Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 30 gennaio 2012

La Regione Puglia dà l’ok alla nascita dell’Istituto Nautico a Rodi Garganico

Su istanza del Comune di Rodi garganico e dell’Istituto di Istruzione “Mauro del Giudice”, la Regione Puglia ha deliberato di istituire per l’anno scolastico 2012-2013 un Istituto Tecnico Nautico (Trasporti e Logistica). Iscrizioni entro il 20 febbraio. Vittoria del territorio dopo le petizioni.
 La Regione ha istituito, a Rodi Garganico, l’Istituto nautico, un risultato indiscutibilmente importante, non solo per il centro garganico, ma per l’intero promontorio, potendo offrire un’ulteriore opportunità formativa e professionale a tanti ragazzi. Apprezzabile, indiscutibilmente, la risposta della Regione alla richiesta dell’amministrazione comunale di istituzione dell’importante corso di studio. Proposta che ha bruciato tutti i tempi; appena avviata lo scorso giugno – ricorda il sindaco, Carmine D’Anelli – è stata fatta propria dagli organi collegiali dell’Istituto tecnico commerciale e per geometri avendone condiviso le motivazioni. D’Anelli ricorda ancora che c’è stata anche una consistente sottoscrizione popolare (Ottocento le firme raccolte); inoltre, analoga sollecitazione da parte della sezione territoriale del Gargano nord della Società nazionale di salvamento. E’prevedibile che il nuovo e stimolante corso di studi trovi un ampio consenso da parte dei ragazzi e, naturalmente, dalle famiglie. Si tratta di un’offerta formativa più ampia, che non deve – viene spiegato – significare inutile proliferazione di corsi di studio, con l’istituzione di un nuovo indirizzo rispondente alle esigenze del territorio che – come ha sottolineato la componente scolastica – non può che essere accolta con favore, in quanto mira ad assicurare il successo formativo di tutti i ragazzi ed un concreto sviluppo che favorirà anche l’occupazione giovanile. Sono sufficienti alcuni dati oggettivi per dare l’esatta misura dell’importanza che riveste l’istituzione del Nautico a Rodi Garganico. Il Gargano ha un notevole sviluppo costiero ed una lunga e storica tradizione marinara e commerciale ma, stranamente, nel tratto di costa da Manfredonia a Termoli, quantificabile in poco più di duecento chilometri, non c’è, (o meglio dire non c’era) un Istituto nautico. Una contraddizione vista la vocazione delle comunità di Vieste, Peschici e Rodi Garganico che, da sempre, hanno fatto del mare una delle più significative fonti di lavoro e di guadagno. Ci sono altri dati che concorrono a valorizzare l’istituzione di un indirizzo nautico che, ricordiamo, con la Riforma scolastica è confluito nel “settore tecnologico” con la denominazione, appunto, di “Trasporti e logistica”. La morfologia del territorio e i mezzi di trasporto rendono disagevole la pendolarità degli studenti che frequentano a Manfredonia e a Termoli; disagi ai quali vanno sommati i costi a carico delle famiglie. L’istituzione del “Nautico” completa – sottolinea il sindaco – un percorso di sviluppo che parte dal mare. Meno di tre anni fa, nel 2009, l’inaugurazione del porto “Maria santissima della Libera”, risultato atteso addirittura da un secolo, che ha aperto occasioni di crescita.

Francesco Mastropaolo

(La Gazzetta del mezzogiorno 29 gennaio 2012)

Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 27 gennaio 2012

Suonatori e cantatori di Carpino

Suonatori e

cantatori  di Carpino

cantatori più validi sono coloro che, oltre a conoscere molti canti popolari, di questo vasto repertorio sanno rielaborare i versi tradizionali, variandoli emischiandoli durante l’esecuzione. (Roberto de Simone)

di TERESA MARIA RAUZINO

 Nel lontano 1954 Alan Lomax e Diego Carpitella, nel loro “tour” alla ricerca delle radici della musica popolare, scoprirono il “filone” più puro” e prezioso a Carpino, un piccolo paese dell’entroterra garganico quasi decimato dall’emigrazione.

 

 

Il ricco repertorio di sonetti fu portato alla ribalta nazionale da Roberto Leydi che nel 1967 preparò con Carpitella uno spettacolo per il Teatro Lirico di Milano dal titolo Sentite buona gente.

In quell’occasione, i suonatori ed i cantatori di Carpino, davanti a duemila spettatori abituati a tutt’altro genere musicale, offrirono una esecuzione viva, autentica, e particolarmente trascinante.

Autentici aedi del Gargano, essi riuscirono a “cucire” con maestria un canto all’altro, senza fratture stilistiche e formali, in un unicum ininterrotto ed armonioso, mai uguale, che si delineava di volta in volta, con naturalezza. Rivelarono una professionalità innata: senza alcuna platealità, senza alcuna concessione alle “regole” dello spettacolo.

Leydi, come i numerosi ricercatori che si recarono a Carpino, registrò nel 1966 il repertorio dei Cantori e pubblicò in un disco due brani tra cui Garoffl d’ammore, oggi nota a tutti come la Tarantella del Gargano. Un “pezzo” che divenne un vero successo, riproposto per ben 11 volte da artisti vari, tra cui Eugenio Bennato.

Da allora i Cantori sono divenuti una fonte inesauribile per gli interpreti di musica popolare, con un piccolo neo: nessuno dichiarava, fino a qualche anno fa, che il copyrait delle loro canzoni spettava non ad un’indistinta tradizione popolare, ma ai “cantatori e suonatori” di Carpino: Andrea Sacco, Antonio Piccininno ed Antonio Maccarone.

 

E’ merito delle puntuali ricerche di Salvatore Villani e degli appassionati cultori di musica popolare che hanno fondato ed animato l’associazione culturale “Carpino Folk festival” (ricordiamo il compianto Rocco Draicchio), se oggi la tradizione musicale del piccolo centro, che si stava spezzettando in mille rivoli indistinti, è stata collocata nel suo contesto originale: lo spazio umano, culturale e musicale del promontorio del Gargano.

Oggi i Cantori sono diventati un vero e proprio mito per i cultori di musica etnica.

Ed il Gargano, nonostante il progresso omologante introdotto dal turismo fin dagli anni sessanta, si sta rivelando un “luogo della memoria” ricco di echi suggestivi e di suoni tarantati, che si pensava fossero ormai spenti, dimenticati.

In questo senso un ampio materiale documentario è stato recentemente pubblicato da Remigio de Cristofaro Ischitella. I canti del popolo, da Nasuti I canti del ricordo, da Angela Campanile (del Centro Studi Giuseppe Martella) in Peschici nei ricordi. Merito indubbio del De Cristofaro è di essere stato uno dei primi “ricercatori” ad avere registrato già nel 1955 la musica popolare di molti centri garganici, i cui nastri sono oggi conservati presso l’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma. Sarebbe interessante estendere oggi la ricerca in tutta l’area allora indagata per verificare in che modo, dopo cinquant’anni di trasformazioni socio-economiche e culturali questa tradizione persista, si sia modificata o “contaminata” nell’inevitabile evoluzione.

Con Leydi siamo comunque lieti che “quelle voci, quelle chitarre battenti, quel canto ricco di arcaica potenza panica” siano, grazie ai ricercatori che li hanno riportati alla luce, ancora vitali. Ci auguriamo che ritornino ad echeggiare nei vicoli dei borghi antichi non solo di Carpino, ma di tutti i piccoli e grandi paesi del Gargano.

sonetti  e la taranta

 

Il repertorio dei Cantori consiste, oltre che nei “sonetti”, componimenti lirico- monostrofici a carattere amoroso per  serenate, in “sonetti” di sdegno e di “stramurte” con evidenti traslati erotico-allusivi. Caratteristica la “ripresa”: ha l’effetto di concatenare i diversi testi in ininterrotte sequenze, dando loro una certa uniformità. Il testo può essere integrato da gruppi sillabici o brevi frasi stereotipe, asemantiche, con funzione ritmica.

Nei “sonetti” il testo, solitamente attinto dal patrimonio poetico della comunità, è funzionale al messaggio erotico che si vuole trasmettere al destinatario. Particolari sonorità sono ritmate dal  “cantatore”, la cui voce “di testa”  con picchi acuti, accompagnata dalla mitica “chitarra battente”, oltre che dalla “francese”, dalle “castagnole” e dalla “tamorra”, emerge anche a distanza.

La persistenza della “battente” anche in periodi di guerra o autarchici, in cui non era possibile reperire dai liutai le corde necessarie, è testimoniata dagli anziani che ricordano come i contadini che amavano suonare questo strumento, quando le corde si rompevano,  “strecciavano” i fili d’acciaio del freno delle  biciclette e ne ricavavano delle nuove, che poi accordavano a seconda dello stile personale. Il piano superiore della chitarra veniva ornato, oltre che dalle inconfondibili “rose” in corrispondenza dei fori della cassa armonica, da disegni e foto di procaci bellezze “al bagno”.

Tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, le popolazioni del Gargano, in occasione del Carnevale, durante i pellegrinaggi, ma soprattutto durante i lavori campestri o nelle feste religiose o parentali, voltavano i sonetti in  “tarantelle”.  Questa usanza persiste oggi solo a Carpino, Ischitella e San Giovanni Rotondo, dove si balla sporadicamente durante le feste di matrimonio.

Un tempo il ballo aveva finalità iatro-musicali legate al “tarantismo”, come testimonia Michele Vocino, ne Lo Sperone del Gargano del 1914.  Ogni morso  del ragno, la venefica tarantola, “provocava una festa”. Con la “regia” di un capo-attarantato s’addobbava una camera in nero, o in verde o in rosso. Il morsicato ballava con due ragazze a suon di tamburello e della chitarra battente, tra due specchi. Agli invitati, di solito parenti e vicini di casa, si offrivano ciambelle e vino.

Il Vocino attribuisce la scomparsa di questa suggestiva festa alla scomparsa della “tarantola”: “Ormai l’arte del capo-attarantato è morta, perché le tarantole sono morte e non ne sono più nate”.

Oggi l’unica “taranta” del Gargano che allude al morso del velenoso scorpione è la seguente: “Lassàteli abballà chisti zitelle/, che tènene la taranta sotte li pede/Madonne come ce menene, /come nu sacche de patene” (Lasciateli ballare questi zitelli,/ che hanno la tarantola sotto i piedi. /Madonna come si lanciano, /come un sacco di patate!). Naturalmente, è cantata dai Cantori di Carpino.

TERESA MARIA RAUZINO

Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 27 gennaio 2012

Novelle e leggende di Capitanata

Novelle e leggende di Capitanata 
Del perduto amore

Giuseppe D’Addetta, fin dagli anni Cinquanta, intuì che anche i centri più sperduti del Gargano avrebbero avuto qualcosa di importante da comunicare a chi avesse avuto la curiosità di conoscerli. Una tradizione folklorica ed etnografica intatta, e sorprendentemente attuale, era ancora da valorizzare. Essa attendeva di essere conosciuta da chi, mosso dal desiderio di conoscere ciò che un tempo, in un’altra vita, siamo stati, si fosse spinto per le balze più scoscese della Montagna del sole, alla ricerca di luoghi della memoria ormai dimenticati.

Novelle e leggende della Capitanata, una bella raccolta curata da Giovanni Saitto (Edizioni del Poggio) prende le mosse proprio dall’indimenticabile saggio del d’Addetta.  E ne prosegue l’ideale viaggio, alla scoperta di antiche tradizioni etnografiche e narrative.  Emergono ricordi altamente suggestivi e poco noti, ed il lettore vi si  accosta con il desiderio di farli rivivere in piena luce. Desiderio che è anche di tutti gli studiosi che, lavorando in team, hanno messo a disposizione materiale raro, edito ed inedito. Il dato interessante è che, accanto alle leggende di Giuseppe d’Addetta, di Armando Petrucci, di Michelantonio Fini, troviamo le delicate illustrazioni di Primiana Nista ed i validi testi di alcuni giovani narratori che, partendo da uno spunto ambientale, da un aneddoto, o da una tradizione rigorosamente storica, si sono cimentati nell’invenzione artistica, creando dei nuovi racconti, che resteranno sicuramente impressi nell’immaginario del lettore.

Come Il Confessore senza ostie di Antonio Milone. Protagonisti il giovane imperatore Federico II di Svevia e Matteo, un umile manovale, addetto alla costruzione della fortezza di Apricena. Ambedue presi dallo stesso sogno, dallo stesso identico miraggio: “Angiola, bella come la seta la prima volta, bella come la luna quando si è felici, con quegli occhi di luce nera, con quella pelle che solo un Dio sa e può, quella pelle di petali di rose, di seta e latte, e raggi di sole”… Una notte insonne, parallela, accomuna i due adolescenti. Una notte che, per Federico, è come una malattia, è come “un confessore senza ostie che non può assolvere, né può condannare”. Una notte in cui egli diventa veramente un re…

Nel racconto di Giovambattista Gifuni, La danzatrice di Lucera, il biondo e inquieto  Manfredi, e una misteriosa saracena, di nome Semrud, sono i protagonisti di una struggente storia di amore inappagato. Lo scenario è Lucera, e in particolare il castello sormontato da quindici torri, costruito secondo lo stile arabo: tremila colonnine orientali ne circondano il vasto cortile; le porte sono incrostate d’oro; un incantevole giardino di stellecantanti, di fontane e di rose, circonda l’harem dalle inferriate d’oro. Qui Manfredi conduce Semrud, dopo averla acquistata, spinto dalla subitanea attrazione che ha provato vedendola danzare su una pista dorata. Ma invano ne cerca l’amore. Solo alla vigilia della battaglia di Benevento, che vedrà il tramonto della potenza sveva, Semrud, conscia del fatale destino che incombe sul suo re, gli sarà vicina come non mai…

  Dalla raccolta viene, quindi, fuori un mondo di ieri, sorprendente per chi è abituato a vedere la Capitanata, ed il Gargano, con lo sguardo corto dell’oggi e della contemporaneità. La leggenda de Il ponte di cuoio, di Giuseppe d’Addetta, ci riporta al tempo lontano in cui la nostra provincia era terra di conquista di popoli diversi per cultura, consuetudini e tradizioni. Popoli come gli Arabi che, contrariamente ai pregiudizi di oggi, erano un popolo mite, rispettoso delle tradizioni locali e religiose delle genti conquistate.

Il protagonista della leggenda, Moham, un valoroso condottiero saraceno, si innamora perdutamente della castellana, bella e bionda come il sole e dolce come la luna, che vive nella rocca dirimpetto, in località Castelpagano. Ma il suo sogno d’amore incontrerà seri ostacoli. Forti pregiudizi etnici, e soprattutto il timore che, sposando un seguace della religione maomettana, possano esserci ripercussioni negative per la propria anima e per icomponenti della sua casata, inducono la bella principessa garganica ad avanzare una richiesta decisamente insolita…

Quando l’itinerario de La Montagna del sole  tocca Vieste, la sperduta, il D’Addetta rievoca due suggestive leggende. Tragici scenari lo Spacco di Rosinella e il bianco faraglione di Pizzomunno. Qui le perfide sirene, invidiose e gelose dell’amore di due giovani, rapiscono la bellissima fanciulla e la tengono legata ad uno scoglio sommerso. Solo ogni cento anni leconcederanno di riemergere, in un giorno di sole, per rivedere il suo fedele amante.

Altre leggende fioriscono sulle rive del Varano. Temi maliosi e mitici, che i pescatori narravano, durante le lunghe attese delle battute di caccia e di pesca. Come la storia di Nunziata, unica superstite all’ira divina che inabissa la città di Uria. Gli Dei le concedono il dono dell’immortalità, ma la sua è una vita segnata dal rimpianto per la perdita dell’innamorato, scomparso insieme a tutti gli abitanti della città. E la sua voce di pianto, ogni sera, è portata dal vento che spira sullo specchio del lago…

La storia di Maddalena, ritrovata dal prof. Michele Tortorella fra i registri parrocchiali della collegiata di Vico del Gargano, narra una vicenda seicentesca. Lo sfondo è il castello svevo; protagonisti due inconsapevoli fratelli, portati dai capricci della sorte a un destino infelice. Antagonista il principe Caracciolo, che desideroso di impadronirsi del feudo, sottrae ai marchesi Spinelli, con un sotterfugio, l’unico figlio appena nato. Due anni dopo, la nascita di Maddalena allieta il castello, consolando gli Spinelli della perdita dell’erede maschio… che un giorno, fatalmente, approda nella città natale. Conquista la simpatia dei feudatari, i quali lo invitano a diventare paggio alla loro corte.  Maddalena è nel fiore degli anni, “è un bel bocciolo di rosa”, il giovane un giglio  bianco e candido come la neve”. Uno sguardo innocente, un voltar di testa, una mossa innocente fatta a caso. “E’ certo che nel cor gentile l’amore si fa strada”. Maddalena è perduta amante, e lui più di lei. L’amore “proibito” si consuma in un giardino di agrumi di Canneto, dietro ad uno frangivento… ma il finale è degno delle migliori tragedie greche. 

Bionde bellezze garganiche, retaggio degli antichi conquistatori normanni e svevi, o di migrazioni di altri popoli italici, sono le eroine degli altri racconti. Ad esse si affiancano le brune: come quelle che appaiono, sui marciapiedi stretti di San Giovanni Rotondo, all’immaginario turista incuriosito di D’Addetta. Donne dalle linee zingaresche con lunghi orecchini d’oro, che dignitose abbozzano un sorriso in segno di saluto, mentre due perfette file di bianchi denti rilucono fra il carminio naturale delle labbra.

Donne brune, come è bruna la bellezza slava di Sinella, protagonista de La pazza, di Michelantonio Fini. La voce argentina e affabulante ella ragazza, intenta nella raccolta delle olive nella piana assolata di Calena ammalia Elia: egli si innamora perdutamente della sua fresca bocca di fragola matura, del profumo delle sue trecce di ebano, dell’ardore dei suoi profondi occhi di fuoco. Ma la bella Sinella non può corrispondere a questo ardente sentimento: da un anno i suoi l’hanno promessa a un altro, emigrato in America, impegnando così il suo onore e la sua fedeltà. L’innamorato, respinto e umiliato, schiavo, suo malgrado, della mentalità del tempo, si sente obbligato a  lavare l’offesa agli occhi dell’intero paese…

L’epilogo è ancora più drammatico. Un giorno, dall’alto di un precipizio, sulla grotta dell’acqua calda, dalla Rupe gigantesca, Sinella che, in seguito a varie vicissitudini, ha perso la ragione, credé di poterlo trovare, di poterlo afferrare, il suo sogno, e stringerlo a sé fortemente, per sempre.

 Un mese dopo, allo stesso vertice pietroso, fu visto ergersi un uomo che veniva dalla selva, veniva dalla solitudine, veniva dalla di­sperazione. I marinairaccontano di aver visto quel fantasma camminare sul­l’orlo dell’abisso, sfidando la morte…  Così i due infelici amanti, forse, trovarono la pace in fondo a quel precipizio, in quel mare tenebroso e immenso come l’animo umano, come l’amore, come il destino, come la morte, come il mistero…-

TERESA MARIA RAUZINO

Belle donne, merletti e tramonti:

il successo delle 

 arance del Gargano

 

Le scelte che resero irresistibili le réclame delle ditte agrumarie

 

Finalmente il Parco Nazionale, Italia Nostra e il Consorzio “Gargano Agrumi” hanno ottenuto il marchio IGP, oltre che per il limone “Femminello”, anche per “l’Arancia del Gargano” nelle varietà “bionda” e “duretta” tipiche dell’Oasi Agrumaria di Rodi, Vico e Ischitella.

 A convincere la Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati alla stesura del primo disciplinare IGP fu la visione di un dossier che aveva il suo punto di forza nell’album fotografico bilingue (in italiano-inglese):Rodi Garganico. Splendori di un passato, curato dal prof. Filippo Fiorentino e don Matteo Troiano. Illustrava le pubblicità delle Società Agrumarie operanti a Rodi Garganico nel primo Novecento.

Da una prima lettura dei manifesti, bigliettini, incarti, presenti nell’album suddetto, si evidenziano i filoni ricorrenti, le scelte iconografiche del prodotto pubblicizzato. I temi preferiti dai creativi delle Società Agrumarie rodiane spaziano a 360 gradi. I più frequenti fanno perno su immagini simboliche (The Fortune si incarna in una bellissima donna discinta, rincorsa dalla Morte e da un cavaliere che travolgono nella loro folle corsa chiunque si trovi sulla loro strada) e mitiche (Il Colosso di Rodi-Atlante regge il mondo; Nettuno-Sirene-Aquila reale sono abbinati a strumenti essenziali per la navigazione come la bussola, il timone e l’ancora).

Dall’analisi iconografica si desumono informazioni sul periodo storico di realizzazione dei manifesti: fine Ottocento, Belle Époque, Ventennio fascista. Le immagini fanno riferimento alla Regina Margherita; alla Lupa con Romolo e Remo; alle Repubbliche marinare (Pisa, Genova, Amalfi e Venezia); alle sfilate oceanico-coreografiche di Villa Borghese. Quelle interculturali mostrano nazioni solidali (Italia e America impersonate da due floride ragazze in costumi tipici che si stringono una mano, in segno di amicizia, tenendo in pugno saldamente, nell’altra mano, le rispettive bandiere) ed immagini esotiche (la diversità del Giappone con i paesi occidentali è marcata dall’abbigliamento femminile e dai modi dell’abitare).

 I testimonial sono personaggi storici del Nuovo Mondo: Cristoforo Colombo, George Washington, le Indios del Far West.

 Osservando i paesaggi, le figure umane ed i caratteri di scrittura utilizzati dai grafici pubblicitari, cui le ditte rodiane affidarono la creazione dei “logo”, si evincono altre particolarità.

 Le locandine della Società Agrumaria De Felice differiscono dalle altre sia per le visioni paesaggistiche, sia per i caratteri grafici utilizzati. I temi pubblicitari sono riferibili ad un topos paesaggistico-romantico estremamente rarefatti, che supera la contingenza reale. I colori sfumati visualizzano elementi tendenti a creare suggestioni (i tramonti; la luna; la laguna; il porto; scenari di divertissement alto-borghesi con signore e signori elegantemente vestiti secondo la moda Belle Époque, che si divertono a tirare con l’arco, in un paesaggio stilizzato). Si avverte la finalità della Ditta De Felice di assumere una dimensione planetaria, internazionale; la sua tensione (sottesa alle scelte grafiche) di distaccarsi il più possibile dal contesto locale.

 Le pubblicità della Società Agrumaria Vincenzo Russo focalizzano, al contrario, scorci di vita reale, tradizioni popolari sinonimo di genuinità. Esplicito il riferimento alle tipiche attività delle donne del Gargano. Merletti e carte pizzo testimoniano la consuetudine femminile dell’arte del merletto: la sensibilità muliebre si esprime nei ricami del corredo. Si nota la cura nella presentazione del prodotto agrumario, l’attenzione per il lavoro di confezionamento. Riguardo ai caratteri scrittori utilizzati nei testi, l’uso è variegato. Si va dalla scrittura in corsivo al gotico più ricercato, con presenza di elementi decorativi decisamente elaborati.

 Nei manifesti della Società Agrumaria Ciampa & Sons ci sorridono prosperose figure femminili e una venditrice di arance e limoni in abiti d’epoca. Affianco si intravedono cassette di legno di faggio, su cui è impressa la stessa immagine pubblicitaria. I tipi di bellezza muliebre sono riferibili soprattutto alla tradizione garganica, napoletana e siciliana, ma anche a tutte le altre regioni dell’Italia (in un ampio ventaglio appaiono ragazze con i costumi tipici delle varie province). Emergono i canoni estetici del tempo, che esprimono il massimo nelle gote colorate e nei seni prorompenti. La simbologia della fecondità è ripresa dalla presenza di arance giganti poste vicino alle donne. Sullo sfondo di una carta-sipario, appare la collina verdeggiante di Rodi Garganico, con gli agrumeti ed frangivento; lungo la spiaggia si nota la presenza dei “baracconi”, gli stabilimenti di lavorazione e di confezionamento delle varie ditte (in primo piano quello con la dicitura Ciampa & Sons). Il porto è caratterizzato dalla presenza di numerosi barconi a vela e di “trabaccoli”.

 In altre locandine campeggiano, con una frase-spot riferibile alla qualità/sicurezza organolettica delle arance rodiane, altre figure-simbolo: un tamburino batte a fatica il suo strumento (Drummerboy hard to beat – dura da battere!); in un manifesto della Società Agrumaria preparato per l’esposizione di Parigi del 1889 una bimba protegge le cassette di agrumi dall’assalto delle mosche, facendo scudo con il suo corpo (There are no flues on me – non ci sono mosche su di me!); un raccoglitore di agrumi in abito tipico (molto simile alla maschera napoletana di Pulcinella) mostra una bella arancia (Good all the year round – buona tutto l’anno!), evidenziando il suo punto di forza: la presenza del prodotto sul mercato mondiale per dodici mesi all’anno. mentre le arance provenienti dalla penisola sorrentina o dalla Sicilia maturano soltanto in determinati periodi.

 Riguardo agli sfondi utilizzati nelle locandine, la Società Ciampa & Sons presenta il Golfo di Napoli con il Vesuvio lumeggiante sullo sfondo. I colori sono forti e appariscenti: rosso, ocra, verde, blu di Prussia, giallo; la Ditta De Felice utilizza colori evanescenti sul grigio azzurro, verde tenue, a simboleggiare una sorta di rarefazione del dato contingente, la mirata proiezione del prodotto agrumario sul mercato planetario. Gli agrumi sono assenti. La pubblicizzazione tende a staccarli dalla banalità utilitaristica del commercio. C’è la ricerca di un target di mercato diverso.

 Gli slogan della Ditta Ciampa & Sons fanno perno su similitudini ovvie come frutta-salute, frutta-abbondanza, ma anche su abbinamenti inediti come frutta-felicità e frutta-pace.

 È ampio l’uso del linguaggio figurato: le figure retoriche spaziano dall’allegoria al paradosso, alla metafora. Alcune richiamano il doppio senso: «The Triump of Neptune» (Il trionfo di Nettuno), indica il primato marittimo dei “trabaccoli” rodiani che trasportano il prodotto agli imbarchi mitteleuropei o alle stazioni ferroviarie dirette a Napoli per l’imbarco sui bastimenti americani; «The Pride of Rodi» (L’orgoglio di Rodi) fa leva sull’ambiguità della donna/arancia; il riferimento ad una delle Sette Meraviglie del mondo antico, il Colosso di Rodi, attesta la duratura potenza commerciale delle Società Agrumarie rodiane («Rodi For Ever». Rodi per sempre).

 Parole chiave dell’economia rodiana, fatte proprie dalla Società Agrumaria Ricucci, sono commercio, navigazione, industria. Sopra il globo terrestre, sovrastato da un’aquila con gli agrumi tra gli artigli, campeggia il cartiglio con la scritta «L’union fait la force».

 Slogan che potrebbero ispirare i grafici del Terzo millennio, con le tecniche della moderna comunicazione visiva, a produrre pubblicità efficaci per il rilancio degli agrumi del Gargano, nel solco della tradizione delle ditte rodiane che lanciarono il loro prodotto nelle fiere di Londra e Parigi…. 

 

©2012 Teresa Maria RauzinoL’articolo è stato pubblicato sul quotidiano “L’Attacco” del 14 settembre 2007. Le immagini sono tratte dall’album fotografico Rodi Garganico. Splendori di un passato a cura di don Matteo Troiano, Edizioni Parrocchia San Nicola, Bologna 1999.

        

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Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 27 gennaio 2012

DI TRABUCCO IN TRABUCCO… A MONTEPUCCI (PESCHICI -FG)



I trabucchi sono testimonianza della fatica dell’uomo per fronteggiare i pericoli del mare: le loro travi erose parlano della lotta per la sopravvivenza in una terra ingrata.
I trabucchi, antiche strutture per la pratica della pesca a vista, sono fatti di legno di pino. Il che dimostra l’ancestrale rapporto che li lega alla costa garganica. Il pino d’Aleppo, infatti, da secoli, cresce rigoglioso sulle sue ripide falesie. La posizione dei trabucchi non è casuale. Trattandosi di strumenti statici, e non dinamici, per la cattura del pesce, essi sono collocati laddove il passaggio dei banchi è frequente; si trovano in confluenza di correnti marine, notoriamente ricche di prede. Consentono ai trabucchisti di pescare senza inoltrasi in mare aperto: sono infatti costituiti da un palco o piattaforma, che si protende verso il mare, da cui sporgono lunghi pali, le antenne, sistemate in posizione orizzontale, che sorreggono una rete enorme (54 per 45 metri).
Il trabucco nacque dalla osservazione dell’emigrazione di cefali che, stagionalmente, uscivano in mare aperto, lasciando le acque salmastre dei laghi garganici di Lesina e di Varano, per raggiungere le cale di mare profonde della Testa del Gargano. Qui venivano per depositare le uova, e poi, in autunno, ripercorrevano la strada del ritorno. Si muovevano in banchi più o meno numerosi, sottocosta, per sfuggire agli assalti dei voraci delfini, i quali riuscivano talvolta a farne strage, abbrancandoli nelle acque alte. Erano mattanze tremende cui l’intero paese assisteva dall’alto delle “Ripe”. Fu questa osservazione a suggerire l’idea del marchingegno atto a catturare questi pesci, nei punti più adatti della costa rocciosa. Grazie ai trabucchi la pesca, che nel passato riguardava solo il pesce azzurro, ebbe una diversificazione. Ci fu un salto di qualità e fu possibile portare sulle tavole dei garganici pesci di qualità superiore.
Di solito i pescatori impegnati erano quattro. Due di loro erano preposti alla manovra dell’argano, uno strumento che consentiva di calare in mare la rete e poi di ritirarla. Un trabucchista era addetto all’avvistamento dei banchi di pesce. Un altro si occupava di dare i comandi e di scandire i tempi per l’effettuazione delle varie manovre.
I pescatori, a Vieste, erano chiamati trabuchelande, a Peschicitrabucchisti. Non hanno nome altrove, per il semplice fatto che questo strumento di pesca è nato sulla costa garganica, nel tratto che va dalla Punta di Monte Pucci a Cala della Pergola (faro di Pugnochiuso). Impianti simili si notano sulla costa abruzzese-marchigiana, o anche su alcuni tratti di quella laziale ma, tolta la finalità, che è quella della cattura del pesce, sono differenti per concezione e struttura.
Come è strutturato un trabucco? “Ogni cosa è studiata con cura: i vecchi pescatori, dopo aver esplorato per bene i posti adatti alla pesca, e soprattutto il passaggio dei pesci, pensarono di mettere su una piccola costruzione di legno di pino, e pali di quercia, utilizzando anche sacchi o corde. Il tutto per mettere in piedi quattro piloni, tre dei quali dovevano restare rialzati di circa un metro e mezzo dall’acqua ed uno invece completamente immerso. I piloni sorreggevano una rete che veniva immersa nel fondo. Al centro della rete era posta un’esca vera o posticcia e sulla parte alta del trabucco rimaneva un pescatore a sorvegliare. Non appena intravedeva il passaggio del pesce, faceva un segno ai suoi compagni che tiravano su il quarto pilone che rialzava la rete.
Naturalmente con questa pesca non veniva meno il principio fondamentale, e cioè l’attesa: poteva durare cinque minuti o cinque ore. Il fatidico “Vire, vire” era il grido di incitamento che l’uomo appostato sull’antenna lanciava ai compagni, per spronarli a girare l’argano con quanta più forza avevano in corpo. L’evento era costituito da un mare di pesci nella rete.

 


TRABUCCO MONTEPUCCI


-Denominazione del trabucco
Montepucci. Veniva chiamato: “La punta d’oro”.

-Collocazione, località della costa su cui è ubicato
Promontorio del Gargano, trabucco Montepucci, Peschici, Foggia, Puglia.

-Toponomastica dei luoghi

Cartografia di riferimento: Carta I.G.M. 1:25.000 – Foglio 157 IV SO – Vico del Gargano e Foglio 157 IV NO – Peschici. Carta I.G.M. 1:50.000 – Foglio 384 Vico del Gargano.

Collegamento del trabucco con le torri costiere, i monumenti o gli ipogei del territorio

Il trabucco, posto dopo la lunga spiaggia di Calenella, apre la sequenza dei trabucchi del Gargano. E’ affiancato dalla Torre di Monte Pucci, a poca distanza sono ubicati un ipogeo paleocristiano; l’abbazia di Kàlena (in agro di Peschici); la Torre del Ponte e il Castello medievale (nel centro storico di Peschici).

-Epoca di costruzione
La comparsa dei trabucchi sul Gargano risale alla fine dell’Ottocento, inizio Novecento. Questo trabucco è documentato dalla seconda metà del Novecento.

-Materiali utilizzati per la sua costruzione
Il trabucco è costituito da pali di legno, fili di ferro, corde, argani, reti e carrucole.

-Tipologia
Il trabucco è la più complessa macchina da pesca, realizzato in legno e costituito da un palo centrale proteso sull’acqua, sul quale si pone a cavalcioni la vedetta che, con lo sguardo sorveglia il passaggio dei banchi di pesce nella rete, segnalandone l’entrata con un grido convenzionale (Vira!).

-Stato di conservazione
Il trabucco di Montepucci è il migliore trabucco del Gargano, per la capacità di pesca e per la costante manutenzione, cui i proprietari lo hanno sempre sottoposto.

-Dimensioni
E’ il trabucco più grande della zona. Gode di una licenza governativa di 530 mq complessivi, di cui 55 sulla costa e per l’impalcatura e 475 per lo specchio d’acqua circostante.

-Destinazione attuale
E’ utilizzato come luogo di pesca e come ristorante.

- La storia del trabucco e dei suoi attuali possessori
Il trabucco di Montepucci è il primo costruito in questa zona; il primo titolare fu Michele Lagroia, che lo lasciò in eredità alla figlia maggiore, che sposò un Fasanella. Da allora è stato tramandato in eredità: gli attuali possessori sono Matteo Fasanella e i suoi fratelli. Qualche anno fa, dopo un maremoto, esso fu spazzato via, ma è stato rimesso in piedi dal titolare e dai suoi collaboratori.

INTERVISTA AL TRABUCCHISTA MATTEO FASANELLA

Il signor Fasanella è titolare di due trabucchi di Peschici, quello storico di Montepucci, che appartiene alla sua famiglia da circa sette generazioni, ed un altro ricostruito affianco per non far perdere questa importante testimonianza di cultura materiale presente solo sul Gargano e sulla costa abruzzese-molisana. «Noi Fasanella – ha affermato – siamo costruttori di trabucchi e trabucchisti e questo antico mestiere viene tramandato di generazione in generazione. Alla morte di mio padre ci siamo tutti quanti messi a lavorare sodo: non abbiamo abbandonato il nostro trabucco, che abbiamo riconvertito in un piccolo ristorante. Abbiamo ricostruito, vicino, un altro nostro trabucco dismesso da tempo».
Matteo Fasanella di trabucchi se ne intende veramente, è lui che ha scritto il primo libro sul tema, spiegando l’importanza di questo strumento di pesca per lo sviluppo del nostro territorio, ma anche per recuperare le tradizioni e la storia del Gargano: «Grazie ai trabucchi – ha affermato – la pesca, che nei tempi passati riguardava solo l’ottimo pesce azzurro, ebbe una diversificazione. Con i trabucchi abbiamo avuto un salto di qualità, portando sulle tavole dei garganici pesci di entità superiore. Oggi, questi strumenti quasi in disuso, ma non dimenticati, stanno rinascendo. Per gestirli è necessaria una manutenzione accurata, ma anche sforzi economici notevoli. Essendo strutture non più redditizie, c’è stato bisogno dell’intervento di enti pubblici per la loro salvaguardia».

Com’è strutturato un trabucco?

“Ogni cosa è studiata con cura. I vecchi pescatori, dopo aver esplorato per bene i posti adatti alla pesca, e soprattutto dopo aver studiato il passaggio dei pesci, pensarono bene di mettere su una piccola costruzione di legno di pino, e pali di quercia, ricavate da costruzioni abbattute, utilizzando anche sacchi o corde. Il tutto per mettere in piedi quattro piloni, tre dei quali dovevano restare rialzati di circa un metro e mezzo dall’acqua ed uno invece completamente immerso. I piloni dovevano sorreggere una rete che veniva immersa nel fondo. Al centro della rete veniva posta un’esca vera o posticcia e sulla parte alta del trabucco rimaneva un pescatore a sorvegliare. Non appena intravedeva il passaggio del pesce, faceva un segno ai suoi compagni che tiravano su il quarto pilone che rialzava la rete. Naturalmente con questa pesca non veniva meno il principio fondamentale, e cioè l’attesa, questa poteva durare cinque minuti o cinque ore, nulla accelera il corso della natura. Un tempo i trabucchi di Vieste aspettavano notizie dal trabucco di Montepucci. Però quando la situazione si rovesciava, aspettavamo noi notizie dall’altra parte.
Con il passare del tempo, il trabucco ha visto cambiare i suoi materiali, dal sacco alle reti, dalle corde al nylon, ma l’evoluzione di questi antichi strumenti non è andata oltre, tutte le operazioni di pesca vengono ancora effettuate manualmente.

Ci sono giornate in cui è vietato pescare?
Ricordo che il giorno di san Matteo mio padre diceva sempre: “Non andate a pescare: è punto di stella”. Qualche anno fa, durante le riprese della trasmissione “Linea verde”, era un giorno di festa, il mare era brutto, non era proprio il caso di pescare. Mi hanno chiesto di farlo solo per un minuto, come dimostrazione. I miei fratelli non volevano, io ho ceduto, ci tenevo… Mio fratello era su un’antenna. Si è spezzata a causa di un’ondata. Poteva succedere una tragedia. I pali li abbiamo poi aggiustati noi. Abbiamo smontato i pezzi e, in un paio di giorni, abbiamo rimontato il trabucco.

Quanti trabucchi funzionano sul Gargano?
In tutto saranno una quindicina. Cinque a Peschici: i due nostri, quelli di san Nicola e della baia di Manaccora. Anche a Vieste, in qualche modo, li hanno tenuti in piedi o li stanno ricostruendo.

Qual è il suo programma per questa estate? Fare pesca dimostrativa?
Anche, perché no?

Sant’Elia al trabucco di Montepucci (dal racconto di Matteo Fasanella)

L’estate era finita. Era un giorno di settembre, e cominciava a sentirsi nell’aria il fresco avvicinarsi dell’autunno. I pescatori del trabucco di Monte Pucci pescavano dall’alba al tramonto. La pesca, quel giorno era stata nulla: erano le quattro del pomeriggio e non avevano ancora preso un pesce. Ad un tratto arrivò un frate con la barba lunga ed un bastone fra le mani, col quale si aiutava a scendere. «Salve!» – disse tutto gentile. «Salute!» risposero i pescatori che fra loro dicevano: «Ci mancava anche il monaco adesso, non basta la scalogna di oggi». «Preso niente?» chiese il frate; «Neanche una carogna!» rispose il pescatore più anziano. Il frate si guardò intorno, guardò il mare fissandolo come se volesse parlargli, poi tutto d’un tratto disse: «Non preoccupatevi, vedrete che prenderete tanto di quel pesce da non sapere più dove metterlo». Sorridendo salutò i pescatori e pian piano si avviò. «Andiamo via! tiriamo su la rete e andiamo a casa» disse uno dei pescatori, «Ci voleva pure il prete a portarci scalogna».
Uno dei pescatori s’avviò verso la casetta per prendere un po’ di pane; ad un certo punto chiamò gli altri, aveva un santino in mano; «Matteo, Antonio, guardate! Non vi sembra la fotografia del frate che è venuto qui adesso?». Tutti meravigliati guardarono l’immaginetta di Sant’Elia: era lui, era identico, non c’era dubbio. In quel frattempo, mentre cercavano di individuare, con gli occhi sul sentiero, il frate che s’allontanava, la vedetta con un grido concitato urlò: «Veir, forza! C’è la rete piena di pesci!» così uniti dallo stesso spirito cominciarono a girare gli argani. La rete venne su colma di pesci. Scesero tutti sul palchetto «Dio mio, quanti pesci» gridò un pescatore!
Un attimo: tutti ebbero la stessa idea, si voltarono a guardare se ci fosse ancora il monaco.
«Eccolo là!» gridò Matteo. Ma il frate, con un gesto del braccio, salutò tutti e sparì nel nulla.

TERESA MARIA RAUZINO

Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 27 gennaio 2012

AMARCORD: Quando ad emigrare eravamo noi…

Agli italiani smemorati del loro passato di “migranti”, cui erano negati i fondamentali diritti umani, vorrei ricordare la triste storia di quando, all’arrivo ad ellis Island, eravamo tenuti in quarantena e marchiati con il gesso.    

Lacrime ‘mericane
Gli emigrati di tutto il mondo sbarcati nel ‘Paese della Libertà’ schedati e ‘marchiati’ con il gesso

 

    

A fine Ottocento, Edmondo de Amicis viaggiò a bordo della nave Galileo, che trasportava gli emigranti italiani in Uruguay ed in Argentina. Nel suo reportage Dall’Oceano scrisse: «C’erano molti Valsussini, Friulani, agricoltori della bassa Lombardia, contadini d’Alba e d’Alessandria che andavano all’Argentina non per altro che per la mietitura, ossia per mettere da parte trecento lire in tre mesi e navigando quaranta giorni. Tessitori di Como, famigli d’Intra, segantini del Veronese. Della Liguria il contingente solito dato in massima parte dai circondari di Albenga, Savona e Chiavari…».

 

Questa cronaca sfata un luogo comune: negli ultimi venti anni dell’Ottocento fu soprattutto dal Nord Italia che si espatriò per La Merica. Solo col nuovo secolo arriverà l’ondata “sudista”. Culminerà nel 1906 con 787.977 espatri dall’Italia Meridionale: centomila persone partirono dalla sola Sicilia. 

 

Il sogno americano si alimentò delle immagini dei bastimenti proposte dalle numerose compagnie di navigazione. La pubblicità dell’epoca fece centro nell’alimentare i “sogni” degli aspiranti migranti. Il transatlantico imponente e leggero, sicuro sui mari in tempesta, alimentava la speranza del sogno americano: chi avesse raggiunto la Statua della Libertà avrebbe avuto una vita dignitosa, lontana dalla miseria, dalla fame e dalle malattie.

Molti si affrettarono a svendere le loro misere proprietà pur di acquistare il biglietto di quella nave: per realizzare un sogno così a portata di mano. Attratti dal sogno, migrarono ben 60 milioni di persone dall’Italia, nel corso dei vari periodi storici, lasciandosi dietro la terra d’origine, gli affetti e le loro tradizioni. Nelle valige mettevano foto, santini, opuscoletti che gli ricordassero i luoghi e le persone che lasciavano in patria.

 

Una locandina della società di navigazione La Veloce, che garantiva un «servizio celerissimo con vapori elegantissimi» non smentisce il suo spot: una madame, vestita con abito e cappellino belle époque, saluta, sventolando un fazzoletto bianco, l’arrivo di una nave nel porto di Genova. A bordo ci sono gli “americani”, che rientrano in Italia. Tornano dall’America per trovare le mogli ed i parenti italiani.Ormai sono benestanti, gente di successo.

Ma in quali condizioni “reali” viaggiavano gli emigranti italiani? è lo stesso de Amicis a rivelarcelo: «ammassati tra pile di cartoni, valige e animali, assieme a ladri e uomini puzzolenti di sporcizia, vi erano donne malate con figli denutriti. In terza classe spesso non c’era nemmeno un bagno per centinaia di passeggeri, costretti ad andare in seconda per trovarne uno disponibile».

 

  

 

Ellis Island l’isola delle lacrime

 

Dopo 40 giorni di navigazione, i bastimenti raggiungevano Manhattan. Ma prima dovevano transitare per Ellis Island, l’isola principale di Nuova York. Nel 1894 era la più grande stazione di smistamento degli immigrati. Il governo americano controllò il flusso migratorio con metodi ferrei, polizieschi. E la diversa estrazione sociale dei naviganti marcava “la differenza”.

 

Quando le navi a vapore entravano nel porto di New York, i più ricchi passeggeri di prima e seconda classe venivano ispezionati a loro comodo nelle loro cabine e scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione. Invece i passeggeri di terza classe venivano portati a Ellis Island per l’ispezione “dura”. Giunti sulla piccola isola, gli emigranti poveri, sbarcati da navi provenienti da tutto il mondo, venivano ispezionati, interrogati. Si eseguivano meticolosi controlli per eliminare gli indesiderabili e i malati. I medici accertavano soprattutto “le malattie ripugnanti e contagiose” e le malattie mentali. Gli ammalati o i “sospetti” tali venivano marcati sulla schiena con una croce bianca segnata con il gesso, confinati sull’isola per la quarantena oppure reimbarcati. I capitani delle navi avevano l’obbligo di riportarli nel porto del paese d’origine.

 

I dati attestano che almeno il 2% per cento degli emigranti furono riportati a casa. Ma molti sfuggirono alla triste sorte del foglio di via, del rientro coatto: cercarono di restare a tutti i costi: si tuffarono in mare, raggiungendo Manhattan a nuoto. Di solito, quelli accettati, dopo una quarantena di qualche giorno venivano smistati per varie destinazioni.

 

La maggior parte degli immigrati venne mandata a popolare il New Jersey. Ad Ellis Island, le “Scale della Separazione” marcarono forzate “divisioni” di interi nuclei che si erano imbarcati sulla stessa nave. Dal 1917, quando gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale, i sentimenti anti-immigrazione e le ostilità isolazioniste raggiunsero il massimo. Ed il ruolo di Ellis Island cambiò: da centro di smistamento per gli immigrati divenne un centro di detenzione per deportati e perseguitati politici. I decreti sull’immigrazione del 1921 e del 1924 posero fine alla politica di “porte aperte”‘ degli Stati Uniti. I locali del Centro vennero chiusi definitivamente nel 1954.

 

 

 

Oggi Ellis è un Museo

 

Ellis Island è un grande Museo dell’Immigrazione. Dal 1990 vi sono esposti i “segni” lasciati dagli immigrati: vestiti, tessuti, utensili. Uno dei dormitori, come in un flash-back, ci riporta alla visione di alcune note camerate dei “campi di concentramento”. Ed emoziona il visitatore. Nelle varie sale, le esperienze di vita vissuta sono ricostruite con fotografie, pannelli esplicativi, piccoli oggetti domestici portati dalla terra di origine e utilizzati per il lungo viaggio (valigie, ceste, sacchi, fagotti…). è possibile ascoltare le voci registrate dei protagonisti. Vi sono descrizioni dell’arrivo e dei successivi colloqui, esempi delle domande poste e degli esami medici effettuati.

 

 

Un sito Internet sull’emigrazione  

 

 

Circa 100 milioni di americani (40% dell’intera popolazione) sono diretti discendenti di quei 22 milioni di immigrati che approdarono ai moli di Ellis Island, tra il 1892 ed il 1924. è qui l’origine del melting pot, il grande calderone della multietnicità americana, che tanto giovò alla civilizzazione di questo grande paese. Oggi chiunque voglia avere notizie dei propri avi emigrati in America, di cui abbia perso traccia, può, navigando virtualmente in Internet, raggiungere il sitowww.ellisisland.org  ed effettuare la ricerca. Con una semplice iscrizione gratuita potrà accedere all’archivio telematico messo a disposizione di tutti i virtuali “naviganti”.

 

Nella sezione «Passenger Search» è possibile conoscere per ogni emigrato il nome e cognome, lo Stato e città di provenienza, la data di arrivo all’isola, l’età, lo stato civile, il nome della nave ed il relativo porto di partenza. Il sito è stato realizzato dall’AFIHC (American Family Immigration History Center). L’immane lavoro di archiviazione telematica è stato effettuato dai «Volontari della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni», più noti come Mormoni.

 

 

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Un canto sull’emigrazione garganica

 

(a cura di Luciano Castelluccia, direttore artistico del Carpino Folk Festival )

 

 

MARITME STA ALL’AMERICA E NUN ME SCRIVE

 

(Mio marito sta in America e non mi scrive)

 

 

 

Marit’me sta all’America e nun me scrive

 

Mari’tme sta all’America e nun me scrive

 

Nun sacce la mancanza

 

Nun sacce la mancanza che l’aje fatte

 

 

 

E na mancanza mia iè stata questa

 

e na mancanza mia iè stata questa

 

da tre fanciull na

 

da tre fanciull na truvat quatt

 

 

 

Zitt marite mije che nun je nent

 

zitt marite mije che nun je nent

 

e lu viam a Napl

 

e lu viam a Napl a fa student

 

 

 

‘Nfa nend marit mije che a patut

 

‘nfa nend marit mije che a patut

 

basta che magn e viv

 

basta che magn e viv e va v’stut

 

 

 

Non jadda jess mo lu chiant amar

 

non jadda jess mo lu chiant amar

 

adda jess mo che m vid

 

adda jess mo che m vid p’ na ‘merican

 

 

 

Non adda jess mo lu chiant a llochje

 

non adda jess mo lu chiant a llochje

 

adda jess mo che m vid

 

adda jess mo che m vid a Nuva York

 

 

 

Zitt marite mije che non je nent

 

zitt marite mije che non je nent

 

e lu n’viam a napl

 

e lu n’viam a Napl a fa student

 

 

 

 

Questo Canto di emigrazione fu raccolto da Lomax e Carpitella nel 1954 a Cagnano Varano.

 

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©2012 Teresa Maria Rauzino. 

 

 

Microstorie www.mondimedievali.net

 

Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 27 gennaio 2012

Carpino degli anni sessanta raccontata da Francesco Rosso

Carpino degli anni sessanta raccontata da un grande giornalista italiano

 

Le nenie di Carpino

in “Gargano magico”

di Francesco Rosso

 

 

(a cura) di Teresa Maria Rauzino

 

 

Un selvaggio, bellissimo Gargano emerge dalle note di viaggio di chi lo percorse in lungo e in largo nel corso del Novecento: giornalisti, letterati, storici dell’arte. Il gusto della scoperta antropologica si unisce alla descrizione delle bellezze naturali che stupiscono anche «scafati» osservatori come Francesco Rosso, «firma» di prima grandezza del quotidiano “La Stampa”.

 I suoi reportage sono vere e proprie inchieste sociali. Nel volume “Gargano magico” (Teca, Torino 1964), Rosso descrive la realtà complessa dello Sperone d’Italia. Un Gargano dalla bellezza intatta,che si sta lentamente spopolando a causa dell’emigrazione.

Il paese più povero del Gargano è Carpino: mezzo nascosto nella stretta valle tagliata nelle pietrose profondità garganiche, è il risultato di una gara anarchica, un gioco urbanistico che alla fine ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Un miracolo di cui sono stati artefici contadini e muratori analfabeti. Una civiltà del gusto imparata dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, fra montagna, pianura, lago e mare. Rosso sfata un luogo comune su questa comunità, un’ombra nera proiettata su di essa dal romanzo di Roger Vailland “La Loi”, vincitore di un premio Goncourt (e dal quale il regista Jules Dassin trasse anche un film, La legge, interpretato tra gli altri da Yves Montand, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni). «Il romanzo dello scrittore francese – scrive Rosso – ruota attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto la legge. E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici, perché nella sua storia non ci sono tradizioni fosche».

La chiusa di Francesco Rosso racchiude il «senso della vita» di un paese del Sud senza risorse: Carpino è un paese bellissimo e malinconico. L’esistenza non è gioconda, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole. Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito, in un paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo.

Riflessioni profonde, che disvelano il senso esistenziale delle suggestive ninne-nanne del vetusto cantore Antonio Piccininno. Scoprono alle radici l’identità e la vera essenza del ricco patrimonio musicale del Gargano, portato oggi all’attenzione nazionale dal Carpino Folk Festival.

 

 

 

 

 

 

Ecco il testo integrale di Francesco Rosso:

 

 

«Quando, finita la sconvolta discesa di Cagnano, si aggredisce il rettilineo lanciato attraverso la vasta pianura, l’occhio è attento solo all’asfalto che sfila sotto le ruote e, ingannato dall’uniforme piattezza che nasconde persino il lago, trascura Carpino, alto sul pinnacolo di una collina, mezzo nascosto dal movimentato scenario della stretta valle tagliata come una ferita nelle pietrose profondità garganiche.

Carpino è la risultante di una gara tra fantasie anarchiche, un gioco urbanistico realizzato senza regole che alla fine, benché ciò non rientrasse nelle previsioni, ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Veduto dalla strada statale, sembra una bizzarra costruzione cubista eretta da bambini fantasiosi con dadi variamente colorati. Si potrebbe pensare ad un villaggio di nani, costruito sulla loro misura; eppure gli uomini che lavorano nei campi sono di taglia atletica, nerboruti, bisognosi di spazio anche quando crollano per il riposo.

Infatti, di mano in mano che si sale il colle in cima al quale è arroccato il paese, le prospettive di Carpino si definiscono. Il cilindro giallo che si vedeva in lontananza è il breve torrione di un castello ora trasformato in caravanserraglio per non so quanti nuclei familiari, i cubi azzurri, gialli, bianchi sono case tutte quadrate e uguali, con terrazze, balconi, altane a livelli diseguali che si rincorrono in aeree scalinate verso il cielo.

 


 

 

Le strette viuzze sembrano fenditure d’ombra nella gaiezza policroma delle abitazioni e ci si arrampica con le capre camminando sotto cascate di gerani che traboccano dalle terrazze, dai davanzali di aeree finestre raggentilite da cornici di lineare eleganza, da panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto.

 

 

 

Quale immaginoso architetto ha elaborato le improvvise scenografie delle ardite scalinate, le quinte policrome di case disposte con capricciosa asimmetria per limitare la vastità del paesaggio spalancato sulla valle, chiudere nel cerchio di raccolta intimità il villaggio battuto dai venti garganici?

 


 

 

 

 

 

Contadini analfabeti, e muratori altrettanto analfabeti furono gli ignari artefici del miracolo urbanistico; le cornici essenziali che chiudono le finestre, le porte ad arco sulle facciate disadorne, l’aggetto dei terrazzi su povere case, rivelano una civiltà del gusto certo non imparata a scuola, ma dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, svariante fra montagna, pianura, lago e mare.

 

 


 

 


E sono ancora contadini analfabeti ad ornare con festose ghirlande di gialle pannocchie, di peperoni scarlatti, disposte con inconscio gusto della decorazione, le facciate delle case esposte al sole, a chiudere con dorati fondali di granturco i vani terminali di stradette aperte sulla vallata.

 

 

 

 

 


 

Carpino gode immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l’intero Gargano. Il signor Roger Vailland, quando, venne in vacanza da queste parti, raccolse come autentiche ed attualissime antiche vicende sepolte da secoli. Gli uomini che siedono al rezzo sulla quadrata piazzetta dominata dalla chiesa, limitata e definita come un palcoscenico su cui la domenica sì recita la piccola sagra delle modeste vanità locali, sono diversissimi da quelli che lo scrittore francese ha abbozzato nel romanzo «La legge», divulgato poi dal film omonimo.

Nelle ore che precedono il tramonto, quando l’aria estenuata dalla calura sfiora con le prime folate fresche i tetti delle case, i carpinesi si riuniscono in piazza, quelli che non lavorano, s’intende, perché gli altri tornano dai campi a notte piena. Il campionario è completo, tutte le classi sociali del paese sono rappresentate. C’è il ricco possidente, ma senza la iattanza del feudatario; c’è il  professionista, ma senza la boria del colto fra gli analfabeti; c’è il maresciallo dei carabinieri, ma non la intimidatrice autorevolezza dell’autorità costituita; c’è il manovale povero e analfabeta, ma senza la falsa umiltà del debole angariato.                    

Formano una comunità ben definita, non afflitta da stridenti ingiustizie sociali. Anche il ricco, quando vi indicano          le sue proprietà, risulta un ben povero nababbo; i suoi poderi sono distese di pietra su cui si affannano le capre in cerca di pascolo. Però, il signor Vailland era determinato a scrivere un romanzo ad effetto sull’Italia Meridionale, e poiché altri filoni erano già troppo sfruttati, si rivolse al Gargano, ancora poco noto alle platee avide di sensazioni forti.

Un vecchio feudatario sensuale, cinico, sterminatore di vergini, spietato sfruttatore di plebi sottomesse gli andava bene per un romanzo a tinte fosche impostato sulle differenze sociali nell’Italia Meridionale. Non si può negare che condizioni simili esistano nel Sud non nel Gargano, dove il ricco autentico non esiste. Sovente la ricchezza è più stracciona della povertà, per cui è difficile distinguere l’aristocratico dal manovale. Eppure, nel romanzo dello scrittore francese non c’è un personaggio pulito; prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto «La legge».

E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici proprio perché nella sua storia non ci sono tradizione fosche. La gente è pacifica, di indole mite, forse un po’ pigra, aliena dalla violenza e dal delitto. Sono uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d’india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini a mettere le mani su piccole cose che non gli appartengono; capre, giumente, muli sorpresi liberi nel pascolo. Dopo averli conosciuti, si comprende che sarebbero generosi, ospitali, se lo potessero. Non potendo offrire altro, diventano amici di chi li avvicina, persino fastidiosi nelle manifestazioni di eccessiva cordialità non sempre disinteressata.

Bellissimo e scenografico, Carpino è forse il villaggio più povero del Gargano, con poca terra da coltivare, assai lontano, nella pianura sconfinante col lago di Varano, con greggi di capre sparse a brucare la scarsa erba sui petrosi pascoli della montagna. Se gli uomini fossero nati inclini alla violenza, nessuno se ne sarebbe stupito; l’ambiente e le condizioni in cui vivono li avrebbero giustificati.

Invece, come tutti i garganici, sono duri solo in apparenza, subito sciolti con coloro che cercano di comprenderli.

Giocano ancora alla «Legge»? Sì, giocano ancora, ma non nei modi con cui li ha descritti Roger Vailland. Si riuniscono in cinque o sei nell’osteria, ordinano alcune bottiglie di vino, o di birra, ed incominciano a puntare con le dita, chiusi in un cerchio di complicità impenetrabile. Si direbbe che congiurino, e giocano soltanto una specie di morra per eleggere il capo, colui che detterà legge. Egli ha il diritto insindacabile di far bere il vino, o la birra a chi vuole lui, mentre tutti gli altri pagano.

Una sola seduta mi convinse che « la legge » è un gioco noioso per chi, come me, non sa penetrare nell’atmosfera di mistero che i giocatori creano, senza comprendere che quel gioco può essere, per alcuni, l’occasione di bevute gargantuesche quasi gratuite. Inoltre, c’è il piacere della beffa, il sorriso agro degli esclusi, la gioia di risate irrefrenabili quando qualcuno si ribella alla «legge». E’ un gioco molto diffuso nel Meridione, chiamato talvolta passatella, talvolta tocco, talvolta legge.

Un tempo, chi era eletto capo della piccola assemblea di bevitori, aveva il diritto di offrire il bicchiere a chi voleva, ma anche di processarlo dicendogli tutto ciò che pensava di lui, di sua moglie, dei suoi figli, delle sue sorelle, salvato dall’immunità che gli derivava dalla sua condizione di capo. Accuse di furto, adulterio, violenza carnale, pecoraggine erano pronunciate a mezza voce nel fumoso stanzone dell’osteria: cadevano come macigni sull’accusato cui il vino ricevuto dono si trasformava in fiele. Ma nessuno osava ribellarsi, quella era la legge.

Ciò accadeva un secolo addietro, anche i più anziani ne ricordano le movimentate notti invernali trascorse nel gioco della «legge», trasformatosi ora in modesto antagonismo bibitorio. Sempre più raramente, distratti da altri intere (il cinema, la televisione, una certa facilità di amoreggi con le ragazze), si seggono attorno al tavolo, eleggono il capo e attendono la designazione col pomo d’adamo che gli guizza sotto la pelle del collo, tutti in succhio nella speranza di bere quasi gratuitamente alcuni bicchieri di vino.

 

 

 

 

 


 

La sera quando gli uomini tornano dal lavoro nei campi, il palcoscenico della piazzetta si anima d’improvviso. Seduti sui bassi scranni, gli anziani che hanno trascorso le ore in silenzio, cacciando con pigre mani la molestia aggressiva delle mosche, si risvegliano dal letargo per commentare la vita di tutti coloro che sfilano sotto i loro occhi distratti, uomini di pelle scura, conciata e arrostita dal sole, gli sguardi allucinati dal lungo riverbero luminoso, la schiena stroncata dalla fatica della mietitura.

Nelle ore torride della canicola Carpino sembra un paese ubbriaco di luce, un paese stordito dalla vampa, reazioni con le viuzze deserte e la piazza devastata dal sole spietato.

 

 

 

 

 


Sono le ore che preferisco in questo fantasioso villaggio, mi eccita il pensiero di camminare sul sonno della gente abbandonata alla siesta, fra le galline che chiocciolano razzolando fra la spazzatura della strada, fra gli asini legati al muro e con le frange inerti a sfiorare il suolo.

Tutto è immobile nella luce arroventata, il silenzio è profondissimo, il ronzìo delle mosche instancabili rimbomba con fragore. Da un’altana, dal terrazzo di uno scoglio, l’occhio ha tutto l’orizzonte per sé, domina la dilagante pianura gonfia di umori caldi. Dal torrioncino di pietra gialla del castello, su cui sventola l’afflitto pavese di povera biancheria intima stesa ad asciugare, il lago di Varano appare come sommerso dalla cateratta di luce che crolla dal cielo sterile.

 

 

 

 


L’acqua si stempera in tonalità grigio-azzurre, diversificandosi dall’Adriatico non per il sottile istmo di sabbia gialla ma per il variare dei colori; verde fondo il mare, grigio spento il lago.

Tra i campi gialli di stoppie, le cicale si eccitano stridendo con frenesia monotona, ubbriache di sole. Splendono i pomidoro come vampe nell’aria infuocata; sulle pale immense dei fichi d’india, un freddo metallico che non dà ristoro all’occhio abbacinato, gonfiano i frutti spinosi, grossi, polposi, dolcissimi.

Folgorato dal sole, Carpino attende il brivido delle prime ombre serali per ridestarsi; allora il «Caffè Vittoria» e la piazza incominciano a popolarsi per i quotidiani, pigri pettegolezzi, cui il cantilenante dialetto toglie ogni asprezza.

Dopo tanto sole, non si ha più l’energia necessaria alla cattiveria autentica; gli antagonismi, le avversioni, si esauriscono in placata maldicenza, tutti hanno coscienza di essere simili agli altri nei difetti e nelle qualità, di condividere un destino poco benevolo che tutti eguaglia.

Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell’ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L’esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole.

Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo».

 

  

 

                                   PROFILO DI   FRANCESCO ROSSO

 

 

 


 

 

 

 

 

 


 

 

Francesco Rosso arrivò al giornalismo attraverso gli studi letterari, ma anzichè dedicarsi a quelle particolari forme di reportage genericamente definite “da voyageur”, cioè riferendo impressioni e sensazioni di derivazione intellettualistica, si era specializzato nelle inchieste sociali.

Inviato speciale del quotidiano torinese « La Stampa », aveva viaggiato in quasi tutti i continenti. Visitò paese per paese tutto il continente africano, dal litorale mediterraneo all’oceano immenso in cui si annullano Madagascar e Zanzibar, riferendo i fermenti delle popolazioni negre avviate alla difficile indipendenza o ancora afflitte dal colonialismo, come le Rodesie, il Sudafrica e Mozambico. Da Cuba, dove seguì gli sviluppi della rivoluzione castrista, egli visitò tutti i paesi del Centro e Sud America scossi da sanguinose rivolte, come la Colombia, o inquieti per i fermenti populisti come il Brasile e l’Argentina, il Cile, il Perù, il Paraguay. In Asia, attraverso l’India e il Pakistan, indagò sul problema delle masse enormi di uomini afflitti dalla fame. Nel Medio Oriente sempre agitato da rivoluzioni, assistette alla sommossa culminata nel regicidio di Bagdad, alle esplosioni dei contadini persiani, ai tumulti di Damasco, Gerusalemme, Ankara. La sua inclinazione a studiare l’uomo nel suo ambiente lo indusse, in “Gargano magico”, a indagare la realtà socio-culturale dello Sperone d’Italia.

 

 

 

 

Il testo e le foto sono tratti da “Gargano magico” di Francesco Rosso (Teca, Torino 1964, pp.45-50). La premessa è tratta dal reportage di Teresa Maria Rauzino: “Francesco Rosso e la magia di Peschici” , serie “Viaggiatori del Gargano” n. 7, pubblicato sul “ Corriere del Mezzogiorno- Corriere della sera” 11-09-2008.

 

Il pensiero degli Ebrei di Trani e Puglia per il Giorno della Memoria 2012

File:Scolanova Synagogue.jpg

Aiutateci a stare insieme a voi

 

 

Il 27 gennaio 2000 venne istituito dal Parlamento italiano il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime della Shoah e del nazifascismo, in coincidenza con la liberazione di Auschwitz.

Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’U.R.S.S. entravano nel Campo di Oswiecim–Breszinka (Auschwitz Birkenau); quel 27 gennaio era Shabbath, il sabato ebraico.

Esattamente quel giorno, mentre l’esercito sovietico liberava gli ebrei dal famigerato Lager, nelle sinagoghe di tutto il mondo (e in quelle ancora rimaste in piedi in Europa) venivano lette le pagine della Torà che ricordavano la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto.

Il 27 gennaio non è il “nostro” Giorno memoriale; esso è il giorno nel quale le Istituzioni governative, accademiche, scolastiche, ecc. commemorano e riflettono, le comunità ebraiche sono naturalmente ben disposte a collaborare e interagire con esse.

Il Giorno della Memoria del popolo ebraico (in Israele come nella Diaspora) cade il 27 Nissàn (marzo–aprile) allorchè viene celebrato lo Yom haShoah u’mered haGetaot (in breve Yom haShoah), il Giorno della Catastrofe.

Il 27 Nissàn del 1943 (allora corrispondente al 19 aprile) le Waffen–SS (unità d’elìte delle SS tedesche) piegarono la resistenza ebraica nel Ghetto di Varsavia dopo 3 mesi durante i quali gli ebrei riuscirono a tener loro testa con un coraggio che impressionò gli stessi soldati del Reich.

La voce della Resistenza ebraica a Varsavia fece il giro d’Europa, numerosi Ghetti sino ad allora rassegnati alle deportazioni ritrovarono coraggio e combatterono.

La caduta del Ghetto di Varsavia segnò non soltanto la fine di ogni speranza di salvezza per gli ebrei della capitale polacca ma altresì l’inizio delle più spaventose e sistematiche deportazioni.

Pochi giorni dopo, Berlino fu dichiarata Judenfrei (libera da ebrei), il famigerato dottor Mengele arrivò ad Auschwitz dando inizio a orribili esperimenti su cavie umane; il comandante delle SS Himmler, allo scopo di sedare sul nascere ogni ulteriore tentativo di rivolta nei Ghetti della Polonia occupata, li liquidò tutti entro l’11 giugno.

Lo Yom haShoah si impose subito in Israele come Giorno della Memoria; dopo il 1945, la Shoah consumatasi in Europa giungeva nella Palestina Mandataria attraverso le ferite del corpo e dell’anima dei sopravvissuti giunti in clandestinità.

L’esercito britannico, che durante la Guerra non seppe prevedere la portata mortale della politica antisemita del Reich, rifiutava l’attracco a tutte le navi di Ebrei che osassero avvicinarsi ad Haifa.

La Shoah finì, la tragedia no; perchè in Israele i guai per gli ebrei erano soltanto all’inizio.

Durante la Guerra alcuni Paesi del bacino mediorientale appoggiarono e plaudirono apertamente Hitler (il Gran Muftì di Gerusalemme Hussein inviò sue truppe a combattere con gli Einsatzgruppen) e a nulla valse l’obiezione che a Dachau il Reich avesse deportato diversi Imam e nel carcere di San Vittore (Milano) i fascisti avessero imprigionato i Sufi.

Il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) i Paesi confinanti attaccarono lo Stato ebraico, il segretario della Lega Araba Azzam Pasha disse che i loro Paesi avrebbero scatenato contro gli ebrei “una guerra di sterminio che sarà ricordata alla pari dei massacri dei mongoli e delle crociate”.

L’orologiaio impazzito della Storia rimise le lancette indietro; non fu così, Israele vinse la guerra del 1948 ma a caro prezzo perché, su seicentomila combattenti ebrei, seimila rimasero sul campo di battaglia; di questi ultimi, la metà era sopravvissuta ai Lager per trovare la morte a casa propria.

Gli ebrei erano diciotto milioni prima della Guerra, nel 1945 quasi sette milioni di essi (compresi 1 milione e mezzo di bambini) non c’erano più. In Puglia gli ebrei sono tornati 6 anni fa, la Diaspora degli ebrei pugliesi non è finita sulle spiagge di Tel Aviv ma a Trani, crogiuolo di ben 6 Diaspore (di Palestina, della Spagna araba e aragonese, tedeschi scampati alla prima crociata, baresi e francesi cacciati da Guglielmo il Malo e Filippo Augusto) e città che, con i suoi grandi Maestri ha insegnato a pregare agli Ebrei di mezza Europa.

Da sempre il popolo ebraico ha cercato pacificamente di vivere la propria diversità culturale e religiosa, gli ebrei sono talmente innamorati della vita che chiamano persino i loro cimiteri beth ha-chaim (case della vita); e, soprattutto, oggi possono liberamente pregare anche in Puglia nella più antica Sinagoga d’Europa (la Scolanova) senza timore di essere disturbati, infastiditi, additati.

Non sappiamo tuttavia quanto ciò durerà; migliaia di ebrei francesi, britannici, svedesi, norvegesi, olandesi stanno andando via per emigrare in Israele.

Sino a 20 anni fa erano gli ebrei “poveri” a emigrare verso lo Stato ebraico; etiopi, azeri, yemeniti, kazachi, turkmeni che fuggivano da reali situazioni di disagio sociale o da un Islam inspiegabilmente resosi intollerante nei loro riguardi, caricati su aerei che sembravano bare volanti o su voli predisposti in semiclandestinità dall’aviazione israeliana.

Oggi, ebrei in giacca e cravatta fuggono dall’Europa su voli di linea; perché, come ha amaramente scritto pochi anni fa il nostro rabbino Shalom Bahbout, “la Shoah non ha assolutamente insegnato nulla al genere umano” e sinora non si è visto né sentito nulla che possa smentire il nostro rabbino.

C’è un futuro per noi ebrei del Vecchio Continente?

Saranno i giorni, i mesi a venire a dimostrare quanto l’Europa abbia capito la lezione di Storia scritta sulle pagine della Shoah.

Perchè l’ebreo non deve più essere costretto a fuggire o trasferirsi in Israele o (come in un Paese dell’Unione Europea che non nominerò), pregare a bassa voce a casa propria con la Sinagoga distante a quattro passi; o, peggio ancora, ad assimilarsi.

Nel 1980 Rav Tolentino, l’ottantenne rabbino di Dubrovnik (la città croata gemellata con Trani) desiderò tanto pregare a Trani; spirò senza realizzare il suo desiderio ma oggi gli ebrei sono tornati nella città del Mabit (il grande Dottore della Legge tranese), la Stella di David non è più cucita sul petto di una casacca da deportato ma svetta sull’ex campanile della sinagoga Scolanova che divenne chiesa e poi nuovamente sinagoga.

È questa la nostra risposta alla Shoah, è la nostra vittoria su chi ha voluto la nostra distruzione fisica e intellettuale.

Aiutateci a stare insieme a voi; dopo la Shoah, solo così potremo proteggerci da ogni catastrofe, ebrei e non.

 

Francesco Lotoro

Pianista, responsabile culturale della comunità ebraica di Trani

Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 26 gennaio 2012

27 GENNAIO. PER NON DIMENTICARE

27 GENNAIO. PER NON DIMENTICARE

 

 

Il 27 gennaio 1945, agli occhi dei soldati sovietici, che liberarono il campo di Auschwitz, si offrì lo spettacolo “indicibile” della logica del dominio e della sopraffazione: uomini, donne e bambini indeboliti, annientati nello spirito e nella carne. Questo è accaduto non in un angolo periferico del mondo, ma nel cuore dell’Europa del Ventesimo secolo. Qui è nata la catena di morte della Shoah,

il prodotto più maturo della modernità europea del XX secolo. L’efficienza e la tecnica rappresentarono lo strumento dello sterminio di massa. Il campo di concentramento era strettamente funzionale all’attuazione sistematica del processo scientifico del degrado e annientamento della dignità umana». In questo logica rientrava persino il tentativo di cooptare le vittime e di renderle carnefici dei loro simili.

Difendere la memoria è un compito sempre più difficile ma necessario, affinché la storia non si ripeta. La macchia dell’orrore del Novecento ha segnato in profondità la storia europea. L’annientamento del popolo ebraico è stato eseguito scientificamente, con la partecipazione attiva di milioni di persone che collaboravano alla catena di montaggio del terrore. Occorre sviluppare gli anticorpi contro ogni forma di discriminazione, razzismo e sopraffazione.

Ricordo una visita ai campi di Auschwitz-Birkenau effettuata  il 10, 11 e 12 novembre 2006 nell’ambito del progetto “Mai più” (patrocinio Regione Puglia). con 170 studenti pugliesi (fra cui 33 ragazzi e ragazze dell’Istituto Superiore “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico e del Liceo “Virgilio” di Vico).

Di grande impatto visivo, i padiglioni con montagne di ciuffi di capelli sottratti alle vittime per alimentare l’industria tessile tedesca. Migliaia di scarpe, di valigie e di piccoli oggetti dei deportati. E poi, le foto segnaletiche sui muri, i volti della disperazione e della morte.

Ancora più struggenti  le immagini belle e gioiose della vita delle comunità ebraiche nelle città europee, prima della Shoah…  Come le storie raccontate ai ragazzi dai testimoni…

 Teresa Rauzino

 

 

LA STORIA DI PIERO TERRACINA 

 

Salve ragazzi, oggi vi racconterò­ una storia vera, pi­ù terrorizzante di un film dell­’orrore. Siete pronti?

Bene, cominciamo: Piero Terracina era un ragazzino felice, ultimo di una famiglia romana di otto persone, ma la sua vita cambi­ò improvvisamente.

Un giorno, uno come tutti gli altri, entrò­ in classe, ma si accorse che nell­’aria c­’era qualcosa di strano. La maestra durante l­’appello non lo chiamò­; Piero si sentì­ disorientato perch­è fu costretto a uscire ed ad abbandonare la scuola perch­è ­era ebreo­.

Da quel giorno per lui tutto cambiò­. Sapete cosa stava accadendo? Era cominciato l­’allontanamento di tutti i docenti e di tutti gli studenti ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado. Cos­ Piero entrò­ in una scuola ebraica organizzata in tutta fretta, priva di spazi adeguati, ma colma di molti disagi. Quella scuola funzionò­ solo per pochi anni.

Con l­’occupazione nazista ci fu il precipitare degli eventi: la fuga dalle loro case degli ebrei braccati dai fascisti, la cattura, la consegna. Piero e i suoi familiari, insieme a altre migliaia di persone, furono presi per essere portati a morire nei lager, dati alle fiamme nei forni

crematori.

Prima furono portati a Fossoli, e poi ad Auschwitz: quest­’ultimo ­ il simbolo di tutti i campi di sterminio.

Immaginate il viaggio di Piero per arrivare al campo di morte? Cos­ì lo descrive David Rousset nel suo  Univers Concentrationnaire: “Gli uomini accecati dalle bastonate delle SS si urtano, si lanciano, si spingono, cadono, affondano i piedi nella neve sporca, pieni di

paura, ossessionati dalla sete”.

Nelle stazioni nessuno che li degnasse di un solo sguardo, anche distratto. Tutto nell’indifferenza. Nessuno fece nulla.

Quando Piero fu liberato pesava solo 38 chili!!!

Il suo ritorno in Italia fu colmo di solitudine.

E i componenti della famiglia di Piero? Tutti morti ad Auschwitz, come del resto altri sei milioni di innocenti!

Ad Auschwitz il prigioniero non aveva nome, gli internati non erano contati come persone, ma come pezzi.

Ai prigionieri veniva tolta ogni dignità­.

Di quelli usciti vivi dal campo, pochissimi sono riusciti a sopravvivere e a tornare ad essere persone degne di essere chiamate tali­.

La guerra contro gli ebrei non era soltanto finalizzata al loro sterminio, ma anche alla loro tortura, alla loro umiliazione, alla loro disumanizzazione, prima di essere gettati nelle fiamme.

Ho avuto la grande opportunit­à di conoscere Piero, sapete? Con molta tranquillit­à ci ha raccontato la sua incredibile storia, con qualche giustificata lacrima.

Ora, dopo questa testimonianza agghiacciante, cari ragazzi, vi chiedo: ˙Perchè­  quest­’odio nei confronti di una minoranza sociale e religiosa che attraverso i secoli ha tanto contribuito alla civiltà e al progresso? Che cosa rese possibili questi eventi?¨.

L’­interrogativo del ­“perch­­è” non pu­ò avere risposta e noi dobbiamo interrogarci sul ­“come”­:

Come si ­ potuto uccidere uomini, donne e bambini senza colpa? Come ­è stato possibile disseminare l­’Europa di lager dove venne ucciso un numero incredibile di esseri umani? Come si ­ è potuto derubare gli ebrei della loro casa, dei loro beni, della loro famiglia, e soprattutto dell­’unica cosa che era rimasta: la Vita?

E allora ragazzi, che cosa ci ha fatto capire Piero? Qual ­è il nostro compito!

La nostra responsabilità­! L­’unica cosa che possiamo fare perchè­ questa tragedia non possa accadere mai pi­ù­: ˙Non dimenticare!!!¨.

Piero è ormai ­ diventato vecchio, quindi ora tocca a noi offrire il nostro contributo affinch­è il ­morbo­ di Auschwitz­, sia pure sotto altra forma, venga definitivamente neutralizzato.

E­ arrivato il momento di diventare noi i nuovi testimoni, perchè­ il ricordo di quella terribile tragedia non vada perduto. Questa ferita rimanga per sempre scavata nella nostra mente! Nel presente e nel futuro­.

 

Antonietta Vecera

(studentessa VB IGEA Istituto Superiore “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico  ) 

 

 

 RIFLESSIONI DOPO IL VIAGGIO DELLA MEMORIA AD AUSCHWITZ-BIRKENAU …

MAI PIU’

Dopo aver visitato Auschwitz e Birkenau la storia che leggiamo sui libri si stacca, prende vita e ti rendi conto che le parole non descriveranno mai bene quella realtà. Le sensazioni provate nel camminare su quelle stesse strade dove sono morti milioni di persone e respirare la stessa

aria che loro hanno esalato ci ha reso testimoni degli orrori che si sono consumati nei Lager nazisti.

Come tali non possiamo dimenticare anzi dobbiamo imprimere questa esperienza nella nostra memoria e testimoniarla affinché non accada più. Mai più.

Auschwitz e Birkenau sono la prova tangibile della follia umana che nella realizzazione di un progetto di sterminio di massa ha raggiunto il suo apice. Entrare in Auschwitz passando attraverso quel cancello sovrastato dalla scritta “ARBEIT MACHT FREI (Il lavoro rende liberi)” ci ha

fatto pensare ai deportati che leggendo quella frase ignoravano che avrebbero avuto la libertà solo dopo la morte. Ebrei, polacchi, zingari, prigionieri politici, omosessuali e tanti altri innocenti morivano nei modi più crudeli e atroci. La morte nei KL veniva progettata in modo pitagorico da menti folli.

Forse è sbagliato parlare di pura follia in quanto lo sterminio di massa fu frutto della ricerca scientifica, che sosteneva l’inferiorità della razza ebrea rispetto a quella ariana, e di una macchina perfetta, infallibile, organizzata per cancellare l’identità umana, per violare ogni diritto, annullare la persona per poi farne un numero, uno schiavo, cenere.

Tutto nei campi di concentramento è ancora vivo e sembra chiedere di non essere dimenticato. Toccando le mura, salendo le scale dei blocchi, osservando ciò che rimane, si ha la percezione del dolore ancora recente che solo nel ricordo, che noi dobbiamo portare, trova ricordo.

L’idea che possa esistere una “razza inferiore” non deve più esistere soprattutto nella società odierna, che deve imparare dalla storia dei suoi padri.

Filomena Sciarra

(studentessa VA IGEA Istituto Superiore “Mauro del Giudice” di Rodi Garganico  ) 

C’E ANCORA DA DIRE

Gli alberi spogli, il freddo gelido, il cielo azzurro spento da nuvole grigie, la desolazione, le rotaie, alcune foglie secche sul pavimento, il silenzio, la via, quella lunga via. E’ sempre inverno in questi luoghi. La natura è rimasta pacifica, non è cambiato nulla, il sole sorge ancora la mattina e la luna appare ancora luminosa nella notte. Nulla sembra avere sconvolto l’universo in quei luoghi

dove è sempre inverno, dove all’uomo è stato tolto il rispetto alla vita.

«L’angelo della morte è passato senza lasciare traccia». Ma le persone che hanno vissuto nella propria mente e visto con i loro occhi ciò che accadeva nei lager, non potranno dimenticare il passato e guardare il futuro, un futuro che per loro non può esistere se non si racconta il passato.

Perciò dobbiamo ricordare. Affinché il loro sacrificio, e male simile, assoluto, non si manifesti mai più.  Anno 1933. Hitler avvia il progetto antisemita con i primi decreti per estromettere gli Ebrei della vita pubblica. La domanda di sempre, che gli alunni fanno ai professori, che i figli fanno ai genitori, che io ora faccio a me stessa:  Perchè? Sarebbe troppo semplice definire pazzo Hitler, pazzi i tedeschi, i generali delle SS, e tutti coloro che restavano zitti davanti a tanta malvagità. Avevano due gambe, due occhi, un naso, un’intelligenza media: è la loro normalità la cosa

più spaventosa. Hitler non era da solo, aveva dalla sua parte tutto il popolo “ariano”, il suo punto di forza era l’ideologia, che aveva matrici storiche. Gli intellettuali di fine Settecento (es. Fichte) e inizio Ottocento probabilmente non avrebbero mai pensato che qualcuno avrebbe potuto costruire un progetto così disumano, ispirandosi alle loro teorie. I campi di concentramento costruiti

subito dopo l’arrivo al potere di Hitler rievocano l’immagine dell’Inferno medievale che Dante aveva descritto nella Divina Commedia, divisa in gironi, destinati ognuno ad una categoria de persone. Nei campi arrivavano ebrei, omossessuali, polacchi, comunisti e oppositori al partito

nazional-socialista, asociali, zingari e infine i criminali. Si! Gli ultimi erano loro, i criminali. A loro davano compiti di responsabilità, non avevano fatto niente di male, loro. Mentre gli Ebrei sì. Costituivano il 90% delle persone uccise nei lager ed avevano una colpa grande da scontare:

quella di essere nati. Intere famiglie arrivavano nei campi di concentramento in vagoni stracolmi, con una valigia in mano contenente i loro effetti personali, le foto dei loro cari, i vestiti, tutto ciò che poteva servire per stare in luogo dove erano stati chiamati “a lavorare”. Era proprio

questo che i tedeschi facevano credere agli Ebrei: «Il lavoro rende liberi» è scritto sul cancello ad Auschwitz. Della loro vita decideva un ufficiale: se indirizzava il pollice verso destra, erano mandati nei campi di lavoro, ed avevano qualche speranza di salvezza; se indicava avanti, andavano dritti nelle camere a gas. Il clima di terrore era indescrivibile. Gli ex deportati hanno ancora oggi degli attacchi di ansia, paura dei cani che abbaiano, delle divise, delle urla, della lingua tedesca. Anche ora che sono tornati alla vita “normale”, i ricordi riaffiorano ogni minuto: non riescono a dimenticare.

Nel campo di concentramento di Auschwitz c’era l’uso di tatuare un numero sul braccio dei prigionieri per identificarli. Non avevano più un nome, una loro identità, il loro passato era così cancellato e il loro futuro era incerto come un frutto maturo su di un albero. Quella “follia”

avrebbe dovuto ridurre gli uomini ad una massa, rimuovendo diversi e razze. Tutto uguale, gli uomini senza più diritto di scelta, di decisione, senza responsabilità: l’uomo ridotto a nulla. Così dicono di essersi sentiti coloro che sono usciti vivi dai lager. Tra questi fortunati, se si può

usare questo termine, c’è anche lo scrittore Primo Levi. Egli ha ricominciato a vivere per il forte bisogno che sentiva di raccontare ciò che aveva visto e vissuto alle generazioni future, troppo lontane da quegli avvenimenti, affinché non dimenticassero, affinchè sapessero. La voglia di sapere, il diritto di conoscere e il dovere di raccontare. Levi si suicidò perchè il peso di essersi salvato,

era toppo grande. L’indifferenza ha ucciso l’uomo… rimasto solo al mondo.

Nel museo di Auschwitz sono esposte tante foto dei deportati. I loro volti sono sorridenti, felici, insieme ai loro cari. Chi ha dato ai nazisti il diritto  di togliere loro la felicità, senza che abbiano fatto male a qualcuno? Tanti bambini sono rimasti orfani, senza una famiglia, una spalla su cui piangere ed hanno dovuto ricominciare da zero.

Ad Auschwitz c’è un’atmosfera che non si può raccontare. Perché, al di là della storia, del processo di Norimberga per i colpevoli, nei lager c’erano visi, occhi persi nel vuoto, spaventati. E’ dovere delle nuove generazioni vigilare sul male che c’è ancora e si manifesta sempre, anche nei piccoli gesti. Quante brutte notizie sentiamo senza  preoccuparci, forse perché sono tante e troppo frequenti. Eppure abbiamo smesso di provare stupore e meraviglia davanti al male. Siamo indifferenti, come tanti lo furono allora, quando nei campi tedeschi venivano sterminati

milioni di persone. Come coloro che furono ingannati dalle belle parole del caporale Hitler, anche noi diventiamo ogni giorno colpevoli.

Assuefatti al male e senza più il senso del valore della vita, ogni giorno moriamo anche noi…

Maria Libera D’Errico

(studentessa “Liceo Virgilio ” Vico del Gargano ) 

Pubblicato da: Teresa Maria Rauzino | 13 gennaio 2012

ELOGIO DEL DIGIUNO

ELOGIO DEL DIGIUNO

Prima della secolarizzazione i divieti alimentari erano rigidissimi. Durante la Quaresima solo il medico poteva esentare dal digiuno. Il minuzioso editto che il ventiseienne arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII, nel 1676 emanò nella Diocesi sipontina. 

  

 

 Pieter Bruegel detto il Vecchio, Combattimento tra il Carnevale e la Quaresima 1559, Kunsthistorisches Museum, Vienna.

La Quaresima dovrebbe essere il momento giusto per rilanciare le pratiche del digiuno e dell’astinenza. Ma questa pratica ha ancora un senso nel mondo di oggi? Trova ancora dei convinti sostenitori? E come veniva regolata, nel passato?

Lo scopriamo leggendo “L’Editto per l’Osservanza della Quadragesima”, nell’Appendix Synodi della diocesi sipontina datato 7 febbraio 1676.

Per  il ventiseienne arcivescovo Vincenzo Maria Orsini,  la Quaresima, che con  i suoi 40 giorni corrisponde a un decimo di tutte le giornate dell’anno, “è un tributo che ogni Cristiano Cattolico deve rendere a Dio, Sommo Creatore. E’ un periodo da accettare. E’ il tempo in cui lo Spirito deve tra le astinenze spiccare superiore al corpo”.

Seguendo ciò che hanno disposto i Sacri canoni e il Sacro Concilio di Trento (che includono tra i giorni di digiuno tutti i giorni della Quaresima, ad eccezione delle domeniche), monsignor Orsini ordina a tutti, e a ciascuno dei suoi “sudditi” , che nella prossima, futura Quaresima osservino le seguenti regole: “Che niuno (nessuno), almeno dai sette anni in su, ardisca di mangiar carne di qualsiasi specie”. Oltre alla carne è vietato mangiare  uova, e butiro (burro). Le “sanzioni” previste sono piuttosto pesanti: per gli ecclesiastici la deposizione, per i laici la scomunica.

Tutti coloro che hanno un’età “obbligante” sono, quindi, tenuti a digiunare ogni giorno, ad eccezione delle domeniche. Monsignor Orsini esenta da questi obblighi soltanto le persone inferme, e quelle alle quali per legittime ragioni è concessa dispensa da’ sacri Canoni. Esse sono tenute a produrre «una fede giurata del Medico». Al certificato dovrà essere allegata la fede giurata del confessore che «abbia cognizione della loro coscienza».

Solo dopo aver presentato questi documenti all’arcivescovo, o al suo vicario generale o vicari foranei, presenti nei vari  centri della diocesi, sarà possibile,  per gli infermi, ottenere l’agognata licenza scritta che permetta loro di assaporare i cibi vietati. Ma i divieti non finiscono qui: pur avendo la dispensa scritta, gli infermi sono tenuti «ad usare detti cibi moderatamente e priuatamente»: dovranno evitare di farsi vedere mentre mangiano cibi vietati, in special modo da persone sconosciute. Per chi non osserverà queste “cautele”  è prevista una pena grave, a discrezione dell’arcivescovo, e in sussidio di scomunica.

Orsini ordina ai medici e ai confessori, di non rilasciare, a meno che non siano strettamente necessari, i suddetti certificati. Li minaccia di gravi sanzioni se lo faranno con leggerezza. Ordina, infine, che nessuno venda pubblicamente cibi vietati: «Tutti i bottegari, in tempo di predica, sono obbligati a tenere chiuse le loro botteghe». Se non lo faranno, tutta la loro merce verrà sequestrata.

Per evitare che il digiuno possa essere un’occasione di vanto, dovrà essere effettuato in segreto e nell’umiltà. La  tradizione cristiana è categorica su questo punto: «Meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli (Abba Iperechio)»; «Se praticate un regolare digiuno, non inorgoglitevi». Se per questo vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi (Isidoro il Presbitero)”.

Anche “L’Editto per l’osservanza della Quaresima” si chiude con una raccomandazione: «Melior est abstinenti a vitiorum, quam ciborum (Meglio l’astinenza dai vizi rispetto a quella dai cibi)».  Perciò, in questo “sagro tempo”, si dovranno mettere da parte gli odi, e riappacificarsi col prossimo, bisognerà astenersi dalle cacce, dai conviti, dai festini, seguire le prediche, udire ogni mattina la santa messa, più volte confessarsi e comunicarsi, e fare opere pie confacenti allo stato di buon cristiano.

 Affinché l’Editto sia noto a tutti, Orsini ordina agli arcipreti della diocesi sipontina di pubblicarlo nella domenica della Quinquagesima e nella seconda domenica di Quadragesima; e di tenerlo affisso sulle porte delle chiese per tutto il tempo quaresimale: «Ed in tal modo abbia forza, come se fosse personalmente intimato a ciascuno!».

 Nei giorni festivi si permetteva generalmente «ai venditori di pane, vino, frutti ed ortaggi, ai macellai, ai bottegai e albergatori, ad aromatarij e spetiali di poter vendere i loro generi acciò le feste non siano gravi, ma celebrate con hilarità spirituale».. Ma questo è vietato a Pasqua: «Nelli giorni della Pascha di Resurrezione… non s’aprirà alcuna botegha, nè si venderà, nè si opererà, o farassi alcuna cosa se non per mera & evidentissima necessità di qualche infermo».

Nei tempi recenti la disciplina ecclesiastica sul digiuno è stata attenuata. I giorni prescritti sono rimasti soltanto due: il mercoledì delle Ceneri e il venerdì santo.

Ancora digiuno, dunque. Ma perché? La teologa Stella Morra ha affermato che se un’indicazione affonda le radici nei secoli ha tutti i numeri per essere valida. Privarsi coscientemente del cibo rende visibile una condizione costitutiva dell’uomo: lo rende mendicante, non più onnipotente. Autoregolazione utile in un mondo con eccessiva mania di protagonismo. Ma il mangiare appartiene al registro del desiderio, supera la semplice funzione nutritiva per rivestire un significato simbolico: moderando la fame, si moderano tanti appetiti. Si  disciplinano le relazioni con gli altri, con la realtà esterna, relazioni tendenti all’aggressività ed alla voracità.

Il digiuno diventa quindi “educazione del desiderio”. Svolge la funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di cosa viviamo…

In un tempo in cui lo stesso digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, l’uomo, cristiano e non, non dovrebbe mai dimenticare la specificità del digiuno. Dovrebbe porsi una semplice domanda: «Uomo, di che cosa vivi?». 

  

Il PERSONAGGIO:  Vincenzo Maria Orsini dalle visite pastorali nel Gargano, a dorso di mulo o in barca, al soglio pontificio

 

Pier Francesco Orsini, papa Benedetto XIII

Pier Francesco Orsini nacque a Gravina di Puglia (BA) il 2 febbraio 1650, figlio di donna Giovanna Frangipane della Tolfa e del duca Ferdinando Orsini, feudatario di Solofra. Vincendo la contrarietà dei familiari, entrò nell’Ordine dei Predicatori (Domenicani), con il nome di fra Vincenzo Maria Orsini. «Duca per nascita, frate per vocazione, cardinale per volere materno e papa suo malgrado», incarnò nel Mezzogiorno il modello del vescovo estremamente ligio alla “lezione” tridentina. Il 3 febbraio 1675, ad appena 25 anni, fu consacrato vescovo di  Siponto (Manfredonia FG).

Realizzò un ampio coinvolgimento ai problemi della vita ecclesiale, riunendo in una periodica, solenne  assemblea, tutto il clero, che prendeva coscienza della realtà locale, rendendosi più responsabile della cura delle anime. Effettuò due visite pastorali, la prima nel 1675 e la seconda nel 1678, raggiungendo  i paesi dell’impervio Gargano a  dorso di mulo, ma anche in barca. Rinnovò le sedi ecclesiali, consacrò altari e prescrisse arredi e suppellettili. Effettuò un’attenta ricognizione del patrimonio fondiario, entrando in  contrasto con i funzionari del Viceregno e i Legati spagnoli. Innocenzo XI lo trasferì il 22 gennaio 1680 nella lontana sede di Cesena.

Il 30 maggio 1686 Vincenzo Maria Orsini, a dorso di un cavallo bianco, entrò nella città di Benevento: era stato nominato arcivescovo metropolita. Vi resterà per 44 anni. Qui la sua opera pastorale fu imponente: indisse 44 sinodi in 44 anni, i cui Atti, come quello di Siponto, furono regolarmente stampati, e diffusi in ogni parrocchia della diocesi.

Il giornale di Napoli “Avvisi Pubblici” n. 27 del 4 luglio 1724 rievocò così la nomina di Orsini al pontificato: «E’ stato tale e tanto il giubilo inteso dalla Cittadinanza dello stato di Solofra per la esaltazione al soglio Pontificio del di loro primo natural Padrone, oggi Sommo Pontefice, che per dieci giorni continui quel pubblico lo manifestò con estraordinaria allegrezza facendo vedere pareggiare la notte col giorno per la quantità ben grande de’ lumi, ed altri fuochi di gioia accesi nelle publiche strade, e nei palagi, in molti dei quali vedevasi esposto il ritratto di S. Santità, e facendo sentire un continuo rimbombo di mortaretti, salve d’archibuggi, e di varie sorti di fuochi artificiali».

Divenuto papa Benedetto XIII, Orsini morì il 21 febbraio 1730. Per non disturbare il popolo romano, impegnato nelle strade a festeggiare il Carnevale, per lui non suonarono neppure le campane a morto.  

Il suo fu un pontificato molto “discusso”. Tra i demeriti, la persecuzione contro Pietro Giannone.

 Teresa Maria Rauzino

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