasporto si arrampicano sul Monte Gargano: «Lungo le tortuose vie bianche filano velocemente vetturette ed autocarri, i quali non hanno sostituito interamente i vecchi carri pesanti, coperti di stuoie o di tela incerata, ben tesa su lunghe canne, per ripararsi dal sole e dalla pioggia; vere case ambulanti usate ancora dai pellegrini del Barese, del Sub Ap­pennino e dagli agiati contadini abruz­zesi, moltissimi dei quali salgono a piedi il faticoso ed aspro monte, la Monta­gna dell’Angelo, come essi la chiamano, sovente scalzi, con poco pane e pochis­simi soldi. Molte “compagnie” fanno la stra­da a piedi dal paese di provenienza al Santuario. 

Quella di Sant’ Elia Fiumefreddo parte dal suo paese il primo maggio, viaggia sempre a piedi e giunge a Monte sant’Angelo, dopo sette giorni, alla vigilia di San Michele. Quella di Vasto va sino ad Apricena in treno e poi a piedi fino a Monte S. Angelo ed a Bari, impiegando sette giorni di viaggio». Ogni gruppo reca un dono all’Arcangelo. La compagnia di Bitonto porta, per conto degli abitanti dell’ in­dustriosa città barese, dei grossi recipienti pieni dell’olio per alimentare, per tutto l’anno, la lampada votiva che da secoli ardeva nella Sacra Spelonca. 

Scrive ancora Tancredi: « Oltremodo interessante è la compagnia numerosissima di Potenza che da tempi remoti, per le ricche offerte fatte all’Arcangelo, ha il privilegio di es­sere accolta al suono festoso delle campane di S. Michele. Essa è chiamata “la Ferrizz” perché intorno alla “ferulizza” – una cassetta a forma di prisma quadrangolare, formata di ferule – si mettono centinaia di can­dele di varie dimensioni tenute ferme da nastri multicolori. Sulla parte anteriore campeggia la figura dell’Arcangelo». Alcune Compagnie mettevano all’asta i loro stendardi e i loro simboli di pellegrinaggio poco prima di giungere a Monte Sant’Angelo. 

Un antico rituale era costituito dal lavaggio purificatore presso una fonte sita a circa 20 km dal santuario. Arrivati a Monte Sant’Angelo, i pellegrini si disponevano in ordine, precedute dal portacroce, nel luogo denominato lo Scotto, a qualche centinaio di metri dall’ingresso della basilica: era il luogo dove anticamente tutte le Compagnie, che entravano in città dalla porta di Carbonara, dovevano fermarsi a pagare la gabella a favore del clero della basilica, istituita dalla duchessa Giovanna di Durazzo e confermata dai sovrani successivi fino al 1690. In quello stesso punto, al momento della partenza, i pellegrini si inginocchiavano per chiedere all’Arcangelo la licenza di partire. 

In passato, all’altare della grotta si giungeva “trascinandosi”. Drammatica la cronaca dell’arrivo dei pellegrini al santuario, raccontata da Saverio La Sorsa nel 1930: «Quando sono giunti dinanzi alle belle porte di bronzo della Basilica, s’inginocchiano, ne battono gli anelli, come invasati dalla follia, ne baciano le immagini, e perpetuando i riti dei secoli di maggiore fanatismo, traversano la sacra spelonca, strisciando a sangue la lingua per terra fino all’altare…» .

Scrive Tancredi: «Quasi tutte le compagnie, di cui la maggior parte cammina a piedi nudi, giunte alla porta del Toro, s’inginocchiano; indi a stento salgono i sei gradini semicircolari e quello rettilineo sul quale poggiano le storiche porte di bronzo, i cui anelli sono battuti rumorosamente e baciati religiosamente. Scene oltremodo impressionanti si svolgono nella famosa Grotta durante questo mese. Mentre numerose schiere di pellegrini dai più svariati costumi si pigiano, si urtano, per avvicinarsi alla ieratica figura dell’Arcangelo, irradiata da centinaia di candele che ardono sull’altare e intorno alla balaustrata di ferro, l’incessante picchiettio degli anelli delle porte di bronzo annunzia l’arrivo di altri pellegrini, i quali singhiozzando, si avanzano ginocchioni, quasi carponi e qualcuno striscia la lingua per terra: essi avanzano come fantasmi alla luce tremolante dei ceri e la moltitudine come per incanto fa largo, trattenendo il respiro, con gli occhi fissi, come stralunati, sui nuovi venuti. .. 

Grida disperate rompono il profondo silenzio sotto la volta immanente della vasta Spelonca». Si usciva dalla grotta “a ritroso”, per non dare le spalle al Santo. Dopo aver rivolto fervide preghiere alla SS. Trinità ed a San Michele, i pellegrini poggiavano il piede o la mano aperta sugli scalini e ne tracciavano i precisi contorni, segnandovi la data e le iniziali del loro nome e cognome. Così fecero i loro bisnonni, così facevano migliaia e migliaia di pellegrini tanto che le scalelle, la scalinata esterna e i muri di quella interna erano tutti coperti di impronte di piedi e di mani. 

Questa tradizione ricordava l’impronta del piede lasciata dall’Arcangelo San Michele nella sua seconda Apparizione. Commenta Tancredi: «I pellegrini non sanno spiegarsi il loro atto di fede, ma continueranno nei secoli ad incidere, con grande devozione, i contorni dei loro piedi e delle loro mani sulla pietra sacra della Celeste Basilica». Negli anni Trenta del Novecento, presso la porta detta del Toro, si osservavano centinaia di quadri dipinti ad olio su tela, su tavola, su cartone, su zinco, di varia forma, e di varia grandezza, nonché ali ed elmi di metallo lucente, fucili, bastoni, stampelle, corde di marinai, barche, teste, gambe, piedi e mani di cera, oltre a moltissimi altri ex voto in argento ed in argentone, a sinistra dell’ entrata alla navata Angioina, secondo la tradizione che voleva il dono votivo sulle pareti del luogo sacro. 

Tancredi osserva: «Sono ex voto: li quetre dli meracule donati da tutti quei pellegrini che ricevettero la grazia da San Michele. Questi ex voto, che si conterebbero a migliaia se non fossero deteriorati dall’umidità a traverso gli anni, basterebbero da soli a dimostrare la eccezionale rinomanza del vetusto Santuario, la fede sentita per l’Arcangelo San Michele da milioni di fedeli.».
Le tavolette votive, opera di pittori garganici, rappresentano incidenti di caccia, incidenti di carretto, incidenti occorsi ai tagliatori di legna della Foresta Umbra, ma anche malattie, usi antichi come il lamento funebre, le rovinose cadute in pozzi e cisterne, o da lunghe scale usate per la raccolta delle olive, oltre ai morsi di cavalli e cani rabbiosi. Attualmente, rimangono soltanto 145 tavolette dipinte (di cui 133 conservate nel Museo devozionale e 12 custodite nel Museo etnografico Tancredi), ceri di varie dimensioni e provenienza, un centinaio di ex voto anatomici in argento e in metallo dorato, ornamenti preziosi. 

Sull’atmosfera a Monte sant’Angelo “della festa che fu”, scrive Tancredi: «Durante i giorni di festa, la folla variopinta ingombra il vestibolo (del Santuario micaelico), ove in bell’ordine sono messe in vendita centinaia di statuette di pietra garganica o di alabastro di Carrara, rappresentanti l’Arcangelo e scolpite dagli statuari locali. Fra i dialetti di diverse regioni si leva la voce argentina delle ragazze montanare che gridano: “Li panaredd, li mazzaredde, paisà!”. Oltre le sportelle e i bastoni, nelle vicinanze della basilica si vendono i rami di pino di Aleppo, la pece di pino (lu n’cinze, l’incenso), i cavadduzze di cacio dalle lunghe penne di gallo rosse, gialle e verdi, li pupratidd (le ciambelle di cacio), l’ostia ckiene (le ostie piene), li fascenedde (le carrube), e li turcenidde (i torcinelli), li furcedde e li varr. Si vedono ancora venditori di pianelle e di chitarre, sonatori di organetti, giocolieri di bussolotti e donne che indovinano il futuro e venditori di polveri che guariscono tutti i mali… ». 

I cavallucci di cacio, con o senza cavaliere, si inseriscono nella tradizione locale che ricorda ancora le leggendarie gesta dei paladini di Francia e di Carlo Magno, di Orlando, di Guerin Meschino e dei cavalieri crociati. Storie narrate durante le lunghe veglie invernali, attorno al fuoco o nei boschi. La fantasia popolare immaginava San Michele in groppa ad un cavallo bianco pronto ad intervenire in ogni circostanza pericolosa della vita. Le piume di gallo venivano tinte per farne pennacchi con cui adornare i cavallucci, ma anche bastoni, carri, busti e animali da soma al ritorno da un pellegrinaggio. Vi erano anche centinaia di venditori di frut­ta, di limoni, arance, carrube e nocciole. 

Il sette maggio, vigilia della festa di San Michele, le strade cittadine erano popolate da migliaia di pellegrini. A sera inoltrata, in onore dell’Arcangelo si ac­cendevano colossali falò, le cosiddette “fanoie”. Durante l’accensione, fanciulli e giovanette cantavano strofette osannanti al Guerriero celeste: «Lu peduzz de S. Mechele/e come ciadore e come ciadore/ ciadore lu core Gesù/ e S. Mechele aiutece tu.// La manuzz de S. Mechele/ e come ciadore e come ciadore/ciadore lu core Gesù/e S. Mechele aiutece tu.// Se S. Mechele ne ‘nteness la spete/ sarrimm murte sott li prete/e laudete sempe sij/ face ‘razij S. Mechele mij//». Nell’alto silenzio della notte su per i monti e per le valli echeggiava l’eco del canto: «Evviva S. Michele; S. Michele evviva!».

2010 Teresa Maria Rauzino

articolo pubblicato su L’ATTACCO del 29-09-2010

La presente pagina è tratta dal saggio “San Michele Arcangelo” di Teresa Maria Rauzino, pubblicato dall’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia del Ministero dei beni culturali in “Feste e Riti d’Italia Sud 1” a cura di Stefania Massari, De Luca Editori d’arte, collana “Beni immateriali dell’umanità”.

Le Foto d’epoca di Monte Sant’Angelo, con particolari scorci panoramici del Centro Storico sono state scattate dai fotografi Mimì Palena e Michele Cassa e sono tratte dall’Archivio Fotografico di Arcangelo Palumbo, che ringraziamo per averle messe a disposizione sul portale http://www.newsgargano.it 

SAN MICHELE SUL GARGANO: TRA SIMBOLOGIA E ICONOGRAFIA

SAN MICHELE SUL GARGANO: TRA SIMBOLOGIA E ICONOGRAFIA

“Quando le nuvole dense scendono come ad allattare queste cime fronzute, quando il sole mordente le assapora, quando i venti che s’incanalano nell’Adriatico le squassano, dentro il Gargano l’Arcangelo vestito da toro si stende sotto la foresta incantata, e dorme lentamente sognando il Signore”.(Cesare Brandi, in Pellegrino di Puglia)………………………………………………………………………………………….

Il santuario del Promontorio e i maggiori luoghi di culto della cristianità medievale, compresi nel trittico Deus, Angelus, Homo

SAN MICHELE SUL GARGANO: TRA SIMBOLOGIA E ICONOGRAFIA

Parlare nel Medioevo di viaggiatori equivale a parlare soprattutto del fenomeno del pellegrinaggio, da tutti considerato “il cammino verso la salvezza”. Con gli occhi bruciati dal vento e dal sole ogni cristiano era in continuo viaggio, in cerca di un senso da dare alla propria vita. Fra i pellegrini vi erano ricchi e poveri, sani e infermi, santi e peccatori. Tutti accomunati da uno stesso sentimento: riacquistare la fede perduta e con essa la salvezza eterna. Un fenomeno di religiosità popolare, quello del viaggio verso i luoghi-chiave della Cristianità, che ha coinvolto nei secoli migliaia di pellegrini. Nel Medioevo, i grandi itinerari della fede si snodavano lungo le rotte dei mari o i sentieri d’Oriente per raggiungere la Terrasanta, verso le strade per Roma, e lungo il «camino de Santiago» di Compostela. Ma anche lungo la «Via Sacra Langobardorum». Questa strada univa direttamente Benevento a Monte Sant’Angelo, ma ben presto collegò l’Europa occidentale con la Terra Santa, tramite i porti di Brindisi e di Otranto. Un itinerario fondamentale per l’organizzazione viaria e marittima, per la fondazione di chiese, monasteri e mercati, ma soprattutto per la creazione di una comune cultura europea.

Il santuario garganico rientrò tra i maggiori luoghi di culto della cristianità medievale, era compreso nel trittico Deus, Angelus, Homo. Deus rappresentava il santuario di Gerusalemme, Angelus quello dell’Arcangelo Michele sul Gargano e Homo quelli di San Pietro a Roma e S. Giacomo a Compostela.

La denominazione dell’itinerario al Monte Gargano è legata alla presenza dei Longobardi, che fecero della grotta dell’Arcangelo il loro santuario nazionale e diffusero il culto micaelico in tutta Europa. Alla fine del VI secolo i Longobardi, dopo aver fondato il Ducato di Benevento, cercarono a più riprese sbocchi al mare, verso il Tirreno e verso l’Adriatico. Si spinsero anche verso Siponto, dominata dai bizantini e da qui entrarono in contatto con il culto di San Michele, nel quale ritrovarono caratteristiche tipiche del loro principale dio pagano Wotan. La devozione per l’Arcangelo li portò alla rapida conversione al cattolicesimo.

Il santuario di Monte Sant’Angelo ebbe un periodo di particolare splendore tra il VI e il IX secolo. A quest’epoca risalgono quasi duecento iscrizioni (incise o graffite nella parte più antica del complesso monumentale), tra le quali almeno cinque, in caratteri runici, costituiscono le prime testimonianze rinvenute in Italia della scrittura usata dai germani prima dell’adozione dell’alfabeto latino.

Negli ultimi anni del IX secolo i Bizantini, ritornati sul Gargano, mantennero vivo il culto micaelico. Anche i Normanni si legarono al santuario. Lo storico Ciro Angelillis (1873-1956) racconta l’incontro avvenuto nel 1016 al santuario di Monte Sant’Angelo tra Melo di Bari, nobile di stirpe longobarda, e i cavalieri normanni di ritorno dalla Terra Santa. Melo li convinse a scendere dalla Normandia in Puglia per combattere contro i Bizantini. L’episodio era stato descritto dal cronista medievale Guglielmo Appulo.

Il Gargano, fin dall’epoca della colonizzazione greca, aveva registrato la diffusione, grazie alla particolare morfologia dei luoghi, selvaggi, boscosi e ricchi di dirupi, di miti e riti diversi, legati alla presenza dell’acqua terapeutica e alla pratica dell’incubatio, che consisteva nel dormire nei pressi di un luogo sacro per ricevere al mattino le rivelazioni della divinità. Prima che vi si insediasse il culto per l’Angelo, la grotta fu sede di culti pagani, collegati con divinità di matrice orientale (Giove, Mitra, Diomede, Calcante, Podalirio). Di questi riti precedenti si avverte un’eco nel culto micaelico. Michele fu considerato dagli Ebrei il principe degli angeli, protettore del popolo eletto, simbolo della protezione divina nei confronti di Israele. Il suo nome ebraico Mi-ka-El significa “Chi è come Dio?”. Nel Nuovo Testamento è presentato come l’avversario del demonio, vincitore dell’ultima battaglia contro Lucifero e gli angeli ribelli. Per i cristiani, l’Arcangelo S. Michele è il più potente difensore del popolo di Dio.

Nell’iconografia orientale e occidentale viene rappresentato come un combattente, con la spada o la lancia nella mano; sotto i suoi piedi c’è Satana, nelle vesti di dragone – mostro. I credenti si affidano alla sua protezione qui sulla Terra, ma anche nel momento del giudizio. La tradizione gli attribuisce il compito di pesare le anime dei morti. Ecco perché in alcune rappresentazioni iconografiche, oltre alla spada, l’Arcangelo porta in mano una bilancia.

In Frigia, centro del culto degli angeli, San Michele era venerato come guaritore. Si narra che fece scaturire una sorgente medicinale a Chairotopa, vicino alla città di Colosso (l’odierna Khonas) dove tutti i malati, che si bagnavano invocandolo, venivano guariti. Ancora più famose sono le sorgenti che, sempre a Colosso, San Michele avrebbe fatto zampillare dalla roccia. L’Arcangelo pare sia apparso all’imperatore Costantino nel luogo dove sorse il suo principale santuario, il Michaelion, a 50 miglia da Costantinopoli. Ecco perché, nei primi secoli del cristianesimo, presso i bizantini, San Michele era considerato il medico celeste che guariva le infermità degli uomini. I Longobardi invece preferirono l’immagine del Santo come capo delle milizie celesti, guerriero e patrono dei combattenti.

Nella devozione popolare san Michele è considerato il patrono degli spadaccini, di tutti i maestri d’arme, dei forbitori, dei doratori (perché di solito è rappresentato con corazza dorata), dei commercianti (come Mercurio presso i pagani) e di tutti quei mestieri che si servono della bilancia (farmacisti, pasticceri, droghieri, merciai, pesatori di grano, fabbricanti di tinozze). L’Arcangelo è visto non solo come difensore del bene contro il male e della legalità contro l’illegalità e l’arbitrio, ma come giudice imparziale.

Nei proverbi, nei modi di dire della Puglia, si colgono ancora oggi i fondamentali elementi del culto garganico a san Michele e le principali funzioni a lui attribuite. Vi ricorrono la pietra della grotta e l’acqua che filtra dalla volta (La irótte de Sammechéle è come a llu ssulàgne, ce chióve e ne nci-abbàgne) [La grotta di san Michele è come un luogo soleggiato: piove e non ci si bagna ]; la bilancia del pesatore d’anime e la spada del guerriero (La spéde de Sammechéle! ) [La spada di San Michele!]; la stagione dei pellegrinaggi; gli statuari dal nome angelico (Lu diaule è brutte, ma nò come lu fé lu sammecalére)[Il diavolo è brutto, ma non così tanto come lo scolpiscono i sammichelari]; il vento e la pioggia di settembre, e l’uva dolce come il miele (De Sanda Mechéle l’uve iè come o mméle [A san Michele, l’uva è dolce come il miele].

Nelle 100 grafiche, presentate dall’artista Lidia Croce ad Aurea 2006 e nel santuario di Monte Sant’Angelo, colpisce lo sforzo di innovare l’iconografia tradizionale dell’Arcangelo con la sensibilità contemporanea. La visione immaginifica della Croce attinge liberamente all’ispirazione, senza tener conto di barriere ormai inattuali e partendo dall’idea che nella nostra epoca prevale la compresenza degli ossimori. San Michele, l’Angelo della giustizia, e del giudizio, in perpetua lotta con il demone Azazel. L’Angelo, che salva i credenti dalla peste, si presenta come epifania di luce, energia, vortice di elettroni e fotoni sul Promontorio del Gargano. La spada dell’Arcangelo diventa luce concentrata, laser, stimolante cortocircuito immaginativo che fa diventare attuale anche l’iconografia più consolidata.

Ma è una grande tela di 10 metri quadri, la Francigena, l’opera micaelica più suggestiva della Croce. L’attrazione che la Grotta di san Michele esercita da lungo tempo sul suo immaginario non deriva dal mistero di fede, ma dalle opere d’arte presenti in quel luogo “terribilis”. L’opera che l’affascina da sempre è l’audace architettura sovrastante lo speco naturale: testimonia l’immane opera dell’uomo medievale che, pur avendo pochissimi mezzi tecnici, riuscì a fare questo piccolo miracolo d’ingegno. Ma l’artista, in questa tela, non vuole celebrare il singolo particolare dell’architettura dei santuari della Francigena quanto il mistero di questo infinito peregrinare verso l’Arcangelo. Ha sentito l’urgenza di fissare, in un’opera di grande respiro narrativo e simbolico, il fluire di questa inesauribile forza coinvolgente. Un “cammino” che da Stignano va a san Giovanni Rotondo, attraversando la Foresta Umbra. Si notano inserimenti moderni come le chiese di Padre Pio, quella antica e quella nuova, con arcate in simbiosi. Non sono un anacronismo. Sono il frutto moderno della fede antica… Ed ecco Monte Sant’Angelo: San Giovanni in Tumba con le bifore e il portale che si interseca al grifone di Acceptus. A sinistra il portale di santa Maria Maggiore con le arcate romaniche; l’ultima a punta, è nascosta da un grande libro. Ancora più in alto c’è il Castello, e tante casette a schiera svettanti nell’infinito. Nel ripetersi in quel modulo all’infinito, si staglia l’equazione della luce. L’ubicazione delle due chiese di san Michele è realistica: c’è quella longobarda a crociera e quella ipogea, sotto la grotta. Qui si vedono gli interni, la torre campanaria, gli eremi. Al centro del quadro, verso il basso, campeggia la Madonna di Pulsano. L’icona originale è a mezzo busto, ma l’artista l’ha resa intera, inserendola nel vivo della roccia del promontorio. Un’icona contemporanea ispirata a un’icona antica. Due gli Arcangeli presenti nella tela: il primo richiama l’opera del Sansovino, presenza perfetta, bellissima. Lidia Croce non l’ha voluta emulare, il suo riferimento è soltanto uno schizzo. Tutta la sua creatività l’ha riservata al “nuovo” Arcangelo, diamante traslucido, prova dell’artista per una scultura bronzea del Santuario. Un Arcangelo che sovrasta il campanile angioino, prolunga l’ala per tutta la tela per racchiudere, proteggere ad attrarre tutto il fluire del pellegrinaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo. Un Arcangelo connotato dal mistero, al di là della possibile cognizione umana, che attrae come un grande magnete diversi campi: infinite personalità, pellegrini di ogni estrazione sociale: poveri, ricchi, stranieri. Pellegrini che continuano ad affluire ancora oggi sulla Via Sacra: quelli nudi, quelli in ginocchio sulla scalinata sono i più antichi, poi giungono i cavalieri, i longobardi, i re, gli imperatori. Federico II è appena abbozzato con le corone e la croce di cristallo di rocca con la scheggia di legno della vera Croce. Non è solo, c’è una donna con lui, forse Costanza. Dietro lo Svevo, la terza ondata, quella dei pellegrini moderni che arrivano sulle auto, motorizzati. Un fluire di pellegrini e di immagini generanti tante opere d’arte: un rosone, un’arcata, delle crociere. Un capitello esce da un’icona per formare un cavallo, da una zampa di un altro si genera una bifora. I cavalli sono sempre più stilizzati, ma l’artista fissa la sua attenzione su una curiosa scena di vita quotidiana: un cavallo non vuole salire le scale, si rifiuta di obbedire al suo padrone. Tantissimi i simboli: in alto e in basso Azazel che precipita in fondo alla roccia, il braccio, le mani reggono l’elsa della spada. Il diagramma del DNA ricorda che il demone ha la stessa origine dell’Arcangelo buono, è frutto della creazione divina. Un ossimoro che ritorna. Nella tela prevalgono varie tonalità “celestiali”. Unica eccezione: il verde della Foresta. Gli alberi, stilizzati come capitelli e fusti di colonne, formano una foresta architettonica felicemente inserita nello stile del quadro. Le rocce del promontorio sono a picco sul mare, sfaccettato come una gemma. Tre velieri si stagliano nell’azzurro in rotta per la Terrasanta.
Il viaggio verso la salvezza prosegue…

Teresa Maria Rauzino

(sul quotidiano “L’ATTACCO” 30 giugno 2011)

“LA FRANCIGENA” DI LIDIA CROCE